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Dunque, Tre nomi di Florence Knapp è uno di quei romanzi che si affacciano all’uscita in libreria con una lista già lunga di acquisizioni estere, diritti venduti ai quattro angoli del mondo e grande entusiasmo nel comparto degli addetti e delle addette ai lavori – un pubblico solitamente incline a pessimismo, fastidio e foschi stati d’animo. Knapp arriva qui in Italia nella traduzione di Federica Merati per Garzanti, che mi ha dato l’allegra possibilità di chiacchierare con l’autrice. Gli argomenti di conversazione non mancano, visto che il libro è sia dotato di una struttura curiosa che di un passo svelto e incalzante, oltre che di un ventaglio di relazioni e scogli affascinanti da seguire.

Ma come funziona?
Così.

Una madre, Cora, è chiamata a “registrare” il suo bebè all’equivalente britannico dell’anagrafe. In una giornata elettrica e tempestosa, esce con la figlia più grande e il bebè per occuparsi di questa commissione che dovrebbe essere di pura routine, visto che il marito – uomo dispotico e violento – le ha ordinato esplicitamente di battezzarlo col suo nome. Gordon “Sr” è certo che Cora gli ubbidirà e che la creatura tornerà a casa chiamandosi ufficialmente Gordon “Jr”. Cora, però, tentenna. Voglio davvero che raccolga l’eredità di quest’uomo che mi tormenta e mi riduce all’impotenza? Voglio rivedere lui ogni volta che guardo mio figlio? Voglio scaricare su un innocente questa tara generazionale fatta di cattiveria? Florence Knapp, a questo punto, ramifica la storia in tre, in base a come Cora finirà per chiamare il bambino. In un’iterazione opta per Bear – accogliendo il suggerimento caloroso e buffo della sorellina maggiore -, nella seconda lo chiama Julian – un nome che piace solo a lei e che ipotizza l’esistenza di un “padre celeste” migliore del padre di cui dispongono nella realtà – e nella terza si rassegna a chiamarlo Gordon. Come reagirà il padre? E chi diventeranno, di conseguenza, questi tre bambini? Knapp ci racconta le loro storie a partire dal 1987 e coprendo un arco di 35 anni, tornando a far visita a tutti quanti a intervalli di 7.
Per approfondire ulteriormente, ecco qua Florence che risponde con grande generosità alle mie domande.


I “se” sono sempre un argomento di riflessione affascinante, penso. Ed è anche molto umano guardarsi indietro per cercare di individuare una potenziale sliding-door, uno di quei bivi che hanno il potere di cambiare radicalmente una vita. Fa anche una gran paura, però, perché ci si accorge alla svelta che i fattori che rispondono al nostro controllo sono pochissimi. Ma ci aggrappiamo alla speranza. Scegliamo di credere che ogni cambiamento sia intenzionale, che dipenda da noi. La chiave che usi nel romanzo per sviluppare tre futuri diversi per lo stesso bambino è il nome, una variabile su cui non ha il minimo controllo. Sua madre, Cora, decide come chiamarlo e lui dovrà convivere con questa decisione per il resto della sua vita. Perché hai scelto un innesco di questo tipo? Che significato ha per te il nome di una persona?

[F. K.] – Credo di aver usato il nome perché i nomi hanno il potere di plasmare il modo in cui verremo “visti” dagli altri – e anche il modo in cui noi stessi ci percepiamo. Mettendo a confronto i tre filoni alternativi della vita di questo bambino, ciascuno determinato dal nome che gli è stato dato, sono riuscita a catturare le innumerevoli ramificazioni che una decisione di questo tipo può scatenare.

I nomi sono costrutti potentissimi – quando sentiamo il nome di qualcuno è un po’ come se aprissimo il cassetto di uno schedario. Nella nostra testa, chiamiamo a raccolta tutto quello che sappiamo di quella persona: come ride, come cammina, come ci fa sentire, che lavoro fa, di che colore ha i capelli, dove abita.  Credo che i nomi, in qualche modo, ci offrano più materiale rispetto a una fotografia, che cristallizza una versione statica di quella persona, in un’età specifica, in un momento e in un determinato stato d’animo.

Riusciremo davvero ad afferrare perché la scelta del nome per il bambino è un evento così carico di conseguenze solo esplorando un po’ meglio il mondo di sua madre. Com’è la vita di Cora, quando la incontriamo nel 1987, all’inizio del romanzo?

All’inizio della storia, ogni aspetto della vita di Cora è controllato dal marito. Quello che legge, quello che indossa, come può trascorrere le sue giornate. Lui vorrebbe che Cora assecondasse una consolidatissima tradizione di famiglia, dando il suo stesso nome al bambino. Ma la storia si frattura in tre filoni distinti quando Cora prende in considerazione altri due nomi, rifiutandosi di condannarlo a vivere nei panni di suo padre.

Nel 1987, la Gran Bretagna è stata investita dalla tempesta più violenta degli ultimi due secoli. Cora si sveglia e trova il mondo in subbuglio e, in un certo senso, avverte anche che il flusso “normale” delle cose ha subito una breve interruzione. Anche se ignorare i desideri del marito violento per chiamare suo figlio in un altro modo rappresenta un rischio, le circostanze insolite in cui si trova finiscono per darle coraggio.

Gordon, il padre, sembra vivere due vite completamente separate. Per il mondo “esterno” è un medico – un bravo dottore, affidabile e stimato -, ma a casa è un marito crudele, violento e dispotico. Nessuno è a conoscenza di questa vita domestica completamente nascosta, il che non fa che isolare Cora ancora di più. Sa benissimo che nessuno crederebbe a tutto quello che sta subendo e, da lettrici e lettori, ci troviamo in una posizione difficile: tifiamo per lei e vorremmo tanto vederla scappare da lì, ma dobbiamo anche capire perché per Cora sia quasi inconcepibile. È stato doloroso, da scrittrice, intrappolare un’altra donna in una situazione così tremenda? 

Sì, è stato incredibilmente doloroso. Anche se credo che, accompagnando Cora nella storyline di Gordon Jr, sono riuscita a comprendere meglio perché non riesca ad andarsene. A ogni snodo mi ritrovavo a pensare, Ecco, finalmente può scappare, adesso ci siamo. Ma poi riflettevo sulle potenziali reazioni di Gordon e ogni volta spuntava un nuovo muro che le costruiva davanti, un nuovo livello di controllo. Potevano essere gli abusi fisici e l’isolamento sociale, poteva privarla della sua indipendenza finanziaria o mettere in discussione la sua sanità mentale, poteva minacciare di portarle via i figli… diciamo che mi è sempre sembrato un sollievo potermi rifugiare negli altri due filoni narrativi, in cui la vita di questa famiglia offre più speranza – anche se gli ostacoli non mancano mai.

Perché hai scelto di lavorare su un intervallo temporale di 7 anni?

Seguiamo questa famiglia lungo un arco di 35 anni e ho saputo, sin da subito, che mi sarebbero serviti dei salti temporali piuttosto ampi, in modo da poter incontrare le versioni di questo bambino a intervalli ben scanditi, focalizzandoci con precisione sui momenti emblematici che lo plasmano, sia durante l’infanzia che nell’età adulta. C’è anche una teoria, ho scoperto, secondo cui il corpo umano si rinnova completamente seguendo cicli di 7 anni e mi è parso un buon punto di riferimento per un romanzo che, almeno in parte, parla anche di trasformazione.

Bear, Julian e Gordon crescono in tre ambienti molto diversi, determinati dalla reazione iniziale del padre. Anche negli scenari peggiori, la possibilità di costruire una “comunità” e di trovare sostegno diventa un pinnacolo di speranza. Cos’è la famiglia, allora? La vera speranza si può trovare nelle famiglie che ci scegliamo, nelle circostanze che decidiamo di creare per noi stessi?

La famiglia, nel romanzo, assume moltissime forme. Alcune sono più convenzionali – due persone che si innamorano e si costruiscono una vita insieme – ma mi è anche piaciuto scrivere di famiglie d’elezione, o di un nucleo in cui si stringono legami tra generazioni radicalmente diverse, o di una vicinanza che nasce da una passione comune. A parte il matrimonio di Cora, credo che la speranza e la gioia si possano trovare in ciascuna di queste configurazioni, per quando disordinate o imperfette siano.

Alcuni personaggi ricoprono un ruolo centrale nella vita di Bear/Julian/Gordon mentre, in altre iterazioni, sono presenze più evanescenti. Hai pianificato tutto sin dall’inizio o hai deciso strada facendo chi includere nel “cast” in maniera più incisiva?

C’era ben poco di scolpito nella pietra, all’inizio, anche se sapevo di voler giocare con l’idea che una decisione singola, come il nome da dare a un bambino, potesse influenzare quali persone diventeranno fondamentali per noi. C’è un personaggio che si chiama Lily e, in uno dei filoni della vita di questo bambino, lui si innamora di lei. In un altro, invece, le infligge un danno gravissimo. In un terzo, poi, le loro traiettorie si sfiorano a malapena.

Bear, Julian e Gordon imboccano strade separate, ma tutti e tre crescono con una paura molto radicata – o, almeno, con un dubbio fondato: siamo destinati a diventare come nostro padre? Mentre Bear e Julian rifiutano radicalmente questo scenario, per Gordon Jr è molto più complicato. All’inizio lo disprezziamo, in un certo senso, perché si schiera dalla parte del padre – il soggetto “potente” nella dinamica di famiglia -, anche se non dovremmo giudicare un bambino per le strategie di sopravvivenza che adotta…

Credo che Gordon Jr subisca una manipolazione atroce da parte di suo padre, che finisce per usarlo come un’arma. Non ha il pieno controllo sulla sua bussola morale e fa alcune scelte discutibili. Da adulto non può cambiare quello che ha fatto, ma ha la possibilità di decidere chi essere e come inserirsi nelle vite degli altri, da quel momento in poi. Non credo che abbia necessariamente il diritto di ottenere il perdono delle persone che ha ferito, ma trovo che ci sia della speranza, nel consentirgli di essere giudicato dal mondo per l’adulto che sceglierà di essere.

Sei sempre stata una “Florence” o c’erano altre possibilità? Per dire, io sono una Francesca ma dovevo chiamarmi Isotta – che qua da noi è un po’ meno comune. 🙂

Mi piacciono molto sia Isotta che Francesca – sono entrambi dei bellissimi nomi. Io sono sempre stata una Florence. Vorrei poter dire d’aver preso il nome dalla città, ma la verità è che mia madre, durante la gravidanza, aveva visto The Magic Roundabout, un cartone francese in stop-motion, e si era innamorata di questa Florence, un personaggio con delle scarpette bianche coi lacci.

Non si scrive (e non si legge) ma in uno spazio vuoto e indago sempre con grande curiosità le influenze altrui sul processo creativo. Libri, musica, film… cosa ti ha aiutata o ispirata durante il lavoro su Tre nomi?

Oh, adoro questa domanda. E sì, concordo in pieno.
Qualche esempio.
C’è un verso di Dancing in the Dark, una canzone di Bruce Springsteen, che dice “I check my look in the mirror / Wanna change my clothes, my hair, my face’. Mi sono resa conto, scrivendo, che continuava a girarmi in testa. Dopotutto, è una sensazione con cui sia Gordon Jr che Julian si ritrovano spesso a lottare.
Poi c’è Maya Angelou, che ci porta in posti scomodi, con i suoi libri. Da lettrice, però, mi ha sempre fatto sentire avvolta in una specie di bozzolo protettivo. Non so come ci riesca, ma credo dipenda dal calore e dalla bellezza delle parole che sceglie. Ci penso spesso – a come si possa trovare un equilibrio tra luce e oscurità.

Se anche a voi andrà di cercarlo, trovate Tre nomi in libreria. Grazie a Florence Knapp per la pazienza e la gentilezza e a Garzanti per averci messe in contatto.

Sto per partire, incredibile ma vero. E quest’anno, forse, riuscirò anche a riposarmi vagamente – nonostante l’adorabile ma impegnativa presenza dell’erede. A grande richiesta (sul serio, mica racconto panzane), arriva dunque l’elenchino di libri che avrei l’ambizione di leggere in agosto. Fallirò? Ne leggerò uno in croce e mi sentirò scema come una roccia? È possibile. Ma non demoralizziamoci anzitempo. Ecco qua una lista ultra-aspirazionale di romanzi e/o vari prodotti editoriali accumulati negli ultimi mesi e inesorabilmente rimandati “a quando potrò finalmente buttarmi a pancia per aria”. Non li ho ancora letti, ma per una serie di ragioni vorrei farlo. E magari verrà voglia di farlo anche a voi. In chiusura, poi, troverete qualche fulmineo consiglio per letture estive già collaudate e dunque raccomandatissime.

Ma procediamo, che se no mi rubano il posto a bordo piscina e l’infante mi scappa prima che possa cospargerlo di protezione OTTOMILA.

***

DIVERSI LIBRI CHE VORREI LEGGERE MOLTO

Beatrice Mautino
Il trucco c’è e si vede
(Chiarelettere)

Una biotecnologa e divulgatrice scientifica – molto istruttiva anche su Instagram – tenta di diradare le possenti nebbie del marketing sensazionalistico per aiutarci a decifrare meglio quello che ci spalmiamo in faccia. Dalla cosmesi al BIUTI, una piccola e rigorosissima guida per spendere soldi (spesso parecchi) in maniera più consapevole e saggia.

*

Alan Rauch
Il delfino
(Nottetempo)
Traduzione di F. Conte

L’ultimo arrivato nel serraglio della collana Animalía di Nottetempo: un imprescindibile saggio zoologico-culturale sul delfino. Dalle doti acrobatiche ai risvolti mitologici, dalle leggende all’arte, una storia ragionata e super estrosa di una bestia acquatica che sembra meritarsi da centinaia di anni la nostra più sincera fascinazione.

*

Simone Lisi
Un’altra cena
(Effequ)

Quattro amici e quattro atti per raccontare una cena. Chiacchiere quotidiane che diventano passettini verso una specie di abisso in cui le cose che non ci diciamo restano in agguato. Vorrei leggerlo anche solo per capire se i commensali, alla fine, riescono a digerire.

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Gail Honeyman
Eleanor Oliphant sta benissimo
(Garzanti)

Traduzione di S. Beretta

Mi pare di capire che Eleanor Oliphant sia piaciuto a tutti. Il che, di solito, è una roba che mi insospettisce. Comunque, la storia è quella di una ragazza un po’ svitata e solitaria che parla solo con una pianta in vaso e tiene tutti a debita distanza, convincendosi che l’autarchia emotiva sia la chiave per superare il grande trauma che l’ha segnata. Ma che succede quando qualcuno tenta finalmente di rompere il guscio? Non ne ho idea, ma vorrei scoprirlo… sperando che Eleanor non diventi la nuova Amélie Poulain.

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Michele Mari
La stiva e l’abisso
(Einaudi)

L’opera di recupero degli arretrati di Mari prosegue con caparbia gradualità. Tanti romanzi non sono stati ristampati per parecchio tempo ed erano praticamente introvabili… ma il vento pare essere cambiato. Anche se di vento, in questo libro, pare essercene ben poco. La storia si svolge su un galeone spagnolo inchiodato dalla bonaccia in un angolo remoto d’oceano. Il racconto segue la diffusione di una follia strisciante e misteriosa che si impadronisce lentamente dell’equipaggio, mentre il capitano – bloccato nella sua branda -, tenta di districarsi nei meandri di una realtà allucinatoria e sconosciuta.

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Michael Crichton
I cercatori di ossa
(Longanesi)

Traduzione di D. Comerlati

Che vi devo dire, Il regno distrutto è piaciuto solo ad Amore del Cuore. Chissà che cosa direbbe Crichton di Jurassic World e seguiti vari, CHISSÀ. Ma non soffermiamoci su domande che non avranno mai risposta. Leggiamo, piuttosto, il primo romanzo a base di dinosauri del compianto creatore di Jurassic Park. La storia è ambientata nel selvaggio West nel 1876. Qui, in mezzo alla polvere e a indiani battaglieri, un paleontologo si accinge a riportare alla luce una scoperta sensazionale, che gli verrà però contesa da una spedizione rivale, pronta a tutto per fargli le scarpe. E forse anche la pelle.
I cercatori di ossa è una specie di evento. Il libro, infatti, è stato “rinvenuto” – non si sa se sottoterra o no – dieci anni dopo la morte dell’autore e non era mai stato pubblicato da nessuna parte.

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Elena Ferrante
L’amore molesto
(E/O)

Della Ferrante ho letto solo la quadrilogia dell’Amica geniale. E, onestamente, vorrei approfondire. E/O ha inaugurato da qualche mese una collana – Le Cicogne – che raccoglie i titoli più emblematici e “famosi” della casa editrice. E il libro che ha fatto conoscere la Ferrante al grande pubblico non poteva mancare. Sempre ambientato a Napoli, L’amore molesto è la storia del rapporto vastissimamente problematico tra una madre (che si ammazza) e una figlia che cerca di sottrarsi al potere soverchiante del loro rapporto.

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Teju Cole
L’estraneo e il noto
(Contrasto)

Traduzione di G. Guerzoni

Teju Cole è un intellettuale a tutto tondo. Fotografo, narratore, artista e viaggiatore, è una delle penne più eclettiche e curiose del panorama culturale contemporaneo. L’estraneo e il noto è una raccolta di articoli e piccoli reportage – mai comparsi in Italia – in cui Cole affronta temi diversissimi, toccando argomenti di pressante attualità (come il movimento Black Lives Matter) e rileggendo gli eventi più disparati attraverso la lente della creatività e della riflessione artistica.

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Isaac Bashevis Singer
Satana a Goraj
(Adelphi)

Traduzione di A. Dell’Orto

Un testo di rara potenza linguistica, fatto di foschi presagi e vasti misteri. Siamo nel 1666, tempo di fedi ferventissime, paesaggi desolati, maledizioni e catastrofi. Sprofondare nel peccato e nell’oscurità per riemergerne purificati: gli ebrei polacchi della piccola comunità di Goraj attendono l’arrivo (profetizzatissimo) del nuovo Messia, che porrà fine al loro Esilio e li condurrà nuovamente in Terra Santa. Peccato che a tirare le fila della sfrenata deriva morale di Goraj ci sia il diavolo in persona e che nessuna promessa, quando c’è di mezzo Satana, può dirsi sacra.

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Tristan Garcia
7
(NN)
Traduzione di S. De Sanctis

Qui basta proprio “il concept” del libro. Sul mercato c’è una nuova droga. Se la prendi avrai la possibilità di ritornare al tuo “schema cognitivo” dei trent’anni, dei venti o dei dodici. Non ho idea di come questa roba possa svilupparsi all’interno di una narrazione o che cosa diamine capiti partendo da queste premesse, ma sono già travolta dalla fascinazione.

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Piero Angela
Il mio lungo viaggio
(Mondadori)

L’autobiografia di Piero Angela. Non penso sia necessario aggiungere altro.

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Tara Westover
L’educazione
(Feltrinelli)

Traduzione di S. Rota Sperti

La vicenda di Tara Westover è così incredibile che, sulle prime, ero convinta che L’educazione fosse un romanzo e non un memoir. Cresciuta in una famiglia di mormoni in mezzo alle montagne dell’Idaho, Tara vive all’interno di un microcosmo completamente scollato dalla realtà. In casa non ci sono libri e non ci sono giornali. Andare a scuola è vietatissimo, la medicina “scientifica” è bandita e le uniche occupazioni possibili per lei e per i fratelli sono aiutare i genitori a mandare avanti il rottamaio del padre o bollire erbe per la madre guaritrice. A diciassette anni, però, Tara scopre un’alternativa… e sceglie di emanciparsi con l’unica arma su cui può ragionevolmente mettere le mani: l’educazione.

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C. S. Lewis
Lontano dal pianeta silenzioso
(Adelphi)

Classicone della fantascienza. Un professore di filologia viene rapito da due scienziati e trasportato su un altro pianeta, Malacandra. Il professore riuscirà a fuggire e partirà per una personalissima esplorazione del mondo su cui è coercitivamente capitato. Incontrerà le creature più impensabili che, condividendo con lui i segreti del loro pianeta, gli sveleranno in realtà il grande mistero della Terra, “pianeta silenzioso” che ha smesso ormai da millenni di comunicare con gli altri mondi.

*

Eleonora C. Caruso
Le ferite originali
(Mondadori)

Per la rubrica “Esperimenti arditi”, tuffiamoci nel groviglio della più subdola seduzione. Dunque, trattasi di complicatissimo triangolo sentimentale con devastante resa dei conti finale. Anzi, quadrangolo. Anzi, facciamo così: c’è un bellissimo ingannatore. Si chiama Christian. Christian sta, contemporaneamente, con Dafne – che studia medicina -, Davide – che studia ingegneria fisica – e Dante – un fascinoso quarantenne con famiglia e una RAL assai robusta. Nessuno dei tre, ovviamente, è a conoscenza della vastità delle panzane che Christian – tra un’ondata e l’altra di euforia/autodistruzione da disturbo bipolare – va loro spiattellando. Che accadrà? Ne usciranno mai? Ne usciranno interi? Chissà.

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LIBRI CHE HO GIÀ LETTO (PIÙ O MENO RECENTEMENTE) E CHE SECONDO ME SONO VACANZIERI E MERITEVOLI

Valeria Fioretta
Se tu lo vuoi
(Piemme)

Dunque, seguo Valeria ormai da qualche anno. Amo il suo blog e mi piace ascoltarla dai remoti albori di Snapchat. Sono molto contenta che sia riuscita a trovare il tempo di scrivere un romanzo e sono ancor più felice di averlo apprezzato. Perché quando qualcuno che “conosci” – anche solo virtualmente – scrive qualcosa la faccenda si fa sempre spinosa. Vorresti avere la possibilità di parlarne bene, ma mica è detto che escano sempre delle meraviglie. Niente, Valeria mi ha fortunatamente liberata dall’imbarazzo scrivendo un libro godibilissimo. È una storia di sentimenti, di cuori che si aggiustano e di avventure cittadine estive (in quel di Torino). La protagonista, Margherita, viene brutalmente mollata da un uomo che le piaceva parecchio – e che aveva cercato di irretire con ogni mezzo, fallendo -, evento che la fa sprofondare repentinamente in una specie di rabbiosa letargia da abbandono. Si riprenderà facendo una cosa lontanissima dal suo “personaggio”: la tata per una bambina sveglia ma molto riservata, figlia di un papà single. Già, l’impianto è da commedia romantica… perché sì, è una commedia romantica, alla fin fine. E funziona bene. È un libro leggero (nell’accezione più positiva del termine) e spigliato, pieno di battute sagaci e di sinceri interrogativi sullo stare al mondo. Si legge volentieri, Valeria ha una voce narrante molto caratteristica e si finisce per fare il tifo per Margherita… il che è un ottimo segno, perché ci si affeziona veramente solo ai personaggi che funzionano.
Portatevelo in spiaggia insieme a un bricco di Estathé. La morte sua.

*

Marco Marsullo
Due come loro
(Einaudi)

Altro romanzo ad alto tasso di ombrellonabilità, con tanto di Dio in camicia hawaiana e Diavolo che stappa ottime bottiglie di rosso. Non è un libro che vi spalancherà reami inesplorati dell’interiorità, ma la storia è piacevolmente caciarona, nonostante la posta in gioco sia la salvezza eterna delle anime. Come funziona? C’è un tizio piuttosto derelitto e cialtrone – che risponde all’improbabile nome di Shep – che serve (a insaputa delle controparti) sia Dio che il Diavolo. Il suo compito, per entrambi, è quello persuadere gli aspiranti suicidi a gettarsi di sotto (un punto per il Diavolo) o a scendere dal cornicione (un punto per Dio), garantendo così l’equilibrio ultraterreno. Shep, che ancora non si è ripreso dalla rottura con l’amatissima Viola, si barcamena in questo scenario impossibile, facendo del suo meglio per non farsi stramaledire da nessuno dei due importanti committenti e cullando perennemente il sogno di riconquistare la fidanzata perduta – ormai instradata verso una nuova vita.
Portatevelo a bordo piscina – ma solo la piscina è piena di smandrappone come quelle che piacciono a Dio – o in cima a un vulcano. In ogni caso, non scordate il salvagente e non sporgetevi nel cratere.

*

Jean Echenoz
Inviata speciale
(Adelphi)

Traduzione di F. Di Lella e L. Di Lella

Echenoz ha una scrittura che, lì per lì, potrebbe anche risultare fastidiosa. Perché è perennemente arguto. In maniera quasi sfiancante. Ogni frase è un piccolo mondo in miniatura dove ogni nevrosi, stramberia o dettaglio insolito vengono amplificati fino ad ottenere un festival dell’assurdità umana. Ciò detto, è così bravo che stai lì e ti sciroppi tutto. Questo libro è una specie di spy-story surreale, che si apre con il sequestro di una bella donna – con poco senso pratico – e si sviluppa in maniera ancor più imprevedibile, trasformandosi in un tentativo di destabilizzazione della Corea del Nord. Lo so, sembra una barzelletta, ma Echenoz vi tira scemi fino alla fine, nonostante le estenuanti descrizioni della vastissima rete metropolitana parigina.

*

Temo di essere stata eccessivamente ambiziosa. Ma il buonsenso è palesemente una virtù che non mi appartiene. Quindi metto in valigia… e parto. Sperando di aver scelto bene.
La vostra brama di mamozzi da leggere non si è ancora placata? Date un occhio alle numerose liste e recensioni che popolano coraggiosamente la categoria Libri e il video-archivio dei #LibriniTegamini. E godetevi delle corroboranti vacanze all’insegna della miglior nullafacenza.

Partirò con un commento che rallegrerà molto l’editore.
Io, di base, non sono una “lettrice Garzanti” – se con “Garzanti” intendiamo quel che ho sempre inteso io fino a questo momento. Per farla breve, non sono un’annusatrice di foglie di limone, il massiccio utilizzo di vegetazione in copertina mi fa sfasare, odio le fascette e ogni titolo composto da più di cinque parole tende a insospettirmi.
La buona notizia, però, è che il catalogo Garzanti non offre solo romanticismo a sfondo botanico-olfattivo, ma ci assiste valorosamente anche sul fronte letterario. Ed è una scoperta magnifica, che devo a un’autrice giovanissima (già finita nella lista dei migliori scrittori under40 di Granta, che è un traguardo di una certa rilevanza) e al suo esordio, contesissimo in tutto il mondo e pagato negli Stati Uniti con una bella milionata di dollari. Buon per te e per i tuoi ventisette anni, Yaa Gyasi. E buon per noi, che abbiamo un romanzo importante da leggere.

gyasi tegamini

Non dimenticare chi sei è un libro ambizioso, che racconta sette generazioni di uomini e donne accomunati da un’unica matriarca ma separati dal destino – quasi mai clemente. Il grande spartiacque è l’arrivo dei bianchi in Ghana – anzi, in Costa d’Oro – agli albori della tratta degli schiavi. Dal castello di Cape Coast, una delle fortezze da cui partivano le navi cariche di prigionieri africani da vendere oltreoceano, all’America dei nostri giorni, Gyasi ricostruisce la personalissima saga di una famiglia allargata e dispersa, alla ricerca della propria identità in un mondo che si riconfigura per istituzionalizzare il razzismo e legittimare il possesso e lo sfruttamento di un altro essere umano.
Dalle lotte tribali all’eroina che stravolge Harlem negli anni Sessanta, dalle piantagioni di cotone alle miniere di carbone, dal palazzo reale degli Ashanti ai jazz-club di New York, Gyasi ci accompagna in un viaggio lunghissimo, incaricando i suoi personaggi – uno diverso per ogni capitolo – di farsi portavoce di una storia gigantesca e di una “questione” ancora irrisolta. Il risultato è un romanzo epico ma personale, un’indagine importante alle radici di un problema che continua ad accompagnarci, nostro malgrado.
Che brava, perbacco.
E che bello trovare una Gyasi in quel di Garzanti.
Evviva!