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Ciao Trentino, che bello tornare a girovagarti. La nostra precedente esperienza estiva era già stata particolarmente felice. Siamo stati due settimane a Moena con l’infante, che al tempo viaggiava verso i due anni e saettava in giro come una capretta impazzita. Ci siamo arrampicati ovunque spingendo con coraggio un passeggino da trekking e sonnecchiando nell’erba quando anche lui si addormentava. Ora che va per i quattro – e che cammina come un piccolo bersagliere – ci siamo cimentati in una serie di percorsi diversi, approfittando dell’ospitalità della Val di Fiemme e dell’attenzione sempre assai spiccata che ogni meta riserva anche ai visitatori più piccoli.
Vista la felicità che abbiamo sprigionato, ecco qua una guidina che riassume un po’ quello che abbiamo visto, fatto e mangiato nei nostri 3 giorni e rotti di permanenza.
Procedo!

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CAMPO BASE

Panchià – Hotel Rio Bianco

Comodo per gli spostamenti ed estremamente cuoroso – a cominciare da Lara, la proprietaria. C’è un bel giardino con piscina esterna e sdraio qua e là, più vasca riscaldata e sauna (in una botte gigante da villaggio Hobbit). Parco giochi in un giardino B, piscina interna e parcheggio dedicato. La nostra stanza affacciava direttamente sul prato e in camera avevamo una spa mignon, con cabinetta per la sauna e vasca idromassaggio gigante – entrambi gli elementi si sono rivelati assai piacevoli e propizi e SIGNORA MIA CHE BENE CHE SI STA.

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PARCO DI PANEVEGGIO

Che si può fare? Parecchio. Noi abbiamo esordito con un saluto ai cervi che pascolano e galoppano. Un sentierino costeggia il loro territorio e lo si può percorrere fino al Centro Visitatori, da cui parte un circuito di diverse passeggiate.

Il sentiero che abbiamo collaudato – sia due anni fa che a questa nuova visita – è il Marciò. È un anello pianeggiante che vi permetterà di addentrarvi nella foresta e di superare diversi ponti arrogantissimi. A tal proposito, il ponte sospeso sulla Forra del Travignolo è senza dubbio il più spettacolare. Se volete spararvi tutto il Marciò, ci vogliono un paio d’ore (a passo di bambino curioso che si ferma ogni dieci secondi a guardare pure i licheni), ma se volete anche solo cimentarvi col ponte sospeso, basta imboccare l’anello al contrario – la Forra è alla fine.

Passeggini? Partendo dal presupposto che col passeggino da trekking andate sempre sul sicuro, il Marciò si può fare anche con un passeggino “normale”, nella foresta c’è più terriccio compatto che ghiaia. Il ghiaietto è più problematico vicino al sentiero dei cervi e lì un po’ potreste smadonnare.

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ALPE LUSIA – BELLAMONTE

Cesare in visibilio dal minuto uno. La cabinovia si prende dalla Località Castelir e tutto quello che si trova in cima è una specie di gioia generalizzata naturalistico-ludica. Se vi va di rendere più interessante la salita, aspettate l’ovetto numero 73: ha il fondo trasparente e risponde all’adorabile nome di NIDOPLANO. Creerà aspettative devastanti nei vostri figli, che a ogni impianto vorranno vedere cosa succede sotto, ma penso riuscirete a gestire la faccenda.

Scendendo alla stazione intermedia, potrete liberare la prole al Giro d’Ali, un parco giochi acquatico che, oltre a fornire intrattenimento, è pure circondato da un percorsino formato da diverse stazioni che puntano a insegnarci qualcosa sulla fauna svolazzante delle Dolomiti.
Il Giro d’Ali, in pratica, è un corroborante ruscelletto intervallato da diverse pozze e attività. Termina con un laghetto che ospita una zattera semovente e, in generale, è popolato da bestioline osservabili da vicino – girini che si trasformano gradualmente in rane? ECCO QUA.
C’è anche una pista sonora per biglie in legno che vi farà ben comprendere perché per fare i violini usano gli alberi del Trentino.

Consigli pratici: asciugamano e cambio. Il Giro d’Ali è divertente se i bambini possono sguazzare. Cesare è partito semi-vestito e ha concluso le operazioni in mutande, reclamando il permesso di adottare una rana adolescente. Se anche voi volete rilassarvi nei dintorni dell’area-gioco, il pendio è fornitissimo di piattaforme di legno e sdraione ondulatone di rara piacevolezza.

Vi è venuta fame? Non c’è problema. Riprendete la cabina, arrivate fino in cima e seguite le indicazioni per la Baita Ciamp de le Strie. In una mezz’oretta – considerando sempre la velocità di crociera di un bambino che si ferma a conversare con ogni sasso che incontra – arriverete a un rifugio a dir poco fiabesco, corredato di terrazzona panoramica. Il sentiero è super ameno, molto scenografico e anche facile, l’unico pezzetto di salita “vera” è quello conclusivo, brevissimo.
Al Ciamp si mangiano ottime specialità. Consiglio con veemenza gli spatzle allo speck e i canederli.

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LATEMAR – MONTAGNANIMATA

Qua in cima ci si può passare anche una settimana intera, credo. Le attività sono numerosissime. Si prende la cabinovia da Predazzo (l’impianto Predazzo-Gardoné) e si arriva al campo base della Montagnanimata. Cosa si può fare? Di tutto. Ci sono sentieri tematico-didattici per diverse fasce d’età. Noi, con una creatura di tre anni, ci siamo specializzati in fiabe e draghi. Volevamo imbarcarci anche nel percorso del Pastore Distratto o del Dahù, ma temevamo di stancare troppo l’infante. Per i bambini più grandi c’è anche il Geotrail, che pur non risultando pesante a livello cognitivo, ha un’impronta più didattica a tema geologico.

Comunque. Funziona così: la Foresta dei Draghi è bella e percorribile anche senza supporti aggiuntivi, ma di sicuro diventa più divertente e “ricca” se vi fate aiutare da uno dei librini. Tutti i sentieri della Montagnanimata sono corredati da storie illustrate che utilizzano quello che oggettivamente c’è sul sentiero per costruire una sorta di caccia al tesoro narrativa. Il libro racconta una storia e voi ci camminate dentro, seguendo gli indizi e intortando sapientemente il vostro bambino. Cosa si vede, oltre al panorama? Ci sono uova di drago, falene mitologiche, ali, denti, ossa. Noi abbiamo letto la storia di Rogos, ma i draghi disponibili a farvi da guida sono una vasta schiera. Nota rilevante: Cesare si è invasato. Già di suo è un virgulto propenso a farsi leggere cose, ma in tutta onestà siamo rimasti sorpresi dalla sua accorata partecipazione. Una volta arrivati al termine del sentiero – e se avrete seguito tutte le istruzioni del libro prescelto – ripassate al chiosco delle informazioni per ritirare un piccolo premio e riscuotere un doveroso timbrino.

