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Evviva, arrivano i cefalopodi!
[La prendo larga, ma approderemo dove dobbiamo approdare.]

Se volete capire meglio come funzionano i polpi – ma pure le seppie e i calamari – e fare un tour guidato giù per un ramo assolutamente unico dell’albero classificatorio delle bestie, bussate con fiducia al signor Peter Godfrey-Smith:

Ma si possono anche guardare cose, che passano un po’ tutte dallo stesso tema centrale: esseri umani addolorati o incasinati che riscoprono come stare al mondo facendo amicizia – passatemi l’immagine – con un polpo.

Trailer: Creature luminose
Tratto dal romanzo di Shelby Van Pelt, Creature luminose / Remarkably Bright Creatures è la storia di un polpo in cattività che dimostra una spiccata parzialità per due persone che fan le pulizie all’acquario – e che hanno una montagna di rogne loro da risolvere. Ho pianto tutta l’acqua del mare, credo.

My Octopus Teacher: Oscar come miglior documentario e riflessione sull'ecosistema marino - blog - blog.greenthesisgroup.com
My Octopus Teacher – che in italiano è diventato Il mio amico è in fondo al mare – è un documentario, invece. C’è un polpo libero, in natura, che viene importunato da un sub afflitto. Anche qui ho singhiozzato senza ritegno.

A che serviva questa mini-introduzione?
A dire che anche La stagione dell’acquario di Anne Cathrine Bomann – uscito per Iperborea con la traduzione di Eva Valvo – lavora sul medesimo schema relazionale tra le persone “incastrate” e i polpi, recuperando la riflessione ricorrente sul dentro/fuori, prigionia/libertà, isolamento/legame.
Il perché si perseveri nello scegliere i polpi come interlocutori – e non le cernie, le triglie, il gambero mantide o il cetriolo di mare – è una faccenda complicata, ma credo dipenda dalla ricerca della reciprocità. Reagiamo istintivamente alle creature che s’accorgono di noi, che dimostrano un tipo d’intelligenza intenzionale e in qualche modo interpretabile secondo i nostri parametri. Perché? Perché siamo dei poveracci e dei megalomani, tra le altre cose. E amiamo chi pensiamo ci ami e ci veda.

Se al polpo di Remarkably Bright Creatures si attribuiscono per ragioni narrative delle doti quasi oracolari, il polpo che incontra Vigga, la protagonista di Bomann, tende a farsi un po’ di più gli affari suoi, producendo un rimescolamento interiore che resta maggiormente a carico di chi lo guarda dalla parte “asciutta” del mondo.

C’è una giovane donna che non ha mai saputo comunicare con le altre persone che galleggia da un lavoro che disprezza all’altro. Vigga ha una sola amica sul pianeta e, per sintetizzare, non prende bene il fatto che quest’amica preziosissima arrivi all’improvviso ad annunciarle una gravidanza. Ma come, e io? Che ne sarà di me. Anche tu mi abbandoni? Perché tutti vanno avanti, costruiscono qualcosa, creano e progrediscono lasciandomi da sola nelle retrovie?

Sarà lavorando all’acquario cittadino – l’ennesimo impiego in cui non crede e che è sicura di mollare – che Vigga scoprirà una bizzarra affinità col resident-polpo, una femmina strutturalmente impossibilitata a incontrare i suoi simili ma sorprendentemente disposta a lasciarsi avvicinare da lei.
Sarà specchiandosi in una creatura che per radicale separazione dalle altre, solitudine e disparatissima essenza le ricorda la sua, di condizione, che Vigga muoverà i primi passi in un presente destinato a cambiare… e riuscirà a percepirsi parte di un’idea più grande di “natura”. Conserverà il suo sguardo peculiare, ma si scoprirà anche capace di puntarlo, finalmente, un cicinin più in là del suo ombelico.

È una storia dall’andamento rarefatto ed essenziale – perché accompagna in maniera coerente il punto di vista “straniante” della protagonista. Non brilla per virtuosismi o chissà quali squarci d’illuminazione esistenziale, ma qualche ventosa che usiamo per appiccicarci alla paura di restare fossilizzate riesce a scollarla. Ai polpi, secondo me, non interessa. Anche se sanno aprire i barattoli e ogni tanto ci concedono, loro malgrado, l’onore di ammirarli.

Uscito nel 2025 nel vasto mondo anglosassone, Tutte le mattine di Sybil arriva qua da noi per Rizzoli nella traduzione di Giuseppina Oneto – e con un publishing, specialmente sul fronte del titolo, che confesso m’avrebbe acchiappata poco, senza il poderoso clamore estero che ha accompagnato il libro e che ha contribuito a farlo finire nel mio listone disordinato di guarda un po’, poi lo leggiamo.

