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Libri pazzi, eccoci!
La torre di Bae Myung-Hoon – in libreria per Add Editore con la traduzione di Lia Iovenitti – è una raccolta di racconti ambientati tutti nello stesso posto: un edificio-stato che contiene mezzo milione di persone distribuite su più di 600 piani. Si chiama Beanstalk – strizzando l’occhio al Fagiolo Magico per la sua vocazione a svettare verticalmente – e, oltre a spiccare per scarsa propensione alla pacifica coesistenza coi paesi vicini (che sono “estero” anche se occupano l’isolato limitrofo), è un concentrato di conflitti pronti a deflagrare. Dietro alla facciata dell’utopia armoniosa, infatti, si spalanca una voragine di disparità, privilegi, magheggi e intrallazzi, dal lavoro alla politica, dall’economia alla ricerca. É una sorta di esperimento densissimo di coabitazione in presenza di risorse scarse, ma anche una satira rivolta alle società “avanzate”, che molto spesso cercano di nascondere le loro disumanità fondative.

I racconti cercano di illuminare le diverse facce del complesso intreccio di soldi, influenza e potere che animano i rapporti nella Torre. Dalla speculazione immobiliare agli arcigni sistemi di difesa che puntano a isolare lo stato-edificio dal resto del mondo, tutto alla Beanstalk è rigidamente normato. La fobia del caos, del disordine e dell’”invasione” è lo specchio di un disperato tentativo di scoraggiare ascese impreviste, in un finto sistema meritocratico che vende sogni ma ben poco solide realtà. Tutti vogliono guadagnarsi un posto alla Beanstalk, ma ne vale davvero la pena? Non occorre una particolare immaginazione per applicare la medesima domanda ai contesti che popoliamo anche noi, tra cinismo difensivo, autentica rabbia sociale, furbi espedienti e maldestri tentativi d’auto-convincimento.

La torre mi è garbato per l’idea e la struttura “episodica”, ma forse meno per l’effettiva esecuzione. È un’edizione rivista rispetto alla prima edizione di una decina d’anni fa – tradotta direttamente dal coreano, senza lingue-ponte come spesso in tempi recenti è capitato – e regge alla prova dell’attualità geopolitica, per quanto i racconti risultino molto enfatici, un po’ sbalestrati e qua e là fin troppo ingarbugliati. I problemi di “tono”, però, credo dipendano in larga parte dal mio orecchio poco allenato. Ballard concorrente di Squid Game? Forse un po’ sì.

Le Quattro galline di Jackie Polzin – in libreria per Einaudi Stile Libero con la traduzione di Letizia Sacchini – non sono le occulte custodi dell’antica saggezza del mondo. Nel loro razzolare non troveremo la sapienza del cosmo o le indicazioni velatissime di un’entità superiore – assai opaca ma fondamentalmente pronta a guardarci le spalle. Le galline sono un pretesto. Sono vittime inconsapevoli. Sono in balia del caso, del caos e della fortuna. Le galline non sanno niente e possono controllare solo quello che hanno davanti al becco. Le galline, in un certo senso, siamo noi. Anzi, potrei azzardarmi a dire che godono di un relativo privilegio: nel microcosmo solo all’apparenza inoffensivo di questo libro, hanno chi le accudisce e veglia sulla loro strutturale impossibilità di contrastare gli accidenti della vita.

Le galline vivono nel pollaio di una casa dal valore immobiliare in picchiata. Sono le galline di una coppia formata da un accademico condannato ad essere promettente (forse) in eterno e da una donna che sta cercando di uscire dal limbo di un desiderio viscerale frustrato. Si sorreggono a vicenda senza grandi gesti plateali e, a vederli così, non sembrano neanche travolti da chissà quale formidabile sentimento. Vivono in un quartiere che dovrebbe avere una collocazione urbana ma pare composto da una serie disordinata di microscopici feudi infestati da predatori boschivi, tratte commerciali diventate troppo invadenti, cortili pieni di roba che nessuno sa come smaltire, depressioni periferiche e gentrificazioni al contrario. Non si capisce da dove piglino i soldi per campare, ma quattro galline le possono mantenere.

Il libro ci invita senza particolari preamboli a partecipare alla quotidianità di lei – che funge anche da voce narrante – e delle sue galline. Quando arriviamo, c’è una possibilità di futuro che si inserisce timida nel clima di disillusione generale. Seguiremo questa possibilità immergendoci in una stratificazione di dettagli “piccoli” che, nell’accumulo graduale, son poi quelli che costituiscono la realtà del vivere. Puliremo case – e penseremo a cosa vuol dire -, compreremo granaglie, visiteremo madri, scalderemo avanzi, baderemo al bambino della nostra amica, risponderemo alle rimostranze dei vicini e aspetteremo lettere importanti mentre cerchiamo di capire se in giardino abbiamo un albero che sta per crepare o no. Le galline saranno una preoccupazione costante.
Perché non fanno le uova?
Il freddo le sterminerà?
Hanno da bere?
I procioni possono raggiungerle?
Ci preoccuperemo per le galline perché abbiamo paura di preoccuparci per noi. Ci prenderemo cura di queste benedette galline perché abbiamo bisogno di scoprirci in grado di proteggere almeno loro.

È un bellissimo libro strano. Restituisce dignità “filosofica” a un pragmatismo che sembra risalire alle pulsioni più viscerali e sincere, ma senza menarcela con piccoli mondi antichi e con la magia delle creature semplici. È un libro pieno di dolori tremendi e destini di una normalità spietata, di teste che lavorano – e rimestano quel che di irrimediabile c’è nel passato – mentre le mani sono impegnate. Racconta quello che succede quando il posto dove vivi muore e tu non hai modo di aggiungere vita a quel che c’è, ma puoi solo provare a limitare i danni in vista di qualcosa che non sai bene se arriverà. E in mezzo ai piedi hai queste quattro galline che non sanno niente, ma forse hanno capito chi sei.

