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Uno dei più grandi fraintendimenti che perseguitano Amore del Cuore da anni è il seguente: a Marco piace un casino fare la spesa. Cioè, al supermercato si diverte proprio. Adora andare a fare la spesa, ci passerebbe i secoli.
A furia di sentirmelo ripetere da mia cognata e da mia suocera – che si fregiava (giustamente) del supporto del figlio maggiore quando si trattava di andare seriamente a fare provviste per il clan, al grido di “menomale che mi accompagnava lui, mi faceva spendere la metà” – me ne sono super convinta anch’io e ho sempre spedito Amore del Cuore al supermercato con grande spensieratezza. Anzi, certa di fargli cosa gradita.
Anni dopo, non si sa bene come, ho scoperto che era tutta una menzogna.
Amore del Cuore odia tutto.
Non so se l’astio sia subentrato dopo un’assidua frequentazione dei supermercati milanesi il sabato pomeriggio o se un certo fastidio di fondo esistesse da sempre, ma ora non ne fa più mistero. Credo stia cercando di tutelarsi, per non passare gli anni migliori della sua vita in coda all’Esselunga, a combattere per quattro focaccine al bancone della panetteria mentre innumerevoli vecchiette col carrellino scozzese – vecchiette che potrebbero fare la spesa durante la settimana alle tre del pomeriggio, invece che al sabato alle cinque insieme al resto della popolazione lavoratrice del nostro bel paese – gli arrotano spietatamente i malleoli.
Comunque.
Un’altra cosa che ho gradualmente scoperto è che Amore del Cuore è bravo a cucinare. E gli piace anche. Ora, spero di non dover tornare qui fra qualche tempo a dire che pure questa era una panzana, una gigantesca illusione, un tragico quiproquo ma, PER ORA, Amore del Cuore cucina con fierezza e buona volontà. Al momento posso addirittura riportare la seguente dichiarazione: “Cucinare mi rilassa”.
E chi sono io per fermarti, Amore del Cuore.
Riempimi di risotti.
Allietami con i tuoi hamburgeroni farcitoni.
Spadella e impana.
Io mangio tutto.
Quando vuoi. Come vuoi.

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Concentratissimo. Sempre.

Ecco perché, in estrema sintesi, ho deciso di imbarcarmi (anzi, di imbarcarlo) in un’impresa di collaudo culinario che è culminata con un garrulo pic-nic al parco nel primo weekend di sole dell’anno del Signore 2018. A SecondChef non importa tanto chi è che cucina, alla fin fine, basta che ci sia qualcuno che lo fa volentieri. 
Ma che roba è?
SecondChef è un nuovo servizio a metà tra il food-delivery e il “ti elimino un po’ degli sbattimenti legati al far da mangiare”. Ti piace cucinare ma, come Amore del Cuore, non hai voglia di morire al supermercato? Hai gente a cena ma non sai cosa inventarti e, soprattutto, hai poco tempo per fare una spesa sensata e completa? Trabocchi di buona volontà e adori i ritrovi conviviali dove ci si alimenta bene ma sei sempre di corsa e non ti va di passare le ore in giro per scaffali a cercare la curcuma? Ogni volta che leggi “q.b.” su una ricetta ti viene l’orticaria? Vuoi fare qualche esperimento perché prepari sempre le stesse tre robe in croce?
Bene, Second Chef potrebbe essere d’aiuto.

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È un’idea molto spassosa e funzionale, secondo me. Vai sul sito, scegli le ricette che vuoi preparare (e per quante persone prepararle), fai il tuo ordine e attendi un glorioso pacco refrigerato che contiene tutto l’occorrente per metterti ai fornelli. Gli ingredienti sono selezionati, freschissimi e arrivano già nelle quantità giuste per la preparazione scelta – entro 24 ore dal confezionamento -, con tanto di pratica scheda che illustra passo dopo passo il procedimento di preparazione. Le ricette, ovviamente, sono di stagione e cambiano ogni settimana. Ci si può abbonare o regalarsi di tanto in tanto uno scatolotto, senza particolari vincoli o patti col diavolo. E il tutto, per ora, è disponibile a Milano (più Lombardia), Roma e Torino.
Per il nostro pic-nic abbiamo scelto l’insalata di riso con seppie e piselli e i calamari con pomodori e olive. Perché sì, se ti arriva buono il pesce penso che sul fronte “qualità degli ingredienti” non ci possano essere grandi margini di dubbio. La box era per 4 persone… ma ci abbiamo mangiato in 6. Belle porzioni, dunque. E un Amore del Cuore pervaso da un’immane soddisfazione (anche se quando lo fotografi sembra sempre una signora siciliana che di lavoro piange ai funerali).

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Serietà massima anche durante le operazioni di impiattamento. Per fortuna c’è Paolo che beve.
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Il mio decisivo contributo: mangiare.

Siete in vena di collaudi e di cucinare per chi più amate al mondo? Date un occhio sul sito di SecondChef e, se vi va di regalarvi un menu, c’è anche un codicino sconto per voi – anzi, un codicione. Fino al 21/4, infatti, con 2TEGAMINI c’è uno sconto di ben 20€ sul primo box ordinato.

