Tag

storia

Browsing

Veleggiando splendidamente verso gli 80, Bianca Pitzorno decide di raccontarsi nel modo forse più azzeccato per una scrittrice dall’eredità così vasta, varia e avventurosa: che lettrice sono stata? Che posto hanno occupato nella mia vita i tantissimi libri che prima o dopo mi hanno accompagnata? Cos’hanno lasciato a me e cosa spero la lettura possa lasciare agli altri?
Alla vicenda personale di una bambina precoce, felicemente disordinata, curiosa e aperta a un sano conflitto si mescolano, in Donna con libro, ricordi, imprevedibili lessici famigliari e pure un bel pezzo di storia d’Italia – prima insulare e poi “continentale”.

Da Salgari a Mann, passando per la sconfinata BUR e le tante collane “inventate” decennio dopo decennio per ospitare storie e pensieri, Pitzorno ci accompagna alla scoperta di una biblioteca interiore che funziona come fucina inesauribile di identità e prospettive sul mondo, come polmone di formazione continua.
Non c’è la minima boria, in questo libro. Non c’è traccia di quella seriosità parruccona e arrogante di chi pare leggere più per farti pesare una posizione di presunta superiorità che per autentico trasporto e gioia privata. A Bianca Pitzorno frega pochissimo di leggere con quell’ansia strumentale di “posizionamento”. Legge – e ci spiega com’è leggere per lei – perché non può farne a meno, perché la fa felice e perché le piacerebbe trasmetterci il medesimo sentimento di soddisfatto abbandono e inesauribile stimolo alla scoperta.

Insomma, in un universo di tacchini da combattimento, siate il più possibile delle Bianche Pitzorno. Perché no, non è un caso che chi è capace di leggere e di parlare di libri con questo serafico affetto istintivo abbia anche scritto così tante storie che hanno contribuito in maniera decisiva a farci diventare lettrici e lettori.

*

Un’altra signora ragguardevole che di recente ha deciso di auto-ritrarsi attraverso i libri – quelli che di “peggio” le hanno fatto nella vita, nel caso specifico? Daria Bignardi. Ecco qua Libri che mi hanno rovinato la vita (e altri amori malinconici).

Cora Seaborne entra a far parte a pieno titolo della schiera di signore rispettabili che iniziano a campare meglio all’indomani della dipartita dei loro coniugi. Lo sforzo vero, per la protagonista del Serpente dell’Essex così come per le vedove sue colleghe di fine Ottocento, consiste nel continuare proiettare per un tempo ritenuto decoroso quel dolore e quella contrizione che il lutto richiede, industriandosi però clandestinamente per trovare un nuovo scopo e un modo per impiegare al meglio la libertà fortuitamente conquistata.
Per Cora – che ha perso l’uomo rivelatosi crudelissimo che ha sposato sull’onda di una fisiologica inconsapevolezza giovanile -, questa libertà consiste nel recupero di una sua personalità più antica, “selvatica” e rozza, almeno per gli standard londinesi.
Per ritrovarsi, cambiare finalmente aria e ricominciare, Cora inizia col trasferirsi con figlio e bambinaia-confidente a Colchester, nell’Essex, con l’unica ambizione di rivoltare pietre in cerca di reperti preistorici e di infangarsi il più possibile gli scarponi.

Il punto di riferimento di Cora è Mary Anning, pioniera della paleontologia del Regno Unito (e del mondo intero) e scopritrice di fossili che hanno fatto la storia. Anning, armata di cestino, martello e scopettini, setacciò la costa di Lyme Regis – poi ribattezzata Jurassic Coast – rinvenendo scheletri di ittiosauri, plesiosauri e rettili marini.
In un’epoca in cui le scienze naturali potevano godere di diffusione accademica ma anche dell’apporto di un nutrito movimento “dilettantistico”, Anning rimase una sorta di felice eccezione in un panorama irrimediabilmente dominatissimo da studiosi maschi, ma di certo rappresentò un esempio di caparbia intraprendenza, reale autorevolezza e disinteresse per le convenzioni. Il valore del suo lavoro e delle sue scoperte furono riconosciuti – un traguardo non scontato, data l’agguerrita competizione – e i suoi reperti più significativi sono ancora esposti al British Museum.

Già, credo che il canetto di Mary Anning stia cercando di fare la cacca. Su un fossile di plesiosauro, probabilmente.

Ma rimettiamoci in carreggiata.
Che succede a Colchester e nel contiguo bacino del Blackwater? Si direbbe poco, perché son posti pittoreschi e ameni ma di certo molto diversi dal frenetico ribollire della grande città. Cora, però, riceve una provvidenziale soffiata: annegamenti sospetti, villici che perdono il senno e pecore disperse si moltiplicano… che sia tornata la bestia leggendaria che infesta il fiume? Cora decide di vestire i panni della studiosa razionale e di cominciare a indagare con oggettività sul fenomeno. Psicosi collettiva, antiche superstizioni riemerse in un momento di scalogna o autentica opportunità per rivenire un fossile vivente?
Pur con intenti diversi – placare una congregazione sempre più inquieta e riportare la serenità nel villaggio – anche il reverendo Ransome sta cercando di far luce sul caso del presunto mostro del fiume. La sua traiettoria e quella di Cora sono destinate a incrociarsi e a generare ripercussioni insospettabilmente vaste, tra status quo turbati e massimi sistemi che precipitano, condensandosi, nel rapporto tra due persone che sperano di scovare un litorale clemente su cui approdare.

Se amate i romanzi storici – con tanto di scambi epistolari -, il moto inesorabile delle maree e le narrazioni che nelle tribolazioni minute provano a mettere in scena i grandi dilemmi – dal conflitto tra fede e ragione a quello tra classi sociali, dalla rettitudine del buon padre di famiglia agli albori delle rivendicazioni di indipendenza delle donne, dalla superstizione al senso di colpa, dalla purezza dell’anima che lotta per non farsi “contaminare” dalle pulsioni del corpo -, Il serpente dell’Essex è un bel posto dove sguazzare: scrittura ricca (e ben tradotta da Chiara Brovelli per Neri Pozza), ricostruzione accurata e colpi di scena gestiti con elegante aplomb, per quanto i drammi e le inquietudini non manchino. Che siate più inclini a soccombere a mistiche atmosfere minacciose o a tifare per “poligoni” affettivi variamente ingarbugliati, è di certo un bel congegno romanzesco. Ma ci sarà davvero, questo serpente? Tutto dipende dalla rete che vi andrà di gettare in acqua…


Segnalazioni televisivo-cinematografiche

Dal romanzo di Sarah Perry è stata recentissimamente tratta una serie TV con Tom Hiddleston – SCARSA FANDOM QUI – e Claire Danes.
Ho scoperto che esiste anche un film su Mary Anning. Si chiama Ammonite e Kate Winslet interpreta la nostra indefessa paleontologa.
Ho già visto qualcosa? Figuriamoci, ma segnalo comunque volentieri. E allungo la mia lista delle cose da recuperare.

 

Quante delle usanze che diamo per assodatissime sono in realtà costrutti sociali o “riti” relativamente recenti? Non so stilare un elenco completo, ma fra queste lente sedimentazioni storiche c’è senz’altro la misurazione del tempo che trascorre secondo scansioni convenzionali/condivise e l’abitudine di festeggiare il compleanno, considerandolo sia come una ricorrenza o un giorno “speciale” che come rigoroso traguardo periodico che ci consente di dichiarare con precisione la nostra età anagrafica.
Perché per secoli non si è sentito tutto questo gran bisogno di sapere con esattezza quanti anni avevano le persone?
In un più vasto ordine delle cose, era ritenuto più importante a livello simbolico il momento della nascita, quello della morte o il battesimo?
Qual era il rapporto tra tempo “collettivo” e tempo individuale?

L’invenzione del compleanno di Jean-Claude Schmitt – un saggio snello e curioso, supportato da un ricco apparato iconografico che un po’ ci assiste nel controbilanciare un’esposizione non proprio spumeggiantissima – ripercorre le tappe che ci hanno gradualmente condotti a spegnere le candeline su torte di varia foggia mentre intoniamo (ragliando allegramente) canzoncine assortite.

Dalle feste pagane alla “censura” introdotta nel Medioevo dal cristianesimo – che considerava il giorno in cui moriamo il vero inizio della vita, perché è della dimensione ultraterrena dell’anima che è più opportuno occuparsi -, Schmitt scartabella illustri diari, minuziose cronache di corte e calendari pieni zeppi di santi per tracciare la rotta evolutiva del compleanno “moderno”, svelandoci – fra le altre cose – l’insospettabile legame tra Goethe e la torta con le candeline.

Per definizione, i cataclismi hanno il potere assoluto e terribile di mutare per sempre lo status quo. Impongono un cambiamento radicale (e tragico) della realtà che conosciamo e a caro prezzo ci obbligano a immaginarne un’altra, a ricostruirla sulla nostra pelle oltre che nel pensiero. Non c’è catastrofe che possa vederci preparati o che ci offra appigli per capire come ne riemergeremo – se questa fortuna di “esserci” ancora ci verrà concessa da chissà quale sorte inconoscibile. Nessuno ha merito, nella salvezza come nella morte, ma chi rimane non può che domandarsi cosa fare con quel futuro che, in mezzo all’annullamento del mondo a cui si appartiene, sembra a maggior ragione dono e miracolo, visto che a tanti altri è stato sottratto arbitrariamente e all’improvviso. Il disastro in cui si muovono Nicola e Barbara, i due narratori che ci accompagnano in Trema la notte di Nadia Terranova, è un disastro realmente accaduto: il terremoto del 1908 che ha raso al suolo Messina e Reggio Calabria.

Entrambi, a modo loro, lottano con un presente che non asseconda i loro desideri.
Barbara fugge spesso a Messina dalla nonna per vivere la grande città e allontanarsi da un padre che la vorrebbe sposata con un ragazzo che non ama. A lei piacerebbe studiare e scrivere, ma i margini di manovra per una donna sono ancora molto scarsi e l’indipendenza è un miraggio.
Nicola è un bambino, figlio unico di una famiglia ricca ma piagata da fanatismi quasi inverosimili: la madre lo fa dormire in cantina su un catafalco, legato, sorvegliando ogni sua mossa in cerca dello zampino maligno del diavolo. Nicola ci capisce poco, ma intuisce perfettamente che l’indifferenza del padre e le torture di sua madre non sono il genere d’amore “giusto”.
A fornire loro una seconda occasione per immaginarsi liberi e senza vincoli è, paradossalmente, proprio il terremoto. Oltre al trauma della distruzione, però, ad accomunarli ci sarà un incontro che a Barbara consegnerà un’eredità assai tangibile e a Nicola l’imperativo di crescere per dimostrarsi migliore di quello che le ha visto subire. I loro destini si somigliano nell’idea di reinvenzione e di lotta per la sopravvivenza in due città sfatte, ma la parabola concreta delle loro rinascite sarà diversissima. Entrambi impasteranno quelle macerie per cambiare pelle e plasmarsi un’identità nuova, con l’ostinazione dei sopravvissuti e il coraggio di chi ormai ha già perso tutto.

Il libro procede assegnando un capitolo a Barbara e uno a Nicola. Ogni capitolo fa il suo sotto la vigile benedizione di un arcano maggiore: m’è sembrato bellissimo, perché se c’è una cosa che ho vagamente afferrato dei tarocchi è la possibilità di leggerli seguendo più direzioni “di senso”, più interpretazioni e incroci cangianti. Un terremoto è un orrore che la natura ci infligge, ma in questo romanzo diventa anche un acceleratore di destini, un grande calderone in cui convivono l’immobilità della perdita e lo slancio verso il domani di chi resta e trova il modo – imperfetto, doloroso e pieno di compromessi – di ricostruire.
Anche la lingua di Terranova trova, qui, un passo che somiglia molto alla divinazione: è ricchissima, suggestiva e fluida. Restituisce la componente maestosa che ogni disastro vastissimo trasmette suo malgrado ma anche la forza più circoscritta degli istinti individuali più basilari.
Cosa ce ne facciamo di un male assurdo che si abbatte sul mondo che conosciamo? Dipende. Da noi e dalla carta che pescheremo dal mazzo. Niente è scritto, ma tutto si può immaginare… così come lo Stretto può continuare ad essere attraversato, a seconda del riflesso che il mare ci restituisce.
Un evviva per Nadia Terranova? Decisamente sì.

Orbene, Dentro la vita di Luciana Boccardi riparte da dove eravamo collettivamente approdati con La signorina Crovato, confermandone il gradevolissimo e avventuroso andazzo.
Per inquadrare meglio, l’inizio-inizio ci colloca a Venezia nel 1936, a casa di una famiglia di musicisti – di illustre per quanto rovinosa discendenza – che sprofondano in una dignitosissima e alacre miseria dopo una disgrazia capitata al vulcanico padre clarinettista, Raoul. Cercando di sbarcare il lunario, la madre decide suo malgrado di allontanare temporaneamente Luciana. La bambina, crescendo, verrà chiamata a dare una solida mano per sostenere l’economia domestica, tra peripezie di ogni genere, la malaugurata ascesa del fascismo e impieghi assai variegati. Piena di risorse e di una forza d’animo invidiabile, date le grame circostanze, Luciana si industria per studiare e per trovare un impiego alla Biennale, polo culturale dell’arte, della musica, del teatro e del bel mondo dell’epoca. Ed è qua alla sua scrivania, non ancora diciottenne e fiera del grembiulino nero che porterà per quasi tutta la sua permanenza in Biennale, che la ritroviamo all’inizio del secondo volume della sua epopea personale.

Dentro la vita : Boccardi, Luciana: Amazon.it: Libri

Vera e romanzesca insieme, la parabola di Luciana Boccardi è uno spaccato di storia (e di storia del costume) che dai padiglioni in perenne fermento del Lido ci porta fino alle passerelle della moda parigina, tra macchine da scrivere, matrimoni non convenzionali ma funzionanti, grandi nomi e scorci lagunari. Una modernissima donna d’altri tempi, che ripercorre con orgoglio le tappe fondamentali di un’esistenza che forse poche e pochi – disponendo di una differente predisposizione d’animo – sarebbero riusciti ad affrontare con la medesima grazia divertita e con quella singolare capacità salvifica di cambiare pelle al momento giusto, riuscendo comunque a non tradirsi mai.

[Luciana Boccardi, firma storica del Gazzettino di Venezia, è scomparsa poco tempo fa, ma per darvi un’idea del piglio narrativo – che ben ritroviamo anche nei primi due capitoli della sua storia – ecco qua la sua ultima intervista. Era stato annunciato anche un terzo volume a concludere il ciclo, ma vediamo che accadrà…]

Dunque, Veronica e il diavolo – in libreria per Einaudi – si avvale dell’antico ma sempre fascinoso espediente del manoscritto ritrovato… ma in questo caso il manoscritto è reale e arriva dall’Archivio Generale della Compagnia di Gesù a Roma. Che cos’è? È una sorta di “dossier” eterogeneo che ricostruisce l’esorcismo di una giovane donna attraverso le annotazioni quotidiane dei padri chiamati a liberarla dal maligno. Nello scartafaccio si imbatte quasi per caso – o per destino? – Fernanda Alfieri che, da storica dotata di penna suggestiva e grande visione narrativa, decide di indagare più a fondo e di cercare di restituire voce, contesto e dignità almeno fattuale a Veronica Hamerani, l’ossessa di via di Sant’Anna. Ogni capitolo si apre con un brano del “dossier” degli esorcisti e, da lì, Alfieri si imbarca in uno sconfinato lavoro di verifica dei fatti, ricostruzione dei precedenti, identificazione dei protagonisti e inquadramento degli eventi in un più ampio contesto culturale e storico.

Il risultato è un’opera ibrida, splendidamente ricca, eclettica e umanissima. Dalle peripezie biografiche dei gesuiti a cui toccò l’ingrato compito di fronteggiare il demonio in una casa romana si passa alla storia “globale” del loro ordine, dal mestiere degli Hamerani – incisori di monete e icone – si arriva a inquadrare la salute dell’istituzione papale nel 1835, dalla teoria della bile nera si approda allo stato della medicina del tempo – e a come anche lì ci venisse attribuita una strutturale inferiorità uterina da amministrare e blandire. Dalla politica alla fisiologia, dalla religione alla superstizione, Veronica diventa una sorta di campo di battaglia metaforico, il centro di gravità di un’intera concezione del mondo.