La caratteristica più spiccata da segnalare, qui, è la struttura epistolare. È una storia che assimiliamo leggendo la posta della signora Sybil, settantenne che vive da sola in una casetta probabilmente fatta di marzapane in una cittadina del Maryland. È in pensione da un pezzo – ha lavorato come cancelliera, in simbiosi con un giudice molto stimato -, il suo ex-marito dimora in un altro continente e i figli sono grandi e altrettanto proiettati nel vasto mondo. Lei non è di temperamento avventuroso, ma da una vita intera scrive lettere a chiunque e quell’abitudine, che si sovrappone alla sua stessa identità, continua a sostenerla e ad aiutarla a governare le relazioni con gli altri esseri umani. A noi è dato scavarci in mezzo – leggendo quello che spedisce e, quando occorre, anche quello che riceve – per farci un’idea man mano sempre più definita della sua interiorità, del suo passato e dei rapporti con gli altri personaggi, vecchi e nuovi.

Lo spauracchio più pressante che incombe sulla signora Sybil è la perdita della vista, che s’affaccia all’orizzonte con la promessa di privarla dell’indipendenza e di una quotidianità fatta di confini molto chiari. Solo le lettere possono andare e venire, in questo microcosmo chiuso – e capire come mai la signora Sybil sia così guardinga, stanziale e all’apparenza inflessibile fa parte del giocone che il libro apparecchia per noi.
C’è qualcosa che è andato storto e che continua ad avvelenare il presente, ma Virginia Evans ha tutte le ragioni per farcelo scoprire pian piano. Sybil, scegliendo con cura come raccontarsi, cosa insabbiare e cosa esternare, costruisce di fatto una realtà che le pare possibile abitare. S’impiccia, con una cortesia intransigente, si ritrae, timorosa di rivelarsi vulnerabile. Si vieta legami e speranze, perché crederci può costare caro e, ormai, le pare d’aver fatto quel che doveva fare, nella vita. Che altro dovrebbe capitare a una signora che ha superato i 70?

La struttura è di certo il punto di forza – e le rivelazioni o i ribaltamenti di “versione” tengono viva la curiosità. Il fatto che quest’ossessione così duratura e piacevolmente anacronistica per la corrispondenza trovi anche una spiegazione in una sorta di forma mentis personale della signora Sybil è fonte di sollievo, perché non lascia a penzolare nel nulla la “forma” del libro e riduce la componente di vezzosità e stravaganza della scelta, che un po’ furbetta poteva sembrare.
Bisogna anche dire che la ricerca dell’effetto e dei nostri potenziali piantini è molto evidente nella traiettoria di Sybil e che, forse, bastava pestarci su un po’ meno. Se cercate un garbuglio interpersonale da ricostruire e un incoraggiamento a uscire dal guscio, però, resta un libro che fila via bene e sollecita anche una certa speranza nel domani, nella redenzione e nel conforto che possono donarci gli altri, pure se noi istintivamente ci crediamo poco. Andrete a procurarvi una risma di carta da lettere? Chissà! I francobolli si comprano ancora in tabaccheria? Non ne ho la più pallida idea.

In Un breve soggiorno all’inferno di Steven L. Peck – tradotto da Stefano Ternavasio per Blackie Edizioni – si scopre che l’aldilà è amministrato dallo zoroastrismo e che chi non aderisce già a quell’inquadramento lì finirà d’ufficio in uno dei numerosi inferni possibili. Noi facciamo esperienza dell’inferno assegnato al nostro protagonista, modellato su un racconto di Borges, La biblioteca di Babele. La biblioteca contiene tutti i potenziali libri composti o componibili in ogni luogo e tempo e te ne puoi andare solo se trovi quello che racconta la tua storia. È plausibile trovarlo? Giammai.

Il poveraccio di cui condividiamo la sorte vaga per EONI in questo luogo sterminato, uniforme e asettico (in cui non si può manco morire per davvero). Ci sono altre anime erranti, che esprimono con grande dovizia le innumerevoli sfaccettature dell’erosione interiore e della follia innescata dal tedio assoluto e dalla mancanza di prospettive. Si tenta disperatamente di ricostituire ordini sociali e relazioni umane, si fa di tutto per occupare il tempo in un posto che esiste oltre la dimensione del sopportabile e dell’intellettualmente comprensibile. Come se non bastasse, sfogliando e sfogliando volumi, i penitenti si imbattono solo sporadicamente in una parola o in una frase di senso compiuto – te pensi: che bello, un’eternità a leggere capolavori in una biblioteca senza fine! E invece no, nella prodigiosa connotazione combinatoria della biblioteca i libri contengono quasi solo roba che pare scritta da un gatto che cammina sulla tastiera – sajs71)/?©@.€/773shsuHuBsiCOSÌ INSOMMA.

A parte il terrore che l’eternità e l’infinito generano in automatico nei cuori e nelle menti dei mortali – più o meno dotati di fede -, la radice del problema sta nella presenza dichiarata di una via d’uscita, che però è ingegnerizzata per concretizzarsi in un’illusione di raro sadismo. L’inferno è la speranza che muore perché mai e poi mai ci si trova nelle reali condizioni di afferrarla.
Che malessere. Che magone. Che paura, signor Peck. Ma chi me l’ha fatto fare. Idea stupenda e fertilissima? Certo. Ci vivrei? Ma manco dipinta.

