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Angela Izzo, io ti riconosco. Sono di Piacenza e a Napoli non possiamo vantare alcun parente, ma ti sento nelle ossa, ti sento nelle orecchie, capisco cosa dev’essere stato passarti davanti. Detestarti è stato bellissimo, in queste pagine. Forse meritavi di peggio, ma “‘o scrittore du’ cazz'” è figlio tuo e io non ho intenzione di intromettermi. Di te, però, devo ammettere d’aver ammirato l’aperta ostilità e la propensione nulla al commento obliquo, ma andiamo con ordine. Chi diavolo è Angela Izzo? Era la mamma di Antonio Franchini, che qui troviamo trasfigurata in personaggio nefasto e nemesi romanzesca, nel mostro che sta al centro del gorgo di famiglia. Angela risucchia tutto e sembra contaminare anche quello che non tocca, perché vastissima è la disapprovazione che proietta e inesauribili sono i debiti di cui è capace di caricarti.

Di figli e figlie che scrivono delle proprie madri è pieno il mondo, ma è raro imbattersi in un’avversione così schietta,  furibonda e circostanziata. Nel produrre questo ritratto “mediato” di Angela, Antonio Franchini intreccia piani temporali, registri e ricordi, restituendoci un intero sistema di disvalori, oltre che la parabola biografica di un rapporto di sangue. Angela è difficile da intrappolare e impossibile da neutralizzare, perché non tace mai e sgomita per deformare la realtà. Il suo dominio è lo spazio domestico – prima a Napoli e poi a Milano, dove segue due dei suoi figli ormai diventati adultissimi – ma il dove la si piazzi conta poco, perché Angela è impermeabile al mondo, alle opinioni altrui, all’italiano e alla temperanza.

Angela si esprime per sentenze, anatemi, rivendicazioni, dogmi, furori imprevedibili, sceneggiate interminabili, insulti. È vanagloriosa ma poveretta quando le fa comodo, prepotente ma vittima, sprezzante ma dipendente dagli altri, perché può affermarsi solo per opposizione diretta, in una continua rivendicazione di una superiorità farlocca, basata sul disvalore, sul pregiudizio e sul disprezzo. Le sue arringhe sono confuse e la sua invadenza totale: son tutti coglioni (o zoccole) tranne lei, che non si fida di nessuno e che tutti dovrebbero elevare a esempio supremo, anche se crede a intermittenza solo a quello che potrebbe tornarle utile o, per principio, solo al contrario di quello che pensi tu. Lo stato le deve l’accompagnamento, i suoi figli le devono tutto e noi, che possiamo solo limitarci a leggerla, siamo grati a Franchini per aver fatto da parafulmine.

Il fuoco che ti porti dentro – uscito per Marsilio e finalista al Premio Campiello – è un libro tremendo perché Angela è tremenda, ma Franchini riesce a restituirci quella simpatia immotivata che le conoscenze superficiali possono di tanto in tanto suscitare. Tutti gli amici o i colleghi di Milano che per qualche ragione di sono imbattuti in Angela l’hanno trovata folcloristica, insolita, affascinante e “fortissima”, nella sua inarrestabile follia. Il dramma è lì, in questa capacità di metamorfosi del mostro, ma in questo spazio sta anche l’abilità di scriverne donandoci il comico e il paradossale, senza scadere nella macchietta ma concedendole l’onore delle armi, come andrebbe fatto con ogni valente avversario. La storia di Angela è quella di una famiglia intera, di uno scontro eterno tra Nord e Sud, tra ricchi e zappatori, tra pesce “buono” e schifezze del supermercato, tra madri e figli… che scappano per salvarsi e, per fortuna, decidono a volte di raccontarcelo così.

Qua non so bene come comportarmi, perché La spinta di Ashley Audrain – da noi uscito per Rizzoli con la traduzione di Isabella Zani – è un libro di una sgradevolezza rara. Succedono cose terrificanti, luttuose, traumatiche. E succedono nel territorio della maternità, una landa che già di suo presenta una gran quantità di garbugli e di potenziali pozzi oscuri. È un romanzo tremendo da leggere, difficile da sopportare e a tratti anche fin troppo calcato, ma eliminando tutte le tare del caso penso restino degli spunti di riflessione più che dignitosi. Certo, li si piglia e li si stiracchia fino al limite estremo del plausibile – per quanto possa aver senso stabilire confini -, ma pare quasi un esercizio speculativo. Che succede se deformiamo le domande basilari che una neo-madre può porsi? Da dove spuntano i mostri? Saremo capaci di fare quello che ci si aspetta da noi? Quanto possiamo ritenerci attendibili in situazioni di stress e isolamento? I “cattivi esempi” sono una profezia o un monito che può aiutarci a spezzare un destino fallimentare?

Blythe è il prodotto di una dinastia di madri che la società civile disapproverebbe. È sopravvissuta a un’infanzia infelice e al rifiuto costante, senza avere gli strumenti “anagrafici” necessari per decodificare i patimenti delle donne della sua famiglia. All’università conosce un ragazzo e, per la prima volta, riesce a immaginare un futuro tollerabile – anzi, un futuro felice. Sono innamorati, lui è convinto che in lei si nasconda una madre meravigliosa e lei ha un gran bisogno di crederci, di meritarsi questa vasta fiducia. Nasce Violet, ma Blythe ci capisce poco. Si ritrova inchiodata a casa – è Fox che lavora mentre lei prova a dedicarsi alla scrittura – con una neonata che pare richiedere più di quanto lei possa ragionevolmente darle. Nulla di quanto aveva immaginato trova specchio nella quotidianità con Violet, ma mostrarsi capace e padrona della situazione, dar prova di essere degna di quell’immagine di madre esemplare così cara al marito ha il sopravvento sulla realtà dei fatti. Chissà, magari Blythe esagera. Magari è lei che non ci sta dentro. Violet non sarà mica così terribile, dai. Perché la devi sempre dipingere a tinte così fosche? Verrebbe quasi da pensare che non le vuoi bene… ma sarebbe una mostruosità bella e buona. Sei un mostro, Blythe?

