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PER COERENZA, LA RECENSIONE DI PACIFIC RIM DOVREBBE ESSERE TUTTA IN MAIUSCOLO. E SE SOLO FOSSI CAPACE DI AUMENTARE LE DIMENSIONI DEL CARATTERE LA SCRIVEREI PURE PIU’ GROSSA. VISTO CHE NON SO FARE NIENTE DEL GENERE E CHE DOPO TRE RIGHE DI STAMPATELLO COMINCIO A SENTIRMI A DISAGIO COME QUANDO SI PROVA A CHIACCHIERARE IN DISCOTECA, CREDO CHE MI RIDIMENSIONERO’. MA NEL MIO CUORE C’È TUTTO UN TRIPUDIO DI CARATTERI CUBITALI, E VE LO DIMOSTRERO’! GO BIG OR GO EXTINCT!

SANTO CIELO, COME MI SONO DIVERTITA.
È COME SE FOSSE ARRIVATO UNO A DIRMI CHE I CARTONI ANIMATI SONO VERI.

Pacific Rim è una gloriosa celebrazione delle nostre lontane infanzie. Tutto è grosso, fosforescente, stereotipato, fumettoso, rumoroso, semplicione e pieno di lucette e accartocciamenti. Ruggiti, mazzate, devastazione, macchiette assolute, pepperepé musicali e unioni che fanno la forza. Alla terza volta che ho visto un pilota di jaeger che tirava su i pugni per spaccare il testone a un kaiju li ho tirati su anch’io. Quando ho visto i russi, poi, non vi dico, credo di aver sgambettato. Se avessi avuto un colbacco me lo sarei cacciato in testa.

Ma quanto sono meravigliosi, nella loro infinita improbabilità? Ma sono anche più belli dei cinesi sul robottone con tre braccia e lama rotante. Cioè, i russi guidano un coso che si chiama CHERNO ALPHA e somiglia a un ferro da stiro che ha avuto una brutta giornata. E niente, accetterete l’esistenza di due personaggi del genere perché il buon Del Toro – ma quanto gli piacciono gli ingranaggi e i bulloni, a Del Toro? – vi ha già abbondantemente mostrato ogni genere di enormità. Creature di milioni di tonnellate che rosicchiano i palazzi e corrodono interi quartieri con delle bave fluo super acide. Robot mezzi rotti che collassano su litorali dimenticati. Variegati terrori che emergono da portali in fondo all’oceano, così, perché la vita è ingiusta. E troverete il tutto estremamente rilassante, accetterete ogni cosa con serenità e gioia. E poi, una volta che vi sarete abituati all’intrinseca assurdità di quello che state vedendo – abbandonando consapevolmente la speranza di sentir dire a qualcuno una battuta che non sia una tonante spacconata e/o un bel luogo comune -, comincerete a fare il tifo. Io ho iniziato a sbracciarmi quando Gipsy Danger ha fatto partire il PUGNO-GOMITO, o come diamine si chiamava. L’apice della felicità, però, è la battaglia di Hong Kong. Sono convinta che l’ingegno umano non riuscirà a partorire nulla di più bello di un jaeger che si avvicina a grandi falcate a uno di quegli schifoni anfibi pieni di denti brandendo UNA PETROLIERA. Concretamente, non riesco a capire che cosa ci sia di così bello in un robot che prende a sganassoni un kaiju degli abissi con UNA PETROLIERA. Non me ne capacito, a livello razionale. So solo che ero felice come una bambina. Ci sarei stata delle ore, a vedere entità gigantesche che si percuotevano con delle imbarcazioni. Ma poi, che meraviglia era il kaiju grasso – felice incrocio tra un gorilla, un lottatore di sumo e un carlino – che lancia un’onda elettromagnetica scassa-macchinari dalla cima di quel suo cranio pieno di pistilloni frementi? E quanto era ancora più bello l’altro kaiju – quello che prende la petroliera in faccia – che si trasforma all’improvviso in un astiosissimo pterodattilo? Il momento pterodattilo ha risvegliato in me ogni genere di entusiasmo infantile. Al momento “tagliamolo in due con l’agile spadone seghettato in dotazione al nostro jaeger analogico” ho esultato, ammirando il maestoso orizzonte terrestre pieno dei pezzi maciullati del maligno creaturone.

Del Toro, diciamolo, coi mostri è sempre stato bravo. E i suoi kaiju sono belli sul serio. Tutti diversi ma anche tutti familiari, per qualche strano motivo. Un po’ coleotteri, un po’ coccodrilli, un po’ serpenti o scimmioni, sono delle bestie spaventose di un altro pianeta, ma qua e là, nei loro corpaccioni incasinati, c’è sempre qualcosa che possiamo riconoscere. E quando te ne accorgi ti spaventi davvero, perché smettono di sembrarti entità astratte e, anche nella loro infinita improbabilità, cominciano quasi a diventare plausibili. E poi sono interessanti. Hanno i loro poteri, i loro attacchi, sono dei cosoni complicati e, ogni volta che ne sbuca qualcuno per azzannare un ponte, sai bene che non vedrai lo stesso combattimento che ti ha fatto agitare i pugnetti in aria quindici minuti prima. Viva i kaiju e la loro immane varietà… anzi, fossero così avvincenti pure i personaggi, saremmo a cavallo.

Io dei personaggi non volevo nemmeno parlare, perché se tiri a mano un personaggio poi devi anche soffermarti su quello che dice e su come lo dice… e qua sarebbe meglio mettersi lunghi e distesi su una zattera appena sopra la breccia-portale-ingresso-kaiju. Inghiottici, kaiju gigante! O almeno, azzannaci le orecchie. Diciamolo, perbacco: i Power Ranger avevano una vita interiore ben più ricca di questi piloti di jaeger.
La povera Rinko Kikuchi, che l’avevano pure nominata a un Oscar, non fa altro che sgranare gli occhi. Io non so perché, ma passa metà del film a girarsi di scatto con due occhi così, come una foca monaca che ha appena preso una mazzata sul cranio, PAM! La sua versione piccola e disperata – con cappottino azzurro e scarpetta di vernice rossa -, è invece di un’espressività commovente. Quel che sospetto è che, in realtà, non piangesse tanto per il kaiju gigante che aveva appena sterminato la sua famiglia, quanto per la recitazione surreale della sua controparte adulta. Bei capelli, certo, ma santo il cielo.
L’altro marimittone biondo che guida Gipsy Danger non è da meno. Dovrebbe essere un’anima ferita, uno che ha sentito morire suo fratello con tutte le sinapsi a sua disposizione, uno che ha perso ogni ragione per vivere e passa il tempo a dare martellate a un muro inutile in Alaska. Ecco, noi dovremmo assistere alla trasformazione di questo reietto in un baluardo di speranza, in un eroe capace di vendicare l’intera umanità. E invece zero, tutte le volte che lo inquadrano ci ritroviamo a sperare, segretamente, che tornino a farci vedere un personaggio a scelta tra A) tizio hipster con basettoni, bretelle e farfallino (la sua unica funzione è osservare un display e annunciare l’arrivo di un nuovo kaiju. Se c’è proprio del dramma gli fanno anche dire di che categoria è e come si chiama) – B) matematico zoppo con la sindrome di Asperger – C) il biologo nerd, iperattivo come uno scoiattolo che ha passato la vita a rossicchiare semi di caffé, che dovevano fargli fare uno degli amici di Sheldon Cooper ma poi hanno capito che non era brutto abbastanza per essere sfigato sfigato davvero.
Sarò poi io che non ho capito, ma in base a che cosa si è deciso che Rinko e Marmittone Biondo – che mai s’erano visti in vita loro – erano così assolutamente adatti a guidare un robottone insieme? È perché lei continuava a sbirciarlo dal buco della serratura (con tanto di sobbalzo e sgranata d’occhi quando è passato mezzo nudo)? Per le quattro bastonate che si son dati davanti a tutti? Perché entrambi nascondevano traumi profondissimi e sconcertanti? Boh. A me sembravano due concorrenti del Grande Fratello. Sai no, quando arrivano nella casa, che nessuno sa chi è nessuno e dopo ventisei minuti si amano tutti alla follia? Ecco.
Palma imperitura dell’odio, però, va al cane di papà-figlio-Australia. E se mi venite a dire che quei cani lì sono belli e/o dolci, nella loro bavosa goffaggine, vi meritate una cataratta. Ron Perlman, ne sono certissima, la pensa come me… anche perché il cane lo si vede molto più spesso del suo spregevole e godibilissimo contrabbandiere di pezzi di kaiju.

Tutto quel pippone lì sui personaggi l’ho scritto solo per far vedere che non ho perso la voglia di criticare. Volevo però anche dirvi che è un discorso del tutto inutile: mettersi a questionare sulle espressioni più o meno ridicole di Rinko Kikuchi non ha alcun senso, così come recriminare per la buffa serietà marziale di Idris Elba. Se va avanti così, a fare parti da albero parlante – Heimdall! -, Idris Elba camperà cent’anni senza manco una ruga.
Comunque, non agitatevi, che non serve: al minuto uno vedrete un iguanodonte crestato alto ottanta metri che sgranocchia un viadotto e non ve ne fregherà più niente di niente.
Non vi sembrerà strano che bastino dieci elicotteri per trasportare a pelo d’acqua un jaeger che pesa come un Gesù. Non vi chiederete come sia possibile che a furia di mollare mazzate a bestie acide i robottoni non si ritrovino coi pugni tragicamente corrosi. Non batterete ciglio di fronte alla signorina Mori che nuota allegramente con tanto di armatura e stivaloni piombati, galleggiando con l’agilità di un delfino saltatore.
Nulla di tutto questo riuscirà a scalfirvi, perché ad un certo punto Marmittone Biondo e Rinko schiacceranno un bottone rosso con su scritto SWORD e ciao, insieme a un kaiju urlante e sputacchioso il buon Gipsy Danger affetterà in due anche il vostro cervello. L’emisfero sinistro vi spingerà a gettare per aria dei popcorn e ad emettere suoni inarticolati. L’emisfero destro governerà l’altro braccio, che deciderete di preservare così com’è, bello lindo e morbido, per farvelo ricoprire di tatuaggi di kaiju. E niente, sprofonderete felici nella magnifica insensatezza di questo film. Pacific Rim farà contento il vostro cuore, come il più gigantesco e ben fatto dei cartoni animati della vostra infanzia… e uscirete con un unico rimpianto: il Megazord di jaeger, perché non han fatto un Megazord coi jaeger? C’è un sequel, vero? MEGAZORD, vi prego, fate un MEGAZORD!


Se quella meraviglia di roba che ha disegnato Leo Ortolani è una recensione che non serve più, figuratevi un po’ la mia. Ma che volete fare, i supereroi sono ormai una tradizione, qua nei Tegamini, mica potevo risparmiarvi le mie fondamentali riflessioni sul marmittone di Kripton, che poi magari pensate che sono diventata una personcina come si deve, che passa lo Swiffer e si alza all’alba per farsi la piega. Che è.

Orbene.

Dei Superman originali, quelli con Christopher Reeve che volava a pancia in giù su una tavola di legno, mi ricordo che li davano in tv in tre parti. Era una cosa inaudita. Fine primo tempo. Fine secondo tempo. Mi ricordo anche delle strida insopportabili di Lois Lane e delle mattacchionerie di Gene Hackman, che aveva un complesso termale in casa e degli scrigni pieni zeppi di kriptonite nascosti da tutte le parti, pure nella scarpiera. Di Superman Returns, invece, mi ricordo solo che faceva schifo pure ai cani morti. E ho visto anche Smallville, per un po’ di tempo. Era di una stupidità unica – sceneggiatori, per quante volte pensate di potervela cavare con “nessuno ha visto Clark in azione perché tutti quanti han preso una botta in testa e non si ricordano niente/hanno ingerito una tossina azzera-memoria/la peperonata ha offuscato i sensi dell’intera città”? Datecela pure a noi, una tranvata in testa, che almeno ci allineiamo alla popolazione della ridente cittadina del Kansas -, dicevo, a parte la cretinaggine cosmica di Smallville, io e mio padre stavamo lì perché ci piaceva Lionel Luthor, uno così bastardo da far credere a suo figlio di essere cieco, ma per diversi decenni. Comunque, vagamente menomata e/o sostenuta da tutto questo bagaglio supermaniano, mi sono avviata al cinema con una certa fiducia. Insomma, Superman – proprio per tutti quei trascorsi lì – non è mai stato il mio supereroe del cuore, quindi evviva, se mi piace bene, se non mi piace mica mi straccio le vesti. Fantastico. Visto che tutti quanti avete già visto il film, procederei con agili osservazioni in ordine sparso, che tanto bene fanno alla fantasia.

Direi di parlare subito di un fatto di rara rilevanza: i mutandoni.

Il mantello Superman non ce l’ha perché gli serve. Ce l’ha perché sa che a volare in giro col sederone per aria, foderato di rosso, non ci fa una bella figura. E’ anche un po’ per quello che sia il buon Reeve che quel Brandon-Kebab-Routh hanno dei mantellini che arrivano sotto al ginocchio, così, né lunghi né corti. Sono mantellini sfigati e si capisce benissimo che, una volta celato il Super Sedere, a nessuno gliene importava più niente di farli ricadere maestosamente a terra. Ora, quel gran figlio di Kripton di Henry Cavill, invece, ha mantello da vendere. Un glorioso viluppo di stoffa degno del miglior Spawn. E perché il mantello del nuovo Superman ha finalmente un senso, in tutto il suo fantastico e magicissimo ondeggiamento? Perché gli hanno finalmente tolto i maledetti mutandoni, liberando per sempre il supereroe più vetusto del mondo dall’increscioso problema del deretano rosso. Coriandoli!

Sono belli, i costumi, poche storie. I vecchi rincoglioniti di Kripton sembravano un po’ usciti dall’ultima sfilata di Dolce&Gabbana – quella con tutte le madonnazze d’oro zecchino, le corone e i gingilli penzolanti -, ma applaudo con entusiasmo, dall’alto del mio esigente gusto baroccheggiante-fantascientifico. Diamine, sembrava tonico e compatto persino quel SUFFLE’ gigante di Russel Crowe. I cattivi erano molto interessanti, soprattutto la stronzaccia supersonica col rossetto sempre in ordine, pure a lei hanno donato un gran mantello… sembrava un cormorano zuppo di petrolio, che per una generalessa spaziale di rara malvagità è un effetto molto appropriato. Forse erano un po’ troppo corazzati, i supercattivi, ma mi è venuto in mente solo alla fine, quando è rimasto in tutina da sub pure Zod. Ecco, a Zod dovevano dargli da mangiare qualche cinghiale di più, che vicino a quella santa abbondanza di deltoidi e bicipitoni di Cavill sembrava un po’ un cucciolo di iena.


Padre, non ti deluderò. Ora che so dove vanno le mutande, la Terra è salva.

Faora, millemila anni nello spazio profondo e nessun danno per lo SMOCHI AI.

Zod, che sembra un po’ un cosplayer che va in giro a fare Megatron con una cinghia del motorino attorno al collo.

Insieme alla costumaglia, ho apprezzato parecchio anche le buffe navi kriptoniane. La seppiolona terraformante era magnifica, soprattutto quando ha iniziato a funzionare. Sarà che ero una pippa ad Angry Birds Space, ma tutte le robe con gravità strana, palazzi che si accartocciano e aerei militari che vanno in orbita intorno a congegni alieni ormai mi intrigano un sacco. Avrei qualcosa da dire sull’architettura del pianeta Kripton – e sul fatto che tutti i mondi abitati da alieni super evoluti si somigliano… vedi Vulcano -, ma siamo in fascia protetta e di giganteschi peni a propulsione non si può parlare.

Ma che dire della storia di Kal-El? Ho apprezzato i saltabeccamenti passato-presente e, nonostante la faccenda patetica del cane in mezzo al tornado, il piccolo Clark e i suoi rustici ma saggi genitori non sono stati una disgrazia. Temevo le scempiaggini retoriche alla Smallville e il massiccio ricorso alle botte in testa azzera-memoria, ma il povero Kevin Costner è decorosissimo e ragionevole. Figlio mio, sei un alieno in un paese di bifolchi, vedi un po’ te. Forse è anche un po’ per quello che papà Kent ha finito per preferire il cane, accettando di buon grado di crepare in un turbine di lamiere e tronchi d’albero. Del padre-padre di Superman ho un’opinione meno scaldacuore. Di Jar-El conservavo un ricordo marlonbrandesco: un po’ apparizione mistica, un po’ voce del destino. Russel Crowe qua è una specie di ingombrante bug del computer di bordo di navi stellari a caso. Paf! Tu sei Kripton! Paf! Ferma Zod! Paf! ‘Spetta, che mi son dimenticato di aprirti la porta. Paf! Eccoti un bel costumino. Paf! Non è una S, è una SPERANZA. Ma padre, speranza inizia per S. Figlio, per queste pidocchierie lessicali vai a parlare con Lois Lane. E affrettati, sta precipitando, come al solito.

Figlio, è inutile che mi guardi così. Non mi hanno installato il plug-in ABBRACCI.

Ecco, nonostante tutto, mi sembra che il giovane e aitantissimo Superman sia venuto su piuttosto bene. Ha quello che un tormentato eroe solitario DC deve avere – inclusa la totale assenza di senso dell’umorismo e attitudine alla spensieratezza della vita – ma gli succedono delle cose che lo fanno cambiare e lo fanno crescere. E scusatemi se sono all’antica, ma a me i personaggi che si evolvono fanno sempre un gran piacere. Alla luce di questa incoraggiante premessa, dunque, mi chiedo che bisogno ci fosse di calcare la mano sulle analogie Superman-GESOO. E Superman va in chiesa a confidare i suoi tormenti. Dietro gli mettono questo mastodontico vetratone policromo con un Cristone ancora più grosso di lui. Lo interrogano e la prima cosa che gli fanno dire è che ha 33 anni. Ma allora sei proprio GESOO! Autorità, mi consegno a voi, guardate, vi fluttuo davanti già in posizione-crocifisso, va’ che bravo. Capisco che là fuori ci sia della gente un po’ dura di comprendonio, ma sul metaforone religioso-salvifico potevano andarci anche un po’ più delicati. Che cavolo, è uno che vola, spara raggi laser dagli occhi e si ripiglia da ogni male se lo metti al sole, che altro deve fare, vagare per il deserto e raddrizzare gli storpi?

La roba che mi ha convinto di meno, anche se dovrei amare le mazzate e divertirmi come tutti gli altri bambini delle medie, sono proprio i combattimenti. La sfida finale tra Superman e Zod era puro Dragonball, solo che Dragonball aveva quasi più PATOS. E Goku e Vegeta, lasciatemelo dire, hanno sempre avuto il buongusto di allontanarsi dai centri abitati. Quando sono finiti a prendersi a pugni sul satellite credo di essermi lasciata andare a un sonoro MAVAFFANCULO. L’unico aspetto positivo delle variegate distruzioni di Metropolis e Smallville sono le robe da allegro nerd che spuntano a destra e a sinistra. Io ho visto solo un camion della Lexcorp, ma poi ho scoperto che ci sono mille altre comparsate geografico-aziendali – tipo il satellite della Wayne Enterprises – che fanno proprio felicità.

Per finire – omettendo ogni genere di riflessione su Lois Lane, personaggio-pacco per eccellenza -, mi domando che mai dovrà fare il buon Clark Kent nel futuro… a parte andare al lavoro con su un paio d’occhiali che non ingannerebbero manco Santa Lucia, intendo. Io, scusatemi, ma la sospensione dell’incredulità su Clark Kent in borghese continuo a non riuscire ad applicarla. Hai appena salvato il mondo, davanti a miliardi di esseri umani che t’avranno pure visto. Figurati i vincitori di premi Pulitzer di Metropolis. E te arrivi là dentro, garrulo e smagliante, con su un paio d’occhiali e ciao? Accetto tutto, pure che ti possa piacere Lois Lane, ma la storia degli occhiali va oltre le mie capacità. Comunque, tornando al discorso sulle ipotetiche nemesi del futuro, che mai può esserci di peggio di altri kriptoniani incazzati? Gente programmata per dare calci in culo ai nemici, gente che ha passato trecento cicli (chissà poi quanto tempo è davvero) a congelare dentro a un buco nero radiocomandato in attesa di vendicarsi. Gli tirano dei kraken? Gli evocano Chtuhlu? Lo minacciano con lo spauracchio-mutandoni? E un’altra cosa. Quando trova la navettona d’esplorazione sotto a tutto quel ghiaccio, ma chi c’era nel lettuccio-criogenico vuoto? Perché Clark piomba nell’astronave – sereno e pacioso, nella sua maglietta di cotone – e in un lettuccio c’è un suo connazionale putrefattissimo, ma l’altro è vuoto e immacolato. Ci sarà ancora, da qualche parte, quel personaggio lì? E sarà buono o cattivo? Si tireranno i camion o canteranno canzoncine kriptoniane tenendosi per le manone indistruttibili? Ma soprattutto, se mi sto facendo questa quantità di domande-pippone, vuol dire che mi sono invasata anche con Man of Steel o c’è una S di Speranza pure per me? Per tutti i GESOO alieni, insegnatemi a sparare palle di fuoco dagli occhi, che il mantello-couture me lo procuro da sola!

 

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Allora, qua c’è tutto un prologo che vi dovete sorbire. Perché l’adorabile illustratrice di A.A.A. – Il diario fantastico di Alessandro Antonelli, Achitetto è anche la medesima persona meravigliosa che, tempo fa, decise di partecipare a uno dei miei Contest-ini con un Loki che sfreccia sul dorso della borsa-gallina. E vinse, che diamine. Come si fa a non amare follemente un Loki che sfreccia su una gallina gigante? Così, mandai a Ilaria Urbinati una bella Sportini-premio (“Andare a vedere i narvali”) e continuai ad esserle molto grata, ma un po’ da lontano.

Ecco. Poi, la settimana scorsa, si scopre che Ilaria è in partenza per la fiera del libro per ragazzi di Bologna. E allora le grido “ma vai a salutare Amore del Cuore, che è a quello stand là”. “Ma come faccio a riconoscere Amore del Cuore?”. “Non temere, allo stand sono solo in due, e lui è molto grosso”. Ed è solo grazie all’indomito coraggio e alla gentilezza di Ilaria se sono qua a parlare di questo libro. Perché lei allo stand ci è andata e, oltre a “Scusa, mi vergogno molto, ma tu sei Amore del Cuore?” ha anche deciso di farmi un regalone. Con tanto di biglietto e autoritratto.

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Ma cuori, cuori!
E io il libro l’ho letto e, come succede sempre quando c’è qualcosa che mi piace, ne parlo con sincero trasporto.
Dunque, A.A.A. (Espress edizioni) viene fuori da Ilaria, Fabio Geda, Marco Magnone e dal 150° anniversario della stipula del contratto per la costruzione della Mole, super edificio che, oltre ad essere il simbolo di Torino, è anche la grande eredità di un personaggio avventuroso, ambizioso, sognatore e bisbetico. Questo libro a fumetti è il diario fantastico dell’architetto Alessandro Antonelli. C’è l’infanzia, ci sono gli studi, la laurea, i primi progetti, una discreta quantità di porte in faccia, delle solenni rampognate da parte dei committenti e anche una casa a forma di fetta di polenta. C’è la ricerca della perfezione e la volontà di costruire sempre più in alto. C’è tutta la vita di un uomo fuori dal comune e la storia delle opere che ha solo immaginato – come il progetto per la “nuova” Piazza Castello – e di quelle che è riuscito a realizzare – come la Cupola di San Gaudenzio a Novara e, ovviamente, la Mole… anche se morì prima di vederla completata.

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Il pollo alla Marengo dell’Antonelli non l’ho assaggiato, ma la sua storia mi è piaciuta davvero. Tanto per cominciare, ho imparato delle cose che ignoravo sovranamente (che vi devo dire, colpa mia), ma ho anche fatto mille oooh e aaah. Un po’ per i magnifici disegni di Ilaria e un po’ per i pensieri e i sogni – appassionati e contagiosissimi – che finiscono nella testa dell’illustre Architetto. Insomma, le costruzioni saranno pesanti e complicate, ma questo libro è felice e pieno d’ispirazione. E una volta finito non sarete grati solo al trio di autori, ma anche a quegli omini-alpinisti che si svegliano alla mattina e vanno a staccare le stalattiti in cima alla Mole. O frugano nei buchi fra un mattone e l’altro per vedere se ci si sono incastrati dei falchi. O raddrizzano le stelle arrugginite. Ecco, evviva tutti quanti, allora.