Un libro! Un pesce spada! Una macchina fotografica! Un temporale! Una medusa! Un asino!
Basterebbe questo elenco all’apparenza sconclusionato per arrivare al cuore di Principio metà fine di Valeria Luiselli – tradotto da Tommaso Pincio per Einaudi Stile Libero, ma propenderei per un approccio meno criptico.
Quel che sappiamo è che c’è una scrittrice che approfitta dell’ottimo riscontro internazionale ottenuto con i suoi libri per cambiare aria dopo una separazione impervia. Insieme alla figlia si dedica a una forma di nomadismo che è insieme fuga e ricerca – dell’ispirazione, di un nuovo centro e di un equilibrio che le pare perduto. Accolta in Europa da editori esteri di ogni dove, decide a fine tour di stabilirsi per un po’ a Catania, nell’appartamento lasciato temporaneamente libero da un amante musicista. La Sicilia, scopriremo con immane sollievo, non è solo una cornice pittoresca ma il luogo d’origine della sua famiglia….. e il posto destinato a far incontrare la mitologia “privata” da cui discende con la mitologia “canonizzata” che fa da base a tutte le storie del mondo.

A fare da nume tutelare all’impresa – insieme a un mondo naturale in subbuglio -, c’è il dio Proteo, mutaforma sfuggentissimo e “oracolo” capace di vedere il tempo come un grande impasto fluido. Ma come Proteo diventa interpellabile solo dopo aver compiuto tutta la catena delle sue trasformazioni, anche la scrittrice e la sua bambina dovranno dar senso a quello che trovano lungo la strada e cambiare pelle per immaginarsi in un futuro nuovo. Pare un casino, ma non lo è: Proteo viaggia con loro in uno zaino, immortalato su un frammento di mosaico che un’indomita bisnonna tombarola ha rinvenuto proprio lì in Sicilia. Capiremo cosa l’universo si aspetta da noi se saremo capaci di riportare Proteo a casa sua? O mai, in questo mondo, possiamo aspettarci di catturarlo davvero?

È un libro di vastissima intelligenza “architettonica”. Luiselli ci porta a spasso travestendo la storia da bozza in corso di compilazione e, appunto dopo appunto, raccorda un presente di smarrimenti personali e incombenze quotidianissime con una dimensione antica, simbolica e misteriosa. Forse somiglia proprio a un mosaico da dissotterrare, questo libro. Si sente la terra vecchia – che Luiselli veste di tutti i prodigi aggiuntivi che le occorrono – e ci si guadagna una visione del disegno complessivo spennellando con attenzione. Nessun dettaglio va sprecato, perché in fin dei conti le grandi rivelazioni ce le inventiamo noi, riordinando e trovando un senso a quello che ci capita. Lo sappiamo fare perché ce l’hanno insegnato i miti e, anche se non in tutte le case c’è una piastrella di Proteo, tutte le famiglie si nutrono di un’epica minima che le tiene insieme. Di fronte alla catastrofe, a vincere sarà l’innocenza tenace di una bambina che spera d’aver decifrato il volere del destino.

 

John Patrick McHugh è simultaneamente un gran volpone e anche uno che mette molto bene le cose in chiaro, sin dal titolo. Fine primo tempo – il suo romanzo d’esordio, in libreria per Heloola con la traduzione di Bianca Rita Cataldi – racconta una fase di passaggio, la fine di un capitolo e il limbo confuso che ci separa dal successivo. E, visto che il protagonista fa (anche) il volenteroso difensore in una squadra di calcio gaelico, la scansione temporale sportiva risulta appropriatissima. L’intervallo che attraversiamo – che Sally Rooney, grande amica del McHugh, forse avrebbe battezzato più volentieri Intermezzo – è quello tra la scuola e l’università, gli amori pasticciati e i sentimenti da coltivare, il presente da figlio e il futuro da giovane uomo indipendente e, per tirarci dentro tutto quanto, l’adolescenza e il gigantesco CHISSÀ della vita adulta.

Ma cos’è che succede? John sta aspettando i risultati degli esami finali per capire che università potrà permettersi di seguire e passa l’estate a lavorare in un albergone per turisti e a guadagnarsi un posto da titolare nella squadra dell’isola. I suoi si stanno separando, sua sorella si deve sposare, lui è un groviglio di apprensioni e di spaesamenti, senza più troppi punti di riferimento – al di là dei quattro soliti amici – e senza piani o ambizioni solide da seguire. Sa all’incirca di volersene andare, ma non è ancora capace di immaginarsi altrove e l’opportunità di inventarsi da capo il futuro è più fonte d’inquietudine che spinta propulsiva e risoluta.
E l’amore? È un enigma – e un’occasione perfetta per tradire di continuo il proprio cuore. La dinamica tra John e la sua collega Amber mi ha ricordato moltissimo Normal People: non ci si ama rispondendo solo a quel che sentiamo ma ci si ama in un contesto che può deformare tutto, specialmente se il coraggio di doversi sincerità è ancora in fase di costruzione. John si vergogna di Amber, è dispostissimo a credere solo al peggio (per quanto privo di fondamento possa essere) e vorremmo insultarlo ogni tre pagine, per quanto è coniglio. Il fatto che sia anche profondamente terrorizzato dalla sua stessa inettitudine è sia un’attenuante che un’aggravante e finisce che tocca a noi vergognarci del poco credito che troviamo legittimo concedergli. Sembra tutto plausibile? In fin dei conti sì, perché John non capisce niente e la sua inopportunità, la sua goffaggine, il suo continuo fraintendere e la disperazione con cui cerca un appiglio è roba che può esserci capitato di attraversare. Sarebbe bello ricordarsi solo i trionfi, ma è anche inanellando cretinate che si diventa grandi – per quanto ammaccati ci si arrivi.