Allora, se il vostro obiettivo è approcciarvi a una scrittura estrosa, guizzante, ricca e succulenta – ECCO, qua non gira esattamente così. Lo stile ragionieristico giapponese – iper funzionale, precisino e fondamentalmente anonimo – colpisce ancora… e devo confessare che un po’ patisco questa strutturale impossibilità di distinguere una voce dall’altra. Di buono c’è che non si sconfina nella pedanteria e nella ripetitività e che, forse proprio per l’atmosfera piana e per l’assenza di arzigogoli, I miei giorni alla libreria Morisaki – tradotto da Gala Maria Follaco per Feltrinelli – vi filerà via liscio e finirete per leggere con gran lena. Menate mie a parte, è un romanzo che come campo-base sceglie una libreria piacevolmente sgangherata di Tokyo, collocata nel quartiere con la più alta concentrazione di librerie al mondo – Jinbōchō.

Che succede? Takako, 25 anni, inaugura la sua crisi esistenziale grazie a una doppia rottura: il collega con cui credeva di far felicemente coppia fissa la informa serafico del suo imminente matrimonio e Takako, in preda a questa cocente delusione sentimentale, decide di licenziarsi per non trovarsi davanti tutti i santi giorni quella gran faccia di tolla. TAKAKO LASCIATELO DIRE PERÒ COI COLLEGHI NON È MAI IL CASO PERDIANA.
Comunque, dopo una parentesi di autocommiserazione e rancorosa letargia, uno zio con cui non si sente da una decina d’anni le tende provvidenzialmente la mano: ma vieni a stare nella stanzina al piano di sopra della mia libreria, mi dai una mano e non ti faccio pagare l’affitto. E Takako fa i bagagli e va a leccarsi le ferite alla libreria Morisaki, non senza un certo scetticismo. Lo zio Satoru non è esattamente un pilastro della sua vita adulta, ma non le è rimasta più una lira e, anche se non legge dalla scuola dell’obbligo, decide di fare un tentativo.

Come in ogni parabola di rinascita che si rispetti, Takako si riscuote con gradualità dal suo scontroso torpore e comincia a partecipare attivamente alla vispa vita di quartiere. Nei libri, a lungo utilizzati solo per far spessore sotto alle gambe traballanti dei tavoli, ritrova alleati preziosi e, una pagina dopo l’altra, il suo cuore malridotto si ringalluzzisce e risana. Alla sua storia si intreccia quella dello zio, che si affaccenda con passione nel negozio in attesa che la moglie fuggiasca si rifaccia viva – sempre che le vada, visto che è sparita da un lustro e nessuno sa dove sia finita. Takako e Satoru condividono civilmente la solitudine, ma insieme trovano il modo di immaginare tempi migliori e di tornare a far baluginare la fiammella della speranza.

Se vi va di leggere qualcosa di piacevole, lieve e rassicurante – con bonus “atmosfera giapponese”, roba che su di me esercita sempre il suo fascino – la libreria Morisaki sarà di certo una valida tappa. Poche pretese ma tutto sommato ben riposte. 

 

Ero quasi certissima che Il profilo dell’altra – il romanzo d’esordio di Irene Graziosi uscito per E/O – non fosse un pacco, ma data la mia indole solare e fiduciosa ho comunque tirato un appagante sospirone di sollievo. È andata bene, è un bel libro. E ne potremmo discutere per una settimana, perché è anche una di quelle storie stratificate e cangianti che contengono una marea assai poco placida di temi “vicini”, veri e nostri. Mi son sembrati fin troppi, ogni tanto, ma la scrittura ha quell’elasticità naturale che scongiura l’artefatto e il legnoso… e regge, tenendo insieme tutto. Ma di che parla? Di specchi, credo. E di scoprire chi siamo, indipendentemente dal riflesso che ci restituiscono gli altri o da quanto ci piaccia quel che vediamo.

La nostra narratrice è impantanata in un presente che non lascia spazio d’immaginazione concreta di un qualsiasi futuro. Dovrebbe andare avanti a studiare, ma dopo la morte della sorella si è trasferita da Parigi a Milano al seguito del suo ragazzo e, di base, sta sul divano a guardare Law&Order.
Per una serie di millanterie sfacciatissime e di incroci fortuiti che nemmeno lei sa se augurarsi o no, si ritrova assunta come “assistente” e grillo parlante di Gloria, influencer diciottenne dotata di una fanbase sterminata e di argomenti inesistenti. Maia accetta il lavoro con l’intenzione nemmeno troppo velata di fallire ma, un po’ per sfida e un po’ per sincera curiosità antropologica, si ritrova a orbitare stabilmente nella vita della sua protetta e, in parallelo al personaggio “pubblico” che tutti credono di conoscere, parte alla ricerca del nucleo reale di questa ragazza che appare spensieratamente vuota, fortunatissima e legittimo approdo dell’invidia generale. Chi è Gloria? E chi siamo noi che la seguiamo? Quanto solido e autentico sarà davvero il castello di carte che ha costruito?

