Author

tegamini

Browsing

Che c’è di vero nei ricordi di famiglia?
Forse niente – ed è un niente molto più tentacolare di quello che accompagna i ricordi “normali”. Quel che c’è di vero sono le tracce che ci rimangono addosso e le spiegazioni che proviamo a darci, ma è una verità che associamo a un sentire sanguigno e non è raro che differisca di parecchio dalla cronaca imparziale e scientifica dei fatti.
Che possiamo saperne degli altri, poi?
Registriamo l’urto che generano su di noi, ma mai capiremo sul serio il perché profondo di quelle collisioni: si cresce compensando con l’invenzione i misteri imperscrutabili di casa propria e si cresce scegliendo cosa omettere o cosa infiorettare per cavarsela. Si cresce inventandosi una vita d’uscita e barando con tutta la gaiezza che possiamo chiamare a raccolta.

Vi ho quasi certamente attaccato una pippa superflua, però. Niente di vero di Veronica Raimo (Einaudi), non è uno di quei cronaconi formativi dolenti, ma somiglia di più a un’allegrissima operazione di esorcismo del gettonatissimo POVERA ME GUARDA CHE MI È TOCCATO.
Una madre capace di localizzarti a casa di chiunque – esteri compresi – in un’epoca priva di cellulari. Un padre che tira su tramezzi in casa trasformando un appartamento di 60 metri quadri in una sorta di alveare labirintico. Vestaglie, emicranie e Radio3. Vacanze che vanno a rotoli. Diffidenze ginecologiche strutturali e fidanzati che non ti vogliono mai al momento giusto – e poi trovano pure Gesù. Cofani fracassati. Ragazzine mummificate nello Scottex per non farle sudare. Zie pugliesi che ti infamano perché sei l’unica senza tette. Randagismo e case altrui. Lettere piene di frottole e scarponi in spiaggia perché ci sono i vetri. Rompersi le palle – anche grazie ai libri -, fratelli prodigio, clamorose truffe artistiche, bidelli coglioni, maniaci con l’impermeabile e nonne che parlano con la televisione.
La mitologia domestica di Veronica Raimo è una collezione di pessimi esempi, un esperimento di fuga continua, di adattamento tragicomico, di costruzione storta ma efficiente di un orizzonte sgombro dalle menate che ci buttano addosso. Anzi, è una rivendicazione surreale e molto divertente del diritto di fabbricarci le nostre personalissime menate, perché almeno in quello sarebbe bello poter fare di testa propria.

Perché scriviamo? Non posso rispondere per Raimo, ma forse lo facciamo per inventarci un posto più abitabile, per vendicare una versione più antica di noi, per dimostrarci di aver scansato l’ennesimo sabotaggio, per sincerarci di aver scendo, per non concedere a un male di svanire col tempo o per vincere ridendoci su. Scriviamo sulle ingessature che ci toccano in sorte mentre aspettiamo che le nostre ossa tornino a saldarsi. Ne usciamo più storte e di certo diverse da un ipotetico “prima”, ma quel che conta è come decidiamo di ricomporci. Che sia osso o memoria poco conta: restano comunque pezzi strutturali di noi.

Con Mendelsohn non sono andata granché in ordine cronologico – ho cominciato dal più recente Tre anelli -, ma credo mi perdonerà. Nemmeno Omero era un grande fan delle narrazioni lineari, se ben vogliamo mettere a frutto tanto del contenuto assimilato con questa parabola autobiografico-letteraria che esamina un testo fondativo della tradizione occidentale per risalire al nucleo essenziale delle nostre relazioni.

Da dove si parte, con Un’Odissea – anche questo uscito per Einaudi nella traduzione di Noman Gobetti?
Si comincia con un classicista che ospita il padre ottantenne – un signore all’apparenza schivo e riservato, anche in famiglia – al suo seminario universitario sull’Odissea. Lezione dopo lezione, per un semestre intero Mendelsohn-figlio racconta Omero ai suoi studenti e, nell’approfondire le peripezie di Ulisse – accogliendo anche le numerose osservazioni del padre, più loquace ma non meno intransigente del previsto – si imbarca a sua volta in un viaggio di conoscenza, una rotta parallela che per la prima volta gli offre un punto di vista inesplorato su quel genitore così amante dell’esatto, delle soluzioni certe (da buon matematico) e dal “farcela” con le proprie forze. Mica tutti possono contare sull’aiuto e sulla sollecitudine di Atena, insomma. Anzi, farsi aiutare di continuo da una dèa è indegno un eroe vero. DANIEL MA CHE RAZZA DI EROE È ODISSEO!

Al termine del seminario – e sull’onda di questa riscoperta reciproca -, padre e figlio partono insieme per una crociera “a tema” nel Mediterraneo, seguendo un percorso che in teoria dovrebbe ripercorrere le tappe del lungo viaggio di Ulisse da Troia a Itaca. Sì, sembra molto trash, ma per una volta i legittimi sospetti iniziali si dimostreranno infondati. Navigazione e seminario si intrecciano a pluridecennali ricordi di famiglia e al grande enigma di cosa davvero sia stata la vita interiore di Mendelsohn-padre, sia come genitore che come individuo “indipendente”.
Conosciamo mai davvero i nostri genitori? O quel che ci è dato sapere è solo l’impronta che su di noi lascia la porzione di cammino che hanno trascorso con noi? La memoria che raccogliamo strada facendo – quello che vediamo “da figli” – è tutto quello che c’è da sapere? Com’erano prima di noi? Cosa sono diventati grazie o malgrado noi?
Ulisse, gran mentitore e maestro di stratagemmi e travestimenti, è forse il personaggio perfetto per esplorare i flutti dolci e mutevoli del ricordi – la sua, in effetti, è una storia di ricongiungimento e dei sacrifici che si fanno per essere finalmente riconosciuti.