Non immaginatevi un esorcismo da “cinema”. Il diavolo di Veronica si avvale di pochi effetti speciali e di ottimi moccoli in romanesco. È burino e canzonatore, il grillo – libero – per la testa di una ragazza cresciuta in un contesto di luttuoso declino e miracoli caserecci, un limbo in cui la fede sconfina nella superstizione o nella ritualità pervasiva assimilata come automatismo.
Veronica non ha voce in capitolo, ma forse è il suo diavolo a parlare per lei, mentre una pletora di uomini (variamente castigati nella carne e votati alla castità) si avvicenda nella sua stanza per ridimensionare i suoi eccessi e ricondurla nel solco del concepibile, dell’appropriato e del controllabile, per decidere se è matta, impostora o pia martire perseguitata, per ristabilire il dominio della chiesa sulle sue greggi.
Veronica è muta, è la protagonista più tangenziale di sempre… e Alfieri – che con i comprimari che circondano Veronica edifica legittimamente un impianto storico magnifico – lo riconosce e lo evidenzia. Alfieri ci restituisce Veronica rispettandone la marginalità, perché è una marginalità emblematica, che comunica cosa doveva voler dire essere una Veonica nel 1835 molto meglio di come un qualsiasi demonio di passaggio – magari anche uno colto quanto Padre Manera – avrebbe mai potuto fare. Perché il problema, al tempo e forse anche un po’ adesso, è trovare qualcuno che ascolti…

 

Jean-François Champollion diventerà il vostro nuovo spauracchio durante quei tremendi momenti di smarrimento del tipo “maledizione, non ho ancora combinato niente nella vita… e ormai è tardi!”. Ebbene, Champollion decifrò la Stele di Rosetta a 20 anni, devastando la nostra autostima ma consegnando al contempo al mondo, nel 1822, la chiave per restituire voce ai monumenti di una civiltà intera, rimasti muti per millenni insieme al resto dell’abbondantissimo lascito documentario disseminato tra Alto e Basso Nilo. Io, a 20 anni, non riuscivo neanche a gestire un paio di collant, figuriamoci interpolare il greco, il demotico e i geroglifici, primeggiando tra gli studiosi della mia epoca in rapidità ed efficacia.

Invidia per l’erudizione altrui a parte, in questo saggio storico-linguistico – in libreria per Ponte alle Grazie -, l’egittologa Barbara Faenza punta a farci comprendere meglio il funzionamento della società dell’antico Egitto attraverso la scrittura. 
Il segno immortale non è un corso di grammatica egizia, ma qualcosa che somiglia di più a un esperimento di immedesimazione e razionalizzazione di una realtà passata, un tentativo di avvicinarci al modo in cui un antico popolo ha assimilato il suo ambiente e ne ha codificato i meccanismi (per immagini simboliche rimaste punto fermo nonostante il lunghissimo e longevo susseguirsi di dinastie faraoniche), sia dal punto di vista “pratico” che filosofico. Scrivere costruisce il mondo, insomma, ma è dei mattoni di quel mondo che la scrittura sembra servirsi per descrivere l’esistente.

Al di là delle infinite e sfiziosissime curiosità che potrete ricavare da questo libro, il messaggio che forse più affascina ha a che fare con la sacralità attribuita alla scrittura, come veicolo della voce divina e mezzo ordinatore. La cosmogonie di maggior “successo” cominciano sovente con una voce che ordina al mondo di esistere, ma è solo scolpendo un nome nella pietra che si garantisce all’anima di sconfiggere il tempo.
Ogni segno geroglifico somiglia a qualcosa che c’è e si vede, ma la scrittura nell’antico Egitto è elevata ad arte “magica” che, con la sua sintesi sapiente, trasforma in concetto universale anche il più semplice dei segni. C’è del magico davvero nel sapere scegliere gli elementi più adatti a produrre questo ponte immediato tra forma stilizzata ed espressione culturale condivisa, guidata da logiche che nemmeno troppo in filigrana comunicano ancora anche a noi.
La scrittura descrive quel che c’è, ma plasma anche i valori che guidano il nostro sguardo: è un processo circolare di creazione e uno scambio che si serve della codificazione di una grammatica e di uno specifico bacino di convenzioni per dare senso e memoria a quel che consideriamo concepibile, pensabile, “nostro”… sulle sponde del Nilo come oggi, forse. Al sapiente Ptah l’arduo responso… e a voi una felice lettura geroglifica.

