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Arrivo con la consueta tempestività – così fulminea che è già uscito il seguito, La malacarne -, ma pigliatemi come sono. La malnata di Beatrice Salvioni (in libreria per Einaudi Stile Libero) è stato un esordio lavorato e comunicato assai bene e uscito in cento traduzioni praticamente all’istante.
È una storia lontana nel tempo – siamo a Monza negli anni del fascismo e dei primi slanci bellico/coloniali – ma raccontata principalmente attraverso un’amicizia sghemba
e un legame adolescenziale più forte di ogni circostanza avversa, pregiudizio provinciale e disparità socio-economiche. Francesca è figlia di una famiglia distinta – anche se meno ricca di un florido “prima” – e Maddalena, la Malnata del titolo, è figlia di una serie di disgrazie di cui viene per comodità ritenuta responsabile. Francesca è stata addestrata a diventare una signorina a modo che non produce chiacchiere e non fa fare brutta figura alla sua famiglia, mentre l’altra gira scalza in riva al Lambro e risponde a una bussola morale decisamente meno allineata ma solidissima. Diventano amiche per far esistere questo romanzo, che trotta al passo delle loro ginocchia sbucciate.

Non si sa chi addomestichi chi, ma vederle costruire un fronte di coraggio comune ne infonde anche un po’ a noi – e anche a me, che tollero poco e male le bambine magico-ribelli e le bambine timorate e obbedenti. È una dinamica che abbiamo già letto, ma il contesto circostante aiuta a renderla viva, con una manciata di personaggi che non saranno tredicimila ma riescono a ritagliarsi un senso e un po’ di cuore nell’economia generale della storia. A me non frega niente di acchiappare le lucertole o di rubare le oche, ma si tifa sempre per chi ci vede meglio di noi e la paura ce la fa dimenticare almeno per un po’ – anche se quella di crescere resta. 

Per far funzionare Destinazione errata di Domenico Starnone – in libreria per Einaudi – bisogna stabilire all’istante che il protagonista è un poveretto. Se partiamo da quel presupposto lì, se decidiamo che lui è un mollusco, un pavido, un inetto e anche un viscido opportunista si può procedere, altrimenti è un po’ complicato seguirlo e credere in questo inspiegabile harakiri sentimentale.

Cosa succede. Il poveretto in questione fa lo sceneggiatore e lavora in prevalenza con questa Claudia a una serie che s’è inventata lei. Invece di scrivere “ti amo” alla moglie – intelligente, in carriera, bellissima – lo scrive per sbaglio a Claudia e Claudia gli risponde subito una roba tipo “finalmente ti sei deciso!”. Ciò basta a sprofondarlo in un vasto panico esistenziale.
Non sappiamo cosa Claudia ci trovi, in questo qui, ma a quanto pare lo ama in silenzio da un pezzo. Anche lei è sposata e dotata di prole. Lui, che di figli ne ha tre e che adora sua moglie – ricambiatissimo – e gode dell’ammirazione che la sua famiglia visibilmente perfetta suscita negli altri, non ha manco mai percepito Claudia come un potenziale oggetto del desiderio, ma tanto basta. Lei lo lusinga con questa confessione e lui, anche se non l’ha praticamente mai guardata in faccia e nemmeno si ricorda di che colore ha i capelli, decide che non può ferirla dicendole “scusa Claudia ho sbagliato a pigiare non era per te quel ti amo lì”. Visto che la semplice verità tende a spezzare le tibie alle storie, questo tentativo d’avventura extraconiugale viene sviscerato nel libro nell’arco di un’impervia settimana.

Due sventurati. Sia presi singolarmente che assieme. Claudia è sventurata anche affiancata al marito, si insinua lentamente nel corso della narrazione, ma lui no – ci pensa da solo. Quanto può tediarci la felicità per andare a incistarci in una situazione così mesta? Ma che ci frega di limonare nei portoni, a quasi quarant’anni, imponendoci pure una passione che non è mai esistita e che rantola per tirare la testa fuori da un oceano di Lego Duplo?
L’aspetto innovativo, qua, è che si rovescia una verità istintiva ben radicata: il corteggiamento è romantico, il corteggiamento è pieno d’emozione e di passione travolgente che spazza via la ragione e t’invade la vita. Il corteggiamento è quel momento che si racconta perché mai più forse ci si amerà con così tanta foga e sprezzo del pericolo. Starnone ce l’ha presente, questa faccenda, ma alza la mano per dire no, non sotto la mia giurisdizione. Guarda che tristezza, che meschini problemi pratici, che pulsioni fiacche. Non è un romanzo sulle corna o una storia di relazioni, è speculative-fiction con due persone in crisi di mezza età al posto di alieni, civiltà al collasso e androidi senzienti. Il cuore di questo libro non sta nel pretesto narrativo del messaggio spedito alla persona sbagliata, ma sta forse nella rappresentazione di un corteggiamento brutto, nato da una noia millenaria e da uno struggente complesso d’inferiorità – mi dedico a Claudia, che pare aver davvero bisogno di me. Occorre essere disperati davvero – o troppo felici – per sperare di dare uno scrollone alla propria vita con una storia d’amore così. E lui, che ha l’unico talento di complicare il semplice, meriterebbe una sediata sui denti meno obliqua di quella che gli offre Starnone. Resta il santo patrono delle corna? Sì, ma dovendo scegliere continuo a tifare per Lacci.