Ogni famiglia ha la sua mitologia ma, come per tutte le storie che diventano patrimonio comune, è legittimo domandarsi da quale radice provengano. Il fascino di una storia – che parli di antiche navigazioni o della gioventù dei nostri genitori – sta anche nell’effetto che ci fa, nel constatare come le chiavi di lettura che troviamo parlino di noi e del nostro modo di intendere il mondo. Una delle domande definitive, per Mendelsohn, quella a cui si approda dopo un lungo navigare, è cosa ne sarà di quel mondo una volta scomparso il padre. Nell’anno emblematico che ricostruisce in questo libro si riannodano i tanti fili rimasti sciolti e misteriosi, si conclude la parabola di un eroe cocciuto e comincia quella di un figlio che, seppur adulto, si dovrà confortare con un’assenza mai esperita, unica nel suo genere.

È un libro per chi ha voglia di intripparsi con l’Odissea, certo, ma è anche un esperimento che ne riprende la struttura condensandone i temi “relazionali”, quelli che superano lo scorrere del tempo e possono parlarci in ogni epoca. Dovere e fortuna, ambizione e avversità, fedeltà e tradimento, padri e figli, slanci e paura, vittorie e sconfitte. Da sempre, ci raccontiamo storie per spiegarci chi siamo. E, quando arriviamo a una conclusione potenzialmente soddisfacente, scopriamo che il viaggio ci ha cambiati… per capire come, non ci resta che partire per una nuova avventura. A Itaca si arriva mai? Forse no.

 

Dunque, c’è una tecnica narrativa che nella sua rassicurante tondeggianza ci assiste sin dai tempi dell’Odissea: il racconto “ad anello”. Una vicenda si apre e, prima o poi, il cerchio si chiude, presentandoci una storia nella sua totalità senza tralasciare antefatti, peripezie mediane e conseguenze.
Quello che troviamo all’interno dell’anello è tutto ciò esiste? Dipende. Gli anelli sono estremamente funzionali, ma spesso lasciano margini per immaginare un mondo più vasto, senza pretendere di illuminarne la totalità. Il quanto “ci sia” nell’anello è anche una scelta di posizionamento filosofico, un modo di intendere la realtà che poco lascia al caso e molto all’arte di dosare il mistero. Quel che è certo, però, è che gli anelli ci concedono uno scheletro strutturale che può sorreggere ogni genere di racconto, dal ritorno a Itaca alle forme più recenti di esilio.

Con Tre anelli – tradotto da Norman Gobetti per Einaudi -, Daniel Mendelsohn torna nell’orbita di Omero per intrecciare ai propri studi le parabole biografiche di tre illustri personalità letterarie: Auerbach, Sebald e François Fénelon – che cadde in disgrazia per aver scritto Le avventure di Telemaco, malissimo accolto dal Re Sole. Tutti e tre hanno in comune uno sradicamento involontario da luoghi d’origine, un movimento che li porta alla deriva ma riesce anche ad ampliare l’orizzonte della conoscenza e le possibilità di intravedere un grande disegno complessivo – forse utopico – capace di accomunare culture e sensibilità storiche diverse.
Servono particolari infarinature di partenza su Auerbach, Sebald e Fénelon? No. È uno di quei libri che non costruisce altari facendoci pesare quel che non sappiamo, ma nasce come opportunità di incontro e scoperta.

Da Proust a un modellino fin troppo meticoloso del Partenone, dagli studi classici a una Istanbul che diventa asilo, epoca dopo epoca, per eruditi in fuga, Mendelsohn forgia con sapiente curiosità tre anelli ambiziosi e leggibilissimi. Il risultato finale è un’avventura storico-autobiografica che trasforma una riflessione sulla struttura “base” del nostro modo di raccontare in un viaggio letterario senza tempo.
Il destino sa quel che fa? Sicuramente sì, se riusciamo a identificare gli indizi giusti e se abbiamo la pazienza di prenderla abbastanza larga… in attesa che il cerchio ci riporti al principio, con tutta la fatale meraviglia accumulata lungo il cammino. E magari anche un po’ di saggezza in più.

Perché non documentarsi sull’avvincente esistenza della formica tagliafoglie, mi domando. Chi siamo noi per tirarci indietro di fronte a questo prodigio organizzativo della natura. Cosa ci impedisce di affrontare la saggistica zoologica con la meticolosità che merita. LE FORMICHE TAGLIAFOGLIE SONO CAPACI DI COLTIVARE, PERBACCO.

Se devo esternare un solido parere sul grado di complessità di questo libro, va sinceramente detto che non si tratta di uno di quegli ameni testi di divulgazione “pop” – o puramente aneddotici – tipo “le lontre marine si tengono per mano per non andare alla deriva AWWW CHE TENEREZZA INSOSTENIBILE”. Gli autori, illustri mirmecologi di lungo corso, non ci risparmiano dissertazioni particolareggiate su enzimi, esperimenti intricati, struttura del sistema nervoso e polisaccaridi fogliari. Per qualche prodigio, però, Le formiche tagliafoglie di Bert Hölldobler e Edward O. Wilson – tradotto da Isabella C. Blum per la sempre fascinosa collana Animalia di Adelphi – fila via relativamente bene. Credo molto sia dovuto al fascino del tema.

Che mai faranno, queste benedette formiche? Parecchio.
Le tagliafoglie sono classificabili come superorganismi simbiotici: non ha senso prendere in considerazione una singola formica, perché la titanica espressione della sua “intelligenza” e destrezza strategica si esprime nella colonia. E la colonia esiste con lo scopo di espandersi e di sostenere la propria crescita. Come? Mantenendo salda una relazione di simbiosi: le tagliafoglie non raccolgono con precisione militare la materia vegetale per mangiarla, lo fanno per “nutrire” la loro vera fonte alimentare, un fungo che viene collettivamente coltivato nei nidi.
Insomma, le foglie dan da mangiare al fungo (che prolifera e garantisce prosperità alla colonia solo in determinate condizioni) e la formica mangia quello. Et voilà, ecco l’agricoltura ed ecco due specie – una formica e un fungo – che collaborano e comunicano. Se la fungaia muore anche la colonia muore e sia il fungo che la formica hanno tutto l’interesse a continuare a sostenersi a vicenda.

