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Nella mia mirabolante carriera editoriale ho vinto in tutto quattro premi Nobel. Uno in modalità kamikaze – che ero in ufficio da sola – e ben tre negli ultimi tre anni. Il Nobel è una faccenda interessante, surreale, incredibilmente istruttiva ed estremamente stancante. E da quando c’è il famigerato #TotoNobel, poi, non si vive più. C’è il bellicoso team-Murakami, ci sono i fenomeni che devono per forza dimostrarti che loro la letteratura africana contemporanea la conoscono benissimo – e voi che non capite il mangbetu siete dei poveri derelitti -, quelli che tifano per Ken Follett e Stephen King – che tanto hanno fatto leggere le genti del mondo -, gli snob così snob da snobbare anche il Nobel, quelli coi bambini all’asilo – diamolo a Peppa Pig! -, quelli che si scandalizzano per le candidature estemporanee dei cantautori, gli astiosi a prescindere, gli amici del vintage che non han capito che possono vincere solo gli scrittori ancora vivi, gli esperti di geopolitica e di minoranze – quest’anno tocca all’Oceania! E vogliamo solo autori gravemente celiaci! -, i depressi – tanto in Italia non legge più nessuno, è inutile che stiamo qui a farci i pipponi sul Nobel -, i curiosi che stanno zitti ma si divertono un casino, i “guardate che non c’è mica solo il Nobel per la Letteratura! Lo sapete com’è andato quello per la fisica, per dire? Asini!”,  gli scrittori rosiconi, gli scrittori che incitano i loro beniamini, noi soliti quattro pirla che ci emozioniamo piuttosto sinceramente e quelli che s’inventano i meme con Philip Roth e Leonardo DiCaprio che singhiozzano abbracciati. Tutto questo marasma di scemenze, nichilismo, tifo da stadio e belle speranze raggiunge il suo detestabile picco a circa un’ora dall’effettiva proclamazione del Premio Nobel. Un’ora di agonia pura e cristallina. Dovreste lavorare, ma c’è troppa confusione. Dovreste lavorare, ma siete ipnotizzati dal conto alla rovescia dell’Accademia di Svezia. Dovreste lavorare, ma poi vi accorgete che sono tutti lì a fare i tarocchi e buonanotte. Quest’anno, ormai assuefatta e recalcitrantissima, ho deciso di buttarla in caciara anch’io. E ho allietato la mia scomposta timeline con il #TotoNobel delle bestiole. Visto che ne vado immotivatamente fierissima, ve lo appiccico qua sotto.

Poi niente. Vincete voi e il pomeriggio diventa un inferno.

 

sabato

Scrivere una bella quarta di copertina è un lavoraccio. Di che parla questo libro? Perché dovresti leggerlo? In quali e quanti incredibili modi ti sconvolgerà l’esistenza? È piaciuto a qualche persona importante? Com’è fatto? C’è un genio che ne ha parlato bene?
Ecco.
E se già la quarta è un casino, le biografie degli autori non sono certo da meno. Quelli vivi, di solito, se la scrivono da soli (ma fanno finta di no… mica come Paolo Nori, che lo dice sempre che è stato lui) e quelli morti, molto spesso, sono stati personaggi avventurosi, irrequieti e complicati. La loro opera riecheggia nell’eternità, insomma, non possono mica essere gente scontata… ed è un bel problema, se hai solo una bandella o un rettangolino grosso così per farci star dentro tutto. Per non sbagliare – cioè per non offendere la memoria di nessuno, per non scatenare l’ira degli eredi, per illuminare tutto di una luce benevola e innocua, e per stare dalla parte degli oppressi -, ci si piazza un bell’elenco delle opere, coi loro bravi anni di pubblicazione, e qualche notizia-base. Ha scritto per questo giornale, è nato qui, è morto là, ha insegnato in questa università, è andato in guerra, la pensava all’incirca così.

Le notine biografiche dietro ai libri, la tomba del fascino.

