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Post in collaborazione con Purina – con il valente supporto di Ottone von Collaudatore.

Orbene, Ottone von Influencer torna a colpire… occupandosi con adamantina coerenza della sua più grande specialità: il cibo per felini. A dirla tutta, bisogna precisare che il suo apporto all’impresa è finito lì, perché l’argomento di cui ci occuperemo oggi è un po’ più un servizio rivolto a semplificare la vita ai volenterosi padroni. Ma si sa, lui è un gatto-immagine. Mica posso pretendere una sua opinione critica riguardo al lancio dello shop online di Purina. Lui si limita a mangiare le crocchette Purina One e l’umido Gourmet da tutta la vita. E per il resto devo applicarmi io. Perché sono, come sempre, al suo servizio. Il compito, però, non si è rivelato impervio. Anzi. La ragionevolezza regna sovrana.

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Ottone von Influencer si abbandona al sogno di container di Gourmet Perle che ci vengono consegnati con marziale puntualità.

Che cosa succede, in soldoni?

Purina è un marchio storico che da decenni – in molteplici declinazioni, da Felix a Friskies  – nutre cani e gatti di ogni forma e dimensione. La gamma dei prodotti disponibili è decisamente vasta, così come vasta è l’offerta in base all’età, ai gusti e alle esigenze specifiche degli animali che zompettano vicino a noi. Da qualche settimana, Purina ha lanciato un servizio in più: il suo primo portale per la vendita online di pappe e crocchette, con una serie di “comodità” e vantaggi aggiuntivi per i padroni. E ci ha chiesto di collaudare lo shop e di raccontare agli altri gattari come funziona e com’è andata.

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Tra le cose che più amo dei gatti c’è la capacità di fissare pareti completamente bianche (o una scatola) per ore, come se fossero al cinema.

A parte il “che bello mi portano le cose a casa” – faccenda universalmente bene accetta e ancor più saggia se vivete con una bestia che ha magari bisogno di mangiare pappe particolari -, c’è un programma fedeltà che vi farà accumulare punti (che poi diventano sconti), ma anche la possibilità di comprare dei kit già pronti, donare gift-card e, soprattutto, di costruire un piano-cibarie in abbonamento (c’è subito un -15% e si può scegliere con che frequenza farsi arrivare i prodotti). In generale, gli ordini vengono consegnati in 72 ore sul vostro zerbino (potete anche prendere appuntamento ed evitare di rimanere imprigionati in casa in attesa di un corriere che non apparirà mai) e lo shop è fruibile anche da mobile senza che vi venga la labirintite. Ora, non dico che Ottone von Shopping sarebbe in grado di ordinarsi da mangiare da solo, ma è un sito molto sensato. I prodotti si possono filtrare in base a qualsiasi cosa. Al vostro gatto piace l’anatra? Favola, nel filtro “Gusto” c’è ANATRA. Il vostro gatto vive in balia delle palle di pelo, rantolando senza sosta? Perfetto, nei “Bisogni specifici” c’è CONTROLLO BOLI DI PELO. Avete un gatto anziano che vive in casa, ha i reni messi male e apprezza particolarmente la trota? Tutto questo si può dichiarare serenamente nei filtri, in modo da far venire fuori i prodotti più adatti – o ritrovare quelli che vengono già consumati.

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Per fortuna non ho mai ceduto alla tentazione di comprare a Ottone uno di quei costosissimi giacigli-cuccia. Perché sì, i gatti preferiscono le scatole (e in ogni caso evitano di utilizzare qualsiasi articolo sia stato espressamente acquistato per loro).

Mi sarò dimenticata qualcosa? Penso di no. Ma per farvi un’idea ed esplorare bene tutto quello che il portale può allegramente offrirvi, vi consiglio di fare un giretto su PurinaShop. Qui stiamo valutando gli abbonamenti perché Ottone merita un menu più vario, in pratici container multigusto. E tante care cose.
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Post in collaborazione con Purina – con il valente supporto di Ottone von Collaudatore.

Allora, ho saltato una settimana perché avevo una traduzione da consegnare… ma ora nulla può più separarci dallo shopping aspirazionale.
In alto i danari – che non possediamo!