Perché mi intrippo con queste cose? Perché siamo abituati a classificare l’intelligenza basandoci su quanto somiglia alla nostra. La natura non ha affinato le società delle formiche tagliafoglie per stupirci o offrirci uno spettacolo – anche se incidentalmente succede – ma per cogliere un’opportunità, esplorare una possibilità di specializzazione estrema e di “pensiero”. È pensiero che si basa su assunti differenti dai nostri – e di certo usa altri parametri ancora per stabilire in cosa consista il “successo” di un processo evolutivo – ma riesce ad amministrare alla perfezione milioni di individui che perseguono tenacemente uno scopo condiviso.
Quel che pare innato negli animali, quella misteriosa direzione precisa che sintetizziamo con il concetto di “istinto” non ha niente di miracoloso: è lo spazio in cui si esercita la capacità minuscola di risolvere un problema – sopravvivere – partendo da presupposti quasi inconcepibili per noi. La meraviglia della scienza forse sta proprio in quello spazio di possibilità lì: imparare a vedere quello che governa in silenzio noi, i funghi e le formiche che li coltivano… da molto prima dell’uomo.
Lunga vita alle tagliafoglie – e ai loro funghi!

***

[Bonus track]
Insetti più “fruibili”? Magari anche alla portata dei bimbi? Ecco qua una lista a tema.

Quanto mi sono arrabbiata per Oliva. Quanto mi sarebbe piaciuto materializzarmi a casa sua con una macchina del tempo. Ma mi è anche venuto da pensare che l’epoca che avrei potuto offrirle era sì relativamente migliore rispetto alla sua, ma di certo non ancora perfetta. Vero, si progredisce per gradini incrementali – e il nostro oggi, per Oliva, sarebbe stato fonte di stupore e di fantascientifica meraviglia -, ma quanta sofferenza è passata sotto traccia? Quanti destini deformati senza rimedio sono stati dimenticati? Quante vittime delle “circostanze” sono rimaste silenziosamente sepolte? Quante possibilità negate e compromessi ignobili?

Come parecchie lettrici e lettori, ho fatto amicizia con Viola Ardone grazie al Treno dei bambini e sono stata felice – al netto del legittimo furore suscitatomi dal popolo di Martorana – di ritrovarla qui.
Oliva Denaro è un romanzo che personifica un problema antico
. Ardone lo fa aprendoci le porte di una casa povera e onesta, una casa con un campicello e qualche gallina. Si raccolgono lumache da vendere al mercato, si ricamano corredi, si va a scuola ma senza esagerare – soprattutto le femmine. Le femmine con delle idee finiscono zitelle… e poi chi le mantiene? Siamo in Sicilia, sono gli anni Sessanta, il paese è così piccolo da occupare tutto l’orizzonte del possibile. Sembra un paradosso, ma ci sta. I mondi chiusi fanno quell’effetto: le regole sono queste, non si scappa perché si sa così poco di quel che c’è “fuori” che non si saprebbe dove andare, come comportarsi, dove mettere i piedi. È un posto che impedisce di concepire un’alternativa e, di madre in figlia, ci si tramanda una subordinazione strutturale. Padrone di quattro mattonelle di casa, dominatrici indiscusse delle proprie cucine (se va bene), officianti di rosari velenosi, le donne di Martorana si vessano a vicenda perché sono abituate a farsi carico anche delle colpe non loro.
Ci sono delle regole.
C’è un prezzo da pagare per la pace della famiglia, per la rispettabilità.
Dal padre di una svergognata non si vanno a comprare le lumache. E dire “no” quando non navighi nell’oro è da ingrate e da presuntuose. Modeste e prudenti, silenziose e al di sopra di ogni sospetto.
Se c’è chi si prende certe libertà è perché sei stata troppo disinvolta.
Se c’è chi si approfitta di te non c’è da sorprendersene: l’uomo è cacciatore, ha delle esigenze. Sta a te non provocare, sta a te preservare l’unico bene prezioso che hai.
Nessuno si prende una brocca rotta… tranne chi l’ha rotta, forse. E in quel caso bisogna pure ringraziare.

Oliva cresce in un mondo in cui il matrimonio riparatore è un istituto legislativo ammissibilissimo, un artificio asimmetrico che permette a tutti di salvare la faccia e alle ragazze “rovinate” di raggiungere l’unico scopo plausibile per una giovane: passare dalla casa governata dal padre alla casa governata da un marito. Come si fa ad avere sedici anni in un contesto simile? Si cresce nello spazio di una notte, senza averlo chiesto.
Ardone ci trasporta con immediatezza nell’universo interiore di Oliva. È una voce che ruzzola con candore dall’infanzia a un’adolescenza costellata di trappole potenzialmente irreparabili. Con uno sguardo semplice e testardo, questo romanzo è una sorta di risarcimento per le molte Oliva che ci hanno precedute, innumerevoli donne triturate o cancellate da una cultura sfavorevole che è stata la nostra e che, per certi versi, non ha cessato di esserlo. È un libro di un’immediatezza cristallina, privo di retorica – per quanto a tratti comprensibilmente didascalico -, toccante e combattivo. Non ci sono intenti consolatori, perché per tante è troppo tardi e tante non hanno nemmeno avuto gli strumenti per percepire un’ingiustizia di fondo. C’è la volontà, però, di dare un senso al male subito, di mostrarci uno spiraglio di sacrosanta rivalsa: una che ha avuto la forza di tentare… anzi, di sopportare le conseguenze di una scelta controcorrente. Un altro romanzo in cui il grigio dell’umano, delle cattive intenzioni portate a compimento e delle belle speranze disattese si fanno narrazione, perché i modelli che ci tramandiamo non contribuiscano a restringere gli orizzonti ma ci avvicinino costantemente a un futuro che potremo valutare come “migliore” di quello di Oliva… e anche del nostro.

 

Dunque, Veronica e il diavolo – in libreria per Einaudi – si avvale dell’antico ma sempre fascinoso espediente del manoscritto ritrovato… ma in questo caso il manoscritto è reale e arriva dall’Archivio Generale della Compagnia di Gesù a Roma. Che cos’è? È una sorta di “dossier” eterogeneo che ricostruisce l’esorcismo di una giovane donna attraverso le annotazioni quotidiane dei padri chiamati a liberarla dal maligno. Nello scartafaccio si imbatte quasi per caso – o per destino? – Fernanda Alfieri che, da storica dotata di penna suggestiva e grande visione narrativa, decide di indagare più a fondo e di cercare di restituire voce, contesto e dignità almeno fattuale a Veronica Hamerani, l’ossessa di via di Sant’Anna. Ogni capitolo si apre con un brano del “dossier” degli esorcisti e, da lì, Alfieri si imbarca in uno sconfinato lavoro di verifica dei fatti, ricostruzione dei precedenti, identificazione dei protagonisti e inquadramento degli eventi in un più ampio contesto culturale e storico.