Se siete in cerca di conclusioni risolutive l’isola di John potrebbe non fare per voi. Se vi va di affrontare una trama che funge da dichiarato pretesto per riprodurre un’atmosfera e un terrificante momento di passaggio vi conviene cominciare a fare dei giri di campo, che c’è da accaparrarsi una maglia e tutti sono sulle tribune a fare il tifo, anche se magari piove e faticherete a vedere più in là del vostro naso.
La vita comincia davvero quando si smette di pensare a che effetto facciamo sugli altri e si bada solo a doversi un po’ di fedeltà? Ce lo auguriamo di cuore, McHugh. Anche se forse non si ci si arriva mai.

Allora, facciamo che dell’adattamento cinematografico di Project Hail Mary ne parliamo quando vado a vederlo – nonostante Ryan Gosling campeggi sulla copertina – e qua pensiamo al libro, che è gustoso e matto, oltre che ben inseribile nel recente filone dell’affettuoso rinascimento spazial-umano. Ciao, Artemis 2.

Andy Weir è un narratore che s’intende di gente sola (e più o meno alla deriva) nello spazio o su pianeti non ancora contaminati da una nostra presenza “strutturata”. Il problema scatenante, qui, è la scoperta di un microrganismo che pare nutrirsi dell’energia delle stelle. Fantastico, c’è vita nel cosmo! E invece no, perché se questi “astrofagi” ci mangiano il sole e ne attenuano la luminosità vuol dire che gli ecosistemi terrestri finiranno a gambe all’aria e noi, in sintesi, moriremo di fame e/o torneremo all’età della pietra (dopo esserci vicendevolmente sterminati per contenderci delle risorse ormai esigue). La catastrofe incombe! MA LA SCIENZA PUÒ SALVARCI – anche se intende affidarsi a eroi improvvisati!

Un professore di scienze delle medie, per fortuiti incastri e un audace passato da ricercatore – carriera finita nel cesso perché ha litigato con tutti e gli han dato dello squinternato – si trova a studiare questi astrofagi e guadagna una posizione privilegiata nella task-force globale che sta faticosamente provado a mettere in piedi una missione per salvare la Terra. Noi lo apprendiamo dalla quarta di copertina e man mano anche da quello che si ricorda e riesce a ricostruire il professor Grace, che all’inizio del romanzo è effettivamente a bordo di una navicella sofisticatissima ma non sa neanche più come si chiama – le gioie del coma indotto, a quanto pare. Quel che intuisce con chiarezza è che lui nello spazio non ci voleva andare, non è di certo un astronauta e la missione ha tutta l’aria di essere stata concepita come un eroico suicidio senza biglietto di ritorno. Mal comune mezzo gaudio, però, perché nei pressi dell’unica stella che è stata contagiata dagli astrofagi ma non si sta miracolosamente spegnendo c’e un altro vascello che galleggia nel vuoto del cosmo….. AMAZE AMAZE AMAZE. Sì, è un’adorabile CIT.

In uno scenario utopico – in generale e ancor di più nel momento presente – l’umanità si coalizza e diventa intelligentissima per salvarsi la pelle. La ricerca e le sue applicazioni spalancano un orizzonte di sfolgorante speranza, ma sarà un legame d’amicizia che trascende le distanze galattiche a rendere concretamente possibile l’impensabile. Weir, che ci tiene tantissimo a farci sapere che se l’è studiata bene, non ci risparmia formule, biologia molecolare, esperimenti minuziosi e nozioni termodinamiche che io, son sincera, non ho la struttura neurologica per comprendere e che ho subito con la paziente rassegnazione che ha caratterizzato gli anni del liceo. Nonostante l’ordalia, il romanzo prevede anche spiegazioni spicciole che permettono pure a noi minorati fisico-matematici di afferrare i passaggi fondamentali e, soprattutto, non tralascia gli aspetti relazionali, lasciando pure baluginare la curiosità autentica che credo accompagni la ricerca scientifica.

Insomma, Project Hail Mary è un’avventura con catastrofe incombente, dilemmi, crisi d’identità e un buon senso dell’umorismo. E può contare su un lavoro più che dignitoso in termini di struttura. C’è da sospendere tutta l’incredulità che vi resta, ma personalmente trovo più plausibile conversare con un sasso alieno che risolvere un integrale, quindi pochi problemi. E il finale è MOLTO TENERO. Fantascienza scaldacuore? Ebbene sì.  