Blythe si convince, giorno per giorno, che in sua figlia ci sia qualcosa di anomalo, qualcosa che supera anche le sue potenziali inabilità nel “gestirla”. Chiaro, si sente in colpa per quattordicimila motivi e si vergogna pure di fare così fatica con lei, ma col passare dei mesi – e dei primi anni – quell’inquietudine di fondo resta. Violet è fredda, manipolatrice, crudele con gli altri bambini (e con lei). Insieme agli innumerevoli “ma dove ho sbagliato”, Blythe deve confrontarsi con suo marito, che Violet pare adorare e che vive un’esperienza di genitorialità completamente diversa dalla sua. Fox resta inserito nel mondo, fa carriera, arriva a casa la sera e viene accolto da sua figlia con evidentissimo entusiasmo. Fox, soprattutto, non accoglie i timori di Blythe. Anzi, li respinge con intransigenza. Il perché facciano un altro figlio è ben sviscerato nel romanzo – per quanto possa sembrarci controintuitivo. È come se Blythe avesse bisogno di riscattarsi, di dimostrare in maniera incontrovertibile che il problema è Violet e che lei è una madre capacissima – e capacissima di amare…

Audrain è abile nel gestire la tensione e i diversi piani temporali. Funziona così: sappiamo da subito che qualcosa è andato terribilmente storto, ma occorre l’intero libro per afferrare davvero l’estensione del disastro. Oltre al “piano temporale” di Blythe abbiamo a disposizione anche le storie di sua madre e di sua nonna che, pur in epoche e contesti differenti, rappresentano un precedente significativo. È come se tutto quello che circonda e “costituisce” Blythe lavori per corroborare la sua inattendibilità. È come se la spiegazione più semplice e valida, nel caso esista qualcosa di cui preoccuparsi, sia l’inadeguatezza della madre. Blythe è problematica a modo suo – e non è un personaggio che ispira chissà quali moti di simpatia -, ma non dispone mai di punti di riferimento accoglienti. Smette quasi di essere una persona e diventa una funzione, non ha più un posto o un’identità – a parte quella di madre, in cui sente esplodere tutto il suo fallimento. È un libro orrendo? Sì. Perché Audrain fa succedere orrori. È un libro potenzialmente utile? Anche. Perché può farci pensare, nonostante l’evidente situazione-limite che costruisce.

Book cover

La gente di pianura diventa cattiva perché non ha niente da guardare: non c’è un ostacolo naturale capace di creare un limite ai desideri ma la vastità monotona di quello che ti circonda scoraggia l’iniziativa. Insomma, vuoi andare chissà dove perché il paesaggio appare “facile” – e pensi che l’orizzonte ti sia dovuto – ma per strada non ti ci metti perché il potenziale percorso è semplicemente eccessivo. Marta Cai esordisce per Einaudi con Centomilioni allestendo il suo teatro proprio in un’evanescente cittadina di pianura, affidando alle sue “vittime” di finzione il compito di raccontarci l’insoddisfazione, lo stallo perenne di chi molto vuole ma pochissimo crede di poter fare, la claustrofobia assoluta delle radici, della meschinità fatta passare per affetto, della cura come ricatto.

L’unica cosa che Teresa e Alessandro hanno in comune è forse la necessità viscerale di scappare. Lei non concepisce nemmeno la possibilità di comprare un vestito senza la supervisione della famiglia tutta, lui si piace da impazzire e non ritiene che serva altro. Lei ha ben superato i 40, lui ne ha poco più di 20. Lei è una via di mezzo tra una bambina decrepita e una zitella prigioniera, lui non ha mai trovato il modo di farsi prendere sul serio. Entrambi coltivano una sorta di esistenza parassitaria: lei ostaggio dei genitori anziani – “con tutto quello che abbiamo fatto per te non vorrai mica abbandonarci?” – e lui come zavorra per il Vecchio Porco che mantiene la madre. Lei lo ama come ci si innamora di un cantante alle medie… e lui l’ha capito.

Son poche pagine, ma il rancore che ci troverete dentro penso vi basterà per lungo tempo. Più che Teresa – che è una creatura paradossale che può far pena come rabbia – quel che colpisce è l’accuratezza della ricostruzione di quella miriade di grettezze quotidiane, abitudini impermeabili al cambiamento e superbie imbecilli che fanno “paese”… e che sono fin troppo vere. A tenere insieme tutto è l’eterno tema dei soldi: chi ne ha, chi se li merita, chi li butta, chi ne vuole di più, chi fa progetti senza averne, chi non ha nemmeno l’immaginazione per spenderli e chi li conta in tasca agli altri, incessantemente. Cento milioni, pensati in lire per farli sembrare di più – anche perché andranno divisi in tre: ecco il premio per il più mesto degli inganni. Sono pochi? Sono tanti? Non si sa, dipende da com’è il paesaggio di casa vostra. Teresa e Alessandro vivono in pianura. E vivere, per loro, è un debito insormontabile.

Ogni famiglia è infelice a modo suo, abbiamo collettivamente metabolizzato. Una minima infelicità, romanzo d’esordio di Carmen Verde – in libreria per Neri Pozza – è la cronaca secca e precisissima dell’insoddisfazione di una specifica famiglia, di un vuoto civilissimo e agiato, di una diminuzione perenne dell’amore che finisce poi per “personificarsi” in una figlia che sceglie di farsi spettatrice, topolino che si aggira ai margini dei crucci altrui – sempre silenziosi, sempre segreti, sempre senza speranza.

