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Il titolo di questa rubrica mi fa molta tenerezza. È quel “weekly”, proprio. Ma magari fosse una rubrica WEEKLY, signora mia. Magari, accidenti! Nonostante la scarsa periodicità dell’impresa, però, le mie brame e i miei desideri sono solidi e duraturi. E qui ci sono le ultime cose che ho scovato e amato. E che vorrei ardentemente nell’armadio, nella scarpiera o, più in generale, nella mia vita.
Come di consueto, può capitare che ci siano aggeggi che ho scoperto, apprezzato e scelto grazie alla solerte sollecitazione di un ufficio stampa o di un brand. Li trovate segnalati con un agile *.
Procediamo?
Procediamo, orsù!

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Una delle missioni di quest’estate sarà il rinnovo del parco-costumi. Perché non ho praticamente più materiale per riempire il pezzo sopra e tutti i bikini che possiedo sono ormai impraticabili. Per consolarmi della dipartita penso irreversibile della mia terza abbondante, ho deciso di dedicarmi con attenzione anche ai parei, ai caftani scenografici da nobildonna della Versilia e alle ciabattine. L’ambizione massima sarebbe l’abbinamento costume-pareo-ciabatta da declinarsi sull’intero guardaroba spiaggiaiolo. Non so se ce la farò, ma voglio crederci. Anche perché, facendo amicizia con Scholl*come forse avrete già avuto modo di vedere – ho scoperto lo sterminato universo delle Bahia. Ci sono centomila colori diversi (molto allegri e saltellanti), sono comode, sono leggerissime, hanno la magica suola Bioprint (come molte altre scarpine della collezione) e pure i laccetti regolabili. Inizierei da quelle rosse. Poi vediamo come si mette.

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Altra missione estiva di importanza quasi intergalattica: la sporta di paglia. Perché tutte le sporte di paglia che piacciono a me costano minimo cento euro? Non mi pare normale. Sono belle, va bene, ma è pur sempre paglia. Capisco il valore dell’handmade, ci mancherebbe, ma cento bombe per della paglia mi pare comunque un po’ eccessivo. Mi sto dunque dedicando a puntigliose ricerche, nel tentativo di individuare commercianti di accessori non vergognosamente esosi ma comunque in grado di sfornare borse piacevoli, solide e pratiche. Le meravigliose ragazze di Vita su Marte hanno già fatto un pezzo del lavoro, rivelando al mondo l’esistenza di La Petite Sardine, ma non voglio accontentarmi. Ed eccoci qua con Gioseppo. C’è un po’ di tutto, da Gioseppo – e i prezzi sono un po’ più alti, ma senza diventare inaccettabili. La rafia viene spesso combinata con nappine, intrecci e tessuti variamente annodati, ma anche rifinita con manici, bordi e chiusure in pelle (almeno all’apparenza). Insomma, ci sono borse di paglia-paglia e accessori di paglia che potrebbero funzionare bene anche per chi le ferie le ha ad agosto e deve comunque sciropparsi due mesi di caldo in città e brama una borsa non troppo spiaggiaiola o contadinesca, ma comunque estiva.

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Vecchi amici che continuano a fare cose belle: Le Palle. Mi è bastato un giretto allo stand al Salone del Libro per ricordarmi la genialità del progetto – e il suo inesauribile potenziale. Perché le menzogne che possiamo raccontare agli altri per renderci la vita meno insopportabile sono praticamente infinite. Sto pianificando l’acquisto della valente maglietta NON HO MAI NIENTE DA METTERMI, ma anche della gamma completa dei quaderni con le panzane lavorative (spesso dolorosamente web-related).

E visto che siamo in tema, vi segnalo con gioia anche l’apertura di un piccolo shop di cancelleria – anzi, di cose di carta, cose per scrivere e cose utili. Si chiama Pencil Panda e auguro loro ogni successo. Se il tema vi appassiona, date anche un occhio a questa listona.

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L’ESA, tra le altre cose, fa anche delle magliette adorabili (e molto minimal) con su i pianeti.

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Dunque, su Literary Emporium spenderei volentieri tutto quello che ho, ma sto cercando di razionalizzare. E iniziare da una spilla dell’Ancella mi sembra una buona idea (anche perché dovrò pur abbinare qualcosa di altrettanto incisivo alla mia felpa). Se vi sentite particolarmente refrattari all’autorità, poi, potete anche orientarvi sulla micro-collezione delle spillette distopiche.

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Che a Milano esista un negozio dedicato ai prodotti BIUTI coreani ormai lo sanno anche le lucertole dell’isola di Pasqua. Si chiama Miin ed è in Corso Magenta, più o meno. Sono andata a farci un giro per l’evento di apertura e ho cercato di assimilare più nozioni possibili, nella speranza – che mai morirà – di trovare il modo di migliorare la mia faccia. Non ho avuto il tempo, purtroppo, di farmi costruire una BIUTI RUTIN coreana personalizzata, ma ho esaminato con perizia gli scaffali e mi sono fatta spiegare lo spiegabile. Partendo dal presupposto che avrei bisogno di tutto, ho però deciso di concentrare i miei desideri – per il momento – sulla famigerata e pluripremiata Beauty Water di Son & Park. Perché? Perché riempirebbe, in effetti, una lacuna. Io la faccia me la lavo, la mattina, ma una specie di tonico da passare per preparare la pelle al trucco e alle altre creme e cremine non mi pare una cattiva idea, soprattutto se promette anche di esfoliare e uniformare un po’. Quanto costa? Un botto. Ecco perché è qua in wishlist e non nell’armadietto del bagno.

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Sono andata a vedere Jurassic World – Il regno distrutto. Il film è un po’ un pastrocchio, secondo me, ma in questo momento abbiamo altre priorità. Perché là fuori esiste un pacco formato famiglia di Lego Brick Headz con Owen e Blue. E per constatarne la magnificenza non ci serve essere spettatori pensanti e/o critici. Basta aver visto i video di Owen che si aggira per la nursery dei velociraptor. LEGATEMI ALL’ALBERO MAESTRO E TURATEMI OCCHI E ORECCHIE. HO BISOGNO DI QUESTI COSINI.

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Avrò desiderato a sufficienza? Giammai, lo ben sappiamo. Ma per questa settimana direi che possiamo concludere. Felice sfondamento di salvadanai a tutti quanti!

Ma dov’ero quando La canzone del mare è stato candidato all’Oscar come miglior film d’animazione? E che cosa avevo di così importante da fare due anni fa, quando strabiliava le genti al festival di Toronto?
Nel recinto delle capre, ecco dove stavo.
Meglio tardi che mai, però. Consoliamoci così.
La buona notizia è che questo splendido lungometraggio animato arriverà al cinema alla fine di giugno anche in Italia – perché il tempismo è sempre il nostro forte – grazie al provvidenziale intervento della Bolero Film.

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La canzone del mare di Tomm Moore (quante M può ragionevolmente contenere un cognome?) è una storia di onde, conchiglie, tristezza da sconfiggere, civette, storie da tramandare e giganti pietrificati. I protagonisti sono Ben, la sua sorellina Saoirse, un cane adorabile megapeloso e una solidissima impalcatura di miti irlandesi.
Saoirse, infatti, è una selkie, una bambina magica capace di trasformarsi in foca e di liberare, grazie al suo canto miracoloso, la scintilla delle emozioni dimenticate. Ma mica è facile, perbacco. Ogni selkie ha bisogno di un mantello e di una voce… e per Saoirse le cose saranno un po’ più complicate del previsto. Ad aiutarla ci sarà Ben e, insieme, si imbarcheranno in un’avventura fiabesca, un lungo viaggio che avrà il potere di ridare vita alle leggende che sonnecchiano sotto la superficie del mondo visibile.