C’è però una collana che si rifiuta fermamente di impantanarsi in queste noiose pratiche da elenco telefonico. C’è una collana che ha le quarte più belle del mondo, belle quasi quanto i libri. Un autore ha fatto il dog-sitter per la nobiltà di Odessa? Una scrittrice si dilettava coi puzzle da 10.000 pezzi, tra un attacco di tisi e l’altro? Quanto esattamente si beveva, nei più sfavillanti salotti culturali della Grande Mela? Cosa ha ucciso – ma nel dettaglio – i grandi della letteratura mondiale? In quella collana lì c’è tutto, dalla professione dei genitori agli hobby più strampalati ed esotici, dalle fortune critiche alle pessime abitudini. Ed è sempre una felicità:  le biografie delle Letture Einaudi sono praticamente dei romanzi. Bisognerebbe farci su un premio apposta.
Ma perché siamo qui? Io – devo tristemente ammetterlo –  le Letture non le ho ancora lette tutte-tutte, ma di biografia non me ne sono persa neanche una. Ed è arrivato il momento di rendervi partecipi di questo prodigio.

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Le Bio-Letture: l’esplorazione definitiva

In rosso le dipartite (precississime), i malanni e le catastrofi. 
In verde le infanzie difficili.
In
rosa i sentimenti, i legami surreali e le passioni travolgenti.

In blu i mestieri, per scrivere senza morire di fame.

Il nome dell’autore, guarda un po’ che coerenza, vi porta alla sua Lettura (e alla bio completa, che qua qualcuna è tagliata). Mi sembrava una roba ragionevole: se vi affascina il personaggio, magari vi viene anche voglia di capire che cosa ha scritto.
I miei preferiti (in termini strettamente biografici), hanno pure la copertina. Perché se muori inghiottendo uno stuzzicadenti mentre fai festa a Panama (e hai scritto Winesburg, Ohio), la copertina te la meriti.
Non sono poche, queste bio. E non sono manco tanto corte. Ma prendetele come una raccolta di racconti, perché sono proprio quella roba lì. Pure un po’ meglio.

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Sherwood Anderson nasce a Camden, in Ohio, nel 1876. Dopo aver fatto molti mestieri, dal manovale al pubblicitario di successo, sembra avviato a una tranquilla vita regolare: si è sposato con una moglie riccadirige una fabbrica di vernici. Ma all’improvviso lascia la moglie e il lavoro per tentare la strada della scrittura. Prima a Chicago, poi a New York frequenta gli ambienti letterari e conosce alcuni fra i più importanti scrittori americani: Lee Masters, Sandburg, Dreiser, Gertrude Stein. (…)
Muore nel 1941 di peritonite, a Panama, dopo avere ingerito uno stuzzicadenti a un rinfresco in suo onore.

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José Marìa Arguedas nasce nel 1911 ad Andahuaylas, sull’altopiano andino. Figlio di un piccolo avvocato di provincia, rimane orfano di madre quando ha appena due anni e viene affidato alle cure di una piccola comunità india. La sua lingua madre è il quechua. Poi comincia a seguire il padre nei suoi spostamenti a cavallo da un paesino all’altro delle Ande. A quattordici anni entra in un collegio per giovani bianchi. Nel 1929 si iscrive all’Università di Lima. Dopo la laurea in Lettere, trova impiego prima alle Poste, poi al ministero dell’Educazione. Intanto si dedica alla scrittura e agli studi: nel 1957 ottiene la cattedra universitaria di etnologia.
Soffre di ricorrenti crisi nervose e nel 1966 tenta per la prima volta il suicidio con i barbiturici. Riesce nell’intento tre anni dopo sparandosi un colpo di rivoltella alla tempia.

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Roberto Arlt nasce a Buenos Aires nel 1900. Figlio di immigrati europei (il padre prussiano, severissimo), fin da bambino si ribella alla rigida educazione familiare. A sedici anni lascia i genitori e vive senza fissa dimora per le strade di Buenos AiresLavora come meccanico, imbianchino, operaio portuale, commesso e intanto studia da autodidatta. Poi comincia a collaborare a qualche giornale e infine diventa giornalista a tempo pieno. (…)
Muore a Buenos Aires nel 1942, per un infarto.