C’è molta carne al fuoco e uno degli aspetti migliori, secondo me, è il tentativo di rappresentare in maniera credibile il paesaggio relazionale in cui siamo immersi. Quel parallelo di difficile gestione tra persona pubblica e privata, tra identità che si adattano ai contesti e ricerca autentica del nostro centro, al di là di come scegliamo di mostrarci. È una questione che appartiene intrinsecamente al crescere, credo, ma i tanti posti nuovi in cui il processo può oggi essere narrato, allestito e spettacolarizzato la rende un po’ più complicata che in passato. Non si sconfina nei due possibili estremi “facili” dell’“anche le influencer piangono” VS “IO PENZO KON LA MIA TESTA KE VADANO A ZAPPARE LA TERRA KUESTE MIRAKOLATE!!1!!1”… per me ci è anche andata giù leggera nel descrivere le molte possibili brutture del dietro le quinte delle dinamiche social-commerciali ma, pur non trovandoci niente di sconvolgente, è un quadro realistico. Il nodo vero non sta nemmeno troppo lì, probabilmente. È di margini di libertà che si parla. Di quanto “costa” scegliere di esserlo davvero. Di quanto siamo disposti ad accettare la compagnia costante di chi siamo quando nessuno ci guarda. Chi è il ventriloquo e chi è il pupazzo, tra Maia e Gloria? E, soprattutto, con che voce abbiamo deciso di parlare noi?

Quanto mi sono arrabbiata per Oliva. Quanto mi sarebbe piaciuto materializzarmi a casa sua con una macchina del tempo. Ma mi è anche venuto da pensare che l’epoca che avrei potuto offrirle era sì relativamente migliore rispetto alla sua, ma di certo non ancora perfetta. Vero, si progredisce per gradini incrementali – e il nostro oggi, per Oliva, sarebbe stato fonte di stupore e di fantascientifica meraviglia -, ma quanta sofferenza è passata sotto traccia? Quanti destini deformati senza rimedio sono stati dimenticati? Quante vittime delle “circostanze” sono rimaste silenziosamente sepolte? Quante possibilità negate e compromessi ignobili?

Come parecchie lettrici e lettori, ho fatto amicizia con Viola Ardone grazie al Treno dei bambini e sono stata felice – al netto del legittimo furore suscitatomi dal popolo di Martorana – di ritrovarla qui.
Oliva Denaro è un romanzo che personifica un problema antico
. Ardone lo fa aprendoci le porte di una casa povera e onesta, una casa con un campicello e qualche gallina. Si raccolgono lumache da vendere al mercato, si ricamano corredi, si va a scuola ma senza esagerare – soprattutto le femmine. Le femmine con delle idee finiscono zitelle… e poi chi le mantiene? Siamo in Sicilia, sono gli anni Sessanta, il paese è così piccolo da occupare tutto l’orizzonte del possibile. Sembra un paradosso, ma ci sta. I mondi chiusi fanno quell’effetto: le regole sono queste, non si scappa perché si sa così poco di quel che c’è “fuori” che non si saprebbe dove andare, come comportarsi, dove mettere i piedi. È un posto che impedisce di concepire un’alternativa e, di madre in figlia, ci si tramanda una subordinazione strutturale. Padrone di quattro mattonelle di casa, dominatrici indiscusse delle proprie cucine (se va bene), officianti di rosari velenosi, le donne di Martorana si vessano a vicenda perché sono abituate a farsi carico anche delle colpe non loro.
Ci sono delle regole.
C’è un prezzo da pagare per la pace della famiglia, per la rispettabilità.
Dal padre di una svergognata non si vanno a comprare le lumache. E dire “no” quando non navighi nell’oro è da ingrate e da presuntuose. Modeste e prudenti, silenziose e al di sopra di ogni sospetto.
Se c’è chi si prende certe libertà è perché sei stata troppo disinvolta.
Se c’è chi si approfitta di te non c’è da sorprendersene: l’uomo è cacciatore, ha delle esigenze. Sta a te non provocare, sta a te preservare l’unico bene prezioso che hai.
Nessuno si prende una brocca rotta… tranne chi l’ha rotta, forse. E in quel caso bisogna pure ringraziare.

Oliva cresce in un mondo in cui il matrimonio riparatore è un istituto legislativo ammissibilissimo, un artificio asimmetrico che permette a tutti di salvare la faccia e alle ragazze “rovinate” di raggiungere l’unico scopo plausibile per una giovane: passare dalla casa governata dal padre alla casa governata da un marito. Come si fa ad avere sedici anni in un contesto simile? Si cresce nello spazio di una notte, senza averlo chiesto.
Ardone ci trasporta con immediatezza nell’universo interiore di Oliva. È una voce che ruzzola con candore dall’infanzia a un’adolescenza costellata di trappole potenzialmente irreparabili. Con uno sguardo semplice e testardo, questo romanzo è una sorta di risarcimento per le molte Oliva che ci hanno precedute, innumerevoli donne triturate o cancellate da una cultura sfavorevole che è stata la nostra e che, per certi versi, non ha cessato di esserlo. È un libro di un’immediatezza cristallina, privo di retorica – per quanto a tratti comprensibilmente didascalico -, toccante e combattivo. Non ci sono intenti consolatori, perché per tante è troppo tardi e tante non hanno nemmeno avuto gli strumenti per percepire un’ingiustizia di fondo. C’è la volontà, però, di dare un senso al male subito, di mostrarci uno spiraglio di sacrosanta rivalsa: una che ha avuto la forza di tentare… anzi, di sopportare le conseguenze di una scelta controcorrente. Un altro romanzo in cui il grigio dell’umano, delle cattive intenzioni portate a compimento e delle belle speranze disattese si fanno narrazione, perché i modelli che ci tramandiamo non contribuiscano a restringere gli orizzonti ma ci avvicinino costantemente a un futuro che potremo valutare come “migliore” di quello di Oliva… e anche del nostro.