 

Sono sempre stata molto felice di leggere con Cesare. Quando stazionava ancora nella sdraietta come un garrulo sacco di patate si è pazientemente sorbito lunghe sessioni di declamazione a voce alta delle bozze delle traduzioni a cui stavo lavorando e, crescendo, si è rannicchiato con me e col papà per decifrare illustrazioni e per cominciare, gradualmente, ad ascoltare qualcosa di davvero adatto a lui.
Per ogni età ci sono strutture visive e narrative adatte ad accompagnarli in quel momento della loro scoperta del mondo e, in parallelo, iniziano ad emergere delle curiosità da soddisfare. Ora che Cesare ha cinque anni ci stiamo confrontando con parecchi di questi slanci esplorativi e imprevedibili bisogni di giocoso approfondimento del reale. Beccare i libri giusti ci aiuta spessissimo anche a disinnescare gli innumerevoli PERCHÉ, spacciandoci per gente che la sa lunghissima e, incidentalmente, imparando insieme a lui. Il tempo che passiamo insieme leggendo continua a sembrarmi una delle parentesi migliori che possiamo concederci.

Qui, approfittando di una sostanziosa campagna sconto, troverete una lista di proposte dal catalogo di Sassi Junior che, tra le tante “fonti” di lettura da cui abbiamo periodicamente attinto, ha sempre dimostrato di saperci ben intrattenere e “istruire”.  Mi auguro che la lista possa fornirvi spunti validi per leggere con bimbi e bimbe e per rispondere a un po’ dei PERCHÉ di casa vostra.
Al fondo trovate tutti gli estremi precisin-precisini della promozione.
Qua, invece, i multiformi titoli che abbiamo collaudato con successo in queste settimane.

Il treno delle avventure. Attraverso i continenti
I primi rudimenti geografici da assimilare a bordo di un treno assai speciale. Le pagine si aprono su mappone illustrate – e ricche di curiosità – dedicate ai cinque continenti.
Se il genere cartografico tende ad avvincere, ci sono numerose valigette per familiarizzare sia con la conformazione dell’Italia che dell’Europa. A questo giro abbiamo letto e costruito anche con Viagga, conosci, esplora – Europa.
*
Cosa, come, perché – Lo spazio
Realizzato con la consulenza scientifica dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare – perbacco! -, un atlante introduttivo per cominciare a indagare i misteri del cosmo, dai corpi celesti a noi più vicini al ciclo di vita di una stella, senza scordarci delle spedizioni umane.
Nel medesimo “filone” c’è anche La terraLa struttura è simile – le informazioni vengono introdotte da domande semplici ma ramificate – e qui troviamo un approfondimento ordinato su ecosistemi, ambiente e sul ciclo della vita nel suo complesso.
Per invasarvi del tutto con i Cosa, come, perché, mi sento in dovere di segnalarvi anche Le invenzioni: scienza applicata al quotidiano e una marea di curiosità, per non dare per scontate le conquiste tecniche e immaginative che utilizziamo ogni giorno.
*
Drago 3D
Allora, avevamo già accumulato una significativa esperienza con il triceratopo 3D…come potevamo esimerci dal creare un drago, mi domando. Come molti dei “valigini” di Sassi, anche qui c’è un piccolo libro da leggere accompagnato da un’attività da svolgere. I modellini 3D sono facili da assemblare, sono assai belli da vedere e, nota a margine secondo me molto rilevante, sono solidi e utilizzabili anche nel gioco.
Per mantenerci in tema, c’è anche La foresta dei draghi. In questo caso, alla storia è abbinato un puzzle gestibile in autonomia anche da una creatura di cinque anni.
La foresta dei draghi
*
Un’altra fissazione recente? L’antico Egitto. Rammento bene di aver avuto anch’io una fase-egizia, ma m’aspettavo si manifestasse un po’ più avanti. Nel dubbio, ci siamo attrezzati. Il puzzle di questo Viaggia, conosci, esplora è un po’ più complicato di quello dei draghi, ma presenta una gloriosa sagomatura che segue il profilo delle piramidi e che vi ricompenserà degli sforzi congiunti di ricomposizione. Il libro offre una panoramica sintetica ma esauriente sui temoni più fascinosi, tra mummie e divinità zoomorfe.
Viaggia, conosci, esplora. L'antico Egitto
Per ulteriori indagini archeologiche, esiste un’altra combinazione egizia: La maschera di Tutankhamon. La valigetta, in questo caso, è focalizzata sull’arte. Nel libro troverete una carrellata di opere emblematiche e il puzzle è dedicato proprio alla maschera dello iellatissimo giovane faraone.
*
Il Curioso Caso del Mammut Scomparso
La rutilante vita segreta dei reperti di un museo di storia naturale: che cosa succede quando un piccolo mammut decide di abbandonare il suo diorama per farsi un giro insieme a un piccolo umano curioso? La loro rocambolesca amicizia è narrata nel Curioso caso del mammut scomparso, un meritevole illustrato dotato pure di finestrelle interattive.
*

