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Il Trentino sta diventando una consolidatissima abitudine estiva. Ci siamo avventurati per la prima volta quando l’infante andava per i due anni – a Moena e dintorni – e siamo tornati nel 2020 per un’esplorazione più approfondita della Val di Fiemme. Visto che ci troviamo sempre benone, c’è fresco, si mangia in maniera superba, il panorama è splendido, i bambini vengono abitualmente accolti con grande sensibilità e sollecitudine e Cesare può esercitare con baldanza le sue fissazioni da naturalista, abbiamo raccolto con entusiasmo la prospettiva di passare qualche giorno in Valsugana, approfittando di ambienti lacustri balneabili che ancora mancavano nel nostro grande puzzle delle esperienze trentine e delle consuete vette da scalare per le nostre passeggiate blande – il passeggino da trekking dei tempi di Moena è un lontano ricordo, ma pur sempre scarpiniamo con un bambino di quattro anni. Insomma, escursioni semplici e godibili in mezzo alla natura.
Senza preambolare ulteriormente, ecco qua una piccola guida di quello che abbiamo combinato durante la nostra permanenza in Valsugana. Troverete giretti, animalini, navigazioni, arte sorprendente e anche un po’ di storia.

LOGISTICA E CAMPO-BASE
Abbiamo alloggiato a Levico al Parc Hotel Du Lac, comodo sia come punto di partenza per le escursioni che come base per goderci il lago. L’albergo è proprio sul lago, anzi. Le camere affacciano sull’ameno specchio d’acqua e c’è anche una bellissima spiaggia ombrellonata con pontili, pratino e famiglie intere di folaghe con la testolina bianca che risiedono nei canneti circostanti e che non disdegnano zampettare sulla riva. Si può ovviamente fare il bagno – il lago è Bandiera Blu e, certificazioni istituzionali a parte, è limpido e soave.

La nostra stanza non era nell’edificio principale ma nella “dépendance” più vicina all’acqua, nell’edificino che ospita il ristorante e i tavoli all’aperto. Anche noi siamo stati dotati di balcone panoramico d’ordinanza e di tutto l’occorrente per usufruire sia della spiaggia che della piscina esterna. Abbiamo cenato spesso in albergo perché dopo le giornatone in giro non volevamo strapazzare troppo l’infante e siamo sempre stati ben alimentati. Il menu – sia quello per gli ospiti dell’albergo che quello del ristorante La Taverna, che è contiguo e risponde alla medesima cucina – è un mix moderno di specialità locali (vini compresi). Al bar della hall, poi, sapranno deliziarvi con un’avvincente selezione di gin trentini. Perché sì, esistono anche dei gin trentini. Ben trovati, gin trentini.
Parcheggio? Ci sono posti riservati per gli ospiti e anche un garage coperto gratuito che si apre e si chiude con la tessera della stanza. Molto utile, visto che la zona lacustre spiaggiaiola può diventare molto frequentata.

COSA FARE E DOVE MANGIARE

La strada del pescatore a Levico
Proprio dal nostro albergo parte una passeggiata praticabilissima che, potenzialmente, può portarvi a costeggiare tutto il lago di Levico. Io e Cesare non abbiamo completato l’anello ma ci siamo spinti fino all’estremità del lago, stordendo di chiacchiere un signore che voleva pescare in pace e ammirando la vegetazione che si tuffa nell’acqua con gran poesia. Abbiamo camminato per un paio d’ore in mattinata, aiutati dall’ombra piacevole degli alberi. Portatevi l’acqua perché non ci sono baretti o punti di ristoro lungo il sentiero.

Malga Sorgazza e boscosi dintorni
La Malga Sorgazza è crocevia di numerosi sentieