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Non mi aspettavo un romanzo nuovo di Bianca Pitzorno e mi pare quasi superfluo parlarne perché cosa volete che vi dica di Bianca Pitzorno a parte EVVIVA LA POSSIAMO ANCORA LEGGERE MA CHE ASPETTATE MICA VI SERVE LA MIA BENEDIZIONE. Per me potreste procedere con La sonnambula senza ulteriori indugi, ma se vogliamo far bene i compiti, possiamo sfarfallare un po’.

La nonna di madama Pitzorno era una ritagliatrice di articoli di giornale, notizie e annunci curiosi. A Sassari, a fine Ottocento, c’era parecchio da ritagliare ed è da quella collezione stramba e curiosa che arriva la nostra sonnambula del titolo. Da intendersi come veggente, sensitiva e/o medium, una donna che offriva servigi di “magnetismo” alla cittadinanza è esistita davvero ed è da quella precisa inserzione pubblicitaria che Pitzorno è partita per costruirle attorno una storia rocambolesca, un’affezionata clientela e un arsenale di strategie a metà tra buonsenso, blanda menzogna e indubbie doti empatiche.

Un po’ come nel Sogno della macchina da cucire, la vita della piccola città sembra un eterno slalom tra scheletri nell’armadio e belle facce da esibire in pubblico, pettegolezzo e dolori intimi, disastri privati e reputazioni da preservare per cavarsela all’interno di una rigida struttura gerarchica. Chi ha i soldi ma non ha il nome, chi ha il nome ma non ha l’umana decenza: tutti dovrebbero conoscere il proprio posto e guai a sgarrare. Ed è qua in mezzo – e in numerosi altri piccoli centri che tendono a preoccuparsi delle medesime cose, in Sardegna come nel continente – che si muove la prodigiosa Ofelia Rossi, né “signora” né popolana.

La sonnambula di Pitzorno ha avuto per necessità molti nomi e non è priva di autentiche doti divinatorie… solo che non si manifestano a comando e non di certo per le 5 lire che le vengono corrisposte per un consulto. È una donna in fuga e un’anima intelligente che meriterebbe la felicità, una sposa troppo giovane e sprovveduta e una vittima che prima della rivincita o della giustizia ambisce a una vita pacifica e sicura. Non sa di essere portentosa, date le circostanze di partenza, ma si dimostra magica più per volontà e autonomia che per le doti simulate con cui si guadagna da vivere, assestandosi in un’indipendenza perennemente minacciata ma davvero rivoluzionaria rispetto a quella – scarsissima – che possono vantare le sue clienti, per quanto altolocate.

La sonnambula – in libreria per Bompiani – è una storia degna di un feuilleton e, come un buon romanzo a puntate, c’è qualche lungaggine che poteva serenamente restar fuori, ma il congegno complessivo incrocia coincidenze e identità celate per far posto a un sentimento che cresce risoluto – senza dimenticare che sì, è bello tifare per un doveroso lieto fine. Godetevelo, insomma. È un polpettoncino di rara e magistrale atmosfera. E produrrà nei vostri cuori coraggiosi più di una palpitazione. 

Dunque, partiamo da una domanda che potrebbe sorgere spontanea: ma se mi è piaciuta la saga di Blackwater mi piacerà anche Gli aghi d’oro (in libreria con la traduzione di Elena Cantoni)? E chi può dirlo. Si tratta sempre di Michael McDowell – in questo suo molto ben confezionato ripescaggio dall’oblio – ma non ci sono chissà quanti altri punti di contatto. Sì, anche qui ci troviamo alle prese con vicissitudini e turpitudini di famiglia, anche qui possiamo crogiolarci nella deliziosa scelta di publishing di Neri Pozza – che continua ad affidare la copertina all’esimio Pedro Oyarbide – e anche qui c’è un certo gusto per il macabro, ma l’ambientazione è lontanissima dal limaccioso Perdido e manca anche l’adesione ai filoni “gotici”, magici o “mostruosi”. Qui siamo più nel territorio del poliziesco o del penny dreadful e l’intreccio personale – così come il peso che ha la caratterizzazione dei personaggi – viaggia su un binario all’apparenza molto più improntato alla funzionalità.

Che succede? Siamo a New York nel 1882 e un abisso separa i rispettabilissimi benestanti dalla feccia tignosa dei bassifondi – zone in cui una casa, oggi, costa centordicimila paperdollari al metro quadro… ricordarlo mi pare sempre divertentissimo. Le due categorie umane sono qua rappresentate dalla stirpe dell’inflessibile giudice Stallworth – repubblicano di ferro e fan sfegatato delle impiccagioni – e dalla famiglia di Black Lena Shanks, ricettatrice astuta, potente e a suo modo assai rispettata. Lei e il giudice hanno dei trascorsi non proprio idilliaci e sarà un omicidio all’apparenza casuale – come tanti se ne verificano nei quartieri del vizio – a riportare a galla gli antichi rancori. Gli Stallworth mirano a migliorare la propria posizione ergendosi ad arbitri assoluti di virtù, scatenando una campagna pubblica contro il malaffare del Triangolo Nero. Black Lena, che non ama il clamore e vuole continuare serenamente ad occuparsi degli affaracci suoi, dovrà mettere il proprio acume al servizio della vendetta. Tra oppiomani catatonici, gioielli, bambini inquietanti, gole tagliate, bische, mignottoni, dame di carità, scrofolosi e materassi infestati dai pidocchi, l’ombra lunga del Triangolo Nero finirà per lambire i quartieri altolocati, smascherando l’ipocrisia e la grettezza dei più ferventi difensori della rettitudine.

McDowell riproduce gli stessi meccanismi di morbosa curiosità che la cronaca nera – resa nella sua crudezza e nella sua ricerca esasperata del sensazionalismo – scatena nel romanzo. È una forma di “commento” e di citazione sfiziosa, va detto. Tanto spazio è lasciato al sordido e a una vasta gamma di espedienti criminali, ma l’intreccio è ben lontano dal risultare miracoloso. La ricostruzione dell’ambiente è suggestiva ma calcatissima e si mangia i personaggi, che sono incarnazioni schematiche ed essenziali di un ventaglio di disvalori che superano le identità di classe. Il ribaltamento di prospettiva che se ne ricava è gustoso e, come da copione, si tifa per la vendetta… anche se ci si arriva con poco slancio. Black Lena e il suo clan di donne a loro modo estremamente talentuose ricordano la struttura matriarcale che ha plasmato le sorti dei Caskey e, pur trovando apprezzabilissima questa “abitudine” di McDowell di mettere in mano alle femmine il potere, qua mi è sembrato di veder transitare delle figurine che compensano lo scarso spessore con una stravaganza da freakshow.
Per sintetizzare: pensavo meglio? Pensavo meglio. Ci manchi, MaryLove. Eri più cattiva te.