Sempre sul fronte delle narrazioni, ecco anche L’isola degli orsi polari: un pinguino-inventore sbarca su un isolotto di ghiaccio popolato da un clan di orsi polari estremamente abitudinari e poco accoglienti rispetto al “nuovo”… ma basterà qualche innovazione ben piazzata per far crollare le diffidenze e imparare a convivere in armonia.

*
Informazioni pratiche – magari anche per mettervi avanti coi doni in vista del Natale?
Eccoci!

Fino al 12/11 tutto il catalogo di Sassi Junior sarà scontato del 20% – ad eccezione dei titoli usciti negli ultimi sei mesi (la legislazione funziona così, che devo dirvi).

Con il codice TEGAMINI potrete beneficiare di un dono aggiuntivo: con l’acquisto di almeno 2 libri riceverete in omaggio L’isola degli orsi polari. E ci sarà la spedizione gratuita.

Qua si potrebbe sprecare l’antico adagio UN SAGGIO CHE SI LEGGE COME UN ROMANZO, ma non vi farò una tale violenza, anche perché credo che nel caso di Labatut e di Quando abbiamo smesso di capire il mondo – uscito in Italia per Adelphi nella traduzione di Lisa Topi – si tratti più che altro di un romanzo che si camuffa da saggio. Anzi, per metterla giù con le parole di quel volpone di Labatut, è “un’opera di finzione basata su fatti reali. La quantità di finzione va aumentando nel corso del libro”.

Su cosa andiamo fantasticando? Sulle discipline umane che più tendiamo ad associare al rigore, al determinato e al rigido: la fisica (spesso e volentieri quantistica), la chimica, la matematica.
Labatut, tra ricostruzione fattuale e indagine psicologica di cui nessuno può garantirci l’esattezza, stabilisce un collegamento fantasmagorico tra il nostro bisogno strutturale di certezze (la scienza deve spiegarci con precisione come funziona il mondo!) e i percorsi assai più accidentali,  accidentati, tormentosi e tortuosi delle grandi menti che hanno provato a svelare e sistematizzare i meccanismi della materia, dello spazio e del tempo.
Scoprire e “dimostrare” qualcosa di immane, insomma, finisce più per somigliare a un viaggio fra ossessioni labirintiche, rivalità titaniche e rivelazioni quasi mistiche. Per come ce la racconta Labatut, almeno…

Ci può stare? Sì, perché uno dei misteri più grandi da svelare abita proprio nei crani illustri degli studiosi che incontriamo. Da Heisenberg a Schwarzschild, quello che spicca è l’apparente impossibilità del compito: descrivere con modelli “funzionanti” quello che ci sovrasta o quello che costituisce l’essenza infinitesimale delle cose. Quello che è troppo grande, piccolo, antico, lontano, complesso o vicino sfugge all’osservazione diretta e alla linearità dell’esperienza, allenata a misurarsi con nessi causa-effetto verificabili, visibili, intuitivi. E ogni cambio di paradigma, come scopriremo, comporta anche una profonda rivoluzione della prospettiva e del linguaggio.