*

Altre informazioni che potrebbero rallegrarvi:
– esiste un pupazzo di Rocky
– esiste la maglietta con scritto AMAZE AMAZE AMAZE
LEGO vuol farvi costruire la Hail Mary

Dunque, Tre nomi di Florence Knapp è uno di quei romanzi che si affacciano all’uscita in libreria con una lista già lunga di acquisizioni estere, diritti venduti ai quattro angoli del mondo e grande entusiasmo nel comparto degli addetti e delle addette ai lavori – un pubblico solitamente incline a pessimismo, fastidio e foschi stati d’animo. Knapp arriva qui in Italia nella traduzione di Federica Merati per Garzanti, che mi ha dato l’allegra possibilità di chiacchierare con l’autrice. Gli argomenti di conversazione non mancano, visto che il libro è sia dotato di una struttura curiosa che di un passo svelto e incalzante, oltre che di un ventaglio di relazioni e scogli affascinanti da seguire.

Ma come funziona?
Così.

Una madre, Cora, è chiamata a “registrare” il suo bebè all’equivalente britannico dell’anagrafe. In una giornata elettrica e tempestosa, esce con la figlia più grande e il bebè per occuparsi di questa commissione che dovrebbe essere di pura routine, visto che il marito – uomo dispotico e violento – le ha ordinato esplicitamente di battezzarlo col suo nome. Gordon “Sr” è certo che Cora gli ubbidirà e che la creatura tornerà a casa chiamandosi ufficialmente Gordon “Jr”. Cora, però, tentenna. Voglio davvero che raccolga l’eredità di quest’uomo che mi tormenta e mi riduce all’impotenza? Voglio rivedere lui ogni volta che guardo mio figlio? Voglio scaricare su un innocente questa tara generazionale fatta di cattiveria? Florence Knapp, a questo punto, ramifica la storia in tre, in base a come Cora finirà per chiamare il bambino. In un’iterazione opta per Bear – accogliendo il suggerimento caloroso e buffo della sorellina maggiore -, nella seconda lo chiama Julian – un nome che piace solo a lei e che ipotizza l’esistenza di un “padre celeste” migliore del padre di cui dispongono nella realtà – e nella terza si rassegna a chiamarlo Gordon. Come reagirà il padre? E chi diventeranno, di conseguenza, questi tre bambini? Knapp ci racconta le loro storie a partire dal 1987 e coprendo un arco di 35 anni, tornando a far visita a tutti quanti a intervalli di 7.
Per approfondire ulteriormente, ecco qua Florence che risponde con grande generosità alle mie domande.


I “se” sono sempre un argomento di riflessione affascinante, penso. Ed è anche molto umano guardarsi indietro per cercare di individuare una potenziale sliding-door, uno di quei bivi che hanno il potere di cambiare radicalmente una vita. Fa anche una gran paura, però, perché ci si accorge alla svelta che i fattori che rispondono al nostro controllo sono pochissimi. Ma ci aggrappiamo alla speranza. Scegliamo di credere che ogni cambiamento sia intenzionale, che dipenda da noi. La chiave che usi nel romanzo per sviluppare tre futuri diversi per lo stesso bambino è il nome, una variabile su cui non ha il minimo controllo. Sua madre, Cora, decide come chiamarlo e lui dovrà convivere con questa decisione per il resto della sua vita. Perché hai scelto un innesco di questo tipo? Che significato ha per te il nome di una persona?

[F. K.] – Credo di aver usato il nome perché i nomi hanno il potere di plasmare il modo in cui verremo “visti” dagli altri – e anche il modo in cui noi stessi ci percepiamo. Mettendo a confronto i tre filoni alternativi della vita di questo bambino, ciascuno determinato dal nome che gli è stato dato, sono riuscita a catturare le innumerevoli ramificazioni che una decisione di questo tipo può scatenare.

I nomi sono costrutti potentissimi – quando sentiamo il nome di qualcuno è un po’ come se aprissimo il cassetto di uno schedario. Nella nostra testa, chiamiamo a raccolta tutto quello che sappiamo di quella persona: come ride, come cammina, come ci fa sentire, che lavoro fa, di che colore ha i capelli, dove abita.  Credo che i nomi, in qualche modo, ci offrano più materiale rispetto a una fotografia, che cristallizza una versione statica di quella persona, in un’età specifica, in un momento e in un determinato stato d’animo.

Riusciremo davvero ad afferrare perché la scelta del nome per il bambino è un evento così carico di conseguenze solo esplorando un po’ meglio il mondo di sua madre. Com’è la vita di Cora, quando la incontriamo nel 1987, all’inizio del romanzo?

All’inizio della storia, ogni aspetto della vita di Cora è controllato dal marito. Quello che legge, quello che indossa, come può trascorrere le sue giornate. Lui vorrebbe che Cora assecondasse una consolidatissima tradizione di famiglia, dando il suo stesso nome al bambino. Ma la storia si frattura in tre filoni distinti quando Cora prende in considerazione altri due nomi, rifiutandosi di condannarlo a vivere nei panni di suo padre.

Nel 1987, la Gran Bretagna è stata investita dalla tempesta più violenta degli ultimi due secoli. Cora si sveglia e trova il mondo in subbuglio e, in un certo senso, avverte anche che il flusso “normale” delle cose ha subito una breve interruzione. Anche se ignorare i desideri del marito violento per chiamare suo figlio in un altro modo rappresenta un rischio, le circostanze insolite in cui si trova finiscono per darle coraggio.