Il Premio Malaparte viene assegnato ogni anno a Capri a una personalità rilevantissima della letteratura internazionale. È una felice parentesi di convivialità, dibattito e fertile incontro con l’isola che, nelle sue molte trasformazioni, preserva tenacemente la sua vocazione culturale e artistica. Il vincitore dell’edizione 2025, la ventottesima, è Fernando Aramburu, pubblicato in Italia da Guanda, assai amato da un vasto pubblico per Patria e tradotto per ormai consolidato sodalizio da Bruno Arpaia. Il Malaparte è un riconoscimento all’opera “complessiva” e la preziosa presenza di un autore dal catalogo così nutrito si è anche trasformata in un’occasione per discutere di generi diversi, metodi di lavoro, ricerca linguistica e longevità creativa – che esiste se la spinta per la scrittura obbedisce a un impulso antico e non alla continua replicazione di successi scarsamente architettabili a tavolino.

Prima di procedere con il resoconto dell’intervistona, ecco qua qualche risorsa dal Malaparte-verso.
📚 Edizione 2023: una conversazione con Benjamin Labatut
📚 Edizione 2024: l’incontro con Rachel Cusk
📚 Edizione 2025: Fernando Aramburu si trasforma, piuttosto letteralmente, in un dono per l’isola.

 

 

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Procediamo? Procediamo.

Aramburu si è mosso con grande disinvoltura tra narrativa – dal romanzo-mondo alle storie di formazione che attingono dall’esperienza giovanile in un contesto impervio come quello dei Paesi Baschi -, scrittura giornalistica e racconto. La novità più recente, Ultima notte da poveri, approdata in libreria in sostanziale concomitanza col premio, è proprio una raccolta di racconti – particolarmente caustici e imprevedibili. Ci sono trasformazioni, derive grottesche, persone che maneggiano forme di male per deliberato desiderio di nuocere o per opporre una disperata difesa. È gente disallineata, ma anche prontissima a sganciarsi dal sentimento comune di “opportunità” e decoro. Cosa succede ad Aramburu, quando devia dal romanzo per cimentarsi col racconto?

I racconti mi invadono la testa e mi danno il tormento finché non mi decido a scriverli. Non so perché ma nei racconti perdo il mio lato compassionevole nei confronti dell’umanità. Nel caso dei romanzi, invece, sento di lasciare uno spazio maggiore alla speranza. Non so spiegarmi nemmeno perché nei racconti ci sia sempre una maggiore brutalità, oltre a questa carenza di compassione. Temo non siano letture molto allegre o libri adatti ad accompagnarci sotto all’ombrellone, perché contengono costantemente una certa dose di veleno, di zone buie e cupe.

Ma a controbilanciare c’è anche un buon senso dell’umorismo…

È vero, faccio ricorso all’arma dell’umorismo… ma bisogna fare attenzione col mio umorismo. Da quanto ho potuto verificare, ha la peculiarità di mostrarsi e di venire a galla nelle situazioni in cui forse sarebbe più opportuno un atteggiamento improntato alla gravità, a volte al lutto, alla serietà. Ma è un aspetto che mi definisce quando scrivo e non appartiene alla mia vita quotidiana, alla vita di tutti i giorni. Ovviamente, però, la letteratura esiste anche per permetterci di immaginare situazioni spiacevoli, nelle quali non vorremmo mai trovarci nella vita reale – frangenti come la morte, il dolore, i conflitti matrimoniali e quelli all’interno di una famiglia…
Vi posso assicurare, però, che nella vita di tutti i giorni sono un uomo tranquillo. Ma quando prendo la penna in mano sono assolutamente senza freni. Si scatena il diavolo che c’è in me. [ride]

Se i racconti si materializzano come idee fulminee o “accensioni” improvvise, che ossessionano finché non trovano uno spazio sulla pagina, il lavoro romanzesco è radicalmente diverso, anche all’atto pratico.

Parto sempre da un progetto ben definito e ben delineato. Prima di scrivere la prima frase di un romanzo ho già preso una gran quantità di decisioni, soprattutto formali. È un po’ come se si trattasse di preparare una partita a scacchi in cui, ancora prima di iniziare, bisogna già avere in mente tutte le figure e i personaggi. So che ci sarà una madre, un bambino, un figlio. E la trama, in queste fasi preparatorie, non è neanche così importante.
In secondo luogo, vanno prese delle decisioni relative alla lingua, allo stile della lingua. Non uso sempre la stessa musica verbale. Ad esempio, se devo scrivere una storia ambientata nei Paesi Baschi, sapendo che il popolo basco è poco incline alla verbosità, soprattutto a una verbosità molto fiorita, non potrò scrivere con uno stile come quello – ad esempio – di García Márquez.
Un altro aspetto importante, nel caso del romanzo, è il finale. Ho bisogno di sapere come finisce la storia, ne ho un bisogno assoluto – al contrario di quel che mi succede nel caso dei racconti.
Conoscere il finale mi permette di sapere anche dove mi trovo, in qualunque momento della redazione, e dove mi sta portando il fiume narrativo. Il fatto di conoscere la fine mi permette di capire se una parola, un dettaglio, un aggettivo è superfluo o necessario alla trama. E questo aspetto per me è di capitale importanza. Perché un romanzo sia un buon romanzo dobbiamo fare una serie di scelte coerenti che si traducono in scene, dettagli e parole… e tutti questi elementi, congiuntamente, ci fanno confluire verso il finale. Non è detto che sia scolpito nella roccia e che non possa essere cambiato – è successo, anche se resta rarissimo – ma, in generale, tutto va pianificato nel dettaglio. Inizio a lavorare alla trama solo quando comincio con la redazione vera e propria.

Ma come fanno questi approcci così diversi, questi metodi dalle strutture radicalmente opposte a convivere in un unico scrittore?