Felici cenine e pranzetti a tutti, dunque. E in bocca al lupo a SecondChef per la nuova avventura!

Sono piacentina e prendo gli affettati molto seriamente.
La coppa è un prodigio che abbiamo donato al mondo.
La coppa è importante.
I salumi sono importanti.
E il tagliere di affettati non è una roba che si prende quando non ci si decide sull’antipasto. È brutto, sminuire il tagliere di salumi. È scortese. Il tagliere non dovrebbe essere il piano B. Il tagliere ha una dignità e una sua armonia.
LODE E GLORIA AI TAGLIERI.

Ma non facciamoci risucchiare immediatamente dall’irrazionalità.

Dalle mie parti, di solito, dopo innumerevoli affettati di rara bontà si passa ai tortelli. O agli anolini. O ai DELICATISSIMI pisarei e faśö. I salumi, insomma, sono una preziosa introduzione, ma si fermano un po’ lì – se vai a mangiare fuori, soprattutto… perché a casa mia ci sparavamo etti di salame come secondo, ma siamo un caso un po’ preoccupante, temo. Comunque, dall’alto della la mia assoluta e ormai trentennale EXPERTISE salumieristica e del mio generale entusiasmo per il mangiare fuori, la settimana scorsa ho felicemente accettato l’invito dei baldanzosi ideatori/gestori/affettatori di Salumi Solari e sono andata a godermi una cena quasi esclusivamente a base di estrosissimi taglieri e sceltissimi bicchieri di vino.

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Fotina cortesemente concessa da Sapori Solari (per rendere doverosamente giustizia all’affettato).

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Il locale ha aperto due anni fa, vicino alla fermata della metro di Bande Nere, e l’idea è assai interessante. Un menu costruito su qualsiasi cosa possa dirsi affettabile – dai salumi alle bresaole, passando per i carpacci di pesce e i formaggi – e accompagnato da verdurine, cicchetti fantasiosi e pane da sgranocchiare.
Il tagliere arriva in compagnia di uno dei giovanissimi proprietari – cinque virgulti super competenti che non hanno ancora compiuto trent’anni – che si piazza lì a raccontarti con pazienza e una visibile passione quello che stai per mangiare. Ho scoperto la porchetta di tonno, gloriose ricottine di bufala, salami di mulo, tartare sceltissime di Fassona piemontese e più o meno ottantasei tecniche diverse di stagionatura dei latticini. Il tutto, però, raccontato un po’ come avrebbe fatto Gassman.

I taglieri vengono gioiosamente assemblati dietro al banco – che è in sala dove siete anche voi – utilizzando prodotti selezionatissimi che arrivano dagli angoli più disparati d’Italia. Vengono privilegiati i piccoli produttori, l’artigianalità e, oltre alla discriminante decisiva della prelibatezza, c’è anche un po’ quella della “storia” di una particolare tradizione gastronomica regionale o territoriale. Ho mangiato cose mai sentite e mai provate e mi è spiaciuto parecchio non averlo fatto prima, sarei stata molto più contenta.

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I carpacci di pesce. Le foto saranno un po’ poco PROFESSIONAL, ve lo dico, perché avevamo voglia di mangiare tutto e ciao.
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Affettare! Affettare!

Insomma, è un posto dove poter scoprire eccellenze vere e mangiare (perché sì, sono taglieri, ma si mangia) scoprendo prodotti unici. Potrete affidarvi ai ragazzi per la composizione del tagliere e l’abbinamento del vino o anche farvi consigliare qualcosa “su misura”. Se poi c’è una BRESAOLINA – termine che mi ha mandato in visibilio quando Gassman ha introdotto il tagliere dedicato, con grande costernazione di tutti i miei pazienti commensali – dicevamo, se c’è una bresaolina che vi piace particolarmente, prima di tornarvene a casa con la pancia piena e il cuore soddisfatto avrete anche la possibilità di farvene affettare un po’.
Che cos’ho scordato?
I dolci. Ci sono anche i dolci. Torte fatte in casa con proposte fisse (vi consiglio la cheesecake con la ricotta di bufala, è commovente) e invenzioni diverse a seconda del giorno.

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E basta, ho finito. Qui trovate tutte le informazioni, il menu, un po’ di filosofia e delle foto molto più belle delle mie.
Andateci, se vi capita. Si sta bene. 
Potere agli affettati! E grazie a Sapori Solari per la serata.

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Un giorno avrò un volpino di Pomerania, una casa di proprietà, una rendita di diecimila rubli al mese, una piastra GHD e una persona che mi sceglie le foto e mi raddrizza gli orizzonti sbilenchi. Il tutto mentre io sto seduta in poltrona a bere dei tè e a scrivere a macchina.
In attesa che tutto ciò accada, possiamo serenamente proseguire – non senza una certa intempestività – con la gioiosa cronaca del superweekend trascorso in Slovenia a farmi nutrire, idromassaggiare e meravigliare dalla natura. Nella prima puntata vi avevo confusamente raccontato di Vipava, Ptuj e Celje. Questa volta, con il favore dei fauni di Narnia, ci sposteremo a Bled, dove l’acqua è più cristallina e i cigni si riproducono a ritmi forsennati.