Il risultato è un’opera ibrida, splendidamente ricca, eclettica e umanissima. Dalle peripezie biografiche dei gesuiti a cui toccò l’ingrato compito di fronteggiare il demonio in una casa romana si passa alla storia “globale” del loro ordine, dal mestiere degli Hamerani – incisori di monete e icone – si arriva a inquadrare la salute dell’istituzione papale nel 1835, dalla teoria della bile nera si approda allo stato della medicina del tempo – e a come anche lì ci venisse attribuita una strutturale inferiorità uterina da amministrare e blandire. Dalla politica alla fisiologia, dalla religione alla superstizione, Veronica diventa una sorta di campo di battaglia metaforico, il centro di gravità di un’intera concezione del mondo.

Non immaginatevi un esorcismo da “cinema”. Il diavolo di Veronica si avvale di pochi effetti speciali e di ottimi moccoli in romanesco. È burino e canzonatore, il grillo – libero – per la testa di una ragazza cresciuta in un contesto di luttuoso declino e miracoli caserecci, un limbo in cui la fede sconfina nella superstizione o nella ritualità pervasiva assimilata come automatismo.
Veronica non ha voce in capitolo, ma forse è il suo diavolo a parlare per lei, mentre una pletora di uomini (variamente castigati nella carne e votati alla castità) si avvicenda nella sua stanza per ridimensionare i suoi eccessi e ricondurla nel solco del concepibile, dell’appropriato e del controllabile, per decidere se è matta, impostora o pia martire perseguitata, per ristabilire il dominio della chiesa sulle sue greggi.
Veronica è muta, è la protagonista più tangenziale di sempre… e Alfieri – che con i comprimari che circondano Veronica edifica legittimamente un impianto storico magnifico – lo riconosce e lo evidenzia. Alfieri ci restituisce Veronica rispettandone la marginalità, perché è una marginalità emblematica, che comunica cosa doveva voler dire essere una Veonica nel 1835 molto meglio di come un qualsiasi demonio di passaggio – magari anche uno colto quanto Padre Manera – avrebbe mai potuto fare. Perché il problema, al tempo e forse anche un po’ adesso, è trovare qualcuno che ascolti…

 

Non mi sforzerò nemmeno lontanamente di compilare una classifica, che già è stato arduo arrivare a queste sintetiche conclusioni. Quella dei libri preferiti dell’anno è senza dubbio la lista più difficile da assemblare e mi getta puntualmente in un gorgo di dubbio, tentennamenti e FOMO retroattiva. Non si può nemmeno sfuggire a una certa ridondanza, perché se nell’arco degli ultimi dodici mesi ho apprezzato un libro è raro che non l’abbia già dichiarato qua e là, chiacchierandone su Instagram o scrivendone qua sul blog. Insomma, al netto di tutte queste menate, dedichiamoci a quest’impresa di sintesi che risponde alle seguenti coordinate:

  • i libri che mi sento di segnalare fra i preferiti dell’anno X non sono necessariamente usciti nell’anno X, anzi. La mia scarsa reattività al nuovo è tendenzialmente assai spiccata, quindi c’è un po’ di tutto – anche se nel 2021 sono caduta dal pero un po’ meno del solito, mi pare.
  • i criteri son più “sentimentali” e istintivi che rigorosi e bilanciati. Insomma, per una volta mi concedo il lusso di non pensare a equilibri ferrei tra fumetto, narrativa, saggistica, editori e cento altre interpolazioni possibili.
  • nel caso ci siano luoghi dove ho elaborato un po’ meglio le mie impressioni non esiterò a indirizzarvici per approfondire.
  • no, Crossroads di Franzen non l’ho ancora finito. Abbiate pietà per i ritmi altrui.

Benone, ribadendo l’onnipresente problema della fallibilità umana, ecco qua il mio miglior 2021 libresco.

*

Bernardine Evaristo
Ragazza, donna, altro
(Sur)
Traduzione di Martina Testa

Un esperimento narrativo corale che sintetizza senza retorica o condiscendenza tanto del dibattito (finalmente) attuale su rappresentazione, genere, identità e privilegio. Un libro prezioso per innovazione strutturale, piglio bellicoso e per rifocalizzazione del punto di vista.

Ecco qua dove ne avevo parlato in origine.

*

Elizabeth Strout
Olive, ancora lei
(Einaudi)

Traduzione di Susanna Basso

Il ritorno di Olive Kitteridge, la bisbetica più amata del Maine, ha rinnovato la mia ammirazione per Elizabeth Strout, che si conferma splendida ritrattista delle minuzie del tran tran quotidiano e delle testarde meschinità con cui tendiamo a complicarci la vita. È anche un libro che indaga gli effetti del trascorrere del tempo e il coraggio necessario per concederci una seconda possibilità, per quanto tardiva e monca ci possa sembrare.

Serve un approfondimento? Accomodatevi qua.

