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Perché in tutti i film di esorcismi le vittime del demonio di turno sono sempre bambine o ragazze adolescenti? E perché l’assassino comincia sempre dalla cheerleader bionda che si accoppia col fidanzato? Abbiamo la certezza che Godzilla sia un maschio? Perché, in una maniera o nell’altra, l’opinione pubblica ci tiene sempre tantissimo a dipingere “male” le mamme dei serial killer più efferati? Perché lo zoccolo duro del pubblico dei programmi di true crime è formato in prevalenza da donne?

In questo saggio eclettico e assai battagliero – uscito per Tlon nella traduzione di Laura Fantoni -, Jude Ellison Sady Doyle attinge esempi da fatti di cronaca (anche lontani nel tempo) e dal nostro multiforme immaginario di riferimento – dal cinema alla letteratura – sistematizzandoli in una vasta disamina della mostruosità femminile. È una mostruosità più attribuita e artificiosa che oggettiva, un costrutto culturale di vocazione strumentale che ha radici profonde e remotissime – che spesso ritroviamo nella cosmogonia stessa dei popoli più disparati – e che deforma ogni ruolo identitario che col tempo ci è stato attribuito, dallo status di figlie a quello di madri.

Il mostruoso femminile. Il patriarcato e la paura delle donne : Doyle, Jude Ellison Sady, Fantoni, Laura: Amazon.it: LibriIl corpo che si trasforma (per dare la vita, ad esempio) o per affacciarsi alla sessualità è il grande campo di battaglia. La posta in gioco, argomenta Doyle, è quella del controllo da esercitare e preservare per fare in modo che lo status quo – l’impalcatura patriarcale pervasiva che ha strutturato da ambo le parti il nostro modo di concepire l’ordine umano del mondo – continui a reggere. E perché regga è necessario che i ruoli non cambino e che nessuna desideri più di quanto le è stato concesso. Chi devia dal seminato è mostro, strega, forza maligna, matta o belva.

Dalla mitologica Tiamat alla Lucy di Dracula, Doyle cerca qui di rendere onore al profondo slancio di libertà che ogni donna-mostro ha espresso (malgrado i vincoli della sua condizione) e cerca anche di rendere giustizia a chi in mostro è stata trasformata per preservare una narrativa che tenta di renderci più controllabili, meno riottose, più gestibili e utili a una causa strutturata per non giovarci.

Una lettura che un po’ si discosta dal discorso introduttivo al femminismo più “appetibile” per cominciare a sporcarci le mani, affacciandoci su un paesaggio quasi inevitabilmente feroce. Perché anche nello scenario all’apparenza più estremo e splatter esiste un fondo di delegittimazione sistematica che riguardo anche il nostro quotidiano e l’immaginario in cui siamo state abituate, più o meno velatamente, a riconoscerci. Per Doyle, le gabbie servono a rinchiudere quel che temiamo, ma anche a tenere al riparo il resto del mondo da quello che non possiamo sperare di controllare. E tramandare questa paura, adattandola di volta in volta ad epoche e sistemi valoriali, è uno dei tanti modi per continuare a tenere in piedi le gabbie che da sempre ambirebbero a contenerci.