la canzone del mare 1

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Era tanto che non mi capitava di scoprire qualcosa di così bello dal punto di vista visivo e di così toccante, delicato e ben orchestrato da quello narrativo.
Sarà il folklore irlandese, saranno le fochine, sarà la musica – la colonna sonora è un misto di composizioni originali e di motivi tradizionali interpretati dalla band Kila -, sarà che ogni tanto è bello vedere che la tristezza e la paura non possono vincere, sarà che non lo so – ma ho adorato profondamente questo film. E ho pianto come una pecora sgozzata per una mezz’ora buona. Pensavo di essermi rincoglionita – sei gravida e non sei più in grado di gestire la tua emotività -, ma all’improvviso ho scoperto di essere circondata da una vasta platea di giornalisti sessantenni che singhiozzavano fortissimo. E ho capito che per il mondo c’è speranza. E che le selkie, alla fine, cantano un po’ per tutti.
Trovate il modo di vedere La canzone del mare. È una meraviglia vera.

 

 

Dunque, a casa abbiamo questa vecchia lavatrice che usiamo come libreria. Dovevamo portarla in cantina, ma poi era greve e l’abbiamo lasciata in salotto, autoconvincendoci che faceva arredamento. Prima ci abbiamo messo sopra i pesci, ma poi i pesci sono schiattati e abbiamo cominciato ad ammucchiarci su i libri da leggere. C’è di tutto… e la cosa bella è che ogni tanto passi e trovi qualcosa di splendido che ti eri pure dimenticato di avere. L’altro giorno ero lì che cercavo di capire che costume da bagno portarmi al mare – non ho deciso, li ho cacciati tutti nella borsa e ciao – e intanto che c’ero ho preso su Drown di Junot Díaz (che è uno Strade Blu della nave-madre Mondadori, tradotto da Roberto Agostini e Patrizia Rossi). E perbacco, La breve favolosa vita di Oscar Wao mi era molto garbato, ma avevo completamente rimosso questa raccolta di racconti, che poi è anche la prima cosa che ha scritto, tra i meritatissimi OOOH e AAAH del vasto mondo. Sono dieci storie, tutte incastrate fra loro e ancora più incastrate negli sconvolgimenti di una famiglia dominicana molto complicata. C’è sempre un pezzo che manca. Può essere il papà che li pianta lì senza un soldo e va negli Stati Uniti dopo aver tradito la moglie con una cicciona del barrio. Può essere la tranquillità, che non c’è mai anche quando tutti quanti approdano nel New Jersey. Possono essere i soldi, che Yunior raccatta spacciando negli Stati Uniti mentre prova ad amare una ragazza troppo devastata per stare in piedi da sola. Può essere anche una buona parte della faccia di un ragazzino del villaggio vicino, che porta una maschera perché, quand’era piccolo, un maiale gli ha sbranato una guancia. Non sono delle storie allegre, ma sono meravigliose. E continui a portartele a spasso anche quando hai chiuso il libro.

A leggere ero su questo scoglio.

E dopo lo scoglio ci siamo messi nella pancia queste cose qua, alla Cantina del Polpo di Sestri Levante, che ormai sta diventando uno dei miei posti-allegri del mondo.

Insomma, una giornata di luminose soddisfazioni. Anzi, oltre ad ordinare un altro piatto di ravioli al baccalà, credo proprio che mi leggerò anche È così che la perdi. E quando arriverà sulla lavatrice, prometto solennemente di non lasciarcelo troppo a lungo.

Saltelliamo sul posto con inaudito entusiasmo, perchè gli animali tornano a fissarci con intensità!
Dopo il miracoloso alpaca, il narvalo spezzacuori, il provocante babirussa, quella cretina della sula e l’agghiacciante nerita peloronta, Gli animali ti guardano – la rubrica che salverà l’etologia moderna – ci delizia con una nuova bestia del mare, il gelatinoso clione, meglio (e più correttamente) conosciuto come Sea Angel (feat. Pitbull).

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o triste abitatore della terraferma, fluttua con noi, squiiiiiiiiii!

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Tecnicamente, l’angelo di mare è un gasteropode. Da qualche parte nel bel mezzo della magia dell’evoluzione, una lumaca ha perso il guscio ed è cascata in mare. Ben conscia di andare a fondo come una pietra, la nostra lumaca sgusciata ha pian piano cacciato fuori delle pinnette e, tanto per non essere individuata a milioni di miglia di distanza, è impallidita fino a diventare trasparente. La trasparenza, c’informano alcuni studi in gran parte apocrifi, sarebbe anche sopraggiunta a causa degli innumerevoli spaventi patiti dall’angelo di mare agli albori della sua esistenza subacquea, quando ancora aveva qualcosa in comune con le bavose lumache mangialattuga e non aveva la minima idea di cosa fare nell’immensità dell’ostile oceano.
Mai poi tutto è finito bene.
Gli angeli di mare sono una grande famiglia. Presenti a quasi tutte le latitudini (dal circolo polare alle acque danzerine dell’Equatore) possono raggiungere l’imponente lunghezza di cinque centimetri e sono strenui sostenitori di un modello esistenzial-economico a metà tra l’autarchia e la società schiavistica. Orgogliosamente ermafroditi, i Sea Angels sparpagliano uova a spruzzo e ci saltano in mezzo per fecondarle, senza una preoccupazione al mondo. Oh, dove sarà la metà del mio cuore, il clione della mia vita? Perbacco, ma sono sia maschio che femmina, a che mi servono queste scemenze romantiche, amerò me stesso nell’immensità del mare! La servitù della gleba, invece, subentra sul fronte alimentare. Non si sa bene come, ma i Sea Angels sono riusciti a convincere una specie a loro molto somigliante – le ghiotte farfallette di mare – a seguirli ovunque, come un carrello da buffet con le ruote. E così, senza manco un po’ di sudore o strategia predatoria, i Sea Angels vivono in armonia col loro cibo, che divorano con efficienza senza pari: dotati di boccuccia uncinata, i piccoli bastardi arpionano le farfalle di mare e succhiano il contenuto del loro fragile esoscheletro come ragazzine col Calippo, per poi tornare a fluttuare serafici in placide lagune increspate dai loro ruttini soddisfatti.
Ora, perchè la farfalla di mare si fa trattare così? Cosa la spinge a farsi svuotare le interiora da un dispotico e fluorescente mostricciattolo, senza opporre la minima resistenza, senza buttare in piedi una qualche manifestazione di protesta, senza uno straccio di sollevazione popolare?
La verità è che la farfalla di mare è vittima dei poteri ipnotici del Sea Angel. Per farvi capire, c’è pure un video dall’inestimabile contenuto didattico (con speaker già del tutto assuefatto).

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Guardare un Sea Angel in movimento spappola il cervello. Quelle adorabili pinne ad aluccia. Quell’ondeggiare pacifico e silenzioso. Quel ritmico frullare e andare alla deriva. E ciao, lobotomia, sistemi nervosi disgregati, bava alla bocca e occhio a palla.
Ma pensiamoci. Perchè magari non riusciremo a salvare le farfalle di mare dalla voracità dei Sea Angels, ma potremmo trasformarli in un business più redditizio delle pompe funebri.
Quel che servirà per cominciare è un acquario speciale per clioni. Costa 1500 dollari, ha le istruzioni solo in giapponese ed è l’unico recipiente che non ammazzerrà i vostri malefici Sea Angels, ma saranno soldi ben investiti… che diamine, dov’è il vostro spirito imprenditoriale. Perchè i clioni e le loro proprietà ipnotiche vi renderanno più ricchi di Gordon Gekko. Come? Ecco una pratica lista di possibili attività clioniche milionarie.

– pagate da anni una tata ubriacona o una giovane babysitter irresponsabile che passa le sue serate sul vostro divano mentre le creature che avete messo al mondo picchiano ripetutamente la testa contro gli spigoli senza che nessuno intervenga a salvarle? Tutto questo è superato, perchè i vostri bambini non avranno più bisogno di essere guardati a vista da gente che se ne frega: con i Sea Angels, l’incubo dell’iperattività potrà essere finalmente debellato. E poco importa se avete promesso un cagnolino in regalo, una bella tanica di clioni è quello che serve davvero a ripristinare la concordia in famiglia. Prendete i vostri figli, sedeteli davanti all’acquario e andate a farvi il giro dei bar… al vostro ritorno li troverete dove li avete lasciati, catatonici, mansueti e adorabili, pronti per andare a nanna come sacchi di patate.
Più economici di una tata (e sicuramente più intonati all’arredamento): Sea Angels, le babysitter del domani!

– l’open-space vi sembrava una grande idea, ma siete stanchi di guardare i vostri dipendenti che agonizzano in minuscoli cubicoli sotto la luce cimiteriale del neon? C’è gente che si alza in piedi e grida all’improvviso, ormai del tutto incapace di contenere la propria ansia tra quelle tre sconfortanti paretine piene di foto delle ferie e margheritoni a calamita? C’è agitazione e scoglionamento? Quello che vi serve non è una nuova macchina del caffè, ma un bell’acquario di clioni! Studi scientifici dimostrano che la produttività degli uffici che godono del benefico influsso dei Sea Angels è del 24,6% superiore rispetto agli spazi di lavoro tradizionali.
Regalate un’oasi di pace ai vostri impiegati, perchè un dipendente sereno è un dipendente più efficiente. Vasche per clioni, ora anche nel formato panoramico da dieci litri, per un open-space davvero a misura d’uomo!

– c’è la crisi, ci si agita e ci si allarma. E drogarsi è sempre più costoso, nonchè complicato dal punto di vista dell’approvvigionamento e delle rogne legali. Volete qualcosa che vi asfalti e vi aiuti a non pensare tutto il tempo al disastro della vostra esistenza? Buttate gli ultimi soldi che vi restano in una solida fornitura di Sea Angels. Placheranno i vostri sbalzi d’umore, vi stenderanno come la morfina e, nell’annullare le vostre capacità cognitive, risparmieranno il resto dei vostri organi dallo scempio.
Stupefacenti Sea Angels, nella variante strobo-acquario per un’esperienza piacevolmente allucinatoria!

Ma c’è di più. Sea-Angels antisommossa (la folla è in subbiglio? Mandate avanti una squadra di agenti con pettorine trasparenti, piene zeppe di clioni… e tutto quello che dovrete fare dopo sarà passare per strada con una benna e raccogliere i manifestanti rintronati), Sea-Angels per trasporti in ritardo (stufi dei pendolari inferociti? Vasche di clioni per stazioni!), Sea-Angels da diversivo (volete copiare ma la professoressa vigila con troppo zelo? Proponete l’acquisto di un acquario di classe!).
Diavolo, quei maledetti cosi sono il business del domani… e c’è pure una solida componente di social responsibility (liberiamo le farfalle di mare dal vorace giogo dei Sea Angels!) che piace tanto agli investitori. Insomma, ci sarà pure un qualche fondo dell’Unione Europea a cui potremmo appellarci per buttare in piedi una società per l’allevamento e la distribuzione di clioni. Già me la vedo, la quotazione in borsa, l’attico su Park Avenue, la cabina armadio retroilluminata. Un sogno, qua c’è un sogno! Porteremo gli invertebrati alle masse!
…e poi, sono così carini.

 

Dopo aver strabiliato le genti del mondo con le prodezze dell’alpaca, la patologica idiozia della sula dai piedi azzurri, l’eroico struggimento del narvalo e il ripugnante grugno dell’infernale babirussa, l’acclamata rubrica “Gli animali ti guardano” torna a illuminare le vostre esistenze con una nuova spedizione nei recessi faunistici più oscuri del nostro bel pianeta.
Oggi, con coraggio e autentico spirito dell’avventura, ci occuperemo di una delle creature più infide dei sette mari: la Nerita Peloronta, la lumaca che vorrebbe strapparci gli occhi a morsi e dilaniare le nostre carni.

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Umani, non avete scampo!

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Provo una sincera avversione gastronomica nei confronti dei molluschi del mare. Eʼ una sensazione di schifo puramente legata alla masticazione: quello che mangio deve avere un livello minimo di stabilità molecolare e una polpa compatta, concentrata in un confine ben delimitato e rassicurante. Non cʼè al mondo niente di più spaventoso di unʼostrica, una roba che si deve inghiottire per scivolamento. Ed è proprio la consistenza a mettermi addosso questʼinfinito malessere: si va dal blando mollicciume delle conchiglie liquefatte alle temibili creature che associano mollezza e gommosità, come le lumache dʼacqua salata. Ne ho mangiata una quando avevo dodici anni e me lo ricordo ancora adesso.
Eravamo a Nizza, in uno di quei ristoranti con il vascone pieno di pesci fotonici e lʼarredamento da veliero pirata. Il papà del mio amichetto della spiaggia era un tipo metodico, inghiottiva bottigliate di Fernet Branca a orari poco consoni, ma era un signore davvero risoluto. Dopo aver pescato una lumachina da un mucchio di bestie col guscio, aveva trafitto la polpa scura con un forchetta molto piccola e, con unʼabile rotazione del polso, era riuscito a tirare fuori dalla conchiglia una roba brutta, storta e bagnaticcia. Poi, tutto garrulo, me lʼaveva cacciata in gola. A due decenni di distanza dallʼepisodio, anche se provo un travolgente stupore per qualcosa, mi guardo ben bene dallo spalancare la bocca.

 

 

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La rubrica revival definitiva.
I pensierini delle elementari, direttamente dal quaderno (uncensored, con strafalcioni e mega-parole usate a caso).
Perchè non è mai troppo presto per essere surreali.

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16 novembre 1994
Riassumo il racconto a pag.116-117 del libro di lettura intitolato “La lotta per difendere il proprio piccolo”

In pieno oceano, sotto il circolo polare, pioveva ininterrottamente da tempo. Era uno di quei giorni di mare lungo, che le balene e le orche odiavano tanto, perchè soffrono di mal di mare.
Una balena ondeggiava lentamente, spossata, tenendo tra le pinne il suo piccolo. Cercava per lui dei mari calmi per insegnargli a nuotare.
A un certo punto apparve un’orca. La balena aveva paura, perchè sapeva di cosa erano capaci le orche. La loro strategia era di infastidire le balene e di morderle sotto la gola per costringerle a emettere un suono, a questo punto si avventavano sulla bocca delle balene e strappavano loro la lingua. Così loro se ne andavano tristi e mute per i mari senza poter più dire nulla.
L’orca era già a poca distanza dalla balena e dal balenottero, quando a un tratto dietro a un’onda si profilò il beluga, il grande delfino bianco.
L’orca si tuffò per cercarsi un nascondiglio, ma il delfino le aveva già tagliato la strada, e con un guizzo rapido la raggiunse e le morse la coda. La lotta fu aspra. Ma dopo poco ritornò la calma: il corpo ferito dell’orca ondeggiava trasportato lontano da un’onda.
La balena ringraziò commossa il beluga che aveva salvato il suo piccolo.
Il beluga raccomandò alla balena di non far prendere freddo al balenottero e la madre rispose che finchè rimaneva stretto a lei non correva rischio di raffreddarsi. Così si separarono e ognuno andò per la sua strada.

 

Dopo il glorioso debutto in sella al morbido alpaca sputacchione, nell’attesissima seconda puntata della rubrica “Gli animali ti guardano” ci occuperemo – con la consueta perizia e accuratezza etologica – dell’elusivo e voluminoso narvalo… una bestia che, al contrario dell’unicorno, non ha avuto la buona creanza di rimanere entro i confini della mitologia.

narvalo

Il monodon monoceros – unico cetaceo dal nome ragionevolmente associabile all’espressione gotta catch’em all – popola le deprimenti, scure e gelide acque nelle vicinanze del Polo Nord e può raggiungere i cinque metri di lunghezza, zanna esclusa. La conformazione conica, la quasi totale assenza di pinne dorsali e lo scarso sviluppo delle pinne natatorie contribuiscono a far somigliare il narvalo a un gigantesco kebab galleggiante.
Ben poco si sa sulle attitudini romantiche del narvalo. Le femmine danno alla luce ogni anno uno o due piccoli, che alla nascita sono già dei silurotti di un metro e mezzo. Ci piace pensare che il corno spunti qualche tempo dopo il parto. Nonostante il loro aspetto poco ergonomico e letale, i narvali sono creature pacifiche e socievoli, fanatiche del feng-shui. La nobile disciplina orientale è infatti l’unico mezzo a disposizione di questi malinconici mammiferi del mare per vivere in branchi di anche centinaia di esemplari senza trucidarsi e impalarsi a vicenda ad ogni cambio di direzione. La qualità che i narvali più apprezzano nei propri simili è la prevedibilità.
Nell’alimentazione, il narvalo può essere equiparato a un qualunque burinazzo umano, arricchitosi torbidamente e in modo spropositato con qualche volgare attività. Il cetaceo, infatti, si nutre essenzialmente di pregiate seppie, calamari giganti ed esosi crostacei.
Per affossare in modo definitivo la propria reputazione, molti studiosi hanno a lungo dibattuto sulla funzione del benedetto corno del narvalo, finendo per morire in disgrazia senza mai essere giunti a una conclusione plausibile. Si pensava che il corno servisse nella caccia, per infilzare altri ignari abitanti dell’idrosfera, ma il narvalo è un nuotatore flemmatico e sonnacchioso, poco incline agli inseguimenti subacquei e palesemente non adatto a trafiggere la preda in velocità – l’avere una pessima mira è infatti la seconda qualità che i narvali più apprezzano nei propri simili e gli esemplari più saggi e amati del branco si dedicano con grande impegno a massacranti allenamenti, allo scopo di peggiorare le proprie capacità di impalare con precisione.
Secondo una teoria forse elaborata da un qualche cavaliere particolarmente attaccato alla propria Durlindana o dal Consiglio Mondiale dei Maestri Jedi,  il corno del narvalo fungerebbe da arma di difesa, in uno scenario moschettieristico cappa e spada. Anche questa teoria è però miseramente naufragata di fronte alla remissiva personalità del narvalo, un cetaceo emo, che sembra attendere di perire di morte violenta con la stessa serena indole dei martiri del primo cristianesimo, porgendo l’altra guancia e scoprendo il costato alle accuminate lance degli aggressori. Non c’è dunque da stupirsi che orche marine, orsi polari ed eschimesi si dedichino con indicibile spasso alla caccia del narvalo. Se ben ci pensiamo, infatti, il narvalo è l’animale perfetto su cui costruire un mirabolante racconto di caccia. Apparentemente mostruoso e arcigno, ma in realtà meno pericoloso di uno scolapasta, il narvalo è facile da uccidere e da morto fa più paura che da vivo. Dunque, chiunque ammazzi un narvalo potrebbe attribuire al gesto connotazioni leggendarie, vantandosi in lungo e in largo al bar davanti a un pubblico ansioso di  essere sommerso di fandonie.
Ma torniamo all’angosciosa diatriba della zanna. Giunge in aiuto, in questa disperata quanto sterile ricerca del significato funzionale del corno del narvalo, un fatto molto semplice: solo gli esemplari maschi sono zavorrati dalla ridicola escrescenza. Di conseguenza, si potrebbe pensare che il corno sia un qualche tipo di richiamo erotico, come accade per cervi, stambecchi, caproni e il resto della cornuta fauna terrestre, che si prende a capocciate per impressionare il gentil sesso. Il narvalo, così come moltre altre specie animali, fa quindi  della propria prorompente escrescenza ossea un mezzo di richiamo per la femmina, che si dirigerà baldanzosa dal narvalo col corno più lungo. Avvallando quest’ultima ipotesi, gli etologi di ogni latitudine sono finalmente giunti, dopo un tortuoso percorso fatto di osservazioni empiriche, coraggiose ipotesi e cocenti smentite, alla scoperta dell’acqua calda.

In conclusione –  e come si può ben osservare nell’eloquente documento fotografico -, il narvalo è un autentico eroe tragico, che lotta strenuamente per far emergere la propria vera personalità: incapace di infliggere crudeltà al prossimo, viene dall’uomo investito del ruolo di giustiziere di animali adorabili, in un trionfo di incomprensione, superficialità ed esecrabile violenza gratuita.
La triste verità è che il narvalo è un mammifero marino tragicamente frainteso.