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Il freddone sta per assalirci, me lo sento – anche se non sono Ned Stark. E il mio guardaroba invernale è composto per il 94% da maglioni neri che, nonostante una lunga militanza nel mio armadio, persino io stento a distinguere. Basta, non se ne può più. Quest’anno affronterò la morse del gelo tramutandomi in una specie di gigantesca montagna di zucchero filato. Mi comprerò roba allegra, indumenti fendinebbia e giuggiolonerie totali. Tipo i maglioni poffosi e morbidoni di Wonderpull: mohair, seta e parecchia gioia.

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Grazie alla sempre preziosa Clara, punto di riferimento luminosissimo nel mondo delle crafter più o meno nostrane, ho scoperto i Ritratti Stoffosi di Angelina, che vive a Palermo e assembla – tra le altre cose – mirabili riproduzioni tridimensionali e sofficissime di persone, bestie, famiglie e nonne con le perle. I Ritratti Stoffosi sono strambi, tenerissimi, realizzati ovviamente su commissione e, da quel che ho potuto vedere, anche molto azzeccati. Nel mio, ovviamente, ci vorrei pure Ottone. Con tutto il pelo che perde potrei addirittura fornire della materia prima, ma proprio in nome del realismo più spinto… o forse no. Anzi, meglio di no. Sono certa che Angelina se la caverebbe fantasticamente anche senza.

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Cosa sono i milioni… quando in cambio ti danno le scarpe.
Nonostante stiano sopraggiungendo ere climatiche più consone allo stivalone imbottito, là fuori c’è comunque della grazia che sopravvive. Ho scoperto le Polly Plume per merito di Elena – che ne sfoggia una collezione invidiabile – e ho deciso che le amo tutte. Le mie preferite sono le Bonnie Bow, le ballerine con il fiocco gigante. Sto constatando con trasporto che il glitter sopravviverà anche nell’autunno-inverno, ma in fatto di materiali e pattern non possiamo lamentarci. Ci sono i vellutini pastellosi, la lana pelosina, la vernice e anche il tartan. Amerei accoglierne un nutrito manipolo nella mia tragica scarpiera – perché ai cento maglioni neri si abbinano altrettanti biker di equivalente cupezza e assoluta uniformità morfologica. Due balle, insomma.

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Scott Campbell è un illustratore assai magico. Ho adorato i suoi Great Showdowns (tanto per citare la semplice punta dell’iceberg) e mi piacerebbe approfondire meglio anche quello che scarabocchia sui post-it durante una telefonata particolarmente noiosa. Vista però la mia fissazione ormai millenaria per la cancelleria e per il quadername assortito, vorrei anche il taccuino con i suoi mostrini musicanti della foresta – l’ennesimo taccuino bellissimo su cui non scriverei mai niente perché se no si rovina. E sarebbe un vero peccato.

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Ricamate dei gattini sui vostri taschini.
Così, senza una ragione precisa.

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Gemma Correll è un genio. Non condivido la sua dilagante passione per i carlini – cani che mi mettono un’ansia senza pari, visto che non sembrano pienamente in grado di respirare -, ma non è un gravissimo problema. Nel suo shop c’è più o meno qualsiasi cosa, ma mi sono recentemente appassionata ai cuscini vagamente self-helpistici, specialmente alla graffetta di Office che vuole darti una mano o a quello coi reggiseni che ti supportano energicamente. Anche in senso lato.

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Il mio gatto, come ormai ben saprete, è ufficialmente molto più importante di me. Per questa ragione, ogni cinque minuti arriva qualcuno che mi consiglia caldamente di aprirgli un profilo Instagram tutto suo. O una pagina Facebook. O un hotel di design con relativa linea di topi giocattolo. Forse dovrei dare retta a queste persone intelligenti e piene di saggezza (anche se un po’ sadiche), ma temo di non essere ancora pronta. Perché Ottone von Zoolander, se proprio vogliamo metterla sul numerico, piglia più cuori di me e di ogni altro contenuto che mai deciderò di condividere. Mai al mondo, dunque, gli darò la soddisfazione di superarmi, sbeffeggiandomi dalla sua pagina ufficiale – e sfruttando per altro la mia qualificatissima manodopera. Non ho la minima intenzione di diventare la sua Valentina Ferragni.
Oltre a ragioni di natura puramente filosofica, però, bisogna anche considerare faccende pratiche di primaria rilevanza. Perché, diciamocelo francamente, Ottone von Accidenti è un gatto siberiano di 7 chili, nero come la pece.
E fotografare un gigantesco gatto nero è molto difficile.