A casa mia è come se ci fosse una cabina armadio con tantissime ante diverse e in ogni anta c’è una personalità letteraria. In funzione di quello che serve, tiro fuori dall’armadio un vestito specifico – c’è quello del romanziere, quello dell’editorialista… mi trasformo letteralmente in una persona e in uno scrittore diverso in funzione del testo che devo scrivere. E questo l’ho imparato in Germania [dove Aramburu vive ormai dagli anni Novanta]. Il fatto che nell’ambiente in cui abito da così tanto tempo si parli una lingua diversa dalla mia lingua nativa, ha prodotto un certo timore: il mio spagnolo, con gli anni, stava diventando una lingua desueta? Da qui mi sono imbarcato in un processo di oggettivazione della lingua, l’ho “estratta” da me per osservarla. Mi sono anche concesso degli esercizi, un’attività che potrei paragonare a quella di un ventriloquo: mi sono divertito a imitare lo stile degli altri scrittori – e sono riuscito, a volte, anche a ingannare degli amici, a presentare loro dei testi che avevo scritto io ma che loro erano certi che fossero di un altro autore.

A proposito di estrema riconoscibilità, come si “sopravvive” o si impara a convivere con un successo numericamente così rilevante e anche così trasversale come Patria?

Quello che non volevo fare era ripetere quel genere di successo, perché non sento il bisogno di entrare a tutti i costi nella classifica dei bestseller. Non è colpa mia se Patria è stato il successo che è stato, ma di certo non posso permettere a Patria di proiettare costantemente la sua ombra sulla scrivania dove lavoro. Sono sicuramente mosso da una grande ambizione… ma è un’ambizione letteraria. Se il successo arriva va bene, è sempre il benvenuto, ma non definisce il mio lavoro. Dopo Patria ho aspettato cinque anni per uscire con un nuovo romanzo e in quei cinque anni ho pubblicato versi, riflessioni su altri autori, una raccolta di poesia… avrei potuto capitalizzare il successo di Patria, scrivere immediatamente dopo un Patria 2 e, di certo, mi avrebbe portato un riscontro economico importante. Ma sapevo già che non si sarebbe trattato di un libro di mio gradimento. Non ci avrei creduto nemmeno io, in un libro così. So di avere a disposizione degli anni in cui voglio vivere e scrivere, anni da impiegare per realizzare il mio sogno di adolescente: scrivere un’opera letteraria nel miglior modo possibile, secondo le mie capacità. E questo sogno è indipendente dal successo, che può arrivare o meno. Tutta la mia vita è improntata alla realizzazione di quel sogno, che per me non è in nessun modo negoziabile.

Che tipo era quel ragazzo che sognava di scrivere?

Ero un ragazzo anarchico, un po’ surrealista, coi capelli lunghi… penso che litigheremmo, se ci incontrassimo per strada oggi. [ride] Le idee che ho adesso penso susciterebbero i suoi rimproveri. Ma sono io, in fondo, quello dei due che è sopravvissuto. Non ho la sensazione che nella mia vita sia avvenuto a un certo punto un cambiamento radicale, uno stacco secco o una rottura con il passato. Mi ritengo piuttosto il risultato di un’evoluzione complessiva – il risultato di quello che ho imparato e di quello che mi hanno insegnato.
C’è però una cosa che mi accomuna ancora a quel ragazzo di 14 o 15 anni. Non abbiamo mai accettato la violenza e continuiamo a non accettarla. Mai, in nessuna circostanza, né nell’ambito privato e nemmeno nella società. E qui mi sto riferendo alla violenza di cui sono stato testimone. Proprio da adolescente, ho dovuto fare una scelta: partecipare a quella violenza o oppormi. Penso che l’operato e il lavoro degli intellettuali, in questo senso, sia importantissimo. Qualcuno deve pensare, dal luogo e dallo spazio dell’intelligenza. Possiamo essere d’accordo o no – a seconda dell’intellettuale che parla – ma se non esprimono gli intellettuali chi dovrebbe farlo? I politici? Le persone sui social network? Nelle società più conflittuali e inclini alla violenza, giornalisti e intellettuali sono quelli che scompaiono o che, prima o poi, vengono messi a tacere.

Ci si conosce davvero solo quando ci si rende disponibili ad ascoltare gli altri? Ed è anche così che si può sperare di costruire dei personaggi autentici, scrivendo?

Penso che l’osservazione degli altri abbia un valore e un’utilità quando si ha l’opportunità di farlo da vicino. Osservare una persona in televisione, ad esempio, non ha alcun significato, perché vediamo una persona truccata, collocata all’interno di una situazione concordata. Quello che faccio nei romanzi è soprattutto parlare delle persone, a livello concreto. Non scrivo thriller, non scrivo romanzi rosa, non mi ritengo un esperto di storia o di politica – ovviamente ne so qualcosa, ma non abbastanza da poterne scrivere. Se devo proprio considerarmi un’autorità in qualche campo, è quello della conoscenza dei miei simili. Ma nei loro aspetti più privati, nel loro modo di essere, di saper stare, di capire la vita, di gestire gli anni che restano loro da vivere. Di capire qual è la loro idea della morte, come funzionano le loro relazioni, i loro rapporti familiari, quali sono i loro gusti. Sapere soprattutto come si comportano e come affrontano le tragedie. Per me la noia non esiste: se non ho niente da fare mi siedo fuori al bar e guardo la gente passare.

Si sta in mezzo agli altri per avere qualcosa da scrivere, ma quando bisogna effettivamente farlo serve stare per conto proprio?