*

Teresa Ciabatti
Sembrava bellezza
(Mondadori)

Cianciamo tanto della necessità di dipingerci “forti” e poco inclini a compromessi, ci dichiariamo pronte ad accogliere ogni genere di sensibilità – inclusi i personaggi femminili capaci di concedersi l’indubbio lusso di una spigolosità palese e impenitente – e applaudiamo senza remore i più vari elogi dell’imperfezione, ma quanto ci crediamo davvero? Quanto li digeriamo senza subirne con stizza l’urto inevitabile? Forse Teresa Ciabatti non è facile da leggere. Anzi, non è piacevole da leggere. Nella voce narrante che sceglie per Sembrava bellezza non c’è nulla di comodo, edulcorato o strutturato per rassicurarci. Ecco, reduce da un biennio in cui il mondo sembra essersi accorto (con comodo) che anche il pensiero positivo perenne e onnipresente può risultare tossico e colpevolizzante, ho trovato questo romanzo particolarmente liberatorio. Ma non tanto per il gusto di seguire le peregrinazioni di una ragazza “cattiva” che mai metabolizza fino in fondo delle ombre dell’adolescenza, credo sia più una questione di zone grigie. Non c’è desiderio di rivalsa senza insoddisfazione e non c’è narratrice inaffidabilissima che non sia anche profondamente consapevole delle proprie storture e delle proprie mancanze. Non c’è ambizione all’ascesa – sia estetica che di “status” – che non parta da un’intima conoscenza di una distribuzione disomogenea delle fortune. Credo sia anche per questo che ho amato questo libro: è probabile che i personaggi imperfetti la sappiano più lunga di noi perché conoscono sia i loro deficit che quel che occorrerebbe per raggiungere la felicità e l’appagamento. Vivono all’interno di quella distanza impossibile da colmare e ci abitano concedendosi il loro unico guizzo sincero: un’insoddisfazione sacrosanta, velenosa, più vera di ogni tentativo di dipingersi meglio di quel che sono e, nel non sapersi vendicare in prima persona, vendicano noi.

Per una cronaca un po’ più lineare di questo libro, qua si può riguardare la diretta con la sottoscritta, Daniela Collu e – in coda – Teresa Ciabatti, che appare come un cigno-fantasma.

*

Kazuo Ishiguro
Klara e il sole
(Einaudi)

Traduzione di Susanna Basso

Ishiguro è stato uno dei graditi e attesi ritorni – non pochi, devo dire – del 2021. Anche a questo giro il tema al cuore del romanzo è il seguente: che cosa ci rende umani? Per ipotizzare una risposta, Ishiguro si fa aiutare da una schiera di simulacri – molto realistici e credibili, ma pur sempre artificiali – che popolano un mondo rarefatto e socialmente atomizzato. Si piange pure con gli androidi? Già.

Il post provvisto di tutti gli optional e degli upgrade più moderni si può leggere qua.

*

Giulia Caminito
L’acqua del lago non è mai dolce
(Bompiani)

Ho tifato tanto allo Strega – non è servito -, ma Giulia Caminito ha avuto la sua rivincita al Campiello e ne sono stata immensamente felice, di certo per il valore del romanzo ma anche per la soddisfazione di veder riconosciuto, per una volta, il talento di un’autrice limitrofa alla mia condizione anagrafica e che di sconfitte generazionali ha parlato senza piagnistei e deferenza verso l’ordine costituito. Gaia, la protagonista, è una piccola gorgone di lago e anche la lingua che Caminito sceglie per guidarci nella sua lotta quotidiana sconfina quasi nell’incisività e nel piglio del mito. Si parte da una famiglia disastrata, tenuta insieme solo dalla forza di volontà e dall’impermeabilità all’umiliazione dell’ingombrantissima madre, Antonia. Si procede per tappe, verso un riscatto imposto che passa per lo studio e le violentissime reazioni all’accumulo di ingiustizie di quegli anni che ci vengono spesso venduti come i più verdi e belli, ma sono verdi e belli quanto il fondo limaccioso e buio del lago di Bracciano, cornice di questa storia. Non ci si lamenta, non ci si rassegna, non si mostra il fianco. Ma dopo tutta questa fatica, tutta questa brace incandescente che coviamo e che man mano diventa sempre più fredda e rassegnata, dov’è tutto quello che ci è stato promesso? È forse mai esistito?

*

Leigh Bardugo
La trilogia di Shadow and Bone 

La serie di Netflix, almeno nel mio caso, ha prodotto quell’auspicabile esternalità positiva che prevede la trasformazione dello spettatore televisivo in lettore del materiale di partenza. Di solito preferisco arrivare “preparata” alla visione di una serie, ma in casi più rari può anche capitare che ci si trasformi in salmoni che compiono all’inverso il naturale percorso di avvicinamento. I tre romanzi di Tenebre e ossa mi hanno egregiamente tenuto compagnia, generando anche quell’effetto “devo vedere subito come va a finire” che non si manifestava da un po’. Per quanto trovi Alina irritantissima e per quanto io sia perfettamente in grado di scorgere più di un difetto nell’impianto generale e nella “resa” di questi libri, non è stato affatto impervio sedermi là a godermeli lo stesso. Innumerevoli sono stati gli incoraggiamenti a proseguire con Sei di corvi – se non proprio i “lascia perdere i primi tre, puoi leggere direttamente la duologia che è molto meglio”, ma m’è sembrato più opportuno farmi un’idea meno raffazzonata del mondo e dunque eccoci qua con un timbro nuovo di pacca sul passaporto del Grishaverse. Grazie per aver fornito il necessario intrattenimento, Leigh Bardugo. E un saluto anche a te, Ben Barnes.

*

Emmanuel Carrère
Yoga
(Adelphi)

Traduzione di Lorenza Di Lella e Francesca Scala

Che anno denso di attesi ritorni (non deludenti) e di narratori splendidamente inaffidabili, è il caso di dirlo. Carrère continua a menarci per il naso? È possibile, ma a questa ipotetica grande mistificazione – che forse poi è la mistificazione strutturale che passa per la soggettività del ricordo e di quello che ci raccontiamo per sopportare quello che succede, forse – continuo a cedere volentieri.

Per impressioni un po’ meno nebulose, il post era qui.

*

A cura di Sheila Williams
Relazioni – Amanti, amici e famiglie del futuro
(451)

Dodici racconti – raccolti da Sheila Williams per l’annuale impresa antologica della longeva serie tematica Twelve Tomorrows del MIT – per ipotizzare altrettante nuove strutture dello “stare insieme” in un contesto più o meno dominato dalla tecnologia. Coppia, figli, dating, eredità e memoria… cosa ci riserverà il futuro nel vasto calderone del legame sentimentale, dell’ordine sociale e della relazione umana? Grandi nomi della speculative fiction e della fantascienza cercano di immaginare una risposta – e no, non è detto che sia catastrofica.

Per approfondire, ecco qua.