Parliamone.
– Ottone von Narcolessia ha l’abitudine di appisolarsi ogni volta che tento di immortalare la sua pingue beltà. Si è maestosamente raggomitolato sul divano? Molto bene. Potrebbe essere il momento giusto per lanciare il prezioso hashtag #COCCOLINE. Non appena vi avvicinerete, però, Ottone sprofonderà inesorabilmente nel sonno. Come un informe sacco di patate.
– Fotografare i gatti che dormono non è mica un reato, sia chiaro. A me, però, serve che Ottone stia sveglio… perché, se chiude gli occhi, si trasforma automaticamente in una specie di foca nera pelosissima e non si capisce più niente. Che cos’è? Dovrebbe essere un gatto. Ma dov’è la testa? Come dovrei interpretare questa celestiale distesa di morbida oscurità? Dove comincia? Dove finisce? Se Ottone non apre gli occhi, dare risposta a tutte queste sacrosante domande diventa impossibile. E tutto quello che resterà sarà un soffice mega-kebab color carbone.
– Ottone von Saturazione sballa la messa a fuoco di qualsiasi DEVAIS si utilizzi per fotografarlo. Quel che è peggio, però, è il problema della luce. Ottone non può essere ritratto su fondo scuro o, in generale, su un fondo cupo… perché scompare, molto semplicemente. Riesci a malapena a intuirlo, con uno sfondo del genere. Ottone su sfondo scuro è la perfetta trasposizione fotografica della maledizione di The Ring. Che fare, dunque? Fotografiamolo sul chiaro! Fantastico. Andrà tutto bene. E invece no, manco col chiaro. Non puoi metterlo a fuoco e ambire ad ottenere un effetto naturale e realistico, perché se ti concentri sul muso – NERO – o su una qualsiasi delle sue parti del corpo – NERA -, lo sfondo diventerà di una luminescenza ultraterrena, volatilizzandosi d’un tratto. Ottone su sfondo chiaro è una specie di barile di petrolio che galleggia – CON GLI OCCHI CHIUSI – in un mare di latte d’asina. E non sono ancora sufficientemente onirica per far funzionare una baggianata del genere.
– Ottone von Gigantezza non è interessato al formato quadrato. Ambire a fotografarlo per intero, dunque, è pura utopia. Perché non ci sta. Se vuoi che si veda tutto, devi allontanarti di dieci metri, correndo scientemente il rischio di ritrovarti con una macchia indistinta di nera poffosità – e nulla più. Il che è un peccato, visto che Ottone ama moltissimo trascorrere lunghi periodi disteso a pancia in su sul pavimento, come una boa. Tu ci provi, a farlo entrare in un’inquadratura ragionevole, ma ti perderai sempre la punta delle orecchie e un pezzo di coda. Quando non è a pancia in su, invece, è assolutamente improbabile che stia fermo, moltiplicando all’ennesima potenza le innumerevoli difficoltà già diffusamente raccontate.

Dovete tenere conto di questi problemi di capitale importanza, quindi, quando osservate Ottone von Testimonial in compagnia dell’ennesimo carico di mangiarini prelibati che Gourmet decide di spedirgli al sorgere di ogni luna piena.

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Ottone, in questo proverbiale scatto, rotola stupito in mezzo alla gamma completa dei nuovi Gourmet Mon Petit. I Mon Petit suscitano nel mio gatto lo stesso entusiasmo che ogni sera allo scoccare della mezzanotte riusciamo a scatenare aprendo i Gourmet Perle – i suoi preferiti di ogni tempo.

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Ottone è sfocato, ma il trasporto con cui ha affrontato la merenda è palpabile.
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Ottone von Maiale reagisce finalmente alle mie implorazioni – “CUCHINO, ALZA IL CRANIO DALLA CIOTOLA PER UN MOMENTO! FALLO PER ME!” – e mi rivolge un’occhiata estremamente eloquente – “NON ROMPERE L’ANIMA. STO MANGIANDO I MON PETIT. I MON PETIT SONO LA COSA PIU’ IMPORTANTE DEL MONDO”.

 

Ma che sono, i Mon Petit? I Mon Petit sono sempre dei pezzettini di cicciotta sugosina – pardon, “raffinati filettini con carni o pesce cotti in una deliziosa salsa” -, ma in un formato più piccolo. Ottone ne ingurgiterebbe un tir, ma là fuori ci sono anche gatti più compassati che viaggiano serenamente sulle porzioni da 50g. Voi non dovrete buttare via niente e il vostro gatto apprezzerà la pappa che non si secca. Con Ottone – che vive in un universo in cui la roba da mangiare non può seccarsi, visto che trasloca nello stomaco dopo due minuti dall’apertura della confezione -, l’esperimento è stato più sulla felicità, che sul formato. Siamo gente disorganizzata e poco pratica, ma vogliamo che il gatto sia felice. E il gatto, in effetti, ha sprizzato gioia – ed è più che mai pronto a diventare un cat-foodblogger che venderebbe l’anima e la sua prima cucciolata a Gourmet. 
Cuori e tortine trionfanti.
E che qualcuno trovi un tutor capace d’insegnarmi a fotografare sensatamente il mio meraviglioso gatto nero di successo. Ve ne prego.

 

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MADRE, non si sa perché, non capisce le vacanze. Ami viaggiare? Ti piace visitare posti nuovi? Non vedi l’ora di passare del tempo lontano da casa – a scopo ludico-ricreativo? MADRE ti disapproverà. Non so che cosa le impedisca di intuire le innumerevoli ricadute positive che il viaggio può produrre sullo spirito umano, ma siamo messi così. Una persona che va in giro, per MADRE, è una persona che perde tempo, una persona frivola, superficiale e poco incline a comprendere il senso più autentico della vita. Perché la vita è sofferenza, sacrificio e stridore di denti. Allo stesso tempo, però, MADRE è in grado di esprimere dei desideri. Ad esempio, sono circa quindici anni che proclama di voler visitare la città di Perugia. Perugia, mica la Guyana Francese. C’è gente del West Virginia che prende l’aereo e attraversa appositamente un oceano per vedere Perugia. MADRE abita a Piacenza ed è pure in pensione, ma non ha ancora trovato il modo di raggiungere l’Umbria. Le ho chiesto se voleva che le prenotassi un albergo. Le ho chiesto se potevo guardarle i treni o stamparle un sapiente itinerario con le mappe di Google. Niente da fare. Eh… vediamo. Non adesso. C’è brutto tempo. Il papà non è molto in forma. Ho il fuoco di Sant’Antonio. Zero, non ci si riesce. È una roba che mi manda al manicomio. In fondo, però, credo che a MADRE vada bene così. Anzi, la faccenda di Perugia fa di lei un esempio di autentica abnegazione. “Ma hai visto quei due là? Sono sempre a spasso. Beati loro che hanno del tempo da perdere, guarda. Pensa che io non ho mai visto neanche Perugia!”. A quel punto, MADRE si aspetta di ricevere dei complimenti per la morigeratezza e la modestia che la contraddistinguono. E se proprio non vi viene da congratularvi, il minimo che potete fare è insultare insieme a lei tutte quelle persone che, invece, amano vagare per borghi, paeselli e remoti continenti in pace e tranquillità. Lo so, credetemi. A livello teorico, è un ragionamento che non ha alcun senso. In pratica, è il primo caso di Sindrome di Stoccolma auto-inflitta.
Comunque.
Il fatto che i miei genitori siano così poco inclini a spostarsi mi fa molto comodo. Perché, d’estate, so a chi lasciare il gatto. Sono ormai tre anni che Ottone von Accidenti va in ferie in campagna, dai nonni. MADRE, pur detestando le vacanze, non vede l’ora che io parta. E non perché viaggiare è bello, emozionante, istruttivo e interessante. Macché, MADRE mica è contenta per me. MADRE vuole che mi levi dai coglioni perché le piace tenere il gatto e informarmi, periodicamente, di quanto Ottone sia più felice lì con lei che a casa nostra. A me, di base, basterebbe sapere che è vivo e in buona salute, ma MADRE è convinta di dover fare di più. Oltre ad attribuire al gatto una vita interiore degna di William Blake, MADRE sente il bisogno di educare Ottone. Cerca a tutti i costi di dimostrare che il mio gatto è un genio e che, grazie ai suoi impareggiabili sforzi pedagogici, riesce finalmente a fare un casino di cose che, normalmente, non gli passerebbero neanche per l’anticamera del cervello. Le gloriose gesta che MADRE interpreta come miracoli, ovviamente, fanno parte delle dimostrazioni di follia-standard che ogni gatto regala giornalmente al suo padrone, ma non c’è verso di convincerla. Anzi, quando glielo facciamo timidamente notare, parte la sfida. Siamo noi che non gli dedichiamo abbastanza attenzioni. Siamo noi che non stimoliamo nella maniera più corretta la sua creatività. Siamo noi che non gli compriamo le tempere per fargli dipingere tramonti e paesaggi mozzafiato. Ah, che paesaggi vuoi che veda, poi, lì a Milano? Qua è tutta un’altra cosa. E il pelo? Quando è qui è molto più lucido. Bisogna spazzolarli, i gatti. Mica come fate voi.
I documenti fotografici che riceviamo dalla campagna, poi, non fanno che confermare i progressi di Ottone von Accidenti.

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Ottone von Keplero, dopo una proficua sessione di osservazioni astronomiche, si allontana dal telescopio per elaborare la Teoria Generale del Tutto.
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Ottone von Hugh Grant impara ad utilizzare l’ombrello come un vero gentiluomo.
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Ottone von Messner si avventura coraggiosamente in territori inesplorati, pronto a portare la civiltà là dove nessun gatto si è mai spinto prima. La tizia col maglione di Babbo Natale è, ovviamente, MADRE. O Vasco De Gama.
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Ottone von Cartografo, ignaro di avere le zampe cortissime, perlustra un fazzoletto di terra remoto ed impervio allo scopo di mapparlo con certosina precisione. Anche se è un gatto siberiano.

 

C’è chi sta peggio, comunque. Quest’anno, per dire, siamo andati in vacanza con il nostro amico Lorenzo. Lorenzo, da circa tredici anni, vive con Chicco. Chicco è un gigantesco norvegese delle foreste, bellissimo e incredibilmente irascibile. Chicco tollera solo Lorenzo, mangia come un frantoio, detesta essere disturbato e si butta a pancia per aria al solo scopo di artigliare le mani ai pochi incauti che ancora non lo conoscono bene. Lorenzo, come noi, ha fiduciosamente portato il gatto dai nonni. Al contrario di Ottone, però, Chicco non ha reagito granché bene al trasferimento. Oltre a cagarsi addosso nel trasportino, infatti, ha passato due giorni e mezzo ad ansimare come un mantice, nutrendosi esclusivamente dei brandelli di carne che riusciva a strappare dalle caviglie dei padroni di casa. La mamma di Lorenzo, tanto per farlo partire sereno, ha concluso l’opera con un commento da manuale: “Vai pure, ci mancherebbe… spero soltanto che il gatto non muoia di dolore”. La cosa interessante, però, è quello che è accaduto dopo. Mentre MADRE, nonostante le menate già abbondantemente descritte poco fa, mi illustrava vicende plausibili – Ottone ha preso un grillo! Ottone ha rotto una bottiglia! Ottone ci corre sulla pancia nel cuore della notte! -, la mamma di Lorenzo ha praticamente inventato un altro gatto. Da immane palla di pelo indemoniata, Chicco si è trasformato in un soave soprammobile da salotto. Tanto per cominciare, è diventato una femmina. Chicca sta molto bene. Segue tuo padre da tutte le parti. Corre da noi appena la chiamiamo. Sta in braccio e salta su e giù tutto il giorno. Ed è diventata BELLISSIMA… santo cielo, è così affettuosa!
Lorenzo, ad un certo punto, era convinto che Chicco fosse morto e che, per non farlo preoccupare, sua madre si fosse messa a raccontargli un mucchio di panzane rassicuranti e felici, finendo per peggiorare la situazione. Io, nel frattempo, ascoltavo il quotidiano – e dettagliatissimo – resoconto delle prodezze di Ottone von Villeggiante. Ha mangiato quasi tutte le crocchette! Ha cercato di catturare un calabrone, ma l’abbiamo salvato in tempo! Ha dormito sulla panchetta, nella vasca da bagno, sul tavolo fuori e sul comodino di tuo padre. Ha portato Paperella nella doccia. Ha raspato la porta. Ha miagolato nove volte in mezzo al salotto. Gli abbiamo dato l’umido alle 22 e 24. Ha giocato col topino del tiragraffi.
Quel che è peggio, come al solito, è che non possiamo lamentarci. Perché, innegabilmente, ci hanno fatto un favore. Nonostante adori prendere il gatto in ostaggio per due settimane, però, MADRE – la mia, almeno – farà sempre passare l’impresa come una dolorosa incombenza, offendendosi a morte ogni volta che ci viene in mente di contestare i suoi metodi – soprattutto quando le si fa notare che, forse, il regalo più grande che si può fare a un gatto è lasciarlo in pace per cinque minuti. E anche che, magari, quando si tratta di un gatto che vive con te da tre anni, ne sai un po’ più tu di lei. Ogni argomentazione, comunque, crollerà miseramente di fronte a una lucida e saldissima muraglia d’irrazionalità. Perché, qualunque cosa tenterete di spiegare a MADRE, lei risponderà sempre allo stesso modo: Sai cosa ti dico? La prossima volta il gatto te lo curi tu, visto che sei così brava. Anzi, fai come tua madre e stai a casa, che è meglio.

La posta dell’ufficio. La posta dell’ufficio è imprevedibile. Possono capitare giornate felici e giornate di scalogna cupissima e devastante. Può succedere che in una mattina ti rispondano i più improbabili personaggi mitologici, creature astratte che magari non stanno nemmeno nell’ufficio della tua città e, visto che non le hai mai incontrate, a un certo punto inizi anche a pensare che siano solo dei prodotti della tua mente… ma poi, in una luminosa mattina, con Plutone che entra nell’acquario e l’alfa dello Scorpione che si allinea ai quattro satelliti galileiani del pianeta Giove, tutta quella gente lì che non ti ha mai calcolato ti risponde… e per dirti che hai ragione, che puoi procedere, che va bene e che ti reincarnerai in una ricca ereditiera. Il giorno dopo, invece, ogni mail che ti arriva è una tonante rottura di coglioni. Una di quelle complicate, con un sacco di implicazioni, gente da sentire/avvisare/minacciare, potenziali disastri diplomatici e vendette trasversali che spuntano all’orizzonte. O magari anche una rottura di coglioni senza troppi fronzoli, una di quelle robe tediose e ripetitive, che quando hai finito ti accorgi che dentro alla calotta cranica hai uno scodellone pieno di porridge e pezzettoni di tofu.
Insomma, nella gioia o nella sventura, ogni mail produce emozioni e reazioni spontanee che solo molto raramente potranno precipitare in una puntuale risposta scritta. Ma perché no, non si può. Perché certe volte si vorrebbe saltare in piedi ed esultare in reggiseno, altre volte bisognerebbe solo bestemmiare come vichinghi con le natiche pelose e altre volte ancora lo scoraggiamento è così terrificante che si dovrebbe solo prendere su, uscire e andare a comprare tre metri di Gratta&Vinci. Che magari diventi un turista per sempre e col cazzo che ti rivedono in ufficio il giorno dopo.
Ecco.
Anche nei piccoli/giganteschi problemi che scaturiscono dalla posta dell’ufficio, gli animali possono accorrere in nostro aiuto, come fanno abitualmente con le principesse Disney. Basta avere a disposizione le bestiole giuste. E di sicuro, là fuori c’è almeno una bestiola che può ergersi a splendida metafora dei sentimenti che v’ingorgano l’anima, ma che non potete mettere per iscritto.

In questo post, che tutti i capitani d’industria dovrebbero inoltrare ai propri dipendenti, verrà messo a disposizione del mondo un coraggioso manipolo di creaturine da utilizzare in una basilare gamma di situazioni elettropostali. Smettiamola di reprimere i nostri sentimenti: diciamolo con una bestiola!

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BESTIOLE DI RINGRAZIAMENTO E GRATITUDINE

Incredibilmente, è successo qualcosa di bello, utile, produttivo e sensato.
Come ringraziare?
Cuccioli e palle di pelo.

Lo scoiattolo volante della Siberia. E’ bianco, poffoso e pieno di ciglia frufru. Va usato in caso di miracolo.


Grazie, collega gentile, grazie. Eccoti un gufetto basculante.


Ma grazie pure a te. Anche da parte del minuscolo pudu del cuore.

Foto: Reuters/Jose Luis Saavedra


L’anatroccolo non sarò esotico e originalissimo, ma è un evergreen. Funziona sempre, che cavolo, a chi non piacciono gli anatroccoli? Persino Edvard Munch li apprezzava.
Ecco, usa un anatroccolo per ricambiare le gentilezze quotidiane. Che per i miracoli c’è lo scoiattolo volante della Siberia, segnatevelo bene.


Per i minuscoli passi avanti in processi faticosi, c’è il granchio-cheerleader.
Festeggia, ma incoraggia anche.


Per un grasso lietofine pieno di contentezza, l’unica bestiola che vi servirà è il quokka, l’animalino più contento del mondo.

Non va bene per i colleghi corpulenti, che l’associazione lardo-maiale è sempre dietro l’angolo. E noi vogliamo esprimere gratitudine, non far notare involontariamente della pinguedine magari vissuta con disagio. Comunque, fate voi, qua c’è un maialetto che fa il bagno.


Per i benevoli personaggi garbati ma fermi, c’è l’elegante gattino col cilindro.

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BESTIOLE DI SGOMENTO (O BESTIOLE DI GIOBBE)

Non sapete decidere: siete più terrorizzati o esasperati?


La papera sgomenta.
Se fossi una commessa che non vale niente, cercherei di convincervi della versatilissima utilità della papera sgomenta con un “la uso sempre anch’io”. Ma non ce ne sarà bisogno: guardatela. Anche voi vi sentite così. La papera sgomenta ha capito tutto.


Il pericolo è ovunque. Fate quello che dovete fare, ma la malasorte si accanisce lo stesso.


Un gufo-burrito. A modo suo è anche carino, ma è chiaro che vi caverebbe entrambe le palle degli occhi.

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BESTIOLE DELLO SCONFORTO

Basta. Siete demoralizzati come un copertone sgonfio. E in ufficio non si può neanche bere.

La foca-boa. Come voi, si domanda perché mai ha deciso di alzarsi dal letto.

La volpe surgelata. Cruentissima, ma col garbo della più sincera depressione.

Il panda inscatolato. Perché il mondo è un posto orribile… e non vogliamo più guardare.

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BESTIOLE INTIMIDATORIE

Ah sì? Ah sì? Per quando ci sarebbe bisogno di sfondare la porta e spaccare nasi a colpa di padella, arrivano gli animalini trucidi, aggressivi e antipatici.

Pipistrellini con tanti denti quante sono le malefatte che vorreste veder vendicate.
Foto: David Mattner

Il guru assoluto dell’odio e della furia repressa: sua santità il Grumpy Cat.


Il sanguinario coniglietto folle: per far capire che non siete poi così miti e accondiscendenti.


Un essere spaventoso che ne contiene uno orribile. E, visto che sono entrambi lì lì per tirare le cuoia, è lecito aspettarsi che interverranno a vostro beneficio sotto forma di pesci-zombie. MWAH HAH HAH!


E se tutto il resto fallisce, non disperate. Potrete sempre contare sull’implacabile Colonel Meow.

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BESTIOLE DELL’INDIFFERENZA

Perché di tanto in tanto, l’agghiacciante processo dello scaricabarile va arginato.
And not a single fuck was given that day.

Sei in cima alle mie priorità.


Certo, appena riesco.
Foto: Michael S. Nolan

Ci mancherebbe, hai ragione.

Grazie per il feedback.

Foto: Peter Lippmann


Questa notizia mi sconvolge.

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BESTIOLE PER TEMPOREGGIARE

Ti assillano, ma non hai ancora tutte le necessarie informazioni per rispondere con quel minimo di razionalità che il tuo amor proprio pretende? Ti assillano, ma magari sei te – capra – che hai perso dei pezzi per strada? In entrambi i casi, serve tempo, tempo per finire di fare un buon lavoro o tempo per rimediare.
Che bestiola mandare, dunque?
Bestiole assurde. Meno si capisce che diavolo sta succedendo, meglio è: il destinatario avrà qualcosa su cui arrovellarsi mentre aspetta voi.

Koala che si comportano come vostra nonna in villeggiatura sulla riviera Ligure.


Pinguini e suonatori di cornamusa. Non sapremo mai se il pinguino ha cantato qualcosa.


Signore che tentano di cacciare in macchina dei cigni giganti. E per portarli dove?


Salvador Dalì che porta a spasso il suo formichiere da compagnia.

Una stolta in groppa a una tigre.
Osserviamo le palpebre socchiuse della tigre: quello non è sonno, è furia omicida che finisce di lievitare.


Se volete creare un vero diversivo, però, consiglio vivamente la gif animata. Unirà al fattore distrazione (bradipo-coreografo) anche un fondamentale effetto ipnotico, devastando per sempre la mente di chi la riceverà.

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Bene.
E ora tornate su, salvate tutti questi preziosi animalini in cartelle ben denominate e facilmente accessibili e smettetela di tenervi tutto dentro. Non siete pentole a pressione, ditelo con una bestiola!