Amo moltissimo la solitudine e passo tantissime ore in solitudine, magari con la compagnia della mia cagnolina. E di tre cactus. La mia vita è molto ritualizzata: mi piace fare ogni giorno la stessa cosa alla stessa ora. Ho preso a esempio Kant che diceva “potete utilizzarmi per regolare l’orologio, se volete”. Questo modo di organizzare la mia giornata e la mia vita produce un grande senso di equilibrio. Ovviamente si tratta di una solitudine scelta, volontaria, di cui ho il controllo e che posso interrompere in qualunque momento – sono un uomo sposato, ho una famiglia, ho dei figli, ho una nipotina. Credo che la solitudine sia importantissima per uno scrittore e sono molto grato alla Germania che in qualche modo mi ha isolato. Se fossi vissuto a Madrid o a Barcellona probabilmente avrei scritto il 10% di quello che ho scritto, perché mi avrebbero chiamato gli amici per chiedermi di uscire, di andare a teatro o in giro. E mi conosco… non ho forza di volontà, sarei uscito sempre. In Germania non è successo, invece. Da scrittore mi è andata benissimo così.

Si sentono meglio le voci dei personaggi, in questo produttivo isolamento “scelto”? Pensiamo a un libro come Patria, che di voci ne contiene un coro…

Quando ho iniziato a scrivere, visto che non ero capace di scrivere, ho optato per la prima persona singolare. [ride]. In Patria, invece, ci sono nove voci narranti, più il testo – anche il testo interviene in quanto voce narrativa – e devo dire che se un personaggio ha la responsabilità di essere narratore, lo fa utilizzando la propria voce, una voce che lo caratterizza. Non utilizza la mia voce di scrittore. Se un personaggio è un bambino parlerà con un linguaggio da bambino, semplice. Se è una persona con poca cultura magari commetterà anche degli errori, parlando. Se si tratta di un docente universitario avrà un registro linguistico molto più alto. Tutto questo ha lo scopo di far sì che il lettore sia convinto della verità narrativa. Il mio scopo ultimo è che il lettore dimentichi di avere un libro tra le mani e che abbia piuttosto l’impressione di guardare dalla finestra e veder scorrere le vite degli altri, potrà emozionarsi per queste vite, ridere e piangere. Credo che questo sia il risultato più alto che un romanziere possa ottenere. Il tutto inizia con un inganno, come sappiamo, perché il romanziere non consegna nelle nostre mani un romanzo. Consegna un testo che spetta ai lettori decifrare. E ovviamente questo dipende dal lettore, il modo in cui il testo viene decodificato. Chi è stato in un bookclub lo sa bene – lo stesso libro può ricevere molteplici interpretazioni e reazioni, a seconda della persona che lo legge. Ho tre cactus perché mi servono a ricordare che scrivo per gli altri e non per me e i cactus hanno più o meno le dimensioni della testa di un essere umano – e un’enorme virtù: parlo ai cactus ma loro non mi rispondono. Mi ricordano in ogni momento che loro potrebbero essere i miei potenziali lettori e prima di cominciare a scrivere, ogni giorno, dico loro “oggi scriviamo e la voce narrante sarà quella di un bambino, d’accordo?”. Siccome nessuno ribatte, possiamo cominciare a lavorare tranquillamente. Ecco cosa succede quando si passano così tante ore in casa da soli.  

Tra cabine armadio piene di personalità letterarie, diavoli narratori, cactus che fungono anche da oracoli e uno sguardo acutissimo sempre puntato sugli altri, Aramburu sarà anche contento di stare da solo ma non lascia sicuramente da soli i suoi lettori e le sue lettrici. E anche al Malaparte si è dimostrato una splendida e affascinante compagnia. 

[Ringrazio ancora il premio per questa ormai consolidata avventura autunnale e Ferrarelle Società Benefit – che ormai da quattordici anni sostiene il Malaparte come sponsor unico – per l’ospitalità e la sempre splendida opportunità.]

Gli antropologi di Ayşegül Savaş – tradotto da Gioia Guerzoni per Gramma di Feltrinelli – non fornisce connotazioni geografiche precise. Non si sa dove vivono, Asya e Manu, e non sappiamo nemmeno da dove arrivano. Quel che conta sono le distanze.
Lei fa la documentarista, lui lavora in una no-profit. Stanno insieme dai tempi dell’università e non condividono una lingua madre comune, perché anche fra di loro esisteva, in partenza, una distanza.
Si amano, hanno scelto una città ed è lì che vorrebbero mettere radici – cominciando magari col mollare l’appartamento in affitto per comprarne uno che somigli di più a chi sono diventati. Una decisione pratica, ma anche molto simbolica: siamo lontani da “casa” da anni, ma nulla di questo paese nuovo ci appartiene ancora. Cosa ci succederà quando potremo dire che il posto dove abitiamo è “nostro” – mutuo permettendo? Vuol dire che indietro non torneremo mai?

Che esista un oceano a separarvi dalla vostra casa d’origine o che vi troviate a un’ora di macchina dal quel che c’è ancora della vostra famiglia, Asya e Manu concretizzeranno col loro piccolo mondo tante delle emozioni contraddittorie che accompagnano la lontananza. Oscillano tra il bastarsi – con i rituali soddisfacenti di una quotidianità ordinata – e la ricerca di nuove connessioni. Hanno un caro amico, l’unico, expat anche lui, con cui cincischiano serenamente in uno spazio urbano che li include ma li fa comunque sentire sempre estranei. Ricevono aggiornamenti su nonne anziane, fratelli e nipoti che non vedono invecchiare o crescere con l’assiduità della presenza costante e si sentono sia sollevati che progressivamente sempre più disancorati. Accolgono le rare visite dei genitori e ne escono sfibrati, perché si sentono in dovere di rassicurarli sul fatto che sì, stanno bene, ma non vogliono nemmeno che se ne vadano pensando che stanno molto meglio lì, senza di loro. Si sentono in colpa perché non possono precipitarsi all’ospedale se qualcuno sta male ma sono anche consapevoli del benessere che ricavano da quel presente che hanno saputo costruire in piena autonomia. Devo continuare? Ci siamo capiti. Che siano 75km o che ci voglia un volo intercontinentale, questo è.