*

Anna Maria Ortese
Il mare non bagna Napoli
(Adelphi)

Qua c’è un racconto che chissà in quale maniera sconclusionata avevamo letto a scuola. È il racconto della bambina che non ci vede e finalmente riceve un paio d’occhiali, per poi scoprire che tutto sommato stava meglio prima, in una realtà ovattata e nebulosa che le risparmiava l’orrore di una messa a fuoco precisa dell’esistente. E quel che esiste attorno a lei è Napoli, una vertigine urbana che sobbolle e digerisce a ciclo continuo ogni possibile configurazione dell’umano. Non rammento una lezione su Anna Maria Ortese, a scuola, ma il racconto della bambina mezza orba sì. Gli altri quattro movimenti di questa sinfonia dissonante e magnifica sono un tardivo recupero e, credo, anche una prova di coraggio – non tanto per me che leggo, ma più per Ortese che scrive senza pentimenti. Il tempo per pentirsi e limare sarebbe poi arrivato, ma quel che resta è una capacità magnetica di creare una distanza, il distacco necessario ad esercitare la libertà dello sguardo, a inforcare quegli stramaledetti occhiali per esercitare una soggettività unica, inclemente, poetica, mostruosa e viva.

*

Madeline Miller
Circe
(Marsilio)

Traduzione di Marinella Magrì

No, non so ancora dirvi nulla sulla Canzone di Achille. Dopo aver così apprezzato Circe, però, sono certa che lo affronterò presto e con una certa fiducia. Figlia del Sole e della ninfa Perseide, Circe cresce fra i Titani imparando a schivare le folgori delle nuove divinità olimpiche. Da sempre poco malleabile e incomparabilmente meno luminosa dei suoi fratelli, compatisce Prometeo e crea mostri, cercando un luogo dove potersi sentire davvero a casa. Paradossalmente, la vita di Circe sembra germogliare davvero da quella che per dei e mortali potrebbe somigliare alla peggiore delle condanne: l’esilio eterno sull’isola di Eea. Tra animali e piante, Circe asseconda la magia e diventa il cuore pulsante di un universo di prodigi, incontri, lotte secolari e sorti illustri. Una rivisitazione godibilissima e colta che espande il mito e trasforma in protagonista indimenticabile una figura in cui siamo abituati a imbatterci quasi di sfuggita: la comparsa infida ed egoista nella grande epopea dell’astuto e nobile Odisseo assume qui rotondità, mente, cuore e potere. Non solo equipaggi trasformati in maiali, insomma, ma una maga che pur andando ben poco a spasso contiene moltitudini. Viva Circe. E occhio a Scilla.

*

Paolo Cognetti
La felicità del lupo
(Einaudi)

Allora, io a Fontana Fredda non ci vivrei in pianta stabile, ma mi fa piacere soggiornarci per qualche tempo per andare a trovare i personaggi di Cognetti. Forse no, non ho ancora finito la mia decrescita cittadina e non sono ancora pronta a confrontarmi con l’immensità glaciale delle vette montane, ma anche questa volta il sortilegio d’alta quota si è ripetuto. È un romanzo che rallenta il ritmo del quotidiano e lascia intravedere un’alternativa che ha poco della negazione e del rifiuto e molto della ricostruzione ragionata. Pur restando dove sono, è un libro che mi ha fatto bene.

Per qualche impressione un po’ più articolata, vi indirizzo volentieri qui.

*

Concluderei con un ringraziamento un po’ ridicolo. Vorrei ringraziare i libri che sono riuscita a leggere quest’anno – pure quelli brutti o deludenti – per avermi accompagnata per un pezzo di strada. Neanche il 2021 è stato un anno semplice o particolarmente ricco di speranze provenienti dal mondo esterno e poter costruire, leggendo, un rifugio o un’oasi di sano svago ha rappresentato per me un buon punto fermo. Pochi o tanti che siano, i libri che ho letto o ascoltato – e qua nei preferiti ce ne sono diversi che ho ascoltato, da Circe a Il mare non bagna Napoli, ma anche Giulia Caminito – sono stati un puntello e un posto diverso dove far lavorare il cervello. Pochi o tanti che siano, è andata bene così.

Ulteriori rotte per la navigazione:
– siete in ritardo coi regali ma volete fare dei regali “letterari”? Vi lascio un memo per Storytel. Ci sono un casino di gift card e qua c’è sempre il mese gratis che vi donano perché siamo amici.
– a parte Instagram, anche qua nella vetrina Amazon cerco sempre di tenere traccia di quello che leggo man mano.
la lista di Natale “generale”.
la lista di Natale per i piccoli e le piccole.

Jean-François Champollion diventerà il vostro nuovo spauracchio durante quei tremendi momenti di smarrimento del tipo “maledizione, non ho ancora combinato niente nella vita… e ormai è tardi!”. Ebbene, Champollion decifrò la Stele di Rosetta a 20 anni, devastando la nostra autostima ma consegnando al contempo al mondo, nel 1822, la chiave per restituire voce ai monumenti di una civiltà intera, rimasti muti per millenni insieme al resto dell’abbondantissimo lascito documentario disseminato tra Alto e Basso Nilo. Io, a 20 anni, non riuscivo neanche a gestire un paio di collant, figuriamoci interpolare il greco, il demotico e i geroglifici, primeggiando tra gli studiosi della mia epoca in rapidità ed efficacia.

Invidia per l’erudizione altrui a parte, in questo saggio storico-linguistico – in libreria per Ponte alle Grazie -, l’egittologa Barbara Faenza punta a farci comprendere meglio il funzionamento della società dell’antico Egitto attraverso la scrittura. 
Il segno immortale non è un corso di grammatica egizia, ma qualcosa che somiglia di più a un esperimento di immedesimazione e razionalizzazione di una realtà passata, un tentativo di avvicinarci al modo in cui un antico popolo ha assimilato il suo ambiente e ne ha codificato i meccanismi (per immagini simboliche rimaste punto fermo nonostante il lunghissimo e longevo susseguirsi di dinastie faraoniche), sia dal punto di vista “pratico” che filosofico. Scrivere costruisce il mondo, insomma, ma è dei mattoni di quel mondo che la scrittura sembra servirsi per descrivere l’esistente.