 

Mentre l’umidità ci assedia, la pioggia battente ci flagella e cerchiamo di venire a patti con l’oscurità incombente – giuro, mai capirò che cosa diamine dovremmo farcene di un’ora in più di luce fioca al mattino quando potremmo beneficiare di pomeriggi più lunghi E INVECE NO TRASFORMEREMO LE VOSTRE GIORNATE IN UNA TOMBA UMIDA DI BUIO ALLE 15.23 SCUSATE PATISCO MOLTISSIMO IL MESE DI NOVEMBRE -, dicevamo, mentre il panorama attorno a noi si fa desolante e la speranza ci abbandona a poco a poco, Stefania Bertola appare per restituirci un po’ di gaiezza.
Sono persuasa da tempo immemore del valore quasi balsamico dei romanzi di Stefania Bertola. Non parlerò di “intrattenimento intelligente” – anche se è vero -, perché poi pare sempre che si debba creare una gerarchia antropologico-meritoria dell’umano impulso al divertimento e all’alleggerimento del cuore, ma è innegabile che la sana leggerezza di cui la nostra autrice è ormai portabandiera autorevolissima sia anche foderata della migliore arguzia e di un occhio acuto per il dettaglio minuto e quotidiano che molto contribuisce a fotografarci come un agglomerato collettivo di fissazioni, nevrosi e tran tran relazionali, dalle mura di casa allo scaffale dei preparati in scatola per far finta di aver prodotto una pizza regolamentare.

Con Le cure della casa (Einaudi), Bertola ci presenta una nuova schiera di protagoniste variamente alla ricerca di una casellina dignitosa da occupare nel mondo.
Lilli veleggia verso i cinquanta, la sua lunga carriera in azienda si è conclusa – AKA l’hanno congedata senza troppe remore – ed è naufragato anche l’improbabile progetto imprenditoriale che aveva deciso di avviare con un’amica – il business delle borsette fatte di cerniere non si è rivelato eccessivamente redditizio… chi l’avrebbe mai detto. Con una figlia migrata a Venezia per l’università, una colf dimissionaria che finalmente è riuscita a farsi assegnare l’ambito incarico di portinaia e una rendita immobiliare cortesemente piovutale tra le mani grazie alla dipartita di una zia ricca, Lilli si appresta ad affrontare un capitolo del tutto inedito della sua vita: farà la casalinga. Nonostante il biasimo della madre – femminista militante della prima ora -, le perplessità del marito e attitudini non proprio spiccatissime, Lilli si arma di Cif, panno in microfibra e tessera punti di Acqua & Sapone per far sfolgorare le superfici che la circondano e provare a riprendere il controllo dell’unico universo che può dire di padroneggiare davvero: il suo appartamento.
Dagli effetti devastanti di Pinterest alle virtù del purè Pfanni, Lilli farà del suo meglio per aderire al mito dell’impeccabile donna di casa, scoprendosi all’improvviso padrona del suo tempo e anche assai più avventurosa del previsto. Perché nella sua vita c’è stata almeno una casalinga perfetta che le piacerebbe prendere a modello, un’amica d’infanzia che già in tenerissima età pareva fregiarsi di virtù muliebri che Lilli ammirava come si ammirano le qualità altrui che mai saremo in grado di replicare. Ripensando a Noemi, che da decenni si è volatilizzata dalla sua vita – così come dalle vite di chiunque altro l’abbia conosciuta -, Lilli si mette in testa di ritrovarla, innescando una reazione a catena di incontri improbabili, misteri, menzogne e colpi di testa.

Le cure della casa è un delizioso plurilocale che contiene almeno tre ambienti: la storia di una donna che si confronta volontariamente con una scelta identitaria diventata impopolare tra le sue simili, un’indagine che mira a stanare una persona scomparsa, un manuale di economia domestica.
Che c’è di male nel voler fare le casalinghe?
Dove diamine è finita Noemi e perché nessuno l’ha mai più sentita?
Di quanti ammorbidenti ha davvero bisogno l’umanità?
Quello che Lilli cerca di fare, nello sgangherato percorso tracciato da questo libro spassoso e pungente, è abitare la zona disordinata della scelta individuale, concedendosi la libertà del tentativo e dell’esperimento. Lilli trasloca in quel margine di dubbio che spesso non ci concediamo di sviscerare e, facendoci divertire mentre spedisce mail ampollose al servizio clienti della Barilla o compila un quaderno pieno di indicazioni pratiche – per quanto approssimative – per sua figlia Iris, credo cerchi di dirci una cosa importante: nessuno è autorizzato a dirci che cosa dobbiamo o non dobbiamo fare. Non so neanche come si accende un ferro da stiro, non possiedo argenteria da lucidare e mi auguro vivamente che le fughe delle mie piastrelle trovino il modo di detergersi da sole, ma Lilli ci offre  un paradosso eloquente: anche decidere di trasformarsi nel prototipo di una donna “obsoleta” è una forma di libertà che presuppone una possibilità di scelta. Ed è proprio per ampliare quella possibilità di decidere – senza mai darla per scontata, perché scontata non è ancora – che vale la pena continuare a intestardirsi.
Lilli mi ha convinta a imbracciare secchio e mocio a tempo pieno? Zero. Ma sarò pronta a sostenerla strenuamente nella sua lotta impari contro gli aspirabriciole che NON ASPIRANO.

Qua ci sono io che arrivo in ritardo di un anno buono sulla vittoria dello Strega Giovani e ancora più in ritardo rispetto al tempo di reazione canonico che si riserva alle novità, ma pazienza. L’importante è arrivare. Che potenza, Tutto chiede salvezza. Mencarelli regala ossa e un passo più lungo alla sua poesia e, qui, compone il diario di una permanenza in un posto dove non si approda mai per volontà e consapevolezza, un luogo di mezzo che può rappresentare un momento di passaggio o un buco in cui si sprofonda in via definitiva.