Di etnie e popoli non si parla in questo romanzo, perché siamo nell’ambito di una migrazione “privilegiata” e la scelta, anche, è quella di indagare il concetto universale di legame di famiglia. Se Savaş inserisse nel quadro una specificità geografica, la storia finirebbe probabilmente per arenarsi in un ginepraio di potenziali fraintendimenti. Non si vuole commentare come si sta in un certo paese, arrivandoci da expat, o stabilire confronti tra la società di partenza e quella d’arrivo. Si fa dell’altro – e lo si fa con struggente e delicata precisione, pur mantenendo dei contorni sfumati. 
Il percorso di distacco e di creazione di un nucleo nuovo di affetti e punti di riferimento rompe gli equilibri, deforma il tempo e mette in discussione l’idea stessa di “casa”. Asya e Manu sono un microcosmo autosufficiente, ma sono solidi abbastanza da potersi permettere qualche ambizione. Vogliono pensare al domani, continuare a costruire qualcosa lì dove si trovano, ma sono anche avviluppati in una malinconia che li obbliga a non guardarsi indietro con leggerezza. Gli altri sono rimasti, perché noi non ci siamo riusciti? Ci incoraggiano e parlano di noi con orgoglio, ma non sarebbero più contenti se vivessimo al piano di sotto? Nemmeno un nipotino volete farci? Certo, lo vedremmo crescere come vedete invecchiare noi, da lontano, ma è comunque meglio del vuoto che avete lasciato. Non vi stiamo rimproverando, lo diciamo perché vi vogliamo bene…

Asya e Manu, insomma, sono sia disancorati che pronti a mettere radici in un terreno d’elezione e questo stato di sospensione li fa sentire trasparenti, ancora di passaggio. Osservano attentamente, prendono le misure – alle case che visitano come alle persone che incontrano. E studiano quel mondo nuovo come una minuscola squadra di rigorosissimi antropologi.
Che bel magoncino, signora mia. 

Cos’è, questo Rifiuto di Tony Tulathimutte – uscito qui da noi per e/o con la traduzione di Vincenzo Latronico?
È un romanzo di racconti, più una meta-appendice finale in cui l’autore si fa rifiutare il libro da una casa editrice. Le storie stanno in piedi pure da sole, ma contengono personaggi e rimandi che appaiono anche nelle altre.

Mondo?
È sia il nostro che quello incistatissimo e ultra-tribale delle comunità digitali. Ci trovate il dating (più o meno) online, il porno, i videogiochi, gli incel con le spalle strette, i tech-bro startuppari fanatici, i collettivi universitari che decostruiscono e problematizzano anche un toast al formaggio, i maschi che si considerano più femministi delle femministe, i segaioli stravolti, la gente che decide di non avere un’identità e se ne crea così tante sui social da trasformarsi in un mito o in una cospirazione, le ragazze sole che si aggrappano a uomini che se le fiondano una volta e poi dicono “cavolo, hai frainteso, ci tengo troppo alla nostra amicizia”.
Sono tutte persone incastrate e storte che si sentono troppo bizzarre per trovare una nicchia di vera appartenenza e che, allo stesso tempo, non desiderano quella solitudine e non l’hanno chiesta. Sono certe di essere impossibili da amare o da capire, di essere troppo o troppo poco e si rifugiano in un vittimismo paradossale che è talmente egoriferito e “chiuso” da smentire il loro desiderio di base – trovare qualcuno che le veda, che le capisca, che se le pigli e le faccia sentire normali, una buona volta. Al “povera/o me” s’attacca tutto il discorso dell’identità, che Tulathimutte spezzetta in un gran sistema solare di auto-marginalizzazioni e di traumi specifici, sbandierati per accumulare ancora più punti-compassione e non per combattere le iniquità – reali e zeppe di implicazioni – con la forza di un collettivo. Che altro avrebbero, altrimenti?

Che c’entrano gli spazi digitali? Parecchio, perché se nel mondo “reale” e in mezzo alla gente si appare all’istante alieni e inadeguati, invasati con roba che non conosce nessuno o cronicamente sfigati e soli, online si può fare a meno del corpo, si possono mediare le interazioni per farle diventare gestibili, si può ripartire da zero – mascherandosi da altro – e spremere dopamina dai cuori che arrivano. Ci si rappresenta e ci si racconta, si separano gli ambienti per fare in modo che almeno uno diventi vivibile, ma ci si può ingannare fino a un certo punto – perché il corpo, volenti o nolenti, c’è. 
Sono anche posti in cui la rabbia trova una destinazione e viene nobilitata dalla ricostruzione di una rete di punti di riferimento – questo contesto ha rigettato anche te? Perfetto, vieni qua che siamo già parecchi e, a ben pensarci, forse abbiamo ragione noi. Nessuno è felice della sua condizione, ma non è un patimento passivo e arrendevole: contiene sempre la convinzione – più o meno ben riposta – di aver subito un’imperdonabile ingiustizia.
Qua dentro c’è molto sesso, ci sono kink considerati irricevibili dagli stessi personaggi che quelle pulsioni le provano, ci sono fantasie che si dilatano fino all’assurdo più totale e c’è roba obiettivamente schifosa che, per accumulazione estremamente fantasiosa, trasforma il libro in una succursale di Rotten che, oltre al corpo, comprende anche le relazioni umane.