Labatut trasforma tutto in una specie di grande avventura e, quando la matematica minaccia di farsi troppo complessa, ci ipnotizza con collegamenti imprevedibili e coi tormenti di scienziati ambiziosi che son lì lì per perdere la brocca – o soccombere alla tubercolosi. Non ho mai preso più di 3 in una verifica di fisica, ma forse Labatut – splendido venditore di fumo – ha capito almeno come farmici riflettere su: bombardandomi di storie (storie, in prima istanza, di esseri umani che hanno saputo proiettarsi in uno spazio che prima di loro non avevamo nemmeno intravisto).

 

[Bonus track: vi lascio qui il link a una bellissima intervista di Francesca Pellas all’autore].

 

 

Che ne avrebbe fatto Barbero della gemma più celebre del mondo? Non lo sappiamo – anche se immaginare Barbero sul Trono del Pavone mi provoca irrimediabilmente un certo spasso -, ma con Anita Anand e William Dalrymple caschiamo altrettanto bene.
Attualmente esposto alla Torre di Londra, il Koh-i-nur è un diamante avvolto nel mito – la tradizione vuole che uno dei proprietari sia stato, immemorabili secoli fa, addirittura il dio Krishna – e protagonista di un’epopea secolare, sanguinosa e intricata. Questo saggio storico cerca di ricostruirne il percorso, tra fonti dubbie, leggende e opachi passaggi di mano.

Che aveva di tanto speciale? Le dimensioni, tanto per dirne una. Nella sua forma originaria – AKA prima che Lord Wellington in persona tagliasse la prima faccetta per renderlo più appetibile ai sudditi della Regina Vittoria (è una lunga faccenda, ma ci arriverete) – era grosso come un uovo e, per quanto il metro qualitativo della gemmologia sua assai cambiato dai tempi dei Moghul regnanti, la sua limpidezza e luminosità erano incomparabili. Una pietra degna di un dio, “la montagna di luce”, l’ornamento perfetto per i sovrani più potenti. Valore inestimabile, insomma, ma anche fama di portare rogna, perché un sasso di tale importanza non può che agitare i sonni anche del più fortunato tra i suoi proprietari.

Il libro, avvalendosi di fonti relativamente nuove e mai tradotte prima, ipotizza la traiettoria storica del diamante, fornendoci anche una ricchissima panoramica del contesto. Tra Lahore, il Punjab, l’Afghanistan, la Persia e Golconda, la sorte del Koh-i-nur è quella di un oggetto dal valore intrinseco e simbolico fuori scala, una sorta di talismano che, passando di mano in mano, si è ritrovato al centro di momenti di svolta irripetibili per le dinastie Moghul, per i Sikh e per l’ultimo maharaja del regno più eminente e prospero dell’India, un bambino di dieci anni messo con le spalle al muro dalla Compagnia Britannica delle Indie Orientali.

Da ex-studentessa inevitabilmente immersa in una prospettiva eurocentrica delle sorti del mondo, un libro simile è una lettura che illumina una fetta di realtà che tendiamo ad approcciare – confermando proprio quell’eurocentrismo di base – in ottica coloniale. Le fonti, qui, abbracciano invece una pluralità di voci a cui il nostro orecchio non è abituatissimo a prestare ascolto.
A farci da faro in questo viaggio è un diamante sfolgorante che, tra abbondanti spargimenti di sangue, resta conteso e problematico ancora oggi. Feticcio della prima Esposizione Universale della Regina Vittoria, il Koh-i-nur ha demolito destini e aiutato a edificare imperi e, senza smettere di sfavillare, continua ad essere uno degli “oggetti” più ricchi di sottotesti e storia per un ventaglio di civiltà che, a turno, si sono specchiate nella sua luce, finendo per riportare a galla una faccia sempre diversa delle capacità dell’essere umano, nel bene e nel malissimo.