Sempre all’arrivo della cabinovia, troverete anche il portentoso Alpine Coaster. In pratica sono montagne russe. In montagna. INCEPTION. È bellissimo. Vi caricano su un carrellino, vi issano su un cucuzzolo e via, potete fiondarvi giù. La possibilità di poter governare autonomamente il vostro carrellino biposto è salvifica: AVETE I FRENI. Dato il mio proverbiale coraggio, li ho azionati con grande generosità. Potete scegliere se andare a cannone (evitando di tamponare chi se la sta prendendo più comoda) o se procedere con grande calma per godervi il panorama.
Nota pratica: se i vostri figli sono più bassi di 105 cm non possono salire. Non fate l’errore che abbiamo fatto noi. DAI CESARE SALIAMO SU QUEST’AFFARE STUPENDO! Ah, no. Sei troppo basso. Lacrime.

Per godere di un superbo panorama, prendete la seggiovia per Passo Feudo. In cima c’è un rifugio per mangiare qualcosa beandovi della vista. Per i camminatori più carrozzati, da lì partono anche sentieri assai appaganti. Noi, disponendo di un bambino piccolo e non di Paolo Cognetti, ci siamo limitati a bere un grappino.
La seggiovia è praticabile anche da chi è stato ripudiato dall’Alpine Coaster.

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CENE

Di mio, preferisco non cenare in albergo perché mi piace avere occasioni aggiuntive esplorazione. E i dintorni di Panchià – per quanto costellati di autovelox – si sono prestati parecchio.

Tito – Il maso dello speck

A Daiano, a pochi minuti da Cavalese. Istituzione culinaria locale, dotata anche di portentoso spaccio dove acquistare prodotti tipici di varia prelibatezza. Si mangia all’interno, ci si nutre e si bevono distillati e birrone nei tavoli fuori, ci si può aggirare nei dintorni e i bambini hanno a disposizione un parco giochi di rara estrosità architettonica, tutto di legno. Senza ombra di dubbio la serata più piacevolona della vacanza.

Ristorante Miola

Strada che si arrampica nel bosco con bonus-track tramonto dalla terrazza. Il maso appartiene dagli anni ’50 alla stessa famiglia, che continua a gestirlo e a preservarne le tradizioni. Anche qui, deliziosi piatti tipici preparati con ingredienti locali e un’ottima selezione di vini altoatesini.

E se piove?
Non siamo riusciti a goderci a pieno l’itinerario che avevamo previsto per il Cermis, ma abbiamo salvato la giornata con un pranzo “lungo” al Maso Corradini, altro punto di riferimento solidissimo. Gestito dalla famiglia Corradini dagli anni ’70, è stato uno dei primi agriturismi aperti in Trentino. Oltre al ristorante e ai terreni limitrofi – il giardino è bellissimo -, si può scorrazzare per il celeberrimo lamponeto e si può visitare l’azienda agricola. Bambini che guardano caprette, mucche, galline, coniglietti: a posto. Se non basta, c’è pure il parco giochi – Cesare ha deciso di andare a convivere nella casetta con una bambina di nome Maria Vittoria. Non lo biasimo, Maria Vittoria era molto simpatica.

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Un suggerimento pratico: chiedete al vostro albergo di attivarvi la Fiemme Guest Card. Ci sono un sacco di agevolazioni e sconti sul fronte dei trasporti, degli ingressi e – aspetto fondamentale – dei biglietti degli impianti di risalita.

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Se capiterete da quelle parti, fatemelo sapere. E alla sera portatevi una felpetta, che grazie al cielo FA FRESCO.
Spero di aver sprigionato dell’utilità per le vostre meritatissime ferie. :3

Uno dei più grandi fraintendimenti che perseguitano Amore del Cuore da anni è il seguente: a Marco piace un casino fare la spesa. Cioè, al supermercato si diverte proprio. Adora andare a fare la spesa, ci passerebbe i secoli.
A furia di sentirmelo ripetere da mia cognata e da mia suocera – che si fregiava (giustamente) del supporto del figlio maggiore quando si trattava di andare seriamente a fare provviste per il clan, al grido di “menomale che mi accompagnava lui, mi faceva spendere la metà” – me ne sono super convinta anch’io e ho sempre spedito Amore del Cuore al supermercato con grande spensieratezza. Anzi, certa di fargli cosa gradita.
Anni dopo, non si sa bene come, ho scoperto che era tutta una menzogna.
Amore del Cuore odia tutto.
Non so se l’astio sia subentrato dopo un’assidua frequentazione dei supermercati milanesi il sabato pomeriggio o se un certo fastidio di fondo esistesse da sempre, ma ora non ne fa più mistero. Credo stia cercando di tutelarsi, per non passare gli anni migliori della sua vita in coda all’Esselunga, a combattere per quattro focaccine al bancone della panetteria mentre innumerevoli vecchiette col carrellino scozzese – vecchiette che potrebbero fare la spesa durante la settimana alle tre del pomeriggio, invece che al sabato alle cinque insieme al resto della popolazione lavoratrice del nostro bel paese – gli arrotano spietatamente i malleoli.
Comunque.
Un’altra cosa che ho gradualmente scoperto è che Amore del Cuore è bravo a cucinare. E gli piace anche. Ora, spero di non dover tornare qui fra qualche tempo a dire che pure questa era una panzana, una gigantesca illusione, un tragico quiproquo ma, PER ORA, Amore del Cuore cucina con fierezza e buona volontà. Al momento posso addirittura riportare la seguente dichiarazione: “Cucinare mi rilassa”.
E chi sono io per fermarti, Amore del Cuore.
Riempimi di risotti.
Allietami con i tuoi hamburgeroni farcitoni.
Spadella e impana.
Io mangio tutto.
Quando vuoi. Come vuoi.

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Concentratissimo. Sempre.

Ecco perché, in estrema sintesi, ho deciso di imbarcarmi (anzi, di imbarcarlo) in un’impresa di collaudo culinario che è culminata con un garrulo pic-nic al parco nel primo weekend di sole dell’anno del Signore 2018. A SecondChef non importa tanto chi è che cucina, alla fin fine, basta che ci sia qualcuno che lo fa volentieri. 
Ma che roba è?
SecondChef è un nuovo servizio a metà tra il food-delivery e il “ti elimino un po’ degli sbattimenti legati al far da mangiare”. Ti piace cucinare ma, come Amore del Cuore, non hai voglia di morire al supermercato? Hai gente a cena ma non sai cosa inventarti e, soprattutto, hai poco tempo per fare una spesa sensata e completa? Trabocchi di buona volontà e adori i ritrovi conviviali dove ci si alimenta bene ma sei sempre di corsa e non ti va di passare le ore in giro per scaffali a cercare la curcuma? Ogni volta che leggi “q.b.” su una ricetta ti viene l’orticaria? Vuoi fare qualche esperimento perché prepari sempre le stesse tre robe in croce?
Bene, Second Chef potrebbe essere d’aiuto.

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È un’idea molto spassosa e funzionale, secondo me. Vai sul sito, scegli le ricette che vuoi preparare (e per quante persone prepararle), fai il tuo ordine e attendi un glorioso pacco refrigerato che contiene tutto l’occorrente per metterti ai fornelli. Gli ingredienti sono selezionati, freschissimi e arrivano già nelle quantità giuste per la preparazione scelta – entro 24 ore dal confezionamento -, con tanto di pratica scheda che illustra passo dopo passo il procedimento di preparazione. Le ricette, ovviamente, sono di stagione e cambiano ogni settimana. Ci si può abbonare o regalarsi di tanto in tanto uno scatolotto, senza particolari vincoli o patti col diavolo. E il tutto, per ora, è disponibile a Milano (più Lombardia), Roma e Torino.
Per il nostro pic-nic abbiamo scelto l’insalata di riso con seppie e piselli e i calamari con pomodori e olive. Perché sì, se ti arriva buono il pesce penso che sul fronte “qualità degli ingredienti” non ci possano essere grandi margini di dubbio. La box era per 4 persone… ma ci abbiamo mangiato in 6. Belle porzioni, dunque. E un Amore del Cuore pervaso da un’immane soddisfazione (anche se quando lo fotografi sembra sempre una signora siciliana che di lavoro piange ai funerali).

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Serietà massima anche durante le operazioni di impiattamento. Per fortuna c’è Paolo che beve.
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Il mio decisivo contributo: mangiare.

Siete in vena di collaudi e di cucinare per chi più amate al mondo? Date un occhio sul sito di SecondChef e, se vi va di regalarvi un menu, c’è anche un codicino sconto per voi – anzi, un codicione. Fino al 21/4, infatti, con 2TEGAMINI c’è uno sconto di ben 20€ sul primo box ordinato.

Felici cenine e pranzetti a tutti, dunque. E in bocca al lupo a SecondChef per la nuova avventura!

Lo griderò fieramente al mondo – possibilmente dalla cima di una collina verdeggiante: la Guinness è la mia birra preferita. Credo che l’imprinting si sia verificato in vacanza studio dove, oltre a mangiare tonnellate di Pringles, bucarmi ripetutamente le orecchie in un baracchino su una spiaggia falciata dal vento e mettere su circa 9 chili in tre settimane, mi sono bevuta anche la mia prima birra al pub. CIAO MADRE DOPO UNA QUINDICINA D’ANNI POSSO DIRTELO. Nessuno di noi aveva l’età per ordinare alcunché, in un pub irlandese, ma il barista era un tizio elastico – e forse non pienamente in possesso delle sue facoltà. Ad un certo punto ci siamo girati e ci siamo accorti che si finiva i fondi dei bicchieri mentre sparecchiava i tavoli.
Che grazia!
Che spirito!
Che avversione allo spreco!
Purtroppo per noi, però, i mastri birrai del museo della Guinness di Dublino non si sono dimostrati altrettanto contrari alle convenzioni… e il giro è finito, sfortunatamente, senza che potessimo brindare ai folletti, ai quadrifogli e alle arpe magiche. Ma di questo si parlerà fra pochissimo – con una signora che di Guinness se ne intende. Quel che importa, adesso, è predisporci a festeggiare St. Patrick’s Day con il giusto spirito. Noi, per dire, ci siamo spinti fino alla fine dell’arcobaleno e abbiamo rinvenuto un party-forziere.

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Mentre brindiamo alla salute dell’Irlanda tutta, però, possiamo anche farci raccontare qualcosa di saggio e avvincente sulle tradizioni e lo spirito del St. Patrick’s Day da Eibhlin Colgan, responsabile dell’archivio Guinness e depositaria di magici segreti.

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TEGAMINI – Ho visitato il museo della Guinness a Dublino quando avevo 15 anni… ed ero tragicamente underage. Niente birra per me, alla fine del tour. Non mi sono ancora ripresa dalla profonda tristezza di quel momento, ma col tempo sono riuscita a recuperare, e oggi la Guinness è una delle mie birre preferite dell’universo. Tutti conoscono bene la classica Guinness Draught, ma le opzioni a disposizione dei birrofili sono parecchie. Qual è la “sua” Guinness? Perché è speciale?

EIBHLIN COLGAN – Ogni variante di Guinness ha un’occasione appropriata. Per me, una pinta di Guinness Draught vicino a un bel camino nel pub di quartiere è semplicemente perfetta! La celebre schiuma azotata è nata da un’innovazione tecnologica sviluppata da uno dei ricercatori Guinness negli anni Cinquanta e ha rivoluzionato il nostro modo di bere la Guinness.

Quello che ha reso la mia esperienza al museo a Dublino veramente indimenticabile – per la rubrica, trovare il lato positivo anche se non puoi bere – è stato il giro nella galleria pubblicitaria. Ho adorato le illustrazioni degli anni Trenta e Quaranta, ma da dove arrivano quegli animali gioiosissimi?

Negli anni Trenta, la SH Bensons, l’agenzia pubblicitaria che Guinness utilizzava, era in cerca di un modo per rappresentare l’azienda. Un giorno, uno dei loro artisti – John Gilroy – è andato al circo e ha visto un leone marino che teneva una palla in equilibrio sulla punta del naso. Al che, si è domandato se il leone marino fosse abbastanza sveglio da riuscire a tenere in equilibrio sul naso anche una bottiglia di Guinness. Più tardi, tornato in studio, Gilroy disegnò il leone marino e, poco dopo, allargò l’idea fino a includere un intero serraglio di animali – il più famoso dei quali è poi diventato il tucano. Ma in tutti i poster, dettaglio da non trascurare, gli animali non bevono mai dalla bottiglia!

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La pubblicità è, tra le altre cose, un prodotto dell’epoca a cui appartiene. E le pubblicità, oggi, sono anche decisamente reactive, specialmente a livello di social media. Succede qualcosa nel mondo e BOOM, tre ore dopo il web è invaso di branded content che tenta di cavalcare l’onda e di far leva sull’evento che si è appena verificato. C’è stato un momento in cui la pubblicità della Guinness ha davvero rispecchiato – o commentato – quello che stava accadendo nel mondo?

Potrei fare parecchi esempi della rilevanza sociale di Guinness come brand. Mi viene in mente l’elasticità della comunicazione social per l’ultima Coppa del Mondo di rugby. Abbiamo identificato una serie di momenti emblematici – la storica e inaspettata vittoria del Giappone, ad esempio – e li abbiamo celebrati come solo Guinness sa fare, ritagliando uno spazio al termine di ogni partita.

Qualche anno fa ho festeggiato St. Patrick’s Day a New York. Avevamo degli strani cappellini e ci siamo bevute diverse birre verdi. Non ho scuse – al tempo Instagram neanche esisteva, quindi non c’era proprio motivo di bere una birra schifosa colorata di VERDE – e vorrei redimermi. Che cosa consiglia a chi vorrebbe celebrare un autentico St. Patrick’s Day? Lo so, essere irlandesi potrebbe rappresentare un buon punto di partenza, ma proviamo a farcela lo stesso.

St. Patrick’s Day è l’unica giornata dell’anno in cui chiunque, nel mondo, diventa irlandese – e di certo non è necessario essere irlandesi per festeggiare con noi! St. Patrick’s Day ci avvicina agli altri – attorno al significato che ha l’essere irlandesi, e celebrare St. Patrick’s Day con una Guinness in mano unisce le persone.

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La Guinness ha una storia lunga e avventurosa. E molto dev’essere cambiato, dai tempi di Arthur Guinness. Che cosa è rimasto?

Quando, nel 1759, Arthur Guinness firmò (con uno svolazzo) un contratto d’affitto di 9000 anni, lo fece con l’intenzione di produrre birra di alta qualità. Nonostante il mondo sia cambiato fino a diventare irriconoscibile nel corso degli ultimi 250 anni, la passione che ci spinge a produrre birra di qualità è la stessa, nella Brewery di oggi, che c’era anche ai tempi di Arthur. La sua eredità – investire nella forza lavoro, la fiducia nella qualità della sua birra e un grande senso della comunità – è fatta di valori che mettiamo in pratica ancora oggi.

Qui c’è molto amore per i libri. Sappiamo bene che non si deve bere prima di guidare, ma possiamo felicemente bere mentre ci leggiamo qualcosa. Qual è il libro migliore per accompagnare una pinta di Guinness?

L’Irlanda è celebre per i suoi giganti della letteratura, molti dei quali hanno parlato della Guinness nella loro prosa e nelle loro poesie. C’è l’imbarazzo della scelta… Seamus Heaney, Patrick Kavanagh, WB Yeats, James Joyce, Oscar Wilde.

Gli italiani sono fierissimi della loro cucina, ma siamo anche pronti a provare nuove ricette e non disprezziamo gli esperimenti. Qual è un buon piatto irlandese che possiamo servire, durante una cena a base di Guinness?

La Guinness funziona bene sia come ingrediente che come bevanda da accompagnare al cibo. Il mio piatto preferito da preparare con la Guinness è lo stufato di manzo alla birra. Il nostro chef alla Guinness Storehouse raccomanda sempre di marinare la carne nella Guinness per una notte intera, per renderla più morbida prima di preparare lo stufato. Delizioso!

Bene. Ora siete equipaggiatissimi per festeggiare degnamente San Patrizio. O per tenere una pinta in equilibrio sul naso. Vedete un po’ voi.
Cheers, #tipidaguinness! E grazie a Eibhlin Colgan per aver avuto la pazienza di starmi a sentire.

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Tegamini, vorremmo portarti in Slovenia. Abbiamo organizzato questo viaggio a base di posti belli, roba seria da mangiare e coccole alla spa. Cosa dici, ci sei? In circostanze del genere, mica puoi fare l’antipatica. Chiedi due giorni di permesso, ti depili sommariamente i cosciotti, butti cose a caso in lavatrice e prepari la valigia. E, per magia, ti ritrovi su un treno alle 8 e mezza del mattino, in un giovedì che – normalmente – sarebbe stato un interminabile trionfo di rotture di coglioni.
Da un BLOGTOUR non sapevo bene che cosa aspettarmi. Voglio dire, io sono una che prova a raccontare delle cose, ma non ambisco certo a trasformarmi all’improvviso in una Lonely Planet glitterata o in un’integerrima fonte d’informazioni pratiche e utilissime. Le mie foto su Instagram sono una stramba accozzaglia di gatti che dormono a pancia per aria, tortelli con la coda e libri buttati sul tappeto che mi ha regalato mia suocera. Non ho neanche ben presente dov’è Pescara, figuriamoci se so com’è fatta la Slovenia. Insomma, ansia. Chissà che sanno fare, questi travel-blogger. Quale sarà il loro equipaggiamento. Come si vestiranno. Di che si parlerà. Sarà gente in grado di spiegare al mondo come si sale su un elefante e come ci si destreggia in una foresta di mangrovie. E io là, col foglio delle ferie in mano, un paio di calzettoni di spugna sottratti ad Amore del Cuore e un caricabatteria portatile che somiglia a un Tampax gigante. Che cosa volete che ne sappia di come si fa. I travel-blogger, si è poi scoperto, sono persone molto tenere e affabili… infinitamente più organizzate di me, ma per nulla minacciose.
Ma chi c’era, alla fine?
Sono partita con Rossana di Vitasumarte – che amavo tantissimo già da prima e che ringrazio molto per aver reso l’intera impresa decisamente più rassicurante, spingendosi addirittura a conferirmi il titolo di elfo – e la dolce Anna di Travelfashiontips – più la sua grossissima valigia rosa dal peso specifico dell’isotopo 249 del berkelio. Alla stazione di Mestre abbiamo raccolto anche Teresa di Cosebelle – a Teresa, secondo me, bisognerebbe al più presto dedicare un qualche tipo di culto -, Georgette di Girlinflorence – il sorriso più smagliante del Texas e un superocchio per i dettagli cuorosi – ed Elisa e Luca di Tiprendoetiportovia – organizzazione militare, preparazione massima, Reflex gigante e un’autentica vocazione per la cronaca in presa diretta.
Bene. Ora che ci siamo tutti, direi che si può partire.

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Il nostro viaggio è cominciato da Vipava, cittadina verdeggiante poco lontana dal confine italiano e nota per l’esuberanza del suo fiume (che, in pratica, è tutto una sorgente) e delle sue produzioni vinicole. La Slovenia, a quanto pare, è un tripudio di microclimi e terreni avvincenti. Ed è proprio questa grande varietà dei suoli e delle condizioni atmosferiche a consentire la crescita di vitigni differenti che, a loro volta, vengono utilizzati per la produzione di vino buono e interessante. Oltre alla solita roba che abbiamo noi, in Slovenia si possono bere due rispettabilissimi bianchi autoctoni, la pinela e lo zelèn. Perché ne sono al corrente? Perché ci siamo fermati alla Vinoteka di Vipava a tirarcene giù svariate bicchierate.

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Oltre a coltivare un alcolismo di qualità, la Slovenia vi incoraggia ad intraprendere passeggiate romantiche lungo il corso di fiumi, torrenti e specchi d’acqua immancabilmente costeggiati da argini pieni di piacevoli punti di ristoro. Per gli amanti dell’aneddotica, poi, i fiumi sloveni sono ricchi di leggende. A Vipava, per dire, c’è la storia di una specie di Robin Hood che s’era andato a nascondere in una delle grotte-sorgente del fiume, facendosi beffe degli sbirri locali finché poi qualcosa non andò terribilmente storto. In tutta sincerità, ad un certo punto mi sono persa. Spiovigginava e stavo cercando di aumentare a bomba la saturazione di queste foto, ma mi ricordo che nella storia c’erano anche delle fragole. Caverne, sorgenti, fragole e banditi. Io a Vipava ci andrei solo per questa leggenda sconclusionata, poi vedete voi.

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Visto che il muschio è carino, ma mangiare è meglio, ci siamo volenterosamente diretti al Kamp Vrhpolje. In Slovenia, per la cronaca, può capitare che una famiglia decida di prendere la fattoria che abita da generazioni e di trasformarla in un campeggio. Basta un giardino verde, un solido senso dell’ospitalità, un po’ di spirito d’avventura e la capacità di sconfiggere la coriacea e labirintica burocrazia slovena. Per raccontarci tutto, la radiosa e adorabile Karolina ci ha chiusi in cantina e ci ha offerto un pranzo super tradizionale a base di zuppa (quanto vorrei rammentarmi come si chiama, ma so solo che era ottima e che c’erano dentro delle verdure fermentate tipo crauti, dei fagioli e dei salsiccioni), vino (ognuno si è scelto la sua botte e se l’è spillato) e tortina formaggiosina con zucchero e uvette.

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Svariati chilometri più tardi – trascorsi russando pacificamente, in barba alle numerose buche che popolano le autostrade locali -, ci siamo ritrovati a Ptuj, la più antica città del paese. Fondata dai romani chissà più quando, Ptuj, ai tempi, si chiamava PETOVIONA ed era un fiorente polo commerciale e militare dell’impero. Oggi è una pacifica destinazione termale, con un centro storico elegante e curioso, molto incline ad ospitare botteghe artigiane – vi consiglio caldamente le adorabili pantofole fotoniche di Sabina Hameršak -, boutique del vino – come quella di Bojan Kobal, che ci ha ospitati per una specie di dotta e graditissima conferenza alcolica di benvenuto – e festival estivi dedicati alla poesia.

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Il nostro campo-base a Ptuj è stato il Grand Hotel Primus, destinazione obbligata per ogni generale che si rispetti – e pure per le numerose ancelle del suo seguito. L’albergo, oltre ad essere vicino a un parco acquatico termale di dimensioni ragguardevoli, ha anche una spa molto favola a tema romano. Colonnati e piscine, mosaici da tutte le parti, candele, saune di centodue tipi diversi e allegri mostri marini.

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Ho passato una mattina intera a mangiare fragole in una vasca idromassaggio… e mi sono spostata solo perché era arrivato il mio turno per fare i massaggi. Sono stata ricoperta d’olio profumato da un signore altissimo coi baffi che ha passato mezz’ora a impastarmi come una Pagnottella del Mulino Bianco. Ha anche coraggiosamente tentato di massaggiarmi la pianta del piede sinistro, ma sono scoppiata a ridere e gli ho quasi mollato un calcione in faccia. Col destro, visti i risultati, ha lasciato perdere. Non so bene come, ma ad un certo punto ci siamo anche ritrovati a cenare su un vasto cuscinone morbido con addosso toghe di varia foggia, con gente che continuava a versarci da bere e spandere petali al nostro passaggio. Sono quelli i momenti in cui ti domandi perché, invece del piffero e della pianola, a scuola non s’insegni a suonare la cetra.
Anche se sarebbe assai meglio evitare, qua ci sono io – soave e luminosa (grazie al filtro SOGNO) – con la toga. Poi uno si chiede perché non m’invitano alla Fashion Week.

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Convinti di non averci nutriti e coccolati a sufficienza, i nostri premurosi anfitrioni hanno anche deciso di farci provare l’ottimo menu Be Fit, studiato appositamente per la gente che – dopo aver trascorso una benefica giornata termale – non trova corretto ordinare un tacchino ripieno… ma neanche crepare di fame.

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Nutriti e massaggiati, ci siamo nuovamente issati sul pulmino per proseguire nelle nostre esplorazioni. Dopo un nuovo episodio di comatosa e impenetrabile narcolessia, mi sono ritrovata ai piedi del gelido ma glorioso castello di Celje, una riproduzione a grandezza più che naturale di Grande Inverno – ma senza metalupi e con un panorama più incoraggiante, nonostante il sole non si sia mai degnato di palesarsi nei quattro-giorni-quattro che abbiamo trascorso in Slovenia. Per sconfiggere il clima infausto, ho deciso di consolarmi usurpando un trono.

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La città di Celje è un posticino davvero degno di un’esplorazione approfondita. Oltre a gigantesche biblioteche che brillano nella notte, cattedrali, resti medioevali, strade romane perfettamente conservate e un centro storico vispo e allegro, Celje è il rifugio privilegiato per artisti e fotografi, che vivono e lavorano gioiosamente in un imprevedibile mini-quartiere con annessa galleria per le mostre collettive – più una balena di cartapesta (dal manto zebrato) che riposa serena in mezzo al cortile. In pratica, se dipingi e cerchi uno studio, puoi insediarti a Celje pagando un affitto simbolico e offrendo la tua arte alla comunità. Se non v’ho ancora convinti, poi, lì nel quartiere degli artisti c’è pure un bar fantastico. Noi non ci siamo fermati a bere, ma siamo andati a rompere i coglioni a due distinti pittori, rovinando irrimediabilmente il più alto momento d’ispirazione della loro esistenza.

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E, per il primo pezzo del weekend, direi che ci siamo. Nel prossimo post ci trasferiremo a Bled, esploreremo le miniere di Moria, visiteremo altri due castelli – più o meno scavati nella roccia -, malediremo i cigni e ci abbandoneremo a momenti di folle e fulgidissimo FOODPORN.
Nel frattempo, se vi va di vincere un weekend in Slovenia tipo quello che sto raccontando – o magari pure meglio del mio – potete correre a votarmi qui: http://bit.ly/1VBM6PJ. I Sava Hotels si premureranno di ospitarvi (insieme alla vostra persona preferita) in una delle loro strutture termali, amandovi quanto hanno amato noi. C’è tempo fino al 20 marzo. Vi auguro di vincere, ma con tutto il cuore. Son bei posti.

Sciare è un’attività umana di difficile gestione. Se provi a pensarci razionalmente, a sciare non ci vai. E basta. Fa freddo – se non freddissimo, ti devi svegliare presto, ti viene un mal di gambe inaudito, puoi romperti le ossa, capita di schiantarsi contro i pini, la seggiovia fa paura, c’è scomodità, si puzza, ti cola sempre il naso, ti si ghiaccia la faccia, bisogna combattere per un posto sullo skibus, il burrocacao non è mai sufficiente, fare la pipì è laborioso, è necessario trasportare oggetti pesanti, la vestizione è complessa, ti si ammaccano gli stinchi, ti si staccano le mani e devi passare una giornata con i piedi negli scarponi. Non ha alcun senso. Ecco perché si comincia a sciare da piccoli. Perché, quando sei piccolo, riesci ad accettare con maggiore disinvoltura anche le assurdità più madornali – tipo il catechismo al sabato pomeriggio. Io, che devo sempre essere più bionda e più speciale degli altri, da piccola sciavo, ma proprio come sport. Durante la settimana avevo tre allenamenti di tennis e, non paga, trascorrevo i miei weekend al Tonale. Ma non sulle piste civilizzate, con la pausetta per la cioccolata calda e il pisolino sulla sdraio al rifugio… noi ci svegliavamo all’alba e andavamo sul Presena, dove l’unico impianto di risalita era un’ancora installata dal Dio dell’Antico Testamento in mezzo a una bufera orizzontale di giavellotti di ghiaccio.
L’ancora.
Se non sapete che cos’è un’ancora non ve lo spiegherò. Perché darvi un dolore, quando potete continuare a vivere serenamente la vostra vita, lontani dalla sofferenza e dal mal di culo?

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Comunque.
Nonostante passassi a un metro e mezzo dai pali, la mia luminosa carriera di piccola sciatrice non fu malissimo. Conquistai un secondo posto ai campionati provinciali del Piacenzashire – dove di femmine che sciavano ce n’erano all’incirca sei -, un secondo posto in slalom speciale – solo perché fui l’unica, a parte la vincitrice, a non inforcare – e un secondo posto in gigante ai campionati italiani Libertas, categoria Cuccioli. Io, in realtà, avevo un anno in più e dovevo gareggiare nei Ragazzi, ma s’era ammalata la mia compagna e mi avevano utilizzata come controfigura. Nella mia categoria non mi ricordo come andò a finire, ma da Cucciola conquistai una medaglia d’argento che mi proibirono di andare a ritirare. Trascorsi il resto della serata a nascondermi nell’ombra, come un ninja col pile. A scanso di equivoci, poi, i miei amici più impressionabili continuarono a chiamarmi Valentina per il resto della settimana.
Insomma, prima di abbandonare l’approssimativa pratica agonistica che aveva caratterizzato gli anni più belli della mia esistenza, non sospettavo che lo sci potesse anche avere una valenza ludica. Fu soltanto dopo, con le settimane bianche messe in piedi con i miei compagni delle superiori, che mi resi conto della verità. Sciare non era solo sofferenza, schienate in terra, cunette assassine e vomitate sui tornanti (dal finestrino di un Ducato). Sciare poteva anche essere divertente. Grappini alla mela verde. Palle di neve. Sole in faccia a marzo. Sveglia alle dieci meno un quarto. Copricaschi rosa con le orecchie da coniglio. Tavolette di cioccolato.
Favola!

Una foto pubblicata da Francesca Crescentini (@tegamini) in data:

Il risultato, una ventina d’anni dopo aver messo gli sci per la prima volta, è che a sciare ci vado volentieri. Sono consapevole dell’improbo sbattimento che mi attende, ma sono comunque presa bene. Anzi, mi piacerebbe poter andare in montagna più spesso. Poche settimane fa, in un impeto di decisionista che raramente si ripeterà, abbiamo addirittura prenotato una stanza a Canazei e siamo partiti. Io e Amore del Cuore, per onore di cronaca, non siamo mai andati a sciare insieme. Anzi, lui si è cimentato con lo snowboard per un totale di tre volte in vita sua. Pur preoccupandomi assai della sua effettiva capacità di arrivare incolume in fondo a una pista, ho deciso di fidarmi del suo ottimismo – Ma certo che vengo giù. Al massimo me la faccio a piedi. Capirai. – e di riporre ogni speranza nella sconfinata potenza dei suoi gamboni. Ma ripercorriamo insieme i principali HIGHLIGHTS dei quattro giorni trascorsi in montagna della famiglia del Cuore.

Mi sono ostinata a sciare con i miei sci. I miei sci potevano considerarsi nuovi nel 2004. Erano i primi carving, con le punte e le code appena appena spalettate e una lunghezza assolutamente incomprensibile per gli standard attuali. Le persone, oggi, hanno gli sci più bassi di loro. Io no. L’unica cretina nell’intero comprensorio del Sellaronda con gli sci di una spanna più alti. Vero, ti senti un sacco stabile, ma non li giri mai. Anzi, li giri finché sei giovane e sportiva. È quando diventi trentenne e impiegata che sulle cunette insulti i santi.

Amore del Cuore ha trascorso quattro giorni a pendolare. Credo sia riuscito a produrre, in totale, un massimo di cinque vere curve. Per il resto, si è spostato come una benna spalaneve, oscillando da un gambone all’altro – indipendentemente dalla natura del pendio – e affrontando con una discreta sicumera ogni genere di difficoltà. Visto che stavamo badando all’efficacia e non di certo allo stile, la sua performance è stata nobilissima. Ad un certo punto, vista l’indiscutibile efficacia della Tecnica Pendolo, lo mandavamo avanti a spianare i maledetti dossi. L’unico problema, come può testimoniare questo prezioso documento filmico, erano i pianetti. Amici snowboarder, ma chi ve lo fa fare. Sul serio.

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Nonostante sia il mio posto preferito per sciare, non sono ancora riuscita a capire come funziona il Sellaronda. Non posso farci niente, il Sellaronda è troppo per me. Mettetevi ovunque e in un paio d’ore capisco come funzionano le cose, ma con il Sellaronda è tutto inutile. Panico e disorientamento. Il risultato è che devo sempre essere accompagnata da un adulto e, da sola, non ho speranza di sopravvivere.

Una foto pubblicata da Francesca Crescentini (@tegamini) in data:

Cado poco, ma tendo a cadere in maniera piuttosto plateale. A questo giro, per dire, ho affrontato un mucchio di neve con eccessivo entusiasmo, sono decollata e sono atterrata dall’altro lato della stradina – a ventiquattro centimetri dalle code di un tizio che, seppur con le sue difficoltà, passava di lì per caso. Decisa a salvargli la vita, ho frenato bruscamente. Non l’ho travolto, ma ho perso uno sci e, come una catapulta, ho superato il bordo della pista, rotolando con un certo impeto giù per un piccolo pendio che conduceva all’incirca al letto di un torrentello. Non mi sono spaccata la testa e non ho riportato danni di alcun tipo, anche se – a ben pensarci – sotto a quella nevona sofficiona poteva esserci praticamente di tutto. La scena si è conclusa con Amore del Cuore che, brandendo lo snowboard, correva minaccioso verso l’incolpevole sciatore-passante gridando – in maniera assolutamente immotivata – VATTENE CHE ALTRIMENTI T’AMMAZZO.

Sciare, comunque, ci trasforma tutte in scaldabagni.

Una foto pubblicata da Francesca Crescentini (@tegamini) in data:

Grazie ai numerosi falsopiani che, ad intervalli regolari, impedivano ad Amore del Cuore di avanzare alla nostra velocità, sono riuscita a fotografare un casino di paesaggi e mirabili scorci naturalistici che mai al mondo avrei pensato di poter immortalare. L’impresa è stata ancor più facilitata dalla fortuita scoperta di una FEATURE fondamentale dei miei guanti. I miei guanti nuovi, infatti, hanno gli elastichini per bambini. C’è un braccialetto con un cordino cucito al guanto, così tu te lo puoi sfilare senza che ti precipiti dalla seggiovia. O giù per la Sasslong come una scatola di sgombro. La vita. La pace. La comodità. L’agio. L’abbondanza fotografica.

Una foto pubblicata da Francesca Crescentini (@tegamini) in data:

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  Uno dei motivi per cui la gente dovrebbe andare in montagna, secondo me, è la roba da mangiare. In montagna si mangia bene. Ad un certo punto, vergognandomi abbastanza della quantità di cibo che avrei potenzialmente potuto postare su Instagram, mi sono auto-censurata… ma non ho sicuramente smesso di masticare. Anzi, colta da un’improvvisa caldana da polenta con il capriolo, mi sono levata il maglione con eccessivo trasporto e, nel bel mezzo di un ristorante molto tipico, molto affollato e molto frequentato da gente a modo, ho inavvertitamente suonato un campanone da vacca – che lì si trovava per valenze ornamentali – sgomentando l’intera sala. Grazie, capriolo. Grazie per avermi fatto scampanare.

Una foto pubblicata da Francesca Crescentini (@tegamini) in data:

Oltre a una commovente carne salada, a piatti di ravioli coi finferli (ravioli grigi, anche se non mi ricordo più il perché) e a poderosi taglieri di salumi, sono riuscita a incamerare anche diversi quintali del mio piatto montanaro preferito: UOVASPECKEPATATE. Visto che con “Uova, speck e patate” non credo di rendere al meglio l’idea, ho deciso di scriverlo maiuscolo e tutto attaccato. UOVASPECKEPATATE ammazzerebbe anche un arrotino bielorusso, ma vi assicuro che è possibile mangiarne una porzione a pranzo per tre giorni di fila e tornare comodamente a sciare. Quando vi ricapita di poter usufruire di UOVASPECKEPATATE? Mica c’è, a Milano. E, anche se ci fosse, a Milano mica avete l’alibi dello sci. Ah, mi serve un po’ di energia! A sciare si brucia un sacco! Non risparmiatevi, dunque. UOVASPECKEPATATE ogni venti minuti.
L’esemplare più interessante di UOVASPECKEPATATE l’ho mangiato in un rifugio adorabile, pieno di addobbi di fiocchi di neve in gommapiuma. E mi è arrivato insieme a una specie di infrastruttura lignea reggipadella – visibilmente superflua ma molto coreografica. Padroneggiare l’hardware non è stato un granché semplice, ma ho amato fortissimo ogni secondo del pranzo. E, come potrete facilmente desumere dalla qualità della foto, non avevo sbatti. Quando ti trovi davanti una cosa pazzesca da fagocitare, anche Instagram passa in secondo piano.

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Per concludere, vorrei dire che sì, mi sono riconciliata con lo sci. Ne comprendo gli evidenti svantaggi, ma sono comunque in grado di apprezzarlo. Sarà che, quando cominci a lavorare, la cosa peggiore del mondo diventa all’improvviso il dover stare in ufficio… e anche una bufera di stalattiti, in confronto, è subito FAVOLA. Questione di prospettiva? Questione di ferie – che sono già belle proprio perché SONO ferie? Chi può dirlo. La roba migliore dello sciare, comunque, è sempre la stessa: levarsi gli scarponi e bersi una birra – in calzamaglia di lana – per festeggiare l’impresa (e l’integrità dei propri arti a fine giornata).
CHEERS, amici della neve.

Una foto pubblicata da Francesca Crescentini (@tegamini) in data:

 

vintage cucina

MADRE non crede nei surgelati. Anzi, se proprio devo dirla tutta, MADRE non si fida dei surgelati. Sono troppo semplici, troppo immediati. Deve per forza esserci sotto qualcosa. Una roba che la butti in padella e dopo sei minuti è pronta? Stregoneria! Veleno! La Findus vuole annientare l’umanità! Presto, facciamo i bagagli e ritiriamoci in campagna! Zapperemo la terra e ci nutriremo di bacche, radici e ortiche. E buttiamo anche il forno a microonde! MADRE, alla fin fine, non crede neanche nei condimenti. Cucina molto bene, ma l’unto la terrorizza. Così come il fritto. E il burro. Se deve fare una torta che richiede l’utilizzo di 200 grammi di burro, MADRE – borbottando stizzita – ce ne mette 50. E le sembrano pure un’esagerazione. Nessuno ha ben capito come facciano a stare insieme, le sue torte. Il burro ci vuole anche per legare gli ingredienti, per rendere il dolce più morbido. A MADRE non interessa. Pur di evitare i canonici 200 grammi di burro, passa il pomeriggio ad accanirsi sull’impasto. Impasta furiosamente fino ad arrivare dove nessun Bimby è mai giunto prima. La forza bruta come sostitutivo del burro. A casa mia si può. E guai a chi si lamenta. La roba soffice è per gli scemi. A noi non interessa, noi siamo in grado di masticare anche i sassi.
Comunque, ieri – che era Pasqua – siamo andati a pranzo da MADRE e dal mio papà. E abbiamo scoperto una nuova, strabiliante sfumatura dell’ascetismo culinario di MADRE.