Il linguaggio?
Ha tradotto Latronico e, anche senza aver visto il materiale di partenza, quel che ha dovuto gestire non è solo l’inglese, ma anche un’abbondanza di gerghi specialistici da subculture del web, il miscuglio di slang e brevità delle chat “chiuse”, l’aziendalese, il motivazionalese e lo spogliatoiese. Non sono certissima che qua dentro si batta il record mondiale dell’utilizzo del termine “sborra”, ma qualche soldo ce lo metterei. Dev’essere stato un lavoraccio e molte decisioni gestionali si sono visibilmente rese necessarie, ma fila via in una maniera che in italiano suona plausibile.

Non so quanto senso abbia – dato il tema e il passo del libro – star qua a proporre dei trigger-warning ma, se siete di costituzione delicata e cercate storie confortevoli ed edificanti, non credo che vi convenga molto tentare. 
Per tutti gli altri, Rifiuto è doomscrolling a forma di romanzo. Fa ridere, fa vomitare, fa impressione (sia per inventiva che per schifo e arguzia), fa satira, esaspera profondamente, ipnotizza come un incidente stradale e non somiglia a niente. Non vuoi neanche immaginartela della gente del genere, ma vuoi andare avanti a leggere. È un libro strutturato in modo da farvi sentire, sviscerare e trovare problematiche, disoneste e strumentali tutte le campane. Quel che le accomuna è che suonano irrimediabilmente a morto e il funerale potrebbe diventare il nostro – sempre che non lo sia già.

 

Tendiamo ad associare le saghe di famiglia a una foliazione imponente e al moltiplicarsi dei volumi, specialmente quando c’è di mezzo una dinastia “industriale”. Con L’immensa distrazione – in libreria per Einaudi – Marcello Fois opta per una certa sintesi… anche perché il suo narratore non è che possa trattenersi in eterno nel limbo che si sorprende a occupare. Ettore Manfredini, d’anni 95, si sveglia infatti stecchito ma non completamente trapassato. Questa condizione intermedia e precaria gli riconsegna il ricordo complessivo della sua esistenza, oltre all’opportunità rara di stilarne un bilancio quando ha effettivamente senso farlo – alla fine, alla chiusura dell’esercizio.

Il romanzo è un’alternanza di memorie concretissime che affiorano alla coscienza del Manfredini e di riflessioni più rarefatte su cosa voglia dire stare al mondo – e sul destino piuttosto tragico che tocca a tutti: si campa in un preciso istante con la consapevolezza che c’è in quel momento lì, ma com’è andata davvero lo si scopre troppo tardi, quando non c’è più la possibilità di rimediare, di far meglio, di soffocare un disastro prima di provocarlo.

La storia di Manfredini attraversa il Novecento italiano ed è anche una parabola di successo che potrebbe apparirci canonica. Un piccolo mattatoio rilevato in gioventù, da ragazzo della campagna emiliana con più di una pezza al culo, e gestito così sapientemente da trasformarsi in un impero industriale capace di sostenere una numerosa famiglia. Sono diventati ricchi, i Manfredini, ma non possiamo certo dirli felici e risolti e, forse, nemmeno fortunati. Stanno tutti espiando una colpa antica? O la radice vera del loro male è un’endemica incapacità di accontentarsi, di vedere l’amore che c’è e le persone per quello che sono, al di là di come potrebbero tornarci utili?

Chiaro, ci sono saghe più travolgenti, attraversate da autostrade a sei corsie di passioni platealissime. Questa è una storia di rimpianto e di un bisogno inesauribile di rivincita, di controllo e di passioni senza sentimento. È la storia di un uomo che non è cambiato mai e che, anche da morto e potendoci pensare su, non vuol capire perché.

[Ci garba Fois che si addentra – con un respiro ampio e “classico” – in un’altra famiglia? C’è la trilogia dei Chironi.]

Di gender-gap nelle professioni tecnico-scientifiche e nella ricerca d’ambito STEM si parla in abbondanza ancora oggi, quindi figuriamoci com’era l’andazzo negli anni Sessanta. In Lezioni di chimica – uscito in italiano per Rizzoli con la traduzione di Anna Rusconi – Bonnie Garmus sceglie quell’epoca lì per la sua Elizabeth Zott, chimica autorevolissima e signorina con zero voglia di allinearsi al modello della casalinga suburbana. La storia di Zott è una specie di ripasso delle rivendicazioni femministe di base perché, per quanto la protagonista aborri la condizione di moglie e madre, la platea che più le darà credito sarà proprio quella. Come ci arriva? Con la TV.

Lezioni di chimica - Bonnie Garmus - Libro - Rizzoli - Varia narrativa  straniera | IBSZott trova un lavoro in un istituto di ricerca popolato da sgobboni e opportunisti che dispone di un unico vero genio. Questo Calvin Harris è un tipo strambo, che socializza poco e ha la fama di legarsi al dito anche il più minuscolo sgarbo. I due, tra un becco Bunsen e l’altro, si innamorano e trovano il modo di essere intelligentissimi insieme. Destano gran scandalo, ovviamente, perché convivono senza essere sposati e lui ha l’ardire di trattarla anche come una collega vera. Creano una famiglia atipica – che riscatta entrambi dal disastro dei loro nuclei di provenienza – , ma nel loro microcosmo tutto funziona….. fino a un cataclisma improvviso. Che ne sarà di Zott? E della figlia che non ha mai voluto ma le è rimasta sul groppone?
Di fatto estromessa e scacciata da quei mentecatti dell’istituto, Zott coglierà al balzo un’occasione economicamente redditizia e, dato che è pure bella e magnetica, diventerà la conduttrice di Supper At Six, un programma di cucina di fascia pomeridiana. Il network sperava di aver assunto una rassicurante massaia, ma Zott trasformerà lo show in una lezione di chimica….. e di proto-femminismo.

Allora, l’ho trovato piacevolissimo, nonostante Zott sia un personaggio che risulta paradossalmente statico. Certo, si riadatta agli accidenti e alle opportunità della vita, ma la sua inflessibile fedeltà a una vocazione scientifica e al rifiuto di qualsiasi convenzione o compromesso sembrano far parte del suo patrimonio genetico, prendere o lasciare. È corretto, mi vien da dire, che Zott sia così, proprio perché il contesto a cui appartiene si aspetta femmine docili, obbedienti, prive di opinioni e di ambizioni, decorative e malleabili, ignoranti e inoffensive: Zott non ha la minima intenzione di rispondere alle aspettative, ma si aspetta invece che sia il mondo a cambiare e lo affronta come se toccasse a lei fare da prototipo, mostrando che un’altra strada dovrebbe essere possibile. Certo che è una specie di monolito alieno, perché se si ammorbidisse anche solo di tanto così il bel soufflé che è questo romanzo si sgonfierebbe, rassegnandosi a somigliare al compromesso imperfetto e quasi sempre iniquo dei nostri percorsi “veri”.

Zott prende sul serio le donne che la guarderanno – prima allibite e poi sempre più gasate – alla TV, le tratta come degli esseri umani capaci e autorevoli, le istruisce e le incuriosisce. E lo fa da persona che condivide il medesimo “svantaggio” di partenza e che ha pagato a caro prezzo quell’intransigenza che, almeno da fuori, risulta così d’ispirazione, così “potente”. Zott non cambierà nulla, dalla mattina alla sera, ma nell’improbabile esperimento che è la sua esistenza non c’è spazio per i vecchi dogmi. Chi l’ha detto che non ci arriviamo, che siamo meno brave, che il nostro posto è solo questo? Voi? Sarebbe meglio verificarlo, se non vi dispiace. Forza, il laboratorio è per di qua – sembra una cucina? Guardate meglio.

[Sì, sono consapevole dell’esistenza della serie TV ma non l’ho ancora vista, anche se mi garberebbe molto capire com’è. Il fatto che sia prodotta da AppleTV fa ben sperare.]

Credo vi convenga cimentarvi con Ultime interviste di (anzi, a) Joan Didion se avete già letto L’anno del pensiero magico e Blue Nights, perché non tutte le otto conversazioni di questa raccolta gravitano attorno a quella porzione lì della parabola letteraria e tematica di Didion ma la maggior parte sì. Con “ultime”, poi, non bisogna intendere “recentissime”, perché la forbice temporale è ampia. Sì, c’è l’ultima-ultima intervista, ma scoprirete che è anche quella più rarefatta, stringata e anche splendidamente sgarbata. Che altro volete, v’ho raccontato già tutto, sembra volerci comunicare – e ha ragione lei.

Una buona intervista si fa se il soggetto interrogato ha qualcosa da dire e se si fanno le domande giuste. Un’intervista *eccellente* è, in realtà, uno scambio tra due persone che si riconoscono e si rendono disponibili alla reciproca curiosità, scordandosi gerarchie e ruoli per creare qualcosa di autonomo, che per ricchezza sta in piedi da solo e aggiunge un tassello in più rispetto ai punti di riferimento di partenza. Che uno scrittore intervisti bene un altro scrittore non è affatto scontato – genera attenzione perché ti porti a casa due grandi nomi in una botta sola, ma bisogna appaiarli con buonsenso. E anche in quel caso non sai come andrà a finire. Didion qua incontra – tra gli altri – Eggers, Sheila Heiti e Hari Kunzru e, per un attimo, riescono a farci dimenticare che gli scrittori e le scrittrici sono anche gente molto tignosa e dispettosa.

Didion è facile da intervistare? Secondo me no. Un po’ perché si percepisce la sua insofferenza per la banalità ma anche perché le costa chiaramente fatica dover verbalizzare quello che di complesso ha preferito affidare alla scrittura. Parlarle, però, è gradualmente diventata un’occasione ghiottissima, specialmente dal suo ingresso eclatante (e straziantissimo) nella non-fiction autobiografica. Si sa, i drammi tirano. Ma Didion, proprio perché ha fatto delle sue tragedie un reportage e un campo di ricerca letterario, riesce a difendersi anche da chi avrebbe voluto raccontarla concentrandosi solo su quello, riducendola a una pura storia di dolore e strazio. Resta tonda, Didion. Anche se è piena di spigoli.

[Ultime interviste è in catalogo da Il Saggiatore e si può anche ascoltare su Storytel – con una “simulazione” ben riuscita di conversazione.]

Reduce da Tutto è meraviglia di Ann Napolitano e con il Piccoledonnometro già in modalità NON DI NUOVO VI SCONGIURO ho affrontato con titubanza e una certa diffidenza il secondo romanzo di Coco Mellorsil primo, Cleopatra e Frankenstein, mi era complessivamente garbato e ne potete leggere qui, senza la partecipazione di Jacob Elordi o di Guillermo del Toro. Napolitano, bisogna dirlo, è arrivata con un annetto d’anticipo e di questo Coco Mellors non ha colpa. I due romanzi, in fin dei conti, hanno in comune solo la presenza di quattro sorelle protagoniste e, nel caso di Blue Sisters – in italiano lo troviamo sempre da Einaudi Stile Libero con la traduzione di Carla Palmieri –, non c’è nemmeno l’intento di incistarsi nelle caratterizzazioni di Piccole donne per creare dei personaggi contemporanei che sembrano condannati dall’infanzia a rimanere incatenati a una specie di vocazione monolitica. Insomma, è un paragone che non ha senso ma che per istinto m’è venuto da fare.