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Thomas Bernhard nasce nel 1931 a Heerlen, in Olanda, figlio di una ragazza madre che aveva lasciato l’Austria per sottrarsi allo scandalo. Cresce coi nonni a Vienna, a Seekirchen e a Salisburgo. A diciotto anni viene ricoverato in sanatorio, dove comincia a scrivere. Pubblica racconti su quotidiani e riviste e, nel 1963, il suo primo romanzo, Gelo. (…)
Muore a Gmunden nel 1989.

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Antonio Delfini nasce nel 1908 a Modena, in una famiglia di ricchi proprietari terrieri finita poi in disgrazia, non senza sue responsabilità. Nel 1931 pubblica il primo libro, Ritorno in città, una raccolta di prose poetiche e divaganti, e lo «lancia» alla fiera del libro di Modena creando anche un volantino pubblicitario che si apre con la scritta «AUTORE IGNOTO PRESENTA». Dopo la perdita del grande palazzo familiare nel centro di Modena, nel 1935 si trasferisce a Firenze e frequenta la società letteraria che si riunisce al caffè delle Giubbe Rosse. (…) Ricordo della Basca, vince il premio Viareggio nel 1963 pochi mesi dopo la sua morte.

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Lawrence Durrell nasce a Jalandhar, nel nord dell’India, nel 1912, di padre inglese e madre irlandese. A undici anni viene spedito in Inghilterra per compiere studi regolari, ma lo stile di vita della madrepatria gli appare subito detestabile. Dirà poi: «La vita inglese è come un’autopsia». Nel 1934 legge Tropico del cancro e ne rimane folgorato, scrive a Henry Miller una lettera da entusiasta ammiratore: iniziano così un’amicizia che durerà tutta la vita e un carteggio tra i più importanti del Novecento. L’anno dopo due eventi significativi: la pubblicazione del primo libro (Pied Piper of Lovers) e il trasferimento a Corfù con madre, fratelli e moglie. Il primo impatto con la Grecia è per Durrell una rivelazione che lo affascina. Nel 1938 esce Il libro nero, lodato da Eliot. Nel 1941 lascia la Grecia dove stanno arrivando i tedeschi e si trasferisce al Cairo. L’anno dopo Durrell si separa dalla moglie e si stabilisce ad Alessandria, dove inizia a lavorare per il servizio informazioni britannico. In questo periodo conosce Eve Cohen, una seducente donna ebrea che diventerà la sua seconda moglie e il modello per la Justine letteraria. Finita la guerra, Durrell svolge diversi incarichi governativi e diplomatici in varie parti del mondo: a Rodi, dove scrive Il labirinto oscuro (1947), a Córdoba in Argentina, a Belgrado e infine a Cipro, dove scrive Justine (1957) e i successivi libri del cosiddetto «quartetto di Alessandria»: Balthazar (1958), Mountolive (1958), Clea (1960). Nel 1960 Cipro ottiene l’indipendenza dal dominio britannico e scoppia la guerra greco-turca per la spartizione dell’isola: Durrell è costretto a fuggire e si sposta a Sommières, in Provenza, dove vivrà gli ultimi trent’anni della sua vita. In questa fase si sposa altre due volte e scrive molti altri libri senza però ottenere più il successo del «quartetto di Alessandria». (…)
I suoi ultimi anni sono stati resi drammatici dal suicidio della figlia Saffo Jane (1985). Muore a Sommières nel 1990.

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Ralph Ellison nacque a Oklahoma City nel 1914. Nipote di uno schiavo e figlio di un muratore, riuscì a studiare musica grazie a una borsa di studio. Al prestigioso Tuskegee Institute imparò a suonare il piano e la tromba, e il jazz rimase per sempre una sua grande passione. Trasferitosi a New York nel 1936, incontrò lo scrittore Richard Wright che lo instradò alla letteratura e al comunismo. Tra la fine degli anni Trenta e i primi Quaranta cominciò a pubblicare racconti su varie riviste. Nel 1945 uscì dal Partito comunista americano, a cui riservò critiche severe negli anni successivi. Nel 1953 pubblicò Uomo invisibile dopo un lavoro di scrittura e riscrittura che lo aveva impegnato per circa sei anni: il libro vinse il National Book Award. Fra il 1955 e il 1958 visse prevalentemente in Europa, per un certo periodo anche a Roma. Tornato negli Stati Uniti, insegnò letteratura americana al Bard College, poi alla Rutgers University, a Yale e alla New York University. Nel 1967 la sua casa nel Massachussetts fu distrutta da un incendio che si portò via il manoscritto del suo secondo romanzo in fieri. Gran parte della sua vita rimanente fu dedicata a riscrivere il libro, che uscirà soltanto postumo e incompiuto nel 1999, con il titolo JuneteenthEllison era morto a New York cinque anni prima per un tumore al pancreas.