Gordon, il padre, sembra vivere due vite completamente separate. Per il mondo “esterno” è un medico – un bravo dottore, affidabile e stimato -, ma a casa è un marito crudele, violento e dispotico. Nessuno è a conoscenza di questa vita domestica completamente nascosta, il che non fa che isolare Cora ancora di più. Sa benissimo che nessuno crederebbe a tutto quello che sta subendo e, da lettrici e lettori, ci troviamo in una posizione difficile: tifiamo per lei e vorremmo tanto vederla scappare da lì, ma dobbiamo anche capire perché per Cora sia quasi inconcepibile. È stato doloroso, da scrittrice, intrappolare un’altra donna in una situazione così tremenda? 

Sì, è stato incredibilmente doloroso. Anche se credo che, accompagnando Cora nella storyline di Gordon Jr, sono riuscita a comprendere meglio perché non riesca ad andarsene. A ogni snodo mi ritrovavo a pensare, Ecco, finalmente può scappare, adesso ci siamo. Ma poi riflettevo sulle potenziali reazioni di Gordon e ogni volta spuntava un nuovo muro che le costruiva davanti, un nuovo livello di controllo. Potevano essere gli abusi fisici e l’isolamento sociale, poteva privarla della sua indipendenza finanziaria o mettere in discussione la sua sanità mentale, poteva minacciare di portarle via i figli… diciamo che mi è sempre sembrato un sollievo potermi rifugiare negli altri due filoni narrativi, in cui la vita di questa famiglia offre più speranza – anche se gli ostacoli non mancano mai.

Perché hai scelto di lavorare su un intervallo temporale di 7 anni?

Seguiamo questa famiglia lungo un arco di 35 anni e ho saputo, sin da subito, che mi sarebbero serviti dei salti temporali piuttosto ampi, in modo da poter incontrare le versioni di questo bambino a intervalli ben scanditi, focalizzandoci con precisione sui momenti emblematici che lo plasmano, sia durante l’infanzia che nell’età adulta. C’è anche una teoria, ho scoperto, secondo cui il corpo umano si rinnova completamente seguendo cicli di 7 anni e mi è parso un buon punto di riferimento per un romanzo che, almeno in parte, parla anche di trasformazione.

Bear, Julian e Gordon crescono in tre ambienti molto diversi, determinati dalla reazione iniziale del padre. Anche negli scenari peggiori, la possibilità di costruire una “comunità” e di trovare sostegno diventa un pinnacolo di speranza. Cos’è la famiglia, allora? La vera speranza si può trovare nelle famiglie che ci scegliamo, nelle circostanze che decidiamo di creare per noi stessi?

La famiglia, nel romanzo, assume moltissime forme. Alcune sono più convenzionali – due persone che si innamorano e si costruiscono una vita insieme – ma mi è anche piaciuto scrivere di famiglie d’elezione, o di un nucleo in cui si stringono legami tra generazioni radicalmente diverse, o di una vicinanza che nasce da una passione comune. A parte il matrimonio di Cora, credo che la speranza e la gioia si possano trovare in ciascuna di queste configurazioni, per quando disordinate o imperfette siano.

Alcuni personaggi ricoprono un ruolo centrale nella vita di Bear/Julian/Gordon mentre, in altre iterazioni, sono presenze più evanescenti. Hai pianificato tutto sin dall’inizio o hai deciso strada facendo chi includere nel “cast” in maniera più incisiva?

C’era ben poco di scolpito nella pietra, all’inizio, anche se sapevo di voler giocare con l’idea che una decisione singola, come il nome da dare a un bambino, potesse influenzare quali persone diventeranno fondamentali per noi. C’è un personaggio che si chiama Lily e, in uno dei filoni della vita di questo bambino, lui si innamora di lei. In un altro, invece, le infligge un danno gravissimo. In un terzo, poi, le loro traiettorie si sfiorano a malapena.

Bear, Julian e Gordon imboccano strade separate, ma tutti e tre crescono con una paura molto radicata – o, almeno, con un dubbio fondato: siamo destinati a diventare come nostro padre? Mentre Bear e Julian rifiutano radicalmente questo scenario, per Gordon Jr è molto più complicato. All’inizio lo disprezziamo, in un certo senso, perché si schiera dalla parte del padre – il soggetto “potente” nella dinamica di famiglia -, anche se non dovremmo giudicare un bambino per le strategie di sopravvivenza che adotta…

Credo che Gordon Jr subisca una manipolazione atroce da parte di suo padre, che finisce per usarlo come un’arma. Non ha il pieno controllo sulla sua bussola morale e fa alcune scelte discutibili. Da adulto non può cambiare quello che ha fatto, ma ha la possibilità di decidere chi essere e come inserirsi nelle vite degli altri, da quel momento in poi. Non credo che abbia necessariamente il diritto di ottenere il perdono delle persone che ha ferito, ma trovo che ci sia della speranza, nel consentirgli di essere giudicato dal mondo per l’adulto che sceglierà di essere.

Sei sempre stata una “Florence” o c’erano altre possibilità? Per dire, io sono una Francesca ma dovevo chiamarmi Isotta – che qua da noi è un po’ meno comune. 🙂

Mi piacciono molto sia Isotta che Francesca – sono entrambi dei bellissimi nomi. Io sono sempre stata una Florence. Vorrei poter dire d’aver preso il nome dalla città, ma la verità è che mia madre, durante la gravidanza, aveva visto The Magic Roundabout, un cartone francese in stop-motion, e si era innamorata di questa Florence, un personaggio con delle scarpette bianche coi lacci.