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Per chi, come me, ignorasse le più basilari nozioni geografiche, dirò che Bled è una incantevole località turistica situata a metà strada tra Lubiana – la capitale slovena – e il confine italiano. Bled sorge saggiamente sulle sponde di un lago della circonferenza di circa sei chilometri – percorsa caparbiamente da podisti di ogni età, che corrono indomiti ad ogni ora del giorno e della notte. Il placido lago, oltre ad essere piatto e sereno come la stele di Rosetta, custodisce anche l’unica isola naturale della Slovenia – dotata di chiesetta, campanile e cruentissima leggenda d’ordinanza. Per non farsi mancare nulla, Bled ha anche un castello di rara simpatia e un vivace sistema di sorgenti termali, che potrete comodamente godervi passando un po’ di tempo all’Hotel Golf – come ha fatto la sottoscritta. E a Bled, cosa assai importante, si mangia benissimo. Dev’essere un po’ una caratteristica della Slovenia. Arrivi in un posto nuovo e tutti sono convinti che stai morendo di stenti e che bisogna darti subito da mangiare.
La prima sera siamo stati principescamente ospitati dal ristorante Julijana del Grand Hotel Toplice, il più antico della città. E pure quello col panorama migliore. Il giovane chef sloveno del Julijana sta fieramente combattendo per conquistare una stella Michelin e, dal profondo del cuore, gli auguro che gliene diano una generosa manciata. Il nostro tavolo si può ammirare qua sotto. Quello che ci siamo mangiati, invece, l’ha fotografato benissimo la Rossana – e non vedo quindi perché dovrei affaticarmi con un maldestro collage quando c’è già il suo che è così ben architettato.

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Voi in che letto dormite? Io ho un matrimoniale che divido con un grosso uomo incredibilmente affettuoso, che rotola in giro, mi abbraccia nel cuore della notte e mi assesta, occasionalmente, delle gomitate nello sterno. Pur adorando Amore del Cuore, devo confessare che, di tanto in tanto, dormire da sola in un lettone a due piazze mi suscita un po’ di commozione. Se poi, alla mattina, apri la finestra e c’è della neve che precipita su un lago, la faccenda si fa ancora più soave.
Con questo spirito di assoluta benevolenza nei confronti dell’universo, siamo risaliti sul pulmino per una giornata di giretti ed esplorazioni.
La prima cosa che ho scoperto a Bled è che i campeggi non sono necessariamente una roba da roncioni.
Là fuori, gente, esistono anche i GLAMPING.
Se lo scopre Cosmopolitan siamo finiti. “103 idee per il petting spinto nel cuore della foresta”. “Sughero power! 10 zeppe super trendy da abbinare al tuo bungalow”. “Sauna hot: le confessioni delle campeggiatrici più ROAR!”.
Io di campeggi non me ne intendo molto, ma ero assolutamente estasiata. Il Glamping di Bled è un luogo a metà tra un villaggio elfico e il sogno erotico di un minimalista. Ci sono le capannette di legno con la vasca da bagno esterna a forma di botticella (con civilissimi bagni privati e graziose doccette) e ci sono le casette megageometriche progettate dal pronipote hipster di Le Corbusier. Tinte naturali, vialetti di sassolini, armonia con la natura e organizzazione suprema degli spazi. Ci entri in cinque e non hai idea di come hai fatto.

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Rinfrancata dalla pacifica comunione tra boschi di sempreverdi e dimore per campeggiatori, ho ben deciso di coricarmi all’improvviso nel bel mezzo alla piscina sfacciatamente turchese del Grand Hotel Toplice. Provvisto di salottini rosa, sale da tè panoramiche, fascinosi parquet scricchiolanti, persiane bianchissime, una magica spiaggia privata, vetrate assai coreografiche e un vaso giapponese dal valore inestimabile – messo lì in un angolo come se niente fosse – il Toplice è una specie di piccola macchina del tempo. Ci passi un’ora e ti convinci di avere un valletto e una muta di levrieri argentati.

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Visto che non si mangiava da circa trenta minuti, ci siamo sentiti in dovere di fare merenda con una delle specialità del luogo, la leggendaria cream cake. La cream cake è un dolce estremamente rispettoso della geometria: v’arriva in pratici parallelepipedi che misurano sempre 7 x 7 x 5 centimetri e ogni strato presenta differenti gradi di solidità. Ma che c’è dentro? Uovo, crema alla vaniglia, panna, burro, burro, burro imburrato e burro al burro. Per fare breccia nella crosticina sovrastante vi consiglio di utilizzare la forchetta come un piccolo martello pneumatico. O come il forsennato cranietto di un picchio. Vedete voi con quale metafora vi è più comodo procedere.

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Bled, oltre ad essere un luogo ricco di interessanti soluzioni ricettive e un paradiso gastronomico, è anche una specie di romanzo fantasy. Vi basterà inerpicarvi su un roccione a strapiombo sul lago, infatti, per godervi il castello, le sue numerose attrazioni e il mirabile panorama. Mettetevi delle scarpe coi gommini, che c’è una salita ciottolata con una pendenza del 48%.

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Il castello di Bled è un luogo sorprendentemente vivo e divertente da esplorare. Si può visitare un piccolo museo che narra la storia del lago, di Bled come località di villeggiatura, del maniero stesso e dei primi abitanti della valle – ossa preistoriche comprese. C’è la bottega di uno stampatore – che pialla a mano tutti i souvenir cartacei – e un allegro frate che vi insegnerà a imbottigliare. Sulla fucina del fabbro, poi, sono stata inevitabilmente travolta dai ricordi e mi sono messa a strillare in mezzo alla corte SONO BASTILANI E BATTO IL FERRO! A cinque metri, purtroppo, c’era un servizio fotografico nuziale in corso. Nonostante la neve e il freddone, la sposa vagava pacifica in bolerino in finto pelo di dalmata e sandali con gli strass. Lo sposo, un tipo spericolato, ha eseguito un Cassina II sul parapetto a strapiombo sul lago. In maniche di camicia. E noi là, ad abbracciare stufe di cobalto.

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Non paga, sono stata utilizzata per svariati minuti come posatoio per una serie di fiocchi di neve assolutamente PERFETTI. Fiocchi di neve a forma di fiocco di neve. Fiocchi di neve da manuale dei fiocchi di neve. Fiocchi di neve STANDARD. Intanto che ci siete, vi inviterei altresì a notare la completa assenza di doppie punte al termine della mia esuberante chioma.

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Vedendoci un attimo deperiti, la famiglia Jezersek ha deciso di offrici il pranzo nel ristorante del castello. Correggetemi se sbaglio – o se solo io ho avuto sfiga nella vita – ma è molto difficile trovare qualcosa di dignitoso da mangiare all’interno di un luogo “turistico”. Siamo sempre portati a pensare che i posti veramente validi siano infrattati in qualche vicolo, lontani dalle attrazioni più frequentate e difficilmente individuabili dalle mandrie di cinesi col selfie-stick. Visto che nulla di tutto questo – dal punto di vista funzionale ed economico – ha alcun senso, i Jezersek hanno deciso di inaugurare un locale stupendo nel cuore del castello. Vista spettacolare, cucina slovena e comodità massima. Credo sia stato il mio momento-cibo preferito, ma dell’intero weekend proprio.

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Travolti dalla digestione e piuttosto spaventati da una bufera di neve sempre più robusta, ci siamo lungamente interrogati sull’opportunità di attraversare il lago su una barchetta a remi per raggiungere il famigerato isolotto, inerpicarci su per la scalinata di pietra e suonare la campana della chiesa per tre volte (nella speranza di veder esauditi i nostri più reconditi desideri). I nostri accompagnatori sloveni, per nulla intimoriti dal clima, ci osservavano perplessi. Che insomma, la nevicata è bella, ma non voglio fare la fine di Leonardo Di Caprio che annega nel mare ghiacciato. Dopo un dibattito fondamentalmente basato sul “E quando ci ricapita più? Pensate a Instagram!”, abbiamo sfidato la neve e ci siamo issati sul barchino… con risultati a dir poco fiabeschi.

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Questo cigno, che il cielo lo spenni, ha affabilmente accompagnato all’attracco ogni singola imbarcazione e si è lasciato festosamente fotografare da 57 persone. Quando finalmente è arrivato il mio turno, ha allungato il collo e mi ha beccato uno stivale. Solo a me. Ma che gli avrò mai fatto. Io non dimentico, cigno. Sono rancorosa come Stalin. Tornerò a cercarti!

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Per pianificare al meglio la mia vendetta subacquea ai danni del malefico cigno, ho trascorso la serata a mollo in una vasca termale d’acqua calda. Incredibile ma vero, l’acqua calda con le bolle ti culla e ti assiste nella digestione. Volete poi mettere la soddisfazione di vagare nudi per un hotel di lusso alle undici della sera?

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L’ultimo giorno del nostro felice tour è cominciato in maniera drammatica. Alle 7 della mattina ero già davanti al pulmino. Vestita, colazionata, valigiata e pronta a partire. Un trauma devastante. Non ho neanche avuto la forza di mettermi le lenti a contatto. Cioè, così presto non mi vanno su. È impossibile. M’acceco, piango, mi soffio il naso e soffro.
Armata di occhiali, in preda all’atavico dubbio del “mi sarò dimenticata qualcosa a Bled?” e in terrificante deficit da caffeina, mi sono improvvisamente ritrovata di fronte al castello più assurdo mai costruito dall’uomo.

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La fortezza di Predjama fu strambamente edificata dal prode Erasmo (da Predjama) per difendersi dai numerosi nemici che perseguitavano la sua esistenza. Del tutto immune dai reumatismi e poco bisognoso della compagnia degli altri esseri umani, Erasmo trascorse buona parte della sua vita asserragliato nel castello, un folle ibrido architettonico tra montagna e maniero. Il castello è un po’ appiccicato alla roccia e un po’ scavato nella montagna. L’interno è una specie di labirinto in cui, all’improvviso, ci si può trovare col cielo sopra la testa o al sicuro sotto decine di metri di sasso. Ogni due metri c’è una botola che conduce al centro della terra e, in generale, non c’è angolo immune dal muschio e dagli spifferi. La sicurezza prima della comodità. La pancia del castello è una grotta oscura e scoscesa che culmina in un pozzo d’acqua freschissima, risorsa fondamentale in caso d’assedio. Io, francamente, mai al mondo avrei pensato di poter vagare in un posto del genere. Meraviglia totale.

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Poco distanti dal confine italiano, siamo stati attaccati da una schiera di Nazgul urlanti. Sprovvisti di un adeguato equipaggiamento da battaglia, abbiamo deciso di metterci al riparo, rifugiandoci nelle oscure miniere di Moria che – per comodità e affabilità – i contemporanei hanno scelto di chiamare *grotte di Postumia*.
I 24 chilometri e passa di gallerie carsiche di Postumia sono una sorta di prodigio geologico di inestimabile valore scientifico e un’attrazione turistica a tutti gli effetti da circa 200 anni. Nobildonne col cappellino e signori con le ghette le visitavano in carrozza sin dagli inizi del Novecento. Pietro Mascagni vi eseguì, nel 1929, due grandi concerti sinfonici e, in tempi più recenti, la Sala da Ballo – una gigantesca caverna a volta piena di lampadari di cristallo – è stata usata per ricevimenti, matrimoni e trasmissioni televisive (tipo The Bachelor… Maria, segnatelo). Nelle grotte si entra con un trenino, tipo Indiana Jones e il Tempio Maledetto. Dopo un primo tratto sulle rotaie (coi vagoncini che sfrecciano in mezzo a stalattiti e stalagmiti, mentre vi sgocciola in testa della roba ad ogni curva), si passa alla visita a piedi, che credo somigli molto a un giro su un altro pianeta – un posto strambo, dove ogni soffitto è una distesa di latte sgocciolante e la pietra sembra tessuto – o a un angolo remoto e oscuro della Terra di Mezzo.

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Io ho provato a fare qualche foto, ma sembrano tutte delle incomprensibili composizioni astratte.
Comunque.
Oltre al giro nelle profondità della terra, vi consiglio molto anche il museo, che non è affatto menoso e che, oltre ai prodigi della geologia, ricostruisce anche la storia decisamente romanzesca dell’esplorazione e della progressiva apertura al pubblico delle gallerie. Al museo, per esempio, ho imparato che le grotte di Postumia ospitano anche una florida fauna ipogea – tanto per dimostrarci che la vita può trionfare dove meno ce lo aspettiamo. Oltre a scarafaggi albini, vermi trasparenti e grilli orbi, a Postumia vive anche il proteo. Il proteo è questa bestia qui:

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Il proteo, tecnicamente, è un pesce. Solo che somiglia all’infausto incrocio tra un pene e un pitone candeggiato. E ha pure le manine. Nemmeno la nostra guida, un signore che ha scortato su e giù per Postumia anche l’Imperatore del Giappone in persona, ha saputo fornirci un’adeguata spiegazione zoologica sulle folli origini del proteo che, alla facciazza nostra, è anche riuscito a riprodursi. I protei di Postumia che depongono per la prima volta le uova hanno scatenato l’interesse e l’entusiasmo dei media sloveni, che ne parlano pure al telegiornale. Da un pesce dall’aria così spiccatamente fallica non mi sarei aspettata nulla di meno ma, a quanto pare, nessun proteo aveva mai figliato in condizioni osservabili dall’uomo, il che rende l’evento qualcosa di raro, favoloso e biologicamente molto rilevante.
Caro proteo… che dire.

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E con l’immagine suppergiù spaventosa di un pallido pene natante concludo le mie cronache slovene, rovinandovi probabilmente tutta la magia.
Portate pazienza, come sempre.
Vorrei ringraziare ancora una volta i Sava Hotels per l’ospitalità che hanno voluto accordarci e che, guarda un po’, potrà essere estesa anche a un fortunato vincitore, che potrà aggiudicarsi un weekend nei posti belli che vi ho confusamente raccontato. Come? Fatevi un giro qui e votate per il vostro BLOGGHER preferito. Tipo me. Ma così, lo dico solo per darvi un suggerimento spassionato.
In bocca al lupo… e cuori proteiformi a voi!
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Partiamo immediatamente dal seguente presupposto: la pizza è una cosa seria.
Con la pizza non si scherza.
La pizza sfama, salva e consola.
La pizza unisce i popoli e genera involontariamente movimenti artistici.
Hai cambiato quartiere? Non potrai sentirti definitivamente a casa finché non avrai trovato una pizzeria che ti soccorra nei momenti di difficoltà, carestia e disorganizzazione alimentare.
Trovare un pizzaro fidato è importantissimo. Ed è anche incredibilmente difficile. Prima di individuarlo – cosa che vi consentirà di affrontare la vita con maggiore serenità -, sarete costretti a masticare pizze gommose, pizze unte, pizze bruciacchiate, pizze crude, pizze col formaggio che puzza di piedi e pizze con su la rucola molle. È un processo ingiusto, triste e difficile – e anche problematico dal punto di vista digestivo -, ma non potrete in alcun modo sottrarvi all’imprevedibilità degli ESERCENTI in grado di consegnare cibo a casa vostra. E a nulla servirà chiedere consiglio ai vostri amici. Ameranno, immancabilmente, un pizzaro che a voi farà schifo all’anima.
Dopo due felici anni trascorsi a quarantacinque secondi di distanza – scale del condominio comprese – da una pizzeria napoletana con forno a legna e certificazione DOCGTOPSTRAFAV elargita da San Gennaro in persona, mi sono trasferita non lontano dalla Darsena. Che è bella, per carità. Tutta piena d’acqua e di papere grasse, super riqualificata e brulicante di vita, ma completamente priva di pizzari collaudati e fidati. Da un anno e passa – malgrado i nostri sforzi -, viviamo quindi nella precarietà e nell’indecisione, in uno stato di SPIZZAMENTO che ci costringe, di volta in volta, ad accontentarci di pizze sub-ottimali o a lanciarci in esperimenti immancabilmente fallimentari.
Partendo da questi presupposti, lo sbarco di Domino’s Pizza a Milano non è stato per me fonte di particolare consolazione.
Capirai. M’è proprio cambiata la vita. Che culo, la pizza con l’ananas. Festa grande. Sciaboliamo.

E INVECE.

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Domino’s Pizza, precisiamolo, non m’ha regalato né soldi né viveri, ma sento comunque il bisogno di parlarne bene. Perché sono adorabili.
Tanto per cominciare, il sito è incredibilmente rassicurante.
Che puoi fare? Puoi scegliere delle pizze già assemblate per te – pizze normali, pizze estrose, pizze strambe, pizze comprensibili. Pizze, comunque, in un numero ragionevole. Non si sa bene il perché, ma le pizzerie che ti riempiono la cassetta della posta coi loro volantini (immancabilmente impaginati da un troll con la congiuntivite) hanno almeno centordicimila pizze diverse da proporti. Amici, sono troppe. Non le sapete fare nemmeno voi tutte queste pizze. Ma chi volete convincere? Fatene 6, ma provate a farle buone. Non ci serve una pizza con la besciamella, il tuorlo d’uovo, le quaglie intere e le crocchette di patate. È troppo estrema. Già è un miracolo trovare una margherita commestibile, figurati se mangio una pizza con su delle quaglie.
Comunque.
Domino’s offre una ragionevole selezione di pizze serene e normali. E ti permette anche di creare la tua pizza. Ma in una maniera flessibilissima. Ti piacciono due robe che, insieme, farebbero obiettivamente ribrezzo? Che problema c’è. Puoi chiedere a Domino’s di cospargere di olive la metà sinistra della tua pizza e di imbottire la metà destra di salame piccante. Se non te ne frega niente, invece, puoi anche esigere che ingredienti di ventisei tipi diversi vengano distribuiti a pioggia sulla superficie complessiva della tua pizza.
La faccenda veramente bella, però, è il tracker. 
Domino’s ci mette un quarto d’ora spaccato a portarti da mangiare. E tu sai esattamente che cosa diamine sta succedendo al tuo cibo. Verrai informato sulle condizioni funzional-materiche della tua pizza – la stiamo impastando, la stiamo cuocendo, la stiamo analizzando per capire se è tutto a posto – e saprai anche chi è che se ne sta occupando. Fabrizio, io non ti conosco, ma volevo dirti che m’hai sempre preparato delle pizze buone. Grazie, Fabrizio. Io non so chi sei, ma sento di volerti bene. Fabrizio, ti abbraccio. Sei il mio pizzaiolo. Viva Fabrizio.

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Alberto, pure tu mi stai simpatico. La consapevolezza del tuo arrivo – in un preciso momento della storia – mi ha permesso di raccattare in tempo i bicchieri e i tovaglioli, superando con successo quella fase di panico e disorganizzazione che travolge gli abitanti di una casa tra il suono del campanello e l’effettivo arrivo della pizza. È come se nessuno credesse mai che la pizza sta arrivando davvero. Te ne freghi finché non ti citofonano e, in quel momento – e solo in quel momento -, t’accorgi che non ti sei lavato le mani, che ti scappa la pipì, che hai perso il portafoglio, che hai il gatto che dorme sul tavolo e che Amore del Cuore sta cantando sotto la doccia. Con Alberto, nulla di tutto questo accadrà più. Alberto è partito alle 20.25: prepariamoci ad accoglierlo.

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Sono in pace, gente.
Ho trovato la mia pizzeria.
Non saranno napoletani veraci che cantano serenate alle mozzarelle di bufala, ma non potrebbe stracciarmene di meno. Ho Fabrizio, Alberto e un casino di certezze… crosticina croccante compresa.
Un giorno, magari, Domino’s avrà anche la bontà di spiegarmi per quale motivo i suoi cartoni hanno quella forma bizzarra. Deve sicuramente esserci una ragione interessantissima e lungimirante. Nel frattempo, salutatemi Fabrizio. E dategli un aumento.

 

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Tegamini, vorremmo portarti in Slovenia. Abbiamo organizzato questo viaggio a base di posti belli, roba seria da mangiare e coccole alla spa. Cosa dici, ci sei? In circostanze del genere, mica puoi fare l’antipatica. Chiedi due giorni di permesso, ti depili sommariamente i cosciotti, butti cose a caso in lavatrice e prepari la valigia. E, per magia, ti ritrovi su un treno alle 8 e mezza del mattino, in un giovedì che – normalmente – sarebbe stato un interminabile trionfo di rotture di coglioni.
Da un BLOGTOUR non sapevo bene che cosa aspettarmi. Voglio dire, io sono una che prova a raccontare delle cose, ma non ambisco certo a trasformarmi all’improvviso in una Lonely Planet glitterata o in un’integerrima fonte d’informazioni pratiche e utilissime. Le mie foto su Instagram sono una stramba accozzaglia di gatti che dormono a pancia per aria, tortelli con la coda e libri buttati sul tappeto che mi ha regalato mia suocera. Non ho neanche ben presente dov’è Pescara, figuriamoci se so com’è fatta la Slovenia. Insomma, ansia. Chissà che sanno fare, questi travel-blogger. Quale sarà il loro equipaggiamento. Come si vestiranno. Di che si parlerà. Sarà gente in grado di spiegare al mondo come si sale su un elefante e come ci si destreggia in una foresta di mangrovie. E io là, col foglio delle ferie in mano, un paio di calzettoni di spugna sottratti ad Amore del Cuore e un caricabatteria portatile che somiglia a un Tampax gigante. Che cosa volete che ne sappia di come si fa. I travel-blogger, si è poi scoperto, sono persone molto tenere e affabili… infinitamente più organizzate di me, ma per nulla minacciose.
Ma chi c’era, alla fine?
Sono partita con Rossana di Vitasumarte – che amavo tantissimo già da prima e che ringrazio molto per aver reso l’intera impresa decisamente più rassicurante, spingendosi addirittura a conferirmi il titolo di elfo – e la dolce Anna di Travelfashiontips – più la sua grossissima valigia rosa dal peso specifico dell’isotopo 249 del berkelio. Alla stazione di Mestre abbiamo raccolto anche Teresa di Cosebelle – a Teresa, secondo me, bisognerebbe al più presto dedicare un qualche tipo di culto -, Georgette di Girlinflorence – il sorriso più smagliante del Texas e un superocchio per i dettagli cuorosi – ed Elisa e Luca di Tiprendoetiportovia – organizzazione militare, preparazione massima, Reflex gigante e un’autentica vocazione per la cronaca in presa diretta.
Bene. Ora che ci siamo tutti, direi che si può partire.

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Il nostro viaggio è cominciato da Vipava, cittadina verdeggiante poco lontana dal confine italiano e nota per l’esuberanza del suo fiume (che, in pratica, è tutto una sorgente) e delle sue produzioni vinicole. La Slovenia, a quanto pare, è un tripudio di microclimi e terreni avvincenti. Ed è proprio questa grande varietà dei suoli e delle condizioni atmosferiche a consentire la crescita di vitigni differenti che, a loro volta, vengono utilizzati per la produzione di vino buono e interessante. Oltre alla solita roba che abbiamo noi, in Slovenia si possono bere due rispettabilissimi bianchi autoctoni, la pinela e lo zelèn. Perché ne sono al corrente? Perché ci siamo fermati alla Vinoteka di Vipava a tirarcene giù svariate bicchierate.

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Oltre a coltivare un alcolismo di qualità, la Slovenia vi incoraggia ad intraprendere passeggiate romantiche lungo il corso di fiumi, torrenti e specchi d’acqua immancabilmente costeggiati da argini pieni di piacevoli punti di ristoro. Per gli amanti dell’aneddotica, poi, i fiumi sloveni sono ricchi di leggende. A Vipava, per dire, c’è la storia di una specie di Robin Hood che s’era andato a nascondere in una delle grotte-sorgente del fiume, facendosi beffe degli sbirri locali finché poi qualcosa non andò terribilmente storto. In tutta sincerità, ad un certo punto mi sono persa. Spiovigginava e stavo cercando di aumentare a bomba la saturazione di queste foto, ma mi ricordo che nella storia c’erano anche delle fragole. Caverne, sorgenti, fragole e banditi. Io a Vipava ci andrei solo per questa leggenda sconclusionata, poi vedete voi.

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Visto che il muschio è carino, ma mangiare è meglio, ci siamo volenterosamente diretti al Kamp Vrhpolje. In Slovenia, per la cronaca, può capitare che una famiglia decida di prendere la fattoria che abita da generazioni e di trasformarla in un campeggio. Basta un giardino verde, un solido senso dell’ospitalità, un po’ di spirito d’avventura e la capacità di sconfiggere la coriacea e labirintica burocrazia slovena. Per raccontarci tutto, la radiosa e adorabile Karolina ci ha chiusi in cantina e ci ha offerto un pranzo super tradizionale a base di zuppa (quanto vorrei rammentarmi come si chiama, ma so solo che era ottima e che c’erano dentro delle verdure fermentate tipo crauti, dei fagioli e dei salsiccioni), vino (ognuno si è scelto la sua botte e se l’è spillato) e tortina formaggiosina con zucchero e uvette.

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Svariati chilometri più tardi – trascorsi russando pacificamente, in barba alle numerose buche che popolano le autostrade locali -, ci siamo ritrovati a Ptuj, la più antica città del paese. Fondata dai romani chissà più quando, Ptuj, ai tempi, si chiamava PETOVIONA ed era un fiorente polo commerciale e militare dell’impero. Oggi è una pacifica destinazione termale, con un centro storico elegante e curioso, molto incline ad ospitare botteghe artigiane – vi consiglio caldamente le adorabili pantofole fotoniche di Sabina Hameršak -, boutique del vino – come quella di Bojan Kobal, che ci ha ospitati per una specie di dotta e graditissima conferenza alcolica di benvenuto – e festival estivi dedicati alla poesia.

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Il nostro campo-base a Ptuj è stato il Grand Hotel Primus, destinazione obbligata per ogni generale che si rispetti – e pure per le numerose ancelle del suo seguito. L’albergo, oltre ad essere vicino a un parco acquatico termale di dimensioni ragguardevoli, ha anche una spa molto favola a tema romano. Colonnati e piscine, mosaici da tutte le parti, candele, saune di centodue tipi diversi e allegri mostri marini.

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Ho passato una mattina intera a mangiare fragole in una vasca idromassaggio… e mi sono spostata solo perché era arrivato il mio turno per fare i massaggi. Sono stata ricoperta d’olio profumato da un signore altissimo coi baffi che ha passato mezz’ora a impastarmi come una Pagnottella del Mulino Bianco. Ha anche coraggiosamente tentato di massaggiarmi la pianta del piede sinistro, ma sono scoppiata a ridere e gli ho quasi mollato un calcione in faccia. Col destro, visti i risultati, ha lasciato perdere. Non so bene come, ma ad un certo punto ci siamo anche ritrovati a cenare su un vasto cuscinone morbido con addosso toghe di varia foggia, con gente che continuava a versarci da bere e spandere petali al nostro passaggio. Sono quelli i momenti in cui ti domandi perché, invece del piffero e della pianola, a scuola non s’insegni a suonare la cetra.
Anche se sarebbe assai meglio evitare, qua ci sono io – soave e luminosa (grazie al filtro SOGNO) – con la toga. Poi uno si chiede perché non m’invitano alla Fashion Week.

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Convinti di non averci nutriti e coccolati a sufficienza, i nostri premurosi anfitrioni hanno anche deciso di farci provare l’ottimo menu Be Fit, studiato appositamente per la gente che – dopo aver trascorso una benefica giornata termale – non trova corretto ordinare un tacchino ripieno… ma neanche crepare di fame.

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Nutriti e massaggiati, ci siamo nuovamente issati sul pulmino per proseguire nelle nostre esplorazioni. Dopo un nuovo episodio di comatosa e impenetrabile narcolessia, mi sono ritrovata ai piedi del gelido ma glorioso castello di Celje, una riproduzione a grandezza più che naturale di Grande Inverno – ma senza metalupi e con un panorama più incoraggiante, nonostante il sole non si sia mai degnato di palesarsi nei quattro-giorni-quattro che abbiamo trascorso in Slovenia. Per sconfiggere il clima infausto, ho deciso di consolarmi usurpando un trono.

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La città di Celje è un posticino davvero degno di un’esplorazione approfondita. Oltre a gigantesche biblioteche che brillano nella notte, cattedrali, resti medioevali, strade romane perfettamente conservate e un centro storico vispo e allegro, Celje è il rifugio privilegiato per artisti e fotografi, che vivono e lavorano gioiosamente in un imprevedibile mini-quartiere con annessa galleria per le mostre collettive – più una balena di cartapesta (dal manto zebrato) che riposa serena in mezzo al cortile. In pratica, se dipingi e cerchi uno studio, puoi insediarti a Celje pagando un affitto simbolico e offrendo la tua arte alla comunità. Se non v’ho ancora convinti, poi, lì nel quartiere degli artisti c’è pure un bar fantastico. Noi non ci siamo fermati a bere, ma siamo andati a rompere i coglioni a due distinti pittori, rovinando irrimediabilmente il più alto momento d’ispirazione della loro esistenza.

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E, per il primo pezzo del weekend, direi che ci siamo. Nel prossimo post ci trasferiremo a Bled, esploreremo le miniere di Moria, visiteremo altri due castelli – più o meno scavati nella roccia -, malediremo i cigni e ci abbandoneremo a momenti di folle e fulgidissimo FOODPORN.
Nel frattempo, se vi va di vincere un weekend in Slovenia tipo quello che sto raccontando – o magari pure meglio del mio – potete correre a votarmi qui: http://bit.ly/1VBM6PJ. I Sava Hotels si premureranno di ospitarvi (insieme alla vostra persona preferita) in una delle loro strutture termali, amandovi quanto hanno amato noi. C’è tempo fino al 20 marzo. Vi auguro di vincere, ma con tutto il cuore. Son bei posti.