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William Faulkner nasce a New Albany, Mississippi, nel 1897. Il bisnonno aveva costruito una delle più importanti ferrovie del Sud, il nonno aveva fondato la First National Bank, il padre, dopo la vendita della ferrovia di famiglia, era diventato rappresentante della Standard Oil. William cresce a Oxford, Mississippi. Lavora nella banca del nonno e nel
1918 comincia a pubblicare poesie e racconti. Dopo un periodo a New Orleans per frequentare Sherwood Anderson e gli ambienti letterari, pubblica il suo primo romanzo, La paga dei soldati (1926) che la madre giudica scandaloso e il padre rifiuta di leggere, seguito da Zanzare (1927) che per volontà dell’editore viene decurtato di quattro brani giudicati sconvenienti. Tornato a Oxford, intraprende molti lavori saltuari come l’imbianchino, il falegname, il fuochista alla centrale elettrica dell’università, ma soprattutto scrive e pubblica ormai con regolarità.
Il successo arriva con Santuario (1931). A quel punto viene chiamato da Hollywood come sceneggiatore e lavorerà al cinema per circa vent’anni, tornando non appena poteva a Oxford, dove morirà nel 1962.
Nel 1949 gli è stato assegnato il premio Nobel.

faulknerChe meraviglia.
(Foto? Qui)

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Max Frisch nasce a Zurigo nel 1911. Nel 1942 si laurea in architettura e si sposa con Gertrud Constanze von Meyenburg, da cui avrà due figlicome primo lavoro progetta una piscina comunale nella sua città. Contemporaneamente all’attività di architetto, scrive i suoi primi testi per il teatro: uno dei più famosi, La muraglia cinese, viene messo in scena nel 1946. Nel 1947 incontra Brecht e Dürrenmatt. Nel 1955, dopo il successo del suo romanzo Stiller, chiude il suo studio di architetto e si dedica interamente alla scrittura. Nel 1957 un nuovo romanzo, Homo faber, amplia ulteriormente la sua fama letteraria ormai internazionale. Si trasferisce a Roma nel 1959 dove vive un’intensa relazione con Ingeborg Bachmann («Conosco Roma quasi come un taxista», scrive a un amico nel 1961), poi nel 1965, finita tumultuosamente quella fase della sua vita, acquista una casa rustica in Valle Onsernone, nel Canton Ticino, e ne fa la sua abitazione principale. Nel 1968 si risposa con la giovanissima Marianne Oellers, conosciuta negli anni romani. Con le sue aspre polemiche politicosociali diventa la coscienza critica della Svizzera e dell’Europa.
Muore a Zurigo nel 1991.

La piscina di Frisch.
(Lo dicono qui, che è questa. E anche qui).

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Bohumil Hrabal nasce nel 1914 a Brno. Dopo studi in legge interrotti a causa dell’occupazione tedescaper gran parte della sua vita passa da un mestiere all’altro: magazziniere, preparatore di malto in una fabbrica di birra, impiegato in un ufficio notarile, ferroviere, telegrafista, assicuratore presso la compagnia «Sostegno della vecchiaia», commesso viaggiatore nel ramo giocattoli, operaio metalmeccanico, imballatore di carta da macero, macchinista e comparsa teatrale. La sua «mobilità» lavorativa è divenuta una leggenda, da lui stesso alimentata nei suoi libri, come anche la sua assidua frequentazione di tutte le taverne praghesi. I suoi primi libri di racconti sono degli anni Sessanta e gli danno una notevole fama, ma con la fine della Primavera di Praga tutte le sue opere vengono bloccate e circolano solo clandestinamente.
Nel 1997 cade da una finestra del quinto piano dell’ospedale di Praga dove era ricoverato.

bohumilCheers.
(L’immagine arriva da qui).