Rogne mie a parte, le sorelle Blue di Mellors – che fanno così di cognome ma sono anche caratterialmente un po’ “blue”, tristi e angustiate – raccolgono a vario titolo uno spiccato talento dinastico per le dipendenze, pur riuscendo mediamente a eccellere in campi molto disparati. 
La prima fa l’avvocata corporate a Londra, s’è sposata felicemente con la sua terapista, è piena di soldi, è sobria da 10 anni e si è lasciata alle spalle un periodo turbolento trascorso in California a farsi le pere.
La seconda faceva la pugile e ha vinto i mondiali.
La terza era un cuore d’oro ma è morta d’overdose da oppiacei tagliati male che prendeva per tenere a bada l’endometriosi.
La quarta ha iniziato a 15 anni a fare la top model.

Cosa succede? Le ritroviamo tutte, sparpagliate e sconvolte per il mondo, un anno dopo la sfortunata dipartita di Nicky. Devono gestire il lutto, la disgregazione definitiva di una famiglia che non ha mai potuto contare su una guida genitoriale solida e le difficoltà che singolarmente le affliggono. La madre, dal niente, informa le sorelle superstiti che intende vendere l’appartamento a Manhattan in cui sono cresciute e dove Nicky è morta. Chi può vada a sbaraccare. Ed è lì che si rivedranno per creare un sistema gravitazionale nuovo. Con immane fatica e numerosi rosponi da sputare.

Sfida un po’ la nostra disponibilità a consegnarci al romanzesco, questa tripletta di successi fuori scala. Per quanto Mellors le azzoppi con droghe, alcolismo e fanatismi sportivi – che fanno del dolore un’altra sostanza che ti risucchia – le Blue sono fin troppo speciali, credo. Dovrebbero essere le dipendenze, che colpiscono indiscriminatamente, a farle tornare sulla terra e a renderle degli esseri umani che possiamo percepire come autentici, ma non per tutte funziona e spesso è l’artificio che prevale.
Mellors ha una sua parabola personale di conquista della sobrietà e non possiamo che gioirne per lei. Qui dentro, il tema si infiltra ovunque e ci trasmette a pieno la potenza di un’ossessione e di una sfida fisica e mentale. Se, da una parte, mi rendo conto che una persona possa finire per diventare la sua dipendenza, dall’altra si fatica a sentirlo reiterare più o meno allo stesso modo per la maggioranza schiacciante delle figure che partecipano a una storia.
Resta però bello sentir parlare i personaggi, è splendido sentirli litigare. Non ho idea di come sia avere una sorella, ma è in quel legame elettrico e negli equilibri sempre fluttuanti del “gruppo Blue” che il libro trova la sua anima e un passo vivo, sincero. Quando Mellors permette a tutte di dimenticare cos’hanno buttato giù, chi fanno finta di essere, quali successoni mirabolanti hanno raggiunto. È lì che ci credi e che le vedi. Non perché ti devi immedesimare, ma perché somigliano a delle persone smarrite. E nel vuoto si prova sempre ad allungare una mano.

Di Laurent Binet avevo già apprezzato moltissimo HHhH – una ricostruzione romanzata dell’Operazione Antropoide, l’attentato a Praga a Heydrich ma me l’ero poi un po’ perso per strada. Nonostante le mie negligenze, mi pare che non abbia mai smesso di dilettarsi con la storia (più o meno lontana) e di collaudare generi diversi. Prospettive – in libreria per La nave di Teseo con la traduzione di Anna Maria Lorusso – mi ha allegramente ripescata da una palude estiva di letture non proprio brillantissime per depositarmi nella velenosa Firenze dei Medici. Qualcuno ha ammazzato il Pontormo e tocca a Giorgio Vasari – solertissimo servitore di Cosimo I – scoprire chi è stato….. e magari anche com’è davvero il muro di San Lorenzo a cui l’artista si è dedicato in gran segreto per più di dieci anni.

Visto che a contare non è solo la materia narrativa ma anche l’esecuzione – così come ai pittori tocca imbroccare il soggetto ma anche dimostrare d’avere una buona mano -, Binet s’inventa una struttura epistolare vivacissima e polifonica, mettendo in piedi un esperimento manieristico che ben si sposa con gli interrogativi “metodologici” della Firenze del tempo – Dürer ha corrotto il nostro sguardo! Savonarola aveva ragione!!1!!1!! Che fine ha fatto il salubre rigore prospettico!!1!

Il Pontormo, in realtà, non è stato assassinato da nessuno e il giallo che Binet confeziona è farina del suo sacco. Si serve però con disinvolto divertimento delle beghe politiche, dell’atmosfera cittadina, delle istanze del popolo minuto, dei conflitti e delle ingerenze fra poteri e butta tutto nel mortaio insieme a un “cast” illustre – da Michelangelo a Cellini -, spaccato da divergenze spirituali, dispetti, vendette e convinzioni profonde (e non sempre conciliabili) sul ruolo dell’arte. Si dipinge per rendere gloria al Creatore o per compiacere il mecenate di turno? E quanto “nude” dovrebbero essere, le creature dell’Onnipotente?

Il ciclo di  San Lorenzo del Pontormo è andato perduto, ma Binet ha saputo scovare (e rimaneggiare) un garbuglio avvincente. Il risultato è piacevolissimo, ricco di dettagli e di umani patemi – per quanto la risoluzione del giallo sia un tantinello estrema. Vasari, che vide davvero gli affreschi, li giudicò orribili, sguaiati e inopportuni e solo in una seconda stesura delle Vite si convinse a inserire il Pontormo fra i suoi grandi – voi, però, non aspettate il benestare di Cosimo I per leggere quel che vi pare. 😎