Al di là delle infinite e sfiziosissime curiosità che potrete ricavare da questo libro, il messaggio che forse più affascina ha a che fare con la sacralità attribuita alla scrittura, come veicolo della voce divina e mezzo ordinatore. La cosmogonie di maggior “successo” cominciano sovente con una voce che ordina al mondo di esistere, ma è solo scolpendo un nome nella pietra che si garantisce all’anima di sconfiggere il tempo.
Ogni segno geroglifico somiglia a qualcosa che c’è e si vede, ma la scrittura nell’antico Egitto è elevata ad arte “magica” che, con la sua sintesi sapiente, trasforma in concetto universale anche il più semplice dei segni. C’è del magico davvero nel sapere scegliere gli elementi più adatti a produrre questo ponte immediato tra forma stilizzata ed espressione culturale condivisa, guidata da logiche che nemmeno troppo in filigrana comunicano ancora anche a noi.
La scrittura descrive quel che c’è, ma plasma anche i valori che guidano il nostro sguardo: è un processo circolare di creazione e uno scambio che si serve della codificazione di una grammatica e di uno specifico bacino di convenzioni per dare senso e memoria a quel che consideriamo concepibile, pensabile, “nostro”… sulle sponde del Nilo come oggi, forse. Al sapiente Ptah l’arduo responso… e a voi una felice lettura geroglifica.

 

Perché in tutti i film di esorcismi le vittime del demonio di turno sono sempre bambine o ragazze adolescenti? E perché l’assassino comincia sempre dalla cheerleader bionda che si accoppia col fidanzato? Abbiamo la certezza che Godzilla sia un maschio? Perché, in una maniera o nell’altra, l’opinione pubblica ci tiene sempre tantissimo a dipingere “male” le mamme dei serial killer più efferati? Perché lo zoccolo duro del pubblico dei programmi di true crime è formato in prevalenza da donne?

In questo saggio eclettico e assai battagliero – uscito per Tlon nella traduzione di Laura Fantoni -, Jude Ellison Sady Doyle attinge esempi da fatti di cronaca (anche lontani nel tempo) e dal nostro multiforme immaginario di riferimento – dal cinema alla letteratura – sistematizzandoli in una vasta disamina della mostruosità femminile. È una mostruosità più attribuita e artificiosa che oggettiva, un costrutto culturale di vocazione strumentale che ha radici profonde e remotissime – che spesso ritroviamo nella cosmogonia stessa dei popoli più disparati – e che deforma ogni ruolo identitario che col tempo ci è stato attribuito, dallo status di figlie a quello di madri.

Il mostruoso femminile. Il patriarcato e la paura delle donne : Doyle, Jude Ellison Sady, Fantoni, Laura: Amazon.it: LibriIl corpo che si trasforma (per dare la vita, ad esempio) o per affacciarsi alla sessualità è il grande campo di battaglia. La posta in gioco, argomenta Doyle, è quella del controllo da esercitare e preservare per fare in modo che lo status quo – l’impalcatura patriarcale pervasiva che ha strutturato da ambo le parti il nostro modo di concepire l’ordine umano del mondo – continui a reggere. E perché regga è necessario che i ruoli non cambino e che nessuna desideri più di quanto le è stato concesso. Chi devia dal seminato è mostro, strega, forza maligna, matta o belva.

Dalla mitologica Tiamat alla Lucy di Dracula, Doyle cerca qui di rendere onore al profondo slancio di libertà che ogni donna-mostro ha espresso (malgrado i vincoli della sua condizione) e cerca anche di rendere giustizia a chi in mostro è stata trasformata per preservare una narrativa che tenta di renderci più controllabili, meno riottose, più gestibili e utili a una causa strutturata per non giovarci.

Una lettura che un po’ si discosta dal discorso introduttivo al femminismo più “appetibile” per cominciare a sporcarci le mani, affacciandoci su un paesaggio quasi inevitabilmente feroce. Perché anche nello scenario all’apparenza più estremo e splatter esiste un fondo di delegittimazione sistematica che riguardo anche il nostro quotidiano e l’immaginario in cui siamo state abituate, più o meno velatamente, a riconoscerci. Per Doyle, le gabbie servono a rinchiudere quel che temiamo, ma anche a tenere al riparo il resto del mondo da quello che non possiamo sperare di controllare. E tramandare questa paura, adattandola di volta in volta ad epoche e sistemi valoriali, è uno dei tanti modi per continuare a tenere in piedi le gabbie che da sempre ambirebbero a contenerci.

 

Mi sembrava scorretto produrre una lista di potenziali doni per lettori cresciuti e tralasciare le vaste praterie dell’infanzia. Eccoci dunque qua per rimediare a questa grave e lacunosa ingiustizia. Prima di cominciare con i suggerimenti “nuovi”, voterei per un rapido ricapitolone delle risorse già presenti e sempre utili per trarre ulteriore ispirazione. Cos’è già uscito? Ta-da:

Ciò detto, ecco qualche spunto da recapitare agli elfi di Babbo Natale per propiziare le letture delle creaturine che popolano le vostre vite. Precisazione sull’età di riferimento: il mio bambino ha cinque anni e troverete qua una rassegna di quello che ha apprezzato in questo periodo (o nel periodo dell’asilo, tanto per chiarirci). Legge autonomamente? No, ma siamo piuttosto dell’idea che anche proposte più “difficili”, se c’è qualcuno che spiega e accompagna, siano avventure felicemente affrontabili.

Vado.

*

Aina Bestard
Paesaggi perduti della terra
(L’ippocampo)

Di Aina Bestard avevamo già adorato Una nuova vita – Come nascono i bebè animali (sì, sono riuscita a piangere con i pinguini e le tartarughine) e ho accolto con la medesima ammirazione questo bellissimo volume dall’aria un po’ rétro. Sembra un atlante d’altri tempi, da sfogliare meravigliandosi delle illustrazioni e dei capitoli tematici che ripercorrono le tappe dell’evoluzione della terra, dalle rocce agli pteranodonti.

*

Andrea Antinori
Sulla vita dei lemuri – Breve trattato di storia naturale
(Corraini)

Dunque, Corraini si sta addentrando – con il consueto gusto per il surreale – in un fascinoso filone di storia naturale. Data la sua passione sconfinata per gli invertebrati, Cesare si è sciroppato con curiosità e partecipazione anche Sulla vita sfortunata dei vermi di Noemi Vola, che è un po’ il cugino meno sintetico di questo trattato illustrato sui lemuri. L’approccio è estroso: notizie zoologiche “realistiche” presentate con un pazzissimo approccio narrativo e illustrazioni mai banali.