Nipote e figlia di femmine scandalose, troppo vive per essere opportune, “pazze” e nemmeno troppo tacitamente disapprovate dalla brava cittadinanza, Annetta diminuisce di pagina in pagina – un po’ perché non cresce, un po’ perché quello che pensa le spetti è poco e un po’ perché sua madre non c’è mai quando dovrebbe, non la ripara dalle ingiustizie più stupide e grette, non le lascia nemmeno immaginare un paesaggio in cui correre da sola (su gambe lunghe e forti).

È un esordio insolito e molto ben eseguito, misuratissimo e pieno di crudeltà tristi. Somiglia a un pezzo di musica da camera che si ascolta bene ma da studiare è un baratro di difficoltà o a un quadro piccolissimo ma zeppo di dettagli che in mezzo centimetro di tela lasciano intravedere un “oltre” sconfinato – ma noi siamo prigionieri di quella cornice, come Annetta, come sua madre.

Sono in difficoltà. Anzi, fatico ad elaborare un parere razionale PERCHÉ SONO TUTTI INTOLLERABILI. Mi capita raramente, ma ogni tanto capita. Un personaggio solo si salva – e ho a più riprese cercato di gridargli SCAPPA ANIMA BELLA TU PUOI FARCELA ALTROVE, pur sapendo che non poteva sentirmi. Il tema è spinoso ma non sconosciuto da queste parti: Quello che non sai di Susy Galluzzo – che ho ascoltato su Storytel ma che trovate anche in libreria per Fazi Editore – è una storia di maternità e di assimilazione difficoltosa del ruolo. Ci sono responsabilità enormi che andrebbero rette insieme ma che finiscono solo per alimentare dei grandi dossier immaginari del “te l’avevo detto”, c’è il tema di un distacco impossibile perché c’è la paura di non servire più, c’è l’adolescenza e c’è l’abitudine orrenda di misurare col bilancino quanto ci si vuole bene, quanto si fa per la famiglia e a quanto si rinuncia – e non perché ci fa felici, ma per avere abbastanza elementi da rinfacciare alla controparte.

Il nostro punto di vista è quello di Michela, ex cardiochirurga di sopraffino talento che ora fa la mamma quasi a tempo pieno e deve gestire sostanzialmente per conto suo – perché suo marito Aurelio è ancora un medico impegnatissimo – una figlia protoadolescente “difficile”. Leggiamo quello che Michela sceglie di affidare a una specie di diario scritto per la madre, ormai scomparsa da una quindicina d’anni ma ancora ben viva nella memoria e snodo fondamentale della vicenda.

Tutti, qua, vivono gestendo un rancore invalidante.
Michela e sua figlia sono intrappolate in una simbiosi che soffoca entrambe e che si incrina sul tramontare dell’infanzia, lasciando la madre alle prese col vuoto e con una serie di gelosie meschine e la figlia sempre più avviluppata in rituali compulsivi e scatti d’ira. Michela non ne pare consapevole, ma sta facendo penitenza. Ilaria paga altrettanto involontariamente il fatto di non corrispondere alle aspettative, trasformandosi anche nel ricordo perenne di un grande abisso.L’evento che scatena una reazione a catena di scenate, aggressività e ostilità asfissianti è una macchina che arriva e sta per mettere sotto Ilaria, mentre Michela resta a guardare senza muovere un muscolo – pur avendo ampio margine per intervenire. Da lì e tutto finito, non c’è meschinità o colpo basso che si risparmino.

È un romanzo davvero indigesto ma potente – sarà anche l’ottima lettura di Teresa Saponangelo, che resta espressiva ma ben calibrata – da cui si riemerge quasi con disgusto, perché contrasta ogni immagine felicemente stereotipata e ci proietta invece in una dinamica basata sul risentimento e sull’impotenza, sul senso di colpa e sul bisogno asfittico di controllare tutto per non rischiare di tornare più in un angolo molto buio. Non lo so, forse funzionerebbe meglio se le circostanze di Michela non fossero così estreme, peculiari e fin troppo ben apparecchiate per utilizzare il trauma come spiegazione “plausibile”. Nell’essere tremendo e claustrofobico, però, è anche un romanzo spericolato e pieno di pietà, nonostante le numerose ruvidezze e la generosa distribuzione di situazioni iperboliche.

Partirei con un piccolo cappello introduttivo da ascoltatrice dell’audiolibro – se vi interessa sentirlo, lo trovate su Storytel.
Ho scoperto che i suoni che appartengono alla vasta famiglia ASMR risultano più gradevoli ed “efficaci” in base alla struttura del cervello dei potenziali riceventi. Io, per dire, non traggo giovamento alcuno dall’ASMR – anzi, mi fa venire il nervoso -, ma mi sintonizzo a meraviglia sull’onda sonora di Daria Bignardi che legge le sue cose. Sto gradualmente ascoltando tutto quello che trovo di suo perché, oltre a garbarmi mediamente molto quello che scrive, la trovo piacevolissima da sentire. Calma, calorosa, pacata ma non pallosa, lieve e garbata. Così, ci tenevo a sottolinearlo perché sono convintissima che il “successo” di un audiolibro dipenda anche da chi lo legge e da come lo si legge. 