Non si scrive (e non si legge) ma in uno spazio vuoto e indago sempre con grande curiosità le influenze altrui sul processo creativo. Libri, musica, film… cosa ti ha aiutata o ispirata durante il lavoro su Tre nomi?

Oh, adoro questa domanda. E sì, concordo in pieno.
Qualche esempio.
C’è un verso di Dancing in the Dark, una canzone di Bruce Springsteen, che dice “I check my look in the mirror / Wanna change my clothes, my hair, my face’. Mi sono resa conto, scrivendo, che continuava a girarmi in testa. Dopotutto, è una sensazione con cui sia Gordon Jr che Julian si ritrovano spesso a lottare.
Poi c’è Maya Angelou, che ci porta in posti scomodi, con i suoi libri. Da lettrice, però, mi ha sempre fatto sentire avvolta in una specie di bozzolo protettivo. Non so come ci riesca, ma credo dipenda dal calore e dalla bellezza delle parole che sceglie. Ci penso spesso – a come si possa trovare un equilibrio tra luce e oscurità.

Se anche a voi andrà di cercarlo, trovate Tre nomi in libreria. Grazie a Florence Knapp per la pazienza e la gentilezza e a Garzanti per averci messe in contatto.

Non mi aspettavo un romanzo nuovo di Bianca Pitzorno e mi pare quasi superfluo parlarne perché cosa volete che vi dica di Bianca Pitzorno a parte EVVIVA LA POSSIAMO ANCORA LEGGERE MA CHE ASPETTATE MICA VI SERVE LA MIA BENEDIZIONE. Per me potreste procedere con La sonnambula senza ulteriori indugi, ma se vogliamo far bene i compiti, possiamo sfarfallare un po’.

La nonna di madama Pitzorno era una ritagliatrice di articoli di giornale, notizie e annunci curiosi. A Sassari, a fine Ottocento, c’era parecchio da ritagliare ed è da quella collezione stramba e curiosa che arriva la nostra sonnambula del titolo. Da intendersi come veggente, sensitiva e/o medium, una donna che offriva servigi di “magnetismo” alla cittadinanza è esistita davvero ed è da quella precisa inserzione pubblicitaria che Pitzorno è partita per costruirle attorno una storia rocambolesca, un’affezionata clientela e un arsenale di strategie a metà tra buonsenso, blanda menzogna e indubbie doti empatiche.

Un po’ come nel Sogno della macchina da cucire, la vita della piccola città sembra un eterno slalom tra scheletri nell’armadio e belle facce da esibire in pubblico, pettegolezzo e dolori intimi, disastri privati e reputazioni da preservare per cavarsela all’interno di una rigida struttura gerarchica. Chi ha i soldi ma non ha il nome, chi ha il nome ma non ha l’umana decenza: tutti dovrebbero conoscere il proprio posto e guai a sgarrare. Ed è qua in mezzo – e in numerosi altri piccoli centri che tendono a preoccuparsi delle medesime cose, in Sardegna come nel continente – che si muove la prodigiosa Ofelia Rossi, né “signora” né popolana.

La sonnambula di Pitzorno ha avuto per necessità molti nomi e non è priva di autentiche doti divinatorie… solo che non si manifestano a comando e non di certo per le 5 lire che le vengono corrisposte per un consulto. È una donna in fuga e un’anima intelligente che meriterebbe la felicità, una sposa troppo giovane e sprovveduta e una vittima che prima della rivincita o della giustizia ambisce a una vita pacifica e sicura. Non sa di essere portentosa, date le circostanze di partenza, ma si dimostra magica più per volontà e autonomia che per le doti simulate con cui si guadagna da vivere, assestandosi in un’indipendenza perennemente minacciata ma davvero rivoluzionaria rispetto a quella – scarsissima – che possono vantare le sue clienti, per quanto altolocate.

La sonnambula – in libreria per Bompiani – è una storia degna di un feuilleton e, come un buon romanzo a puntate, c’è qualche lungaggine che poteva serenamente restar fuori, ma il congegno complessivo incrocia coincidenze e identità celate per far posto a un sentimento che cresce risoluto – senza dimenticare che sì, è bello tifare per un doveroso lieto fine. Godetevelo, insomma. È un polpettoncino di rara e magistrale atmosfera. E produrrà nei vostri cuori coraggiosi più di una palpitazione. 

Non so se è merito di Gala Maria Follaco – che ha tradotto con un afflato di umanità che quasi mai trovo nella narrativa giapponese relativamente recente – o se è tutta roba di Fumio Yamamoto ma COLPO DI SCENA ho apprezzato I dilemmi delle donne che lavorano.
Neri Pozza ha recentemente traghettato in Italia questa raccolta di cinque racconti uscita in origine nel 2000 in Giappone e che parla, per farla brevissima, di donne variamente incastrate. In una società fondata su ruoli rigidi e in cui la dignità personale passa soprattutto dalla produttività, Yamamoto esplora un limbo di disallineamento e di difficile convivenza con le norme condivise del decoro e dell’ordine. Lo fa mettendosi di traverso nei due contesti “istituzionali” di base: la coppia e il lavoro.

