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Arrivo con la consueta tempestività – così fulminea che è già uscito il seguito, La malacarne -, ma pigliatemi come sono. La malnata di Beatrice Salvioni (in libreria per Einaudi Stile Libero) è stato un esordio lavorato e comunicato assai bene e uscito in cento traduzioni praticamente all’istante.
È una storia lontana nel tempo – siamo a Monza negli anni del fascismo e dei primi slanci bellico/coloniali – ma raccontata principalmente attraverso un’amicizia sghemba
e un legame adolescenziale più forte di ogni circostanza avversa, pregiudizio provinciale e disparità socio-economiche. Francesca è figlia di una famiglia distinta – anche se meno ricca di un florido “prima” – e Maddalena, la Malnata del titolo, è figlia di una serie di disgrazie di cui viene per comodità ritenuta responsabile. Francesca è stata addestrata a diventare una signorina a modo che non produce chiacchiere e non fa fare brutta figura alla sua famiglia, mentre l’altra gira scalza in riva al Lambro e risponde a una bussola morale decisamente meno allineata ma solidissima. Diventano amiche per far esistere questo romanzo, che trotta al passo delle loro ginocchia sbucciate.

Non si sa chi addomestichi chi, ma vederle costruire un fronte di coraggio comune ne infonde anche un po’ a noi – e anche a me, che tollero poco e male le bambine magico-ribelli e le bambine timorate e obbedenti. È una dinamica che abbiamo già letto, ma il contesto circostante aiuta a renderla viva, con una manciata di personaggi che non saranno tredicimila ma riescono a ritagliarsi un senso e un po’ di cuore nell’economia generale della storia. A me non frega niente di acchiappare le lucertole o di rubare le oche, ma si tifa sempre per chi ci vede meglio di noi e la paura ce la fa dimenticare almeno per un po’ – anche se quella di crescere resta. 

Siamo qui perché in copertina c’è un casuario e io sono molto sensibile agli animali bizzarri, specialmente a quelli che sembrano discendere per direttissima dai dinosauri teropodi. Il casuario è una sorta di residuato bellico, la colorata scheggia impazzita che sopravvive fra noi senza perdere un briciolo della sua preistorica violenza. Per approfondire, vi rimando a una roba che avevo scritto dieci anni fa e che testimonia un’antica curiosità – che resta inspiegabile, ma pazienza, prima o poi andrò in terapia.

Cosa ci fa un casuario nel romanzo d’esordio di Leonardo San Pietro? Vive sereno in un recinto, nei pressi di una bella villa del torinese, un po’ fuori mano. La villa è di Isa M, il casuario no. Ci sono vicini che tengono pavoni in giardino e cani da guardia a difesa dei confini, ma i vicini Isa M hanno un casuario. Per lei non è più una novità e, in ogni caso, ha altro a cui pensare. Studia lettere e sta per ricevere una quantità spropositata di gente, pronta a radunarsi per festeggiare il suo compleanno. Il più atteso è Ezio, il bel ragazzo universalmente amato con cui spera di avviare una storia non troppo passeggera. Arriva chiunque – compresi gli imbucati e i conoscenti anche molto vaghi -, ma di Ezio non c’è traccia. Al suo posto, si materializza in cucina un pacco-dono con un fatale bigliettino, che recita più o meno così: “Se nessuno toccherà il casuario entro l’una, Ezio morirà”.

Visto che non voglio essere scaricata ai piedi del casuario, eviterò di addentrarmi in snodi e colpi di scena, lasciandovi la pienissima libertà di mescolarvi alla folla. San Pietro, dopotutto, è lì in mezzo che ci deposita e starà a noi prendere le misure. La compagnia è all’apparenza molto buona, ma come ogni agglomerato umano che si rispetti, anche questo microcosmo risponde a leggi profonde. Ogni individualità, qui, approda con un passato, un bagaglio di speranze e un nutrito arsenale di maschere. C’è la vicinanza data da un comune pretesto di ritrovo e c’è una doppia distanza siderale di cui tenere conto: quella che ci separa da chi crediamo di conoscere e quella che ci spacca a metà, per conto nostro. Come il recinto del tremendo pennuto stabilisce un confine tra dentro e fuori, anche la compagnia di Isa M – che si disperde e si ricompone per risolvere il mistero dell’assenza di Ezio – ha sentimenti segreti e identità “di consumo” da amministrare. Una festa è un sistema disordinato e vitalissimo di orbite in cui tutti possono trasformarsi all’improvviso in un nuovo centro di gravità: ancorarsi con tenacia e produrre un legame è la missione fondamentale, per non essere trascinati via dall’estremo vuoto dello spazio. Lo stesso vuoto che, spesso, è il nostro nucleo più sincero.

Ezio è davvero in pericolo?
Qualcuno sa come ammansire un casuario?
Cosa diavolo hanno messo in questo ciotolone di sangria?
Il mondo reale saprà accoglierci?

Festa con casuario – in libreria per Sellerio – è un esperimento corale di splendida stranezza e trappole mortali, di gioie molto pure e tentativi struggenti. Che cosa vogliamo, quando cerchiamo di piantare i piedi nel presente? Qualcuno che ci veda e che sopporti quella rivelazione, spesso molto meno eclatante dell’immagine accuratissima che ci appiccichiamo addosso. Qualcuno che ci mostri un mondo più affettuoso di quello che ci aspetta da grandi. Nella realtà, in effetti, tutti i casuari sono scappati dai recinti e ci inseguono di gran carriera. Il trucco sta nel ricordarsi come sperare – e quello l’abbiamo imparato da giovani, quando ogni festa era anche una gigantesca promessa. Questa storia, penso, mantiene le sue. 

Lo squash è il vostro sport preferito? Ottimo.
Mai v’è interessato? Nessun problema.
Lo squash, in questo romanzo d’esordio, è una sorta di laboratorio emotivo e il campo – con le righe che tracciano la grande “T” del titolo – è il posto in cui si va quando le parole non bastano più. È buffo che per guarire dal vuoto lasciato da un lutto i personaggi superstiti di questa storia – un padre e le sue tre figlie – scelgano di gettarsi a capofitto in uno sport intrisecamente solitario, come parecchi di quelli che si fanno con una racchetta in mano, ma ci si arrangia con quel che c’è e con quello che si conosce. E si provano a rievocare atmosfere felici (o a stancarsi molto) mentre si aspetta che i fantasmi che amiamo ci mandino un segno.

Gopi e le sue sorelle hanno perso la mamma e si ritrovano per allenarsi, un giorno dopo l’altro, sotto l’occhio spento del padre su un campetto alla periferia di Londra. Farle giocare è l’unica cosa che sembra aiutarlo a tenersi a galla e loro lo assecondano, insieme e solissime, colpendo palle a ripetizione nella speranza di ritrovare il ritmo della normalità… o di lasciarsi ipnotizzare. C’è molto di meccanico, negli sport che si fanno con la racchetta, ma esiste uno specifico stato di felice straniamento che si innesca quando ti abbandoni all’automatismo. Si diventa fluidi, si diventa leggeri, ci si dimentica di sé, si fa tutto il giro e forse ci si ritrova.

La voce narrante di T di Chetna Maroo – splendidamente tradotto da Gioia Guerzoni per Adelphi – è proprio quella di Gopi, la più piccola e anche la più brava e promettente in campo. È una voce bizzarra, per una bambina di undici anni. Seria, profondissima, lapidaria. Gopi è una di quelle persone con cui è facile condividere un silenzio, perché chi ha pochi punti di riferimento tende ad ascoltare molto e a cercare indizi. Non che suo padre le offra molti appigli, a parte il salvagente – e l’ossessione – per lo sport. A squash, lì a Londra, sembra giocarci solo chi arriva dal Pakistan o dall’India, come loro. A tener vive le radici c’era la mamma – anche se le tre sorelle non parlavano bene il suo gujarati – e vuole riprovarci la zia, che le vede selvatiche e sperse, lontane dalla comunità e anche da lei, che vive a Edimburgo. Quanto allenamento occorre per crescere quando ti manca un pezzo? Quanta stanchezza serve accumulare per dimenticare? Chi ci aspetterà, quando resteremo indietro?

Bonus track: una chiacchiera di approfondimento – e di rara piacevolezza – con Nadeesha Uyangoda.

 

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La gente di pianura diventa cattiva perché non ha niente da guardare: non c’è un ostacolo naturale capace di creare un limite ai desideri ma la vastità monotona di quello che ti circonda scoraggia l’iniziativa. Insomma, vuoi andare chissà dove perché il paesaggio appare “facile” – e pensi che l’orizzonte ti sia dovuto – ma per strada non ti ci metti perché il potenziale percorso è semplicemente eccessivo. Marta Cai esordisce per Einaudi con Centomilioni allestendo il suo teatro proprio in un’evanescente cittadina di pianura, affidando alle sue “vittime” di finzione il compito di raccontarci l’insoddisfazione, lo stallo perenne di chi molto vuole ma pochissimo crede di poter fare, la claustrofobia assoluta delle radici, della meschinità fatta passare per affetto, della cura come ricatto.

L’unica cosa che Teresa e Alessandro hanno in comune è forse la necessità viscerale di scappare. Lei non concepisce nemmeno la possibilità di comprare un vestito senza la supervisione della famiglia tutta, lui si piace da impazzire e non ritiene che serva altro. Lei ha ben superato i 40, lui ne ha poco più di 20. Lei è una via di mezzo tra una bambina decrepita e una zitella prigioniera, lui non ha mai trovato il modo di farsi prendere sul serio. Entrambi coltivano una sorta di esistenza parassitaria: lei ostaggio dei genitori anziani – “con tutto quello che abbiamo fatto per te non vorrai mica abbandonarci?” – e lui come zavorra per il Vecchio Porco che mantiene la madre. Lei lo ama come ci si innamora di un cantante alle medie… e lui l’ha capito.

Son poche pagine, ma il rancore che ci troverete dentro penso vi basterà per lungo tempo. Più che Teresa – che è una creatura paradossale che può far pena come rabbia – quel che colpisce è l’accuratezza della ricostruzione di quella miriade di grettezze quotidiane, abitudini impermeabili al cambiamento e superbie imbecilli che fanno “paese”… e che sono fin troppo vere. A tenere insieme tutto è l’eterno tema dei soldi: chi ne ha, chi se li merita, chi li butta, chi ne vuole di più, chi fa progetti senza averne, chi non ha nemmeno l’immaginazione per spenderli e chi li conta in tasca agli altri, incessantemente. Cento milioni, pensati in lire per farli sembrare di più – anche perché andranno divisi in tre: ecco il premio per il più mesto degli inganni. Sono pochi? Sono tanti? Non si sa, dipende da com’è il paesaggio di casa vostra. Teresa e Alessandro vivono in pianura. E vivere, per loro, è un debito insormontabile.

Ogni famiglia è infelice a modo suo, abbiamo collettivamente metabolizzato. Una minima infelicità, romanzo d’esordio di Carmen Verde – in libreria per Neri Pozza – è la cronaca secca e precisissima dell’insoddisfazione di una specifica famiglia, di un vuoto civilissimo e agiato, di una diminuzione perenne dell’amore che finisce poi per “personificarsi” in una figlia che sceglie di farsi spettatrice, topolino che si aggira ai margini dei crucci altrui – sempre silenziosi, sempre segreti, sempre senza speranza.

Nipote e figlia di femmine scandalose, troppo vive per essere opportune, “pazze” e nemmeno troppo tacitamente disapprovate dalla brava cittadinanza, Annetta diminuisce di pagina in pagina – un po’ perché non cresce, un po’ perché quello che pensa le spetti è poco e un po’ perché sua madre non c’è mai quando dovrebbe, non la ripara dalle ingiustizie più stupide e grette, non le lascia nemmeno immaginare un paesaggio in cui correre da sola (su gambe lunghe e forti).

È un esordio insolito e molto ben eseguito, misuratissimo e pieno di crudeltà tristi. Somiglia a un pezzo di musica da camera che si ascolta bene ma da studiare è un baratro di difficoltà o a un quadro piccolissimo ma zeppo di dettagli che in mezzo centimetro di tela lasciano intravedere un “oltre” sconfinato – ma noi siamo prigionieri di quella cornice, come Annetta, come sua madre.