L’evento cardine, in Non vi lascerò orfani, è la scomparsa della madre. Una morte meticolosamente ripercorsa che serve però da spunto per un allargamento dell’orizzonte – e forse anche della prospettiva e dei punti di riferimento, muovendosi nel territorio accidentato dei legami più stretti, di quell’ingombranza difficile (e qualche volta felice) che si portano dietro i vincoli di famiglia.
Nella perdita, Bignardi si scopre parte di un vorticoso sistema solare di relazioni, parentele e storie, attitudini disparatissime e conflittuali, ansie tentacolari e invadenze che non sempre si son potute interpretare come sani impulsi di protezione. C’era già tutto, chiaramente, ma per mettersi a raccontarlo serve talvolta una cesura netta, un evento rivelatorio, una vita “importante” che tramonta, lasciandoci a gestire quel che rimane.
Permettendo alla perdita di attraversarla, Bignardi tratteggia il paesaggio quotidiano della sua condizione di “figlia”: un lessico famigliare divertito e malinconico, che la distanza e una fisiologica pulsione d’indipendenza hanno saputo rendere meno intransigente.
Si può ricordare “bene” una madre accogliendone i limiti, tenendoci vicino tutte le difficoltà che ci ha buttato addosso perché non sapeva fare diversamente. Si cresce grazie a una serie di rinforzi positivi, sembra dirci questa storia, ma si cresce anche in opposizione a quello che ci è stato riservato. Ma si cresce, nostro malgrado. E, qualche volta, lo sguardo che va affinandosi nel tempo ci permette un’indulgenza che non sospettavamo di possedere – e che ci fa bene, nonostante quello che si è passato insieme.

 

A Life’s Work, in italiano, si chiama Puoi dire addio al sonno ed è uscito per Mondadori (con la traduzione di Micol Toffanin) nel 2009, nell’ormai lontana era pre-Resoconto/Transiti/Onori. Il titolo che è toccato a noi è decisamente meno denso di significato. E di certo strizza l’occhio alla longeva tendenza a classificare i racconti incentrati sulla maternità (autobiografici – come in questo caso – e non) in due grandi categorie piuttosto polarizzate: da una parte ci sono quelle che te la mettono giù durissima e, dall’altra, le pasticcione piene d’entusiasmo, quelle che tra mille peripezie e goffaggini cercano di venderti una versione rassicurante e spensierata del diventare madri.

[EDIT per aggiornarci sugli avvenimenti più recenti: nel 2021, A Life’s Work è transitato nel catalogo Einaudi con un titolo che trasporta esattamente quello originale: Il lavoro di una vita.]

Quelle che te la mettono giù durissima vengono solitamente accusate di voler terrorizzare le loro simili o di dipingere a tinte eccessivamente fosche un’esperienza indiscutibilmente sacra e meravigliosa. Anzi, si continua ancora a colpevolizzare, perché se una ti viene a raccontare – ad esempio – una depressione post-partum diventa quasi automaticamente una donna da guardare con sospetto, una persona che deve avere per forza qualche tara pesante, visto che non partecipa alle gioie dell’avvenuta procreazione e sembra tirarsi indietro di fronte alla sua grande missione biologica – e poi diciamocelo, signora mia, se non voleva i figli doveva pensarci prima.
Le allegre pasticcione sono pronte a fornirci speranza. Dai, se ce l’ha fatta questa rincoglionita posso farcela anch’io. Dimmi che andrà tutto bene. Raccontami di sederini morbidi, di piedini piccolissimi, di tutine, di passeggiate al parco, di sensazioni di infinito appagamento e di “finalmente ho capito qual è la mia vera vocazione”.

Il problema con le due estremizzazioni non è di poco conto. Le narrazioni che te la mettono giù dura tendono a far venire a galla il brutto, lo sporco, l’emotivamente disturbante e il difficile. Per quanto tutto ciò possa rispondere a verità, sono inevitabilmente respingenti. Le tribolazioni altrui, soprattutto in tema di maternità, scatenano i sensi di colpa, innescano una reazione di difesa che porta all’istante a dichiarare che tu no, tu non sei mica un mostro del genere. Perché? Perché la “madre” non è un concetto neutro. Anzi, è uno dei concetti più connotati e più zavorrati dalle aspettative collettive. Sguazziamo in uno stereotipo resistentissimo che stabilisce come dovrebbe essere una “buona madre” – e poco importa se lo stereotipo sia datato, figlio prediletto di una cultura che santifica la donna solo se fa la madre (e basta) e assolutamente scollato dalla realtà socioeconomica che abitiamo. Il fatto è che esiste anche quello che ci spaventa. Esistono anche situazioni che non ci somigliano o nelle quali preferiremmo non ritrovarci. Il fatto che una narrazione sia respingente – secondo certi canoni o private sensibilità – non la rende meno autentica o meno degna di essere ascoltata, capita, accolta. Non è che leggendo un’esperienza “negativa” della maternità e prestando orecchio anche alle campane meno entusiastiche ci si esponga a un qualche genere di contagio. Non è che empatizzando con chi ha avuto una partenza in salita – o con chi continua ad arrancare – finiremo per sabotarci. Chiaro, poi… quello che scegliamo di incamerare nelle nostre riflessioni risponde anche a un bisogno, a una ricerca di senso che può portarci a cercare conforto in peripezie simili alle nostre o a trovare quello che ci serve in racconti più spensierati, più edulcorati, più “positivi”. Ed eccoci arrivati al polo opposto.

Sì, ma il libro?

Il polpettone introduttivo mi sembrava rilevante, in questo caso, perché A Life’s Work non ha ricevuto un’accoglienza particolarmente tenera. Come racconta anche Cusk nell’introduzione alla nuova edizione del volume, tanto si è detto e scritto di lei come madre, di quello che avrebbe pensato sua figlia – non sia mai! – leggendo, da grande, questa cronaca dei suoi primi mesi di vita.
Cusk è incoraggiante? Fornisce risposte? Ha scritto un manuale per la gestione del neonato? Ha cercato di convertirci a una corrente pedagogica? Ci vuole imporre un punto di vista? Per niente.