Ci sono donne giovani che dopo una malattia non hanno voglia di fare proprio niente, donne di mezza età che per far quadrare i conti si occupano della famiglia ma pigliano anche i turni di notte al kombini, donne libere e vagabonde che si fanno mantenere, ex donne in carriera che perdendo il marito perdono anche l’aziendina avviata insieme e ragazze che vorrebbero sposarsi solo per sottrarsi al controllo del proprio padre ma hanno un fidanzato “inadeguato” che non finisce mai il dottorato.

Che cosa sono o che cosa sono diventate tutte queste donne? Per il contesto a cui appartengono sono strambe aberrazioni, simboli di fallimento, spreco o imperdonabile pigrizia. Rompono equilibri codificati – sia lavorando che rifiutandosi di farlo – e manifestano desideri che nessuno sa bene come inquadrare. Che siano divorziate, spose riluttanti, madri ignorate o dirigenti arenate, tutte disattendono le aspettative, fanno troppo o troppo poco, imparano da capo a chiedersi per cosa vale davvero la pena affannarsi. Quanto spazio si libera, quando non ci si incarica più di oliare gli ingranaggi di un mondo che non ti vede ma che ha bisogno di tenerti in riga? Non finiscono, questi racconti, non producono GRANDI MESSAGGI – per fortuna, pure – ma ci offrono un buon punto d’osservazione sulla ricerca, faticosa, di uno spazio in cui sentirsi delle persone e non solo delle funzioni.

Per far funzionare Destinazione errata di Domenico Starnone – in libreria per Einaudi – bisogna stabilire all’istante che il protagonista è un poveretto. Se partiamo da quel presupposto lì, se decidiamo che lui è un mollusco, un pavido, un inetto e anche un viscido opportunista si può procedere, altrimenti è un po’ complicato seguirlo e credere in questo inspiegabile harakiri sentimentale.

Cosa succede. Il poveretto in questione fa lo sceneggiatore e lavora in prevalenza con questa Claudia a una serie che s’è inventata lei. Invece di scrivere “ti amo” alla moglie – intelligente, in carriera, bellissima – lo scrive per sbaglio a Claudia e Claudia gli risponde subito una roba tipo “finalmente ti sei deciso!”. Ciò basta a sprofondarlo in un vasto panico esistenziale.
Non sappiamo cosa Claudia ci trovi, in questo qui, ma a quanto pare lo ama in silenzio da un pezzo. Anche lei è sposata e dotata di prole. Lui, che di figli ne ha tre e che adora sua moglie – ricambiatissimo – e gode dell’ammirazione che la sua famiglia visibilmente perfetta suscita negli altri, non ha manco mai percepito Claudia come un potenziale oggetto del desiderio, ma tanto basta. Lei lo lusinga con questa confessione e lui, anche se non l’ha praticamente mai guardata in faccia e nemmeno si ricorda di che colore ha i capelli, decide che non può ferirla dicendole “scusa Claudia ho sbagliato a pigiare non era per te quel ti amo lì”. Visto che la semplice verità tende a spezzare le tibie alle storie, questo tentativo d’avventura extraconiugale viene sviscerato nel libro nell’arco di un’impervia settimana.

Due sventurati. Sia presi singolarmente che assieme. Claudia è sventurata anche affiancata al marito, si insinua lentamente nel corso della narrazione, ma lui no – ci pensa da solo. Quanto può tediarci la felicità per andare a incistarci in una situazione così mesta? Ma che ci frega di limonare nei portoni, a quasi quarant’anni, imponendoci pure una passione che non è mai esistita e che rantola per tirare la testa fuori da un oceano di Lego Duplo?
L’aspetto innovativo, qua, è che si rovescia una verità istintiva ben radicata: il corteggiamento è romantico, il corteggiamento è pieno d’emozione e di passione travolgente che spazza via la ragione e t’invade la vita. Il corteggiamento è quel momento che si racconta perché mai più forse ci si amerà con così tanta foga e sprezzo del pericolo. Starnone ce l’ha presente, questa faccenda, ma alza la mano per dire no, non sotto la mia giurisdizione. Guarda che tristezza, che meschini problemi pratici, che pulsioni fiacche. Non è un romanzo sulle corna o una storia di relazioni, è speculative-fiction con due persone in crisi di mezza età al posto di alieni, civiltà al collasso e androidi senzienti. Il cuore di questo libro non sta nel pretesto narrativo del messaggio spedito alla persona sbagliata, ma sta forse nella rappresentazione di un corteggiamento brutto, nato da una noia millenaria e da uno struggente complesso d’inferiorità – mi dedico a Claudia, che pare aver davvero bisogno di me. Occorre essere disperati davvero – o troppo felici – per sperare di dare uno scrollone alla propria vita con una storia d’amore così. E lui, che ha l’unico talento di complicare il semplice, meriterebbe una sediata sui denti meno obliqua di quella che gli offre Starnone. Resta il santo patrono delle corna? Sì, ma dovendo scegliere continuo a tifare per Lacci.