TEGAMINI – MADRE, l’arrosto è buonissimo.
MADRE – Ci credo, è filetto di vitello…
AMORE DEL CUORE – È vero, Valeria, è proprio buono. Ce n’è ancora?
MADRE – Francesca, posso dargliene un’altra fetta? Ne ha già mangiate quattro…
TEGAMINI – Non sono mica la sua dietologa. Dagli l’arrosto, santo Dio.
IL MIO PAPÀ – Francesca, prendigli anche due patate.
TEGAMINI – Ecco cosa volevo dirti, MADRE. Anche le patate sono molto meglio del solito. Cioè, lo sai che hai problemi con le patate, no?
IL MIO PAPÀ – Durissime. Asciutte. Secche.
TEGAMINI – Infatti. Queste qua sono quasi morbide. Sono un po’ insipidine, ma non c’è paragone.
MADRE – Sai che conquista. Tuo padre mi ha obbligata a comprare quelle surgelate.
AMORE DEL CUORE – Le Patate Saporite! Noi le mangiamo sempre.
TEGAMINI – Per forza. Cosa faccio? Sto lì cent’anni a pelare patate? E poi le tagli, le cuoci, le inforni, le condisci… ciao. Non sono mica in pensione. Non sono mica il mozzo della nave.
IL MIO PAPÀ – Quello che le ho detto io. Hai già cucinato tutta questa roba, Valeria, piglia due patate surgelate e siamo a posto. Sono anche buone.
MADRE – …sarà.
AMORE DEL CUORE – Ma quali sono? Quelle della Findus? Non mi sembra. Sono un po’ diverse da quelle che abbiamo provato noi.
TEGAMINI – E le abbiamo provate TUTTE.
MADRE – …
IL MIO PAPÀ – Sono diverse?
TEGAMINI – Direi.
IL MIO PAPÀ – Tua madre ha aperto la busta, ha versato le patate nella padella e poi s’è accorta che c’erano quelle mattonelline lì, quelle un po’ verdine.
MADRE – Che schifezza. Chissà che cos’erano.
TEGAMINI – Il condimento, MADRE. Che altro doveva essere.
IL MIO PAPÀ – Eh. Lei ha preso le mattonelline e le ha buttate via.

 

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Non si capisce bene perché, ma l’unicorno è la bestia fantastica più cara alle culture di ogni tempo. Con la pioggia e col sole, dalle pianure falcidiate da Gengis Khan fino alle profumate corti rinascimentali, il mito dell’unicorno prospera, galoppa allegramente e s’ingarbuglia, alimentando strani commerci, imperversando nell’arte e arrivando persino a convertire un signore serio e precedentemente incredulo come Leibniz.

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Dando prova di tantissima incoscienza, SettePerUno continua ad ospitare con sconfinata grazia la mia rubrica mensile sulle creature fantastiche. Dopo Sleipnir – il fiero cavallo a otto zampe di Odino – e l’innocua Chimera – ingiustamente macellata da uno sbruffone volante -, la terza puntata svela le meraviglie dell’unicorno, bello bello in modo assurdo e pieno zeppo di proprietà medicinali. Per leggere tutto quanto, vi conviene dirigervi su Spezzatino d’unicorno, che qua devo cimentarmi in un insperato spin-off.

Allora, dopo aver messo insieme tutta la Miticheria – e PERDIANA, vorrei aggiungere -, @stefi_idlab mi ha segnalato l’esistenza di un testo fondamentale, ripescato dalle polverose profondità della British Library. L’inestimabile tomo, cercato per anni dal professor Brian Trump del British Medieval Cookbook Project, è il libro di ricette di Geoffrey Fule, cuoco della regina Philippa alla metà del quattordicesimo secolo. Con grande diletto per tutti noi, il buon Fule non si occupava solo di arrostire montoni e di lessare tuberi, ma proponeva estrosi manicaretti a base di animali fantastici, da marinare nell’aglio e cuocere allegramente sulla graticola, così come dimostrano le illuminanti miniature a margine del manoscritto.

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Barbecue d’unicorno


La robaccia inutile, tipo corni da collezione, zoccoli veloci e codine setose vanno a finire nel cestone della spazzatura. Mica si mangiano.

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Grazie a Fule ora sappiamo che è possibile. Sappiamo che il sogno dell’unicorno tonnato o della cotoletta d’unicorno è ormai dietro l’angolo. Perchè siamo gente raffinata, e la roba in scatola inizia anche un po’ a stancarci. In alto gli spiedi!

 

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L’articolo della British Library, in caso non vi accontentaste di magici destrieri e vi andasse di assaggiare un bell’istrice paffuto.

 

 

Le uova sono universi chiusi, assolutamente ermetici ed impenetrabili. E poche cose mi confondono come le uova. Che cosa succede all’interno della gallina? Potrebbe capitare di rompere un uovo e di trovarci dentro un pulcino accartocciato? E se si mangia un uovo un po’ antico, che succede? Si muore? Si vive, ma contorcendosi in un’eternità di spasmi?
Ecco, l’uovo mi allarma. Mi allarma ancora di più se apro il frigo e m’accorgo che ho accidentalmente strappato l’etichettina della data di scadenza dalla confezione delle uova BIG – per frittate di un certo spessore. E resto lì, con in mano queste tre uova tutte uguali, mute e anonime, senza nessuno che mi aiuti a disinnescarle. L’unica cosa che il guscio mi fa sapere è che le uova sono emerse da una gallina circa un mese prima.
E quindi?
Si può o non si può mangiare? Si può mangiare solo con coraggio? Non solo non si può mangiare, ma non si deve nemmeno guardare? Che utilità possono avere le mie due lauree se non so comprendere le uova?
Sapendo di non sapere, ho deciso di buttare per aria un’iniziativa di maieutica collettiva:  ho chiesto consiglio su Twitter. Perchè là fuori ci deve essere qualcuno meno disadattato di me. E almeno su quello ho avuto ragione, perchè molti, spinti da carità e genuino altruismo, si sono fatti avanti per condividere la propria preziosa conoscenza in materia di uova.