A vent’anni, nell’estate del 1994 – quella dei primi mondiali che pure io mi ricordo bene – Daniele viene sottoposto a TSO per un episodio di furore violento. Demolisce casa, fa venire un mezzo coccolone a suo padre e riacquista lucidità solo in ospedale, nel reparto “dei matti”. La prima cosa che si ricorda è il suo vicino di letto – uno che parla con la Madonna e basta, ripetendo sempre la medesima formula – che cerca di dargli fuoco ai capelli.
Questo libro è il diario quotidiano della settimana che Daniele trascorrerà rinchiuso con altri cinque pazienti che, come lui, hanno smesso ad un certo punto della loro vita di “funzionare” correttamente – almeno in base agli standard di normalità in cui tendiamo a classificarci e in base al grado di sofferenza “privata” che siamo capaci di sopportare prima di sfaldarci.
Tutti quelli in grado di sostenere una conversazione vivono il TSO con un misto di sconfitta e di sollievo, come una bolla in cui potersi rapportare agli unici che capiscono davvero – gli altri “matti” – e staccarsi da una realtà che periodicamente li destabilizza, li rifiuta, li ferisce. Il mondo vero è dove si vuole stare, ma il mondo vero è anche capace di scatenare quello che vorrebbero tenere sepolto. Gran parte dello star male, si raccontano i compagni di stanza, è convivere con il timore che la pazzia torni, senza più riuscire a scacciarla.

Daniele è già stato in cura e ha sperimentato una nutrita sfilza di farmaci, ma continua a non digerire l’indifferenza con cui il mondo distribuisce sofferenza, assurdità arbitrarie, accidenti e disastri. È come se gli mancasse la pelle, quel minimo di scorza che rende sopportabile l’immagine del futuro. Vorrebbe proteggere chi ama, vorrebbe trovare un angolo di pace dove rifugiarsi quando riaffiora il pensiero che sforzarsi è inutile, perché tutto è destinato a sbriciolarsi e a svanire. Come si può gestire il presente se non vediamo altro che la polvere che resterà di noi?

Nella settimana di TSO, conosceremo con Daniele medici, approcci terapeutici, porte chiuse, padri che imboccano e pettinano figli catatonici, infermieri spavaldi e spaventati. Impareremo a orientarci insieme a lui in un reparto dove non c’è nulla da fare, a parte provare a star tranquilli in attesa della seduta giornaliera con lo psichiatra, che ben di rado si rivela risolutiva. Sarà un’incursione in un microcosmo inconcepibile anche a chi ci si ritrova ricoverato, perché nessuno ha chiesto davvero di starci, così come nessuno ha chiesto di star male o di rimanere congelato all’improvviso con lo sguardo fisso nel vuoto.
È un posto dove si cercano le motivazioni di una sofferenza che spesso non ha nome, che si palesa acquisendo la forma di quello che distruggiamo quando si impadronisce di noi. È un posto dove si lotta per continuare ad essere percepiti come persone e dove la scienza prova a ricomporre il caos, facendosi spesso scudo con una scorza ispida di cinismo difensivo.

Insomma, è un libro magnifico.
Mencarelli riesce a raccontare delle enormità con la grazia che nasce da una consapevolezza e da un rispetto profondi. Credo venga da lì anche la scelta linguistica di far parlare le persone come davvero parlano le persone – con le loro sfumature geografiche e gergali, senza ripulire i dialoghi uniformando ogni voce a un italiano asettico “da libro”. In un reparto dove si finisce perché si perdono i punti di riferimento, mi è parso opportuno, corretto e “giusto” lasciare a chi ci transita la possibilità di farsi sentire per quel che è. C’è chi perde anche la voce e, se è rimasta, Mencarelli sceglie di restituircela così com’è.

Per provare a tirare le fila, è un libro magnifico, ma è anche un libro che fa paura, perché quello che si intravede incessantemente è la porosità del confine. Non si scegliere se stare dentro o fuori. Non dipende dalla volontà, dall’impegno o da quanto pensiamo di essere in credito col mondo, perché anche noi – con intensità diverse – cerchiamo ogni giorno di venire a patti con la grande paura definitiva di Daniele: il terrore che, in fondo, nulla di tutto questo abbia senso. Che quell’angolo in cui siamo salvi, al sicuro, sia solo una delle tante storie che ci raccontiamo.

Esordirò con un’osservazione un po’ ridicola. La quarta di copertina m’aveva infuso un certo senso d’allarme perché Mio, la nostra protagonista, pare lì per lì motivatissima da un unico scopo: utilizzare la sua vista prodigiosa – per quanto fisiologicamente fondata – per attribuire un colore specifico a ogni singolo essere umano che incontra. E io, che sono arida e tendente all’assurdo, ho subito pensato ECCOCI QUA, UN ROMANZO SULL’ARMOCROMIA… MA IN GIAPPONE! Alla faccia della mia pochezza d’animo, però, Le vite nascoste dei colori di Laura Imai Messina – in libreria per Einaudi – si prefigge scopi ben diversi, con la delicatezza di un’ala di farfalla.

Che accade in questo libro? Dipende dall’occhio.
La dorsale principale – a livello di movimento di trama, almeno – è quella dell’incontro tra Mio e Aoi, che nasce come fortuita collisione tra cuori carezzevoli ma nasconde trame e predestinazioni che arrivano da lontano.
Mio è l’ultima discendente di una stirpe di creatori di kimono nuziali, l’indumento più complicato e ricco di significati simbolici della produzione indumentaria del Giappone tutto. La sua famiglia gestisce con sapienza un atelier specializzato in shiromukudalla tintura del tessuto alla vestizione della sposa. Mio è cresciuta sbirciando di soppiatto le giovani donne assistite dalla madre e dalla nonna, ma anche beandosi delle innumerevoli sfumature della stoffa. Il suo rapporto col colore è totalizzante, ma non tanto per sghiribizzo o ossessione. Mio è strutturata, proprio a livello ottico, per percepire una gamma cromatica molto più ampia del consueto e questa capacità di vedere il colore e di interpretarlo diventerà il suo cammino d’elezione, anche da grande. Il fatto che Mio veda più sfumature degli altri – e che cerchi di descriverle costruendo, di fatto, un vocabolario prodigioso che un po’ attinge dalla storia e un po’ vive d’accostamenti suggestivi – non la trasforma in una mazzetta Pantone ambulante, ma in una sensibilissima cartina tornasole che cattura anche quello che si agita sotto la superficie.

[Parentesi di puro fascino visivo: lo shiromuku è fatto così. La foto viene da qua.]

E Aoi? Aoi ha un’impresa di pompe funebri. Se la famiglia di Mio affianca chi, col matrimonio, sta per intraprendere una vita nuova, Aoi è custode dei riti che governano il corpo dei defunti e consolano i rimasti. È un ragazzo gentile, abituato a confrontarsi con le persone durante i momenti in cui meno vorremmo essere visti – mentre soffriamo, mentre ci separiamo da chi abbiamo amato. Anche nel suo caso, non pare sia un talento che nasce dall’allenamento o dal quella patina di cinismo disincantato che finisce quasi sempre per rivestire chiunque svolga un mestiere – e lo svolga bene – per un lungo lasso di tempo. Aoi non ha timore della morte perché è nell’accudire la vita – che si tratti di un giardino o di chi incontra – che si radica davvero il suo talento. E Mio, che sta invece al mondo col freno a mano tirato, timorosa di scoprirsi, di sbilanciarsi nel sentimento e di finirne incenerita come già ha visto accadere, più che alla vita che prosegue pensa al passato che non si può più modificare. A paralizzarla, forse, è la vastità delle possibilità che intravede nello spettro cromatico – che si tratti di fiori o di anime – che rende ricchissimo ma anche soverchiante il mondo in cui si aggira. L’unico a cui non riesce ad attribuire un colore, però, è proprio Aoi. Ed è da lì che comincerà il loro cammino.

Mi sono ingrovigliata già a sufficienza su Mio e Aoi, ma il loro incontro non è l’unica tesserina del mosaico. È un libro che parla di famiglia e di identità, di ricordi inattendibili – perché filtrati dalle sensazioni che un ricordo inevitabilmente ingloba, di responsabilità, scelta, eredità e sacrificio. Come il colore di una persona poco si intuisce se quel dono ci manca, tanto di quello che è davvero decisivo può restare taciuto e sepolto, anche se modifica in maniera irreparabile la nostra rotta.
Insomma, se il nucleo sono Mio e Aoi – e i loro sguardi complementari -, tantissimo fa anche l’atmosfera e l’accurata levità di Laura Imai Messina. Parte del fascino che, da lettori “altri”, attribuiamo a un romanzo ambientato in Giappone si annida anche in quello che di quei posti ci viene permesso di scorgere, credo. La precisione dello sguardo di Mio non troverebbe espressione senza una cura analoga della parola e del contesto. Quel che ci viene restituito è un Giappone fatto di piccoli quadri ricchi di dettaglio che mettono in comunicazione il nuovo con l’antico, la tradizione col quotidiano. Già l’esplorazione dei colori è un campo di gioco significativo, perché riesce ad abbracciare sia estetica che bagaglio simbolico, radicato in una cultura che col colore cercava di catturare l’armonia, ma organizzava anche il funzionamento gerarchico dei suoi gruppi sociali, tanto per fare un esempio. Ed è mettendo in fila tanti minuscoli moti dell’animo e facendoci pensare a quale mai potrebbe essere la sfumatura della parte posteriore della foglia del salice o del fondo di un armadio che Laura Imai Messina traccia per noi la parabola volubile e complessa di un amore che sboccia. E quando accade? Quando, finalmente, scegliamo di mettere da parte la paura e di correre il rischio di ricorrere alla verità… svelando i nostri veri colori.

Gary Shteyngart ha un talento raro: ti fa ridere di cuore, ma ti mette anche addosso una gran voglia di sederti in terra a singhiozzare un po’. I suoi personaggi si ingarbugliano nel tentativo perenne di cambiare pelle e coltivano con caparbietà le speranze più varie, deformandole fino al paradosso dell’illusione. Si muovono in mondi sovrapponibili al nostro – come nel caso di Destinazione America, uscito per Guanda nella traduzione di Katia Bagnoli – e contribuiscono a metterne in luce le storture, le ambizioni più malsane e le grandi occasioni perdute. Ho incontrato Shteyngart un mesetto fa a Torino, nel gran ribollire del Salone del Libro, e ho fatto del mio meglio per non lasciarmi annichilire dall’emozione. Sono una fan, che devo fare. Ed essere fan di un autore noto per la sua ironia e per la sua acutezza devastante è un problema ancora più grande, quando si tratta di sedersi lì e di non fare la figura della pianta da appartamento. In ogni caso, il buon Gary è stato di una gentilezza disarmante. Me lo immaginavo serafico, simpatico e brillante, avvolto in una nuvola di pessimismo divertito. E non mi sbagliavo. Spero davvero che abbia apprezzato quanto me il quarto d’ora che abbiamo passato a dirci delle cose in un cantuccio verdeggiante dell’NH Lingotto.

Due parole sul libro, prima di lasciarvi in pace a leggere l’intervista.

Destinazione America è un ritratto di Manhattan (e dell’America) alla vigilia dell’ascesa di Trump. Shteyngart ce la descrive utilizzando, in parallelo, due voci. Da un lato abbiamo Barry – “l’uomo più simpatico di Wall Street”, un finanziere che amministra hedge-fund in maniera non proprio eccezionale, ma che riesce più o meno sempre a cascare in piedi – e dall’altro c’è sua moglie Seema – figlia di immigrati indiani assai intransigenti, ha tutte le carte in regola per fare l’avvocato in uno studio prestigioso, ma ha sposato Barry e, ora, fa la signora ricca a tempo pieno. Vita idilliaca? Ovviamente no. Perché, al mondo, non tutto è in vendita. Barry e Seema partiranno ben presto per le rispettive tangenti, nel nome di una felicità che sentono di meritare ma che non sono ancora stati capaci di afferrare. Tra antichi rimpianti, Greyhound puzzolenti, autostrade che si snodano in un mondo fin troppo “reale” per gli standard di un milionario di New York, una meticolosa ossessione per gli orologi da collezione, ambizioni frustrate, scrittori boriosi, FBI e cantonate madornali, Shteyngart demolisce il sogno americano mettendo in mano il piccone proprio a due dei suoi “prodotti” di maggior successo. Che cosa resta? L’esigenza viscerale di scrollarsi di dosso le sovrastrutture e la vergogna per quello che siamo diventati, nel tentativo di riscoprirci – forse – un po’ più umani e predisposti, finalmente, all’imperfezione.

Di che abbiamo parlato? Un po’ di tutto, per mia fortuna.
Ecco qua le nostre chiacchiere.

Dobbiamo per forza partire dagli orologi, perché hanno un ruolo fondamentale all’interno del libro. E ho anche visto che le persone arrivano alle presentazioni cariche di orologi…

Oh, ma allora mi segui su Instagram! È vero. Spessissimo mi chiedono anche di autografare i cinturini! Forse pensano che la mia firma aumenti il valore dell’orologio. Credo sia vero il contrario, ma che ci dobbiamo fare.

In questo romanzo – e forse non solo lì – i soldi, insieme al tempo, sono un modo per misurare il valore di una persona.

Prima che iniziassi a scrivere questo libro, tutti i miei amici se ne stavano andando da Manhattan. I giornalisti, gli scrittori, gli artisti. Si stavano trasferendo tutti quanti perché non si potevano più permettere di vivere lì. Mi sono guardato un po’ attorno, allora. E mi sono chiesto: ma chi è rimasto? I banchieri, sono rimasti. Non c’è più nessun altro a Manhattan. Volevo parlare di loro, perché scrivo di New York e penso di dover raccontare la città così com’è… non posso creare una mia versione “inventata” di New York. Dopo qualche anno immerso in quel mondo ho cominciato a vedere tutto da una prospettiva basata sul valore. Ah, questa cosa vale TOT. Questa persona vale TOT. Vivere così è spaventoso. Poi ho fatto un passo indietro, per cercare di decomprimere. E mi sono spostato anch’io. Ora vivo a nord, per una metà dell’anno, in un piccolo centro a dure ore dalla città. E là posso concedermi di essere normale. Anche un sacco di miei amici che si sono trasferiti ormai vivono lassù, perché se lo possono permettere.

È un tema che abbiamo già incontrato, mi pare. In Storia d’amore vera e supertriste tutti hanno una specie di cartellino virtuale che fluttua sopra le loro teste e che mostra al mondo il loro valore.

Esattamente. Penso sia una conseguenza diretta dell’aver vissuto così a lungo a New York, quest’idea che ciascuno di noi abbia un numerino che lo qualifichi. Vale anche per Trump, che vuole continuare a farci credere che il suo numerino sia molto alto… anche se in realtà non lo è affatto.

C’è parecchio Trump, in questo libro. Quando hai iniziato a lavorarci?

L’ho scritto nel 2016, quando non era ancora diventato presidente. Credevamo che sarebbe rimasto un po’ in ballo nella corsa elettorale, ma nessuno pensava che potesse vincere. E poi, man mano che procedevo con il libro, mi sono ritrovato a dover aggiungere sempre più Trump… perché il 2016 stava andando in quella direzione.

Ecco, non mi ricordo a memoria il passaggio, ma a un certo punto c’è una frase che dice più o meno così: “Se sono così ricchi è impossibile che siano stupidi”. 

[Ride].

È uno dei grandi falsi-miti americani. Si pensa che la gente ricca sia anche incredibilmente intelligente. Barry, ovviamente, è molto ricco… ed è convinto di voler aiutare le persone. Ma le sue idee sono di un’idiozia assoluta. Vorrebbe istituire questo Urban Watch Fund per aiutare i ragazzini dei ghetti a comprarsi il loro primo Rolex. Eccomi qua, mi sto prendendo cura di voi!

Imprescindibile. In America è quasi obbligatorio che i “ricchi” diano l’impressione di voler aiutare la comunità con raccolte-fondi, iniziative benefiche, gran cene di gala. Ma vivono comunque in un universo completamente scollato da quello delle comunità che dovrebbero beneficiare della loro grande magnanimità. Che ne sanno?

Ma niente. Niente. Vivono in un mondo in cui esiste il loro club esclusivo di Midtown, il loro ufficio, la loro villa negli Hamptons. È un mondo veramente noioso. Io adoro mangiare… e in quei club il cibo è pessimo. Non so come facciano a campare così. Ho iniziato a portarli in giro per ristoranti. Ristoranti indiani, ristoranti veri. “Oh, santo cielo, che buono, ma pensa!”E hanno scoperto che si può mangiare qualcosa di incredibile per molto meno di 100 dollari a piatto.

In questo romanzo ci sono due punti di vista diversi. Abbiamo Barry, che parte per il suo viaggio – e chissà dove andrà a finire – e poi c’è Seema, sua moglie. Lei è una donna brillante, una che potrebbe farcela benissimo da sola, senza accalappiare un marito in mezzo agli hedgie di Wall Street. Che le è capitato?

La domanda non è solo cosa è capitato a lei, ma cosa è capitato a centinaia e migliaia di persone come lei. Incontravo di continuo mogli come Seema. Donne più intelligenti dei loro mariti, con un curriculum migliore di quello dei loro mariti. Quando si sposano, però, fanno due conti e cominciano a pensare che tutto sommato non valga più la pena lavorare. E si crea questo sistema sociale… futile. La moglie scorta i principini verso il futuro, punto e basta. È un sistema assolutamente misogino, che non aiuta nessuno. Ma immagina di essere il figlio di una queste mogli… che cosa fa la mamma? La mamma ha una laurea migliore di quello di papà ma passa tutto il suo tempo a escogitare un modo per far entrare il suo bambino ad Harvard. È davvero avvilente.

E le operazioni iniziano dall’asilo?

Iniziano dal nido, per certe scuole. Ho un bambino piccolo anch’io e quando abbiamo provato a iscriverlo – avrà avuto un anno, più o meno – ci hanno spiegato che no, la domanda va fatta pre-nascita. Insomma, se fai sesso e hai anche solo il sentore di aver concepito, la mattina dopo devi prendere il telefono e chiamare SUBITO. Salve, sì, abbiamo fatto l’amore proprio bene… potete tenerci un posto?

[COPIOSE RISATE NON TRASCRIVIBILI]

Uno dei veri problemi, in un contesto di questo tipo, è la gestione di quello che va storto. Ed è quello che capita a Barry e Seema. Loro figlio non è il bambino che si immaginavano, non sarà mai il principe che governerà il mondo. E non riescono ad accettarlo.

Esatto. Il loro bambino si colloca da qualche parte all’interno dello spettro autistico. La vita di Barry e Seema è strutturata per avanzare e convergere verso la perfezione – Barry per la sua infanzia tremenda, Seema per la severità dei genitori immigrati. Devono avere successo, ad ogni costo. E spunta una crepa, in mezzo a tutto questo. Per loro è così devastante da non poterlo nemmeno dire apertamente, Seema non può parlarne ai suoi. Devono far finta che vada tutto bene… ed è tragico, anche per il bambino.

Seema ha una cartella di foto sul telefono in cui Shiva sembra “normale”. E usa solo quelle foto, quando si tratta di far vedere suo figlio agli altri. All’inizio del libro vanno a cena dai loro vicini, che hanno questo bimbo perfetto che canta e recita filastrocche. E per loro è un’esperienza assolutamente mortificante.

Li distrugge. E Barry pensa, “ma com’è possibile? Io ho molti più soldi di loro! Mio figlio dovrebbe essere meglio del loro!”.

I soldi aiutano, ma a loro mancano proprio le basi di un rapporto umano significativo.

Non solo. Barry fa la spola da un’università all’altra distribuendo donazioni nella speranza che qualcuno smentisca la diagnosi di suo figlio.

E poi parte per il suo viaggio, che si trasforma in un’avventura comica e surreale. È come se vedesse il mondo per la prima volta. Oh, guarda, un Walmart!

Esatto! Ho un sacco di azioni di Walmart, ma non ne avevo mai visto uno! Incredibile!

Barry ha anche un’assistente che si occupa di ogni dettaglio della sua vita. Man mano che il viaggio procede, però, comincia a separarsi dalle sue carte di credito, dal telefono… che cosa rimane di Barry?

È proprio quello il domandone. Gli americani sono convinti che la loro vita sia composta da numerosi atti. Certo, si comincia col primo atto… ma puoi sempre diventare una persona diversa. È un paese grande, se vuoi trasferirti nel sud-ovest per allevare bestiame in un ranch o spostarti chissà dove per coltivare avocado lo puoi fare. In realtà, però, sei sempre la stessa persona. Quel che manca, a volte, nella mentalità americana, è la consapevolezza che dopo un po’ di tempo – quando ormai ha superato l’infanzia – non cambi più per davvero. Barry decide di partire per riscoprirsi, vuole ritrovare la sua fidanzata storica, fare questo, fare quello… ma alla fine è sempre lo stesso schmuck di prima.

Quando va a cena con i genitori della sua ex fidanzata si trova davanti a due persone paralizzate dall’imbarazzo, che cercano in tutti i modi di dirgli – invano – che il passato è passato.

Il passato è passato. La reazione di Barry? “Oggi posso comprarmi questo passato. Se solo avessi sposato la mia ragazza del college, tutto sarebbe andato in un’altra maniera”.

Verissimo. Sono tutti alle prese con un rimpianto antico o con un errore a cui cercano di porre rimedio. Forse è ormai un luogo comune… ma è possibile che nel sogno americano qualcosa sia andato storto?

Molto storto. Anzi, potremmo dire che è finito. Ma è stato bello, per un po’. Tutto finisce. E questa è un’altra cosa che gli americani non capiscono. Pensano di essere un paese eccezionale – non è mai esistito niente di così straordinario! – ma abbiamo avuto l’impero romano, il dominio spagnolo, l’impero mercantile olandese, l’impero cinese… è come un giro sulle montagne russe. E ora la parabola è decisamente discendente.

Forse è anche una conseguenza dell’economia che abbiamo costruito. Le cose vanno male ma non comprendiamo a pieno le cause… anche se siamo stati proprio noi a creare quel sistema.

Quando un sistema diventa ipercomplesso, com’è ora, è l’inizio della fine…

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Grazie a Guanda per aver ritagliato un po’ di tempo anche per me nell’agenda massacrante del buon Gary. E grazie soprattutto a lui per le splendide chiacchiere. E per questo libro, che come sempre ci fa disperare per la spietata limpidezza di quel che ci restituisce… ma ci fa anche sguazzare con vero divertimento nell’arte nobilissima del paradosso.
🙂

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