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James Joyce nasce a Dublino nel 1882. Frequenta le migliori scuole cattoliche e all’università studia letteratura inglese, francese e italiana. Insieme alla compagna di tutta la vita, Nora Barnacle, nel 1904 si trasferisce prima a Zurigo e poi a Trieste per insegnare alla Berlitz School. (…)
L’Ulysses viene pubblicato nel 1922 da Sylvia Beach, mitica figura di libraia intorno alla quale ruotava gran parte della cultura parigina. Nel 1923 inizia la stesura del suo ultimo libro, ma uscirà solo nel 1939 con il titolo di Finnegans Wake. Nel 1940, affetto da molti malanni, lascia Parigi invasa dai nazisti e si rifugia nuovamente a Zurigo. Muore all’inizio del 1941 dopo un intervento chirurgico per un’ulcera duodenale.

JamesJoyce&SylviaBeachQuella signora lì è Sylvia Beach. Il pirata è Joyce.
(E arriva da qui)

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Kawabata Yasunari nasce a Osaka nel 1899. Negli anni Venti è attivo nei movimenti di avanguardia letteraria attenti alle coeve sperimentazioni europee. Con un gruppo di giovani scrittori e registi fonda la «scuola delle nuove sensazioni» che si proponeva di cogliere la realtà attraverso l’immediatezza delle percezioni. Il suo primo libro esce nel 1926 ed è una raccolta di racconti: La danzatrice di Izu. Nel 1930 è la volta del primo romanzo: La banda di Asakusa (numero 1 di questa stessa collana). Dopo la guerra mette a punto il suo stile piú maturo recuperando in chiave moderna forme e valori della tradizione giapponese. (…) Dopo i suoi piú importanti romanzi degli anni Sessanta (La casa delle belle addormentate, 1961; Bellezza e tristezza, 1965, nei tascabili Einaudi) gli viene assegnato il premio Nobel nel 1968.
Muore a Zushi nel 1972 asfissiato dal gas in casa sua, forse suicida.

kawabataIl frac alla cerimonia del Nobel è sopravvalutato.
(Fotina: qui)

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Bernard Malamud nasce a Brooklyn nel 1914 da una famiglia di ebrei russi immigrati negli Stati Uniti all’inizio del secolo. Il padre gestisce un piccolo negozio di alimentari. Lui studia alla Columbia University e insegna per molti anni nelle scuole serali, a Brooklyn e a Harlem. Nel 1949, quando alcuni suoi racconti sono già stati pubblicati su un paio di importanti riviste, viene chiamato a insegnare nell’Oregon State College. Nel 1959 i racconti del volume Il barile magico vincono il prestigioso National Book Award e lo consacrano fra i più importanti scrittori americani. Nel 1961 si trasferisce con la moglie e i due figli nel Vermont, dove insegna al Bennington College. Negli ultimi tempi, malato di cuore e colpito da un ictus, torna a New York dove muore di infarto nel 1986.

malamudCampanilismo universitario.
(L’articolotto viene da qui).

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Nakagami Kenji è nato nel 1946 a Shingu, a sud-est di Osaka. Apparteneva ai burakumin, gli abitanti dei ghetti destinati da secoli a svolgere i lavori «impuri», legati alla morte e al sangue (macellai, conciatori, becchini). Vivevano isolati ed emarginati, rifiutati dalle scuole, privati dei diritti civili. Sebbene le leggi abbiano abolito la discriminazione di questa parte della popolazione giapponese (pari al 2-3 per cento) dalla fine dell’Ottocento, i vecchi pregiudizi non sono ancora del tutto superati se ancora vent’anni fa schedature dei cittadini di origine buraku venivano normalmente utilizzate da molte aziende per evitare di assumere burakumin.
Nakagami si è trasferito a Tokyo da giovane e ha svolto molti tipi di lavoro manuale. Si è fatto una cultura da autodidatta sviluppando le passioni per il jazz e la scrittura. Nel 1973 ha pubblicato la sua prima raccolta di racconti; nel 1976, con Il promontorio, ha vinto il prestigioso premio Akutagawa. Mille anni di piacere è stato pubblicato nel 1989. Ha scritto per giornali, cinema e televisione. È morto nel 1992, quando ormai era considerato uno dei grandi scrittori del Novecento giapponese. Di lui in Italia è stato tradotto Il mare degli alberi morti (Marsilio 2000).