Cusk si è domandata, in estrema sintesi, che fine faccio io – madre – quando metto al mondo un figlio. Che cosa succede al corpo, alla vita interiore e alla struttura del mondo di una donna che, a un certo punto, partorisce e piomba in un paradigma completamente nuovo. Che cosa accade alla coscienza individuale quando si trova legata a un altro essere umano che è stato per nove mesi parte di te e che, separandosi, manifesta una volontà, dei bisogni primari che non sono negoziabili, delle esigenze e dei comportamenti che non si adattano alle norme e al funzionamento della realtà che conosciamo.
E non sono domande che trovano risposta nel semplicistico “eh, ti è nato un figlio che cosa ti aspettavi, mica è tutto uguale poi”.
Pur sapendo che le cose cambieranno, non c’è nessuno che viene a farti un bel disegnino. Così come non c’è nessuno che può dirti come cambieranno per te. Per la madre standardizzata dell’immaginario collettivo c’è un percorso assai chiaro – e anche una serie di traguardi emotivi da raggiungere, accompagnati da una tabella dei sentimenti autorizzati e degli obiettivi che la prole deve centrare per potersi ritenere “normale”. Certo, sarà difficile, ma ci hanno insegnato che lo spirito di sacrificio è il motore di ogni madre che si rispetti. Suvvia, che sarà mai.

A Life’s Work non la mette giù dura. Non è nemmeno stato scritto per il gusto di provocare, turbare o scandalizzare – non che poi contenga chissà quale vicenda provocatoria, disturbante o scandalosa. Tira semplicemente fuori delle domande eretiche rispetto al paradigma della madre esemplare. Perché al centro dell’attenzione – somma stranezza – c’è la madre, non c’è il bambino. È un libro che parla di ruoli e di equilibri. Chi ero e chi sono? Non c’è un interruttore che ci fa passare dalla “modalità io” che ci ha accompagnato per tutta la vita alla “modalità madre” in maniera automatica. E chiedersi che cosa resta di te – specialmente nei primi mesi – è un quesito perfettamente legittimo, indipendentemente da quanto tu sia felice, triste, sola, supportata, disperata, sostenuta, euforica, convinta, preoccupata, assonnata, energica. È un libro che si interroga sull’identità femminile in un momento cruciale, ma senza cancellare o ignorare le altre spinte che costituiscono, nel loro complesso, quel “chi siamo”. Diventare madri non è obbligatorio ma, quando succede, è senza dubbio un’esperienza di trasformazione. Perché diventando madri diventeremo altro, ma se siamo qui vuol dire che abbiamo macinato storie, idee, sogni, relazioni, punti di riferimento, passioni, abitudini. Sovrascriverli completamente ci renderebbe madri migliori? Rachel Cusk non ha stilato per noi un decalogo su come disinnescare le coliche o un vademecum per selezionare la babysitter perfetta. Non è una madre “pratica”. Non è la madre saggia che pretende di spiegarti come si vive, di mostrarti un modello d’eccellenza, di pungolarti affinché tu sia radiosa, euforica, appagata e… innocua per il tuo prossimo. Cusk è una persona che si sta domandando insieme a noi che cosa sia, alla fin fine, una delle molti madri possibili. Quello che le accomuna tutte è la portata di un compito che non si esaurisce mai, finché si sta al mondo. A Life’s Work? Credo proprio di sì. È un tragitto fluido, un susseguirsi di abissi anomali. E può capitare, affacciandosi sull’orlo del baratro, di percepire la vertigine e di perdere l’equilibrio… ma anche di trovarsi di fronte, molto spesso, a un paesaggio meraviglioso.