*

La nave cervo - Gallucci editore

Dashka Slater & The Fan Brothers
La nave cervo
(Gallucci)

Che meraviglia visiva. E che grande abilità nella navigazione ci nascondevano gli animali – nonostante l’assenza del pollice opponibile! Un inno alla curiosità e all’allargamento dei confini del proprio mondo, ma anche una rinfrancante conferma che l’amicizia e la collaborazione possono portarci dove mai avremmo immaginato di arrivare.

*

Lara Albanese & Tommaso Vidus Rosin
Mappe spaziali
(Nord Sud)

Questo è l’atlante che ho fornito a mio padre – competente e assiduo astronomo amatoriale – per allietare suo nipote su un terreno familiare. Oltre alla presentazione (visivamente dinamica e molto d’impatto) degli elementi strutturali del cosmo, troverete anche i pianeti del nostro Sistema Solare e le nozioni base per avvicinare i più piccoli ai misteri dell’universo.
Intanto che ci siamo, segnalo volentieri anche Il sole e i pianeti di Patricia Geis. Ha uno squisito stile d’impaginazione “vintage” e si avvale di numerose soluzioni cartotecniche (alette, lancettine, finestrelle…) che animano le illustrazioni e sostengono l’impianto concettuale.

*

I viaggi di Ulisse. Ediz. a colori - Ricardo Gòmez - copertina

Ricardo Gómez & Mariona Cabassa
I viaggi di Ulisse
(Nomos Bambini)

Cito questo titolo per ricordarvi in realtà un’intera collana che Nomos Bambini ha inaugurato – e già ben popolato – quest’anno. Si chiama Miti Classici e, dalle Amazzoni alle fatiche di Ercole, punta a rendere fruibili le grandi storie della tradizione mitologica “occidentale” anche ai più piccoli e alle più piccole. I libri sono tutti illustrati e sviluppano una narrazione compiuta che abbraccia uno specifico episodio mitologico. Alla fine di ogni volume troverete qualche pagina di inquadramento storico e letterario.

*

Tom Froese
Mummie svelate
(Franco Cosimo Panini)

Che cosa c’è di più festoso e natalizio di una storia illustrata dell’imbalsamazione, mi chiedo! So bene che quella per l’antico Egitto è una fase quasi obbligata della curiosità infantile e, dopo puzzle, kit di scavo a forma di piramide che m’hanno intoppato pure l’aspirapolvere e momenti di autentico terrore semantico quando s’è trattato di descrivere la composizione morfologica del Dio Anubi, eccoci qua con le mummie e con un altro volume che arriva dalle splendide edizioni del British Museum. Dai vasi canopi al destino ultraterreno dei faraoni, una panoramica accurata e godibilissima di questo affascinante pilastro della civiltà egizia.

*

Harry Potter – Il libro di cucina ufficiale
(Magazzini Salani)

Per la rubrica “giocose attività da svolgere con la prole ma che sarebbero molto più agevoli da svolgere se la prole si limitasse a mangiare ma vuoi mettere il divertimento che ci perderemmo”, ecco qua una nuova emanazione dell’universo potteriano. Dai grissini-bacchetta ai dolci di Mielandia, 40 ricette ispirate al mondo di Harry Potter per allietare i fan in erba e far felici pure noi vecchi bacucchi cresciuti con la saga. L’edizione, in tutta onestà, è magnifica.

*

Mike Lowery
Cose pazzesche su dinosauri e altre bestie preistoriche
(Nord Sud)

Mike Lowery, volevo dirti che anch’io sono una tua grande fan. Sarà lo stile del disegno e la vispa organizzazione delle pagine, sarà quel senso dell’umorismo un po’ slapstick e la capacità di sintetizzare con giocosità anche concetti non immediatissimi, ma riesco a rendermi perfettamente conto del perché Cesare abbia apprezzato così tanto questo libro e torni periodicamente a sfogliarlo anche da solo. La struttura è piuttosto classica – da dove vengono i dinosauri? Come sono fatti? Come si collocano su un pianeta in evoluzione? – ma ben poco ci si annoia. Nozioni utili, umorismo, fracassonate!

*

Sergeij Kozlov & Jurij Norstein | Illustrazioni di Francesca Yarbusova
Il riccio nella nebbia
(Adelphi)

Il riccio nella nebbia nasce negli anni Settanta come progetto d’animazione della premiatissima ditta – è proprio il caso di dirlo – Kozlow/Norstein/Yarbusova. Per curiosità, eccolo qua. La storia, poetica e onirica, è quella di un riccio che si smarrisce in una foresta impestata da una nebbia impenetrabile mentre tenta di raggiungere il suo amico orso. Quest’edizione è un prezioso adattamento “statico” della versione animata, diventata un classico sia per la narrativa russa per l’infanzia che per il pubblico internazionale – perché il viaggio dell’eroe è un concetto universale… ma non capita spesso di affidarlo a un riccio come questo.

*

Tom Curtis
Allo zoo con papà
(il Saggiatore)

Tom Curtis è il detentore di una delle pagine Instagram più cretine e geniali di sempre: su @thingsihavedrawn raccoglie le versioni “realistiche”, da lui medesimo FOTOSCIOPPATE, dei disegni sbilenchi dei suoi bambini, prevalentemente a tema zoologico. È una roba esilarante, imbecille e dolcissima che ha ora trovato una sua versione narrativa: Allo zoo con papà raccoglie le perle più indimenticabili di questo bestiario assurdo, ma è anche una sorta di carrellata – raccontata in forma di filastrocca – degli incontri salienti di una gita padre-figli in mezzo agli animali.

*

Si potrebbe come di consueto proseguire all’infinito, ma si fa quel che si può. Spero di essere riuscita a lanciare qualche spunto intrigante e vi auguro felicissime letture coi bambini e le bambine della vostra orbita – o pure per conto vostro, chi può dirlo. Un libro valente non ha età.