burakuminE abbiamo anche imparato chi sono i burakumin.
(L’immagine viene da qua).

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Flannery O’Connor nasce nel 1925 a Savannah (Georgia, Usa) da una famiglia cattolica di lontane origini irlandesi. Quando ha sedici anni, suo padre muore per una malattia immunitaria. Dopo la laurea all’Università dello Iowa, vive a New York e nel Connecticut, dove frequenta gli ambienti letterari e inizia a scrivere i primi racconti. A venticinque anni le viene diagnosticata la stessa malattia di cui era morto il padre. I medici le prognosticano cinque anni di vita: ne vivrà quasi quindici. Torna in Georgia dalla madre e, fra un ricovero ospedaliero e l’altro, scrive il suo primo libro: La saggezza nel sangue (1952). Seguono due raccolte di racconti e il suo romanzo più famoso: Il cielo è dei violenti (1960). Muore nel 1964.
Nei suoi ultimi anni, oltre alla passione della scrittura, ha avuto quella dell’allevamento di pavoni. Nella sua fattoria ne ha amorevolmente nutriti e cresciuti un centinaio.

pavoni<3
(I pavoni vengono da qui).

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Juan Carlos Onetti nasce nel 1909 a Montevideo, in Uruguay. Molto presto abbandona gli studi svolgendo i mestieri più disparati, come portinaio o venditore di pneumaticiNei primi anni Trenta sposa in sequenza due sue cugine, prima Maria Amalia Onetti, poi sua sorella Maria Julia. Nel 1939 pubblica il suo primo romanzo, El pozo, che diventa presto un libro simbolo per tutta una generazione di giovani intellettuali anticonformisti. Nel 1941 si stabilisce a Buenos Aires e lavora presso l’agenzia di stampa Reuters. Qui conosce la terza moglie, l’olandese Elizabeth Pekelharing, sua collega di lavoro. Nel 1943 pubblica Per questa notte, nel 1950 La vita breve, nel 1954 Gli addii. Collabora con vari giornali occupandosi di critica letteraria e cronaca politica. Nel 1955 torna a Montevideo chiamato da Luis Batlle Berres, presidente dell’Uruguay e suo vecchio amico. Si sposa per la quarta volta (con Dolly Muhr) e pubblica Il cantiere (1961) e Raccattacadaveri (1964). Nel 1975 si trasferisce definitivamente a Madrid, dove scrive i suoi ultimi libri, tra i quali il romanzo Quando ormai nulla più importa (1993). Muore nel 1994: negli ultimi anni si era autoconfinato nella sua camera da letto rinunciando a qualsiasi vita sociale.

Juan_Carlos_Onetti_perra_Biche_cama_piso_Avenida_America_31_MadridDel cane non conosciamo il nome.
(Ma la foto viene da qui, con un bel saggio).

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Fernando Pessoa nasce a Lisbona nel 1888. Orfano di padre all’età di cinque anni, a sette si trasferisce in Sudafrica al seguito della madre e del suo nuovo marito, console a Durban. Torna a Lisbona nel 1905 e si iscrive alla facoltà di Lettere.
Nel 1907, abbandonati gli studi universitari, apre una tipografia che fallisce in breve tempo. Nel 1908, grazie al suo perfetto bilinguismo inglese-portoghese, si impiega in un’azienda commerciale come corrispondente con l’estero, e sarà questo il suo lavoro per il resto della vita. Contemporaneamente pubblica poesie in inglese e in portoghese su molte riviste letterarie. Nel 1914 crea i suoi piú famosi eteronimi: Álvaro de Campos, Ricardo Reis, Alberto Caeiro. Nel 1915, insieme ad altri scrittori e poeti, dà vita alla rivista «Orpheu». Nel 1921 fonda la casa editrice Olisipo, che viene costretta a chiudere due anni dopo per aver pubblicato un libro in difesa dell’omosessualità. Nel 1924 dirige la rivista «Athena». Nonostante la continua pubblicazione di poesie e prose in varie riviste, il suo unico libro a essere edito in vita è la raccolta di poesie Mensagem nel 1934. L’anno prima di morire, nella sua città, per una crisi epatica.

