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Dunque, Christine Coulson ha passato 25 anni a scrivere per il MET. Tra i suoi incarichi più recenti c’è stata una revisione completa delle didascalie delle opere esposte nelle British Galleries, un lavoro che m’immagino estenuante per puntigliosità, vastità della sapienza da mettere in campo e trasversalità delle competenze necessarie. Non paga, si è domandata se il medesimo approccio fosse estendibile anche alle persone.
In sintesi: possiamo immaginarci un’eroina romanzesca e raccontarla come si farebbe con un’opera d’arte? A quanto pare sì e il risultato è questo libro: One Woman Show è il catalogo della vita di Kitty Whitaker, una didascalia museale alla volta.

Prima di indagare sul perché scegliere una “forma” simile per costruire la parabola biografica di una donna nata all’inizio del Novecento risulti potentissimo, analizzerei una pagina, tanto per farvi capire l’andazzo.



Di didascalia in didascalia – con qualche intermezzo dialogico e altrettante incursioni fra le opere minori che la attorniano (i genitori, le conoscenti, la servitù…) – Coulson traccia l’intera parabola dell’esistenza di Kitty, dall’infanzia doratissima agli sconvolgimenti collettivi della crisi del ‘29 e della Seconda Guerra Mondiale, dagli amori agli anni senili, mettendola e togliendola dallo scaffale a seconda dei ribaltamenti di fortuna e di un’inquietudine intermittente, che appare come una crepa che non sempre si può restaurare o nascondere con un’energica mano di smalto.

Perché è stupendo? Perché la struttura matta risponde a una funzione cristallina: indagare la condizione della donna – locuzione tritissima che un po’ di orticaria me la fa venire ma riassume comunque bene il concetto – nel corso del Novecento. I pilastri? Il valore ornamentale e il legame tra soldi e potere. Kitty non incarna di certo le donne di tutte le stratificazioni sociali – perché nasce nella bambagia e da subito è per noi espressione di una squisita manifattura – ma nel suo fondamentale ruolo di oggetto trova fin troppa trasversalità.

Kitty transita da una collezione all’altra in un processo di emancipazione che ha più a che vedere con la sua natura eccentrica che con un’autentica fuga dalle sovrastrutture. Non le tocca mai lavorare sul serio ma, nonostante i benefici materiali, non riesce mai nemmeno a scappare dalla vetrinetta in cui è stata collocata. Il tempo spariglia le carte e lascia intravedere nuovi paradigmi, ma la curatela della mostra traccia confini precisi di decoro, aspettative e ruoli accessibili. Molto semplicemente, ci son posti in cui una Kitty non potrà mai essere esposta. E a lungo il medesimo destino è toccato – e spesso continua a toccare – anche a noi.

Direi di cominciare senza particolari indugi o tentennamenti con un accadimento che mi sta lacerando l’anima. Sono anni che mi ripeto DEVI DEPLORARE LE CAPSULE COLLECTION DI MOSCHINO DEVI DEPLORARLE – ieri, però, è uscita quella dei Minipony.
Delle Barbie posso fregarmene.
Di Duffy Duck pure.
Degli orsetti anche.
Ma chiedermi di rinnegare i Minipony è troppo. Non ce la faccio. Costa tutto tantissimo – e ben ci sta, così impariamo a dar corda a Jeremy Scott, che giustamente sta lì per infinocchiarci e lucrare su quel che ci è più caro, frugando spietatamente nei nostri ricordi d’infanzia… perché questi sono i Minipony anni ’80-’90, non quelli iper spigolosi che ci sono adesso -, ma è molto difficile non affezionarsi.
Bendatemi, turatemi le orecchie e legatemi all’albero maestro.

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Volete consolarvi? Maglietta di Primark altrettanto coccosa a 6£. E senza l’invasiva e fastidiosa scrittona MOSCHINO. Tié.

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In questi giorni, poi, è uscito per la Penguin A Galaxy of Her Own: Amazing Stories of Women in Space. Raccoglie i profili di cinquanta donne che hanno contribuito a farci arrivare nello spazio, o ad esplorarlo, o a studiarlo. Astronaute, scienziate, ricercatrici che mi piacerebbe conoscere meglio – perché accontentarsi di una stanza tutta per sé, quando possiamo ambire all’intera galassia?

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Come ben sapete, non posso particolarmente contare su un uomo che mi faccia le foto. Ma ogni tanto sarebbe utile. Leggendo il blog della saggia Arianna Chieli, però, ho scoperto che esistono cover che si appiccicano ai vetri e agli specchi. E che rimangono lì. Foto a parte, sarebbe comodo averne una anche per poter agevolmente documentare le gesta di Minicuore mentre mangia la pappa, visto che i miei genitori richiedono continuamente dirette su FaceTime delle complesse operazioni. Investimento sensato e nemmeno troppo esoso? Per una volta sembrerebbe di sì.

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Le t-shirt ricamate a mano di Melidé sono già arcinote e di certo non hanno bisogno del mio entusiasmo, ma ho scoperto che ce n’è anche una di Stranger Things. E non posso che rallegrarmene tantissimo.

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Un libro muto aveva già fatto capolino sul mio Instagram, ma non ero ancora andata a spulciare per bene il sito di Slow Design, che li produce in collaborazione con una tipografia artigianale fiorentina. Che cos’è un libro muto? Un libro con copertina e legatura regolamentari… ma con le pagine bianche. Un libro-quaderno, insomma. L’assortimento è vasto, deliziosamente antiquato e la qualità della carta è ottima – li ho palpati tutti da Rigadritto in Brera, sbavando copiosamente. Prendiamocene sei scatoloni.

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