saluto al sole

MADRE è una donna all’avanguardia. Quando le altre insegnanti di educazione fisica si sentivano super avanti a invitare a scuola gli istruttori di rugby, MADRE aveva il corso pomeridiano di yoga. Negli anni Novanta. Negli anni Novanta a fare yoga c’erano solo le alunne di MADRE, Wes Anderson e Linda Evangelista. Nemmeno quella scopa platinata di Gwyneth Paltrow c’era già arrivata, altroché Goop e vaporizzatori vaginali agli ioni d’argilla salata.
Comunque.
Ho fatto la mia prima lezione di yoga nella gloriosa palestra del liceo Colombini, da infiltrata. Facevo le medie, ma MADRE amava utilizzarmi come piccola cavia. Fare yoga in compagnia di venticinque adolescenti ridacchianti non fu semplice e, in tutta franchezza, dell’esperienza non ho quasi memoria. Mi ricordo che c’era dell’imbarazzo e che le tizie badavano di più a come si mettevano le vicine che a quello che dovevano fare loro. Vedendo, poi, che ero una bambina troppo irruenta per salutare il sole e stiracchiarmi su un tappetino, la famiglia decise che conveniva farmi continuare a ricorrere pallette e spedirmi in montagna a sciare tutti i weekend. Che almeno mi stancavo e la sera dormivo.
Qualche tempo fa, però, le ragazze dell’ufficio hanno deciso di buttare in piedi un corso di yoga. C’è l’insegnante che viene al mattino, ci mettiamo giù in sala CONFERENCE e facciamo quello che dobbiamo fare. Più comodo di così. Travolta da un’ondata di sconsiderato entusiasmo, ho aderito all’esperimento.
La mia amica Flavia – dopo aver specificato che lavoro in un posto bellissimo e che, da lei, nessuno si sognerebbe mai di organizzare delle lezioni di yoga – mi ha subito chiesto come intendevo risolvere il problema della doccia a fine lezione.
La doccia?
Ma che è.
Si suda a fare yoga?
Si suda a giocare due ore a tennis, mica a fare yoga.
Flavia, di che stai parlando.
Fottendomene allegramente della doccia, ho srotolato un discutibile tappetino rosa acquistato al Decathlon a due euro e settantanove dalla Manuela in un momento di generosità e mi sono apprestata ad obbedire ciecamente alle istruzioni dell’insegnante.
Ho scoperto che lo yoga è assai piacevole.
Ho imparato a rilassare pezzi di me che manco sapevo di avere.
Ho salutato il sole.
Ho fatto il mini-cobra.
Ho amato molto la posizione del bambino, che la maestra ci ha esortato ad utilizzare in caso di bisogno in qualsiasi momento della giornata. E ho immaginato quanto sarebbe bello distendere le braccia e appoggiare la fronte sul pavimento ogni volta che suona il telefono. Ma così, in tranquillità. In mezzo alla vita che scorre.
Ho capito che conviene vestirsi un po’ pesanti, che quando passi un quarto d’ora in terra a trasformarti gradualmente in un sacco di patate del tutto inerte ma completamente pacifico ti viene un freddo boia.
Mi sono resa conto che due euro e settantanove sono troppo pochi per un tappetino come si deve. Devi puntare le mani e tirare su il sedere, puntellandoti coi piedi? Il tappetino sguiscerà via in ogni direzione. I tuoi arti perderanno aderenza. E tu, se non t’impegni un casino, perderai i denti davanti.
E niente.
La mia incapacità di abbracciare con sufficiente spontaneità filosofie di qualunque genere non mi ha impedito di difendermi dignitosamente. C’è chi combatte per un sano equilibrio tra corpo e mente ma, per due lezioni, si può anche viaggiare su uno 0% di spiritualità e su un 100% di articolazioni, arrivando addirittura a sperimentare la breve ma corroborante illusione di essere più tonica e saggia.
Poi, però, mi sono resa conto che nulla di veramente benefico può accaderti prima delle 10 della mattina.
Lo yoga dovrebbe restituirti la pace, insegnarti ad ascoltare il tuo corpo e il tuo respiro e a controllare la tua mente con la serafica tranquillità di un albero santo di ginkgo biloba.
Il problema è che la mia mente e il mio corpo si sono già fatti sentire. Il mio corpo e la mia mente, alle otto del mattino, non vogliono salutare proprio nessuno, figuriamoci il sole. Il mio corpo e la mia mente, alle otto del mattino, sono già pienamente in contatto con la serenità dell’universo. E riescono a farlo grazie a un antichissimo metodo di rilassamento: il sonno.
Le cose dovrebbero funzionare così.

BENESSERE CORPO/MENTE ALLE ORE 8.00 = 5/10
*LEZIONE DI YOGA (GINKGO BILOBA, VIENI A ME!)*
BENESSERE MATTUTINO ALLE ORE 9.30 = 10/10

Peccato che, a me, il suono della sveglia prima delle 8.30 generi un trauma pari ad almeno -100 Punti Benessere. E, con -100 Punti Benessere, precipito immancabilmente in una fossa di Agonia da cui difficilmente sarà possibile riemergere grazie al volenteroso +5 che una lezione di yoga potrà ragionevolmente sprigionare.
Ma non solo.
Il crepaccio dell’Agonia ha effetti estesissimi. Nel mio caso, il crepaccio dell’Agonia riesce addirittura a danneggiare la florida muscolatura e la travolgente elasticità dei legamenti di cui normalmente dispongo, trasformandomi a tutti gli effetti in una specie di GOLEM narcolettico che traballa su un tappetino rosa con un ciuffo a forma di ananas in testa.
E tra un GOLEM e il sacro ginkgo biloba c’è una differenza a dir poco poderosa. La distanza golem-gingko, per quanto mi sia sforzata di raccontarmi delle confortanti menzogne, non potrà mai essere colmata nelle fascia oraria 8.00-9.30 antimeridiane. A me piace fare yoga. Lo trovo meraviglioso. Ma di sera, magari. Al tramonto. Al crepuscolo. All’imbrunire. Dopo aver finalmente smaltito le difficoltà della giornata e aver ritrovato fiducia nell’avvenire.
Ho fatto solo due lezioni mattutine, ma credo di aver cominciato ad ascoltare il mio corpo e la mia mente in maniera assai proficua.
E sapete che cosa mi hanno detto?

MA ANCHE NO.