VII-1Ed era anche un signore molto elegante.
(Fotina: da qui).

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Marcel Proust nasce a Auteuil, nei pressi di Parigi, nel 1871. Il padre Adrien era professore di igiene alla facoltà di Medicina; la madre, Jeanne Weil, era di famiglia ebrea. Dopo gli studi al Lycée Condorcet, si iscrive a Legge ma viene assorbito dall’attività letteraria e mondana. (…) Nel 1906 si trasferisce in un appartamento di boulevard Haussmann, fa insonorizzare le stanze per proteggersi da ogni rumore, e porta a compimento il progetto della Recherche. Il primo volume, La strada di Swann, esce nel 1913 a spese dell’autore. Poi, dal 1919 l’editore Gallimard pubblica in sequenza gli altri sei volumi concludendo l’opera nel 1927. Proust, gravemente malato di asma, muore dopo l’uscita del quinto volume, nel 1922.

Monsieur ProustL’immagine viene da qui… e ci troverete anche una corposa collezione di lettere in cui Proust si lamenta del chiasso.

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Juan Rulfo nasce a Sayula, in Messico, nel 1918, in una famiglia agiata. Quando ha cinque anni, i «cristeros», fazione cattolica che contestava le leggi anticlericali della rivoluzione, uccidono suo padre; quando ne ha nove, la madre muore per un attacco di cuore; il piccolo Juan cresce in un orfanotrofio di Guadalajara. Compiuti gli studi medi superiori, si trasferisce a Città del Messico e nel 1936 trova lavoro come funzionario statale all’Ufficio emigrazione. Nel 1944 fonda la rivista letteraria «Pan». Nel 1948 cambia impiego diventando rappresentante di pneumatici. Nel 1952 ottiene una borsa di studio della Fondazione Rockfeller che gli consente di dedicarsi per alcuni anni alla scrittura letteraria.
L’anno seguente pubblica la raccolta di racconti El Llano en llamas. Nel 1955 pubblica Pedro Páramo. Nel 1963  è assunto all’Istituto nazionale per gli studi indigeni, di cui diventa poi direttore. A partire dagli anni Sessanta diventa uno degli scrittori-culto della letteratura ispano-americana. Muore a Città del Messico nel 1986. Dopo El Llano en llamas e Pedro Páramo non ha più pubblicato libri di narrativa, ma ha scritto diverse sceneggiature per il cinema.

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Non sono meravigliose, istruttive ed emozionanti?
Non meriterebbero un drinking-game tutto per loro? “Bevi un bicchiere ogni volta che uno scrittore decide di andare a fare il rappresentante di pneumatici”. “Bevi un bicchiere ogni volta che Onetti si sposa. Se il matrimonio è fra consanguinei, bevi l’intera bottiglia”. “Bevi un bicchiere ogni volta che un autore abbandona gli studi universitari”. “Romanzo postumo? Chi è seduto alla tua sinistra deve bere un bicchiere”.
Cin-cin (in una taverna di Praga) e buone Letture. Che le quarte sono belle… ma i libri, dentro, riescono ad essere ancora meglio.

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“Che succede?” domandai alla ragazza davanti a noi, una piccoletta coi capelli rossi tinti.
“Eh” replicò quella “hanno messo la selezione all’ingresso del centro”.

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Domenico Ardemagni fa il parrucchiere a Rivarolo Torinese. E’ completamente cieco, ma i suoi tagli di capelli hanno qualcosa di prodigioso. Nessuno capisce come sia possibile, ma i video cominciano a girare su YouTube e in dodici secondi netti “Il popolo del web si commuove per il parrucchiere disabile”. Dopo un altro paio di sforbiciate, Ardemagni finisce in tv, comincia a farsi chiamare Dominic e diventa l’hair-stylist più corteggiato da politici, imprenditori, inutili ricconi e calciatori. Ardemagni molla Rivarolo, va a Roma e apre una scuola per parrucchieri e un megacentro di bellezza. Poi uno su Facebook butta in piedi, per pura goliardia, il gruppo “Dominic Ardemagni Forpresiden”, che Ardemagni – dal basso della sua cultura generale – scriverebbe proprio Forpresiden. E tre milioni e mezzo di persone fanno MIPIACE. E Ardemagni, che probabilmente ci pensava già da un po’, decide di candidarsi alle elezioni. Arriva terzo e, pochi giorni dopo la formazione del nuovo governo, gli assegnano un ministero, quello della Bellezza.

Dominic Ardemagni non lo si incontra spesso, in questo libro, ma a lui dobbiamo invenzioni strabilianti e riforme senza precedenti, tutte fondate su canoni estetici. Ed è straordinario, dal momento che Ardemagni non ci vede. Non ci vede, ma nessuno ha abbastanza faccia di tolla da alzarsi e gridargli un bel “ma che ne sa lei di cosa è bello e cosa è brutto, è cieco come un verme delle sabbie!”. Ecco, non succede. E l’Italia diventa una Callistocrazia, una dittatura dei belli. Le gerarchie si ribaltano, dalle più alte cariche dello stato alle norme della viabilità stradale. Al semaforo non passa più chi ha il verde, passa chi è più bello – macchina inclusa. Gli organigrammi di uffici e aziende vengono investiti dalle ispezioni del Ministero della Bellezza: i brutti finiscono in fondo e i belli invadono i consigli di amministrazione, indipendentemente da quello che sanno fare. I centri storici si trasformano in fortezze per belli, con la selezione all’ingresso e le periferie piene zeppe di mostri. Se non sei abbastanza bello ma vuoi comunque andare a farti un giro in piazza, non solo dovrai pagare un salato pedaggio orario, ma dovrai anche cacciarti in testa un sacchetto di tela con due buchi per gli occhi e uno per la bocca. E quello che succede ai libri è ancora più devastante… ma a raccontarcelo moltissimo c’è già Matteo Labrozzo, il giovane e promettente autore di Regalo di compleanno. Il Labrozzo ha delle belle mani, ma per il Ministero della Bellezza è un po’ poco. Dovrebbe buttare nel fuoco tutte le magliette che ama di più, farsi dare una concimata ai capelli – che si diradano a ritmo vertiginoso -, spianare le maniglie dell’amore e indossare gagliardi completi gessati. Che essere brutti nel bel mezzo di una Callistocrazia già è complicato, ma per un brutto scrittore è addirittura peggio. Si sa, leggere devasta la vista, rovina la postura, squaglia la muscolatura e fa seccare la pelle. Nessuna Callistocrazia seria potrebbe mai incoraggiare una pratica così disdicevole, figuriamoci poi se quelli che scrivono sono pure d’aspetto sgradevole.
Insomma.
Non starò qua a raccontarvi tutte le peripezie del valoroso Labrozzo e le sue sempre più surreali vicende editoriali. Non vi dirò che cosa succederà ai libri di tutti quanti né accennerò alle disgrazie sentimentali del nostro protagonista, non vi parlerò di avatar, specchi giganti e test di pre-gravidanza per stabilire la probabilità di bellezza dell’erede. Vi dirò che Dominic Ardemagni predilige le capigliature bionde, ricciolute e lunghissime e che a leggere questo libro mi sono divertita e spaventata anche un po’. Perché va bene, è roba strana e remota, ma la gente che accetta di mettersi un sacchetto del pane in testa, senza protestare – o protestando al massimo con un timido lancio di hamburger – ha qualcosa di sinistrissimo. E piuttosto familiare.

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Se volete parlare col ministro Dominic, lo trovate anche su Twitter :3