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MADRE, non si sa perché, non capisce le vacanze. Ami viaggiare? Ti piace visitare posti nuovi? Non vedi l’ora di passare del tempo lontano da casa – a scopo ludico-ricreativo? MADRE ti disapproverà. Non so che cosa le impedisca di intuire le innumerevoli ricadute positive che il viaggio può produrre sullo spirito umano, ma siamo messi così. Una persona che va in giro, per MADRE, è una persona che perde tempo, una persona frivola, superficiale e poco incline a comprendere il senso più autentico della vita. Perché la vita è sofferenza, sacrificio e stridore di denti. Allo stesso tempo, però, MADRE è in grado di esprimere dei desideri. Ad esempio, sono circa quindici anni che proclama di voler visitare la città di Perugia. Perugia, mica la Guyana Francese. C’è gente del West Virginia che prende l’aereo e attraversa appositamente un oceano per vedere Perugia. MADRE abita a Piacenza ed è pure in pensione, ma non ha ancora trovato il modo di raggiungere l’Umbria. Le ho chiesto se voleva che le prenotassi un albergo. Le ho chiesto se potevo guardarle i treni o stamparle un sapiente itinerario con le mappe di Google. Niente da fare. Eh… vediamo. Non adesso. C’è brutto tempo. Il papà non è molto in forma. Ho il fuoco di Sant’Antonio. Zero, non ci si riesce. È una roba che mi manda al manicomio. In fondo, però, credo che a MADRE vada bene così. Anzi, la faccenda di Perugia fa di lei un esempio di autentica abnegazione. “Ma hai visto quei due là? Sono sempre a spasso. Beati loro che hanno del tempo da perdere, guarda. Pensa che io non ho mai visto neanche Perugia!”. A quel punto, MADRE si aspetta di ricevere dei complimenti per la morigeratezza e la modestia che la contraddistinguono. E se proprio non vi viene da congratularvi, il minimo che potete fare è insultare insieme a lei tutte quelle persone che, invece, amano vagare per borghi, paeselli e remoti continenti in pace e tranquillità. Lo so, credetemi. A livello teorico, è un ragionamento che non ha alcun senso. In pratica, è il primo caso di Sindrome di Stoccolma auto-inflitta.
Comunque.
Il fatto che i miei genitori siano così poco inclini a spostarsi mi fa molto comodo. Perché, d’estate, so a chi lasciare il gatto. Sono ormai tre anni che Ottone von Accidenti va in ferie in campagna, dai nonni. MADRE, pur detestando le vacanze, non vede l’ora che io parta. E non perché viaggiare è bello, emozionante, istruttivo e interessante. Macché, MADRE mica è contenta per me. MADRE vuole che mi levi dai coglioni perché le piace tenere il gatto e informarmi, periodicamente, di quanto Ottone sia più felice lì con lei che a casa nostra. A me, di base, basterebbe sapere che è vivo e in buona salute, ma MADRE è convinta di dover fare di più. Oltre ad attribuire al gatto una vita interiore degna di William Blake, MADRE sente il bisogno di educare Ottone. Cerca a tutti i costi di dimostrare che il mio gatto è un genio e che, grazie ai suoi impareggiabili sforzi pedagogici, riesce finalmente a fare un casino di cose che, normalmente, non gli passerebbero neanche per l’anticamera del cervello. Le gloriose gesta che MADRE interpreta come miracoli, ovviamente, fanno parte delle dimostrazioni di follia-standard che ogni gatto regala giornalmente al suo padrone, ma non c’è verso di convincerla. Anzi, quando glielo facciamo timidamente notare, parte la sfida. Siamo noi che non gli dedichiamo abbastanza attenzioni. Siamo noi che non stimoliamo nella maniera più corretta la sua creatività. Siamo noi che non gli compriamo le tempere per fargli dipingere tramonti e paesaggi mozzafiato. Ah, che paesaggi vuoi che veda, poi, lì a Milano? Qua è tutta un’altra cosa. E il pelo? Quando è qui è molto più lucido. Bisogna spazzolarli, i gatti. Mica come fate voi.
I documenti fotografici che riceviamo dalla campagna, poi, non fanno che confermare i progressi di Ottone von Accidenti.

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Ottone von Keplero, dopo una proficua sessione di osservazioni astronomiche, si allontana dal telescopio per elaborare la Teoria Generale del Tutto.
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Ottone von Hugh Grant impara ad utilizzare l’ombrello come un vero gentiluomo.
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Ottone von Messner si avventura coraggiosamente in territori inesplorati, pronto a portare la civiltà là dove nessun gatto si è mai spinto prima. La tizia col maglione di Babbo Natale è, ovviamente, MADRE. O Vasco De Gama.
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Ottone von Cartografo, ignaro di avere le zampe cortissime, perlustra un fazzoletto di terra remoto ed impervio allo scopo di mapparlo con certosina precisione. Anche se è un gatto siberiano.

 

C’è chi sta peggio, comunque. Quest’anno, per dire, siamo andati in vacanza con il nostro amico Lorenzo. Lorenzo, da circa tredici anni, vive con Chicco. Chicco è un gigantesco norvegese delle foreste, bellissimo e incredibilmente irascibile. Chicco tollera solo Lorenzo, mangia come un frantoio, detesta essere disturbato e si butta a pancia per aria al solo scopo di artigliare le mani ai pochi incauti che ancora non lo conoscono bene. Lorenzo, come noi, ha fiduciosamente portato il gatto dai nonni. Al contrario di Ottone, però, Chicco non ha reagito granché bene al trasferimento. Oltre a cagarsi addosso nel trasportino, infatti, ha passato due giorni e mezzo ad ansimare come un mantice, nutrendosi esclusivamente dei brandelli di carne che riusciva a strappare dalle caviglie dei padroni di casa. La mamma di Lorenzo, tanto per farlo partire sereno, ha concluso l’opera con un commento da manuale: “Vai pure, ci mancherebbe… spero soltanto che il gatto non muoia di dolore”. La cosa interessante, però, è quello che è accaduto dopo. Mentre MADRE, nonostante le menate già abbondantemente descritte poco fa, mi illustrava vicende plausibili – Ottone ha preso un grillo! Ottone ha rotto una bottiglia! Ottone ci corre sulla pancia nel cuore della notte! -, la mamma di Lorenzo ha praticamente inventato un altro gatto. Da immane palla di pelo indemoniata, Chicco si è trasformato in un soave soprammobile da salotto. Tanto per cominciare, è diventato una femmina. Chicca sta molto bene. Segue tuo padre da tutte le parti. Corre da noi appena la chiamiamo. Sta in braccio e salta su e giù tutto il giorno. Ed è diventata BELLISSIMA… santo cielo, è così affettuosa!
Lorenzo, ad un certo punto, era convinto che Chicco fosse morto e che, per non farlo preoccupare, sua madre si fosse messa a raccontargli un mucchio di panzane rassicuranti e felici, finendo per peggiorare la situazione. Io, nel frattempo, ascoltavo il quotidiano – e dettagliatissimo – resoconto delle prodezze di Ottone von Villeggiante. Ha mangiato quasi tutte le crocchette! Ha cercato di catturare un calabrone, ma l’abbiamo salvato in tempo! Ha dormito sulla panchetta, nella vasca da bagno, sul tavolo fuori e sul comodino di tuo padre. Ha portato Paperella nella doccia. Ha raspato la porta. Ha miagolato nove volte in mezzo al salotto. Gli abbiamo dato l’umido alle 22 e 24. Ha giocato col topino del tiragraffi.
Quel che è peggio, come al solito, è che non possiamo lamentarci. Perché, innegabilmente, ci hanno fatto un favore. Nonostante adori prendere il gatto in ostaggio per due settimane, però, MADRE – la mia, almeno – farà sempre passare l’impresa come una dolorosa incombenza, offendendosi a morte ogni volta che ci viene in mente di contestare i suoi metodi – soprattutto quando le si fa notare che, forse, il regalo più grande che si può fare a un gatto è lasciarlo in pace per cinque minuti. E anche che, magari, quando si tratta di un gatto che vive con te da tre anni, ne sai un po’ più tu di lei. Ogni argomentazione, comunque, crollerà miseramente di fronte a una lucida e saldissima muraglia d’irrazionalità. Perché, qualunque cosa tenterete di spiegare a MADRE, lei risponderà sempre allo stesso modo: Sai cosa ti dico? La prossima volta il gatto te lo curi tu, visto che sei così brava. Anzi, fai come tua madre e stai a casa, che è meglio.

MADRE non crede nei surgelati. Anzi, se proprio devo dirla tutta, MADRE non si fida dei surgelati. Sono troppo semplici, troppo immediati. Deve per forza esserci sotto qualcosa. Una roba che la butti in padella e dopo sei minuti è pronta? Stregoneria! Veleno! La Findus vuole annientare l’umanità! Presto, facciamo i bagagli e ritiriamoci in campagna! Zapperemo la terra e ci nutriremo di bacche, radici e ortiche. E buttiamo anche il forno a microonde! MADRE, alla fin fine, non crede neanche nei condimenti. Cucina molto bene, ma l’unto la terrorizza. Così come il fritto. E il burro. Se deve fare una torta che richiede l’utilizzo di 200 grammi di burro, MADRE – borbottando stizzita – ce ne mette 50. E le sembrano pure un’esagerazione. Nessuno ha ben capito come facciano a stare insieme, le sue torte. Il burro ci vuole anche per legare gli ingredienti, per rendere il dolce più morbido. A MADRE non interessa. Pur di evitare i canonici 200 grammi di burro, passa il pomeriggio ad accanirsi sull’impasto. Impasta furiosamente fino ad arrivare dove nessun Bimby è mai giunto prima. La forza bruta come sostitutivo del burro. A casa mia si può. E guai a chi si lamenta. La roba soffice è per gli scemi. A noi non interessa, noi siamo in grado di masticare anche i sassi.
Comunque, ieri – che era Pasqua – siamo andati a pranzo da MADRE e dal mio papà. E abbiamo scoperto una nuova, strabiliante sfumatura dell’ascetismo culinario di MADRE.

TEGAMINI – MADRE, l’arrosto è buonissimo.
MADRE – Ci credo, è filetto di vitello…
AMORE DEL CUORE – È vero, Valeria, è proprio buono. Ce n’è ancora?
MADRE – Francesca, posso dargliene un’altra fetta? Ne ha già mangiate quattro…
TEGAMINI – Non sono mica la sua dietologa. Dagli l’arrosto, santo Dio.
IL MIO PAPÀ – Francesca, prendigli anche due patate.
TEGAMINI – Ecco cosa volevo dirti, MADRE. Anche le patate sono molto meglio del solito. Cioè, lo sai che hai problemi con le patate, no?
IL MIO PAPÀ – Durissime. Asciutte. Secche.
TEGAMINI – Infatti. Queste qua sono quasi morbide. Sono un po’ insipidine, ma non c’è paragone.
MADRE – Sai che conquista. Tuo padre mi ha obbligata a comprare quelle surgelate.
AMORE DEL CUORE – Le Patate Saporite! Noi le mangiamo sempre.
TEGAMINI – Per forza. Cosa faccio? Sto lì cent’anni a pelare patate? E poi le tagli, le cuoci, le inforni, le condisci… ciao. Non sono mica in pensione. Non sono mica il mozzo della nave.
IL MIO PAPÀ – Quello che le ho detto io. Hai già cucinato tutta questa roba, Valeria, piglia due patate surgelate e siamo a posto. Sono anche buone.
MADRE – …sarà.
AMORE DEL CUORE – Ma quali sono? Quelle della Findus? Non mi sembra. Sono un po’ diverse da quelle che abbiamo provato noi.
TEGAMINI – E le abbiamo provate TUTTE.
MADRE – …
IL MIO PAPÀ – Sono diverse?
TEGAMINI – Direi.
IL MIO PAPÀ – Tua madre ha aperto la busta, ha versato le patate nella padella e poi s’è accorta che c’erano quelle mattonelline lì, quelle un po’ verdine.
MADRE – Che schifezza. Chissà che cos’erano.
TEGAMINI – Il condimento, MADRE. Che altro doveva essere.
IL MIO PAPÀ – Eh. Lei ha preso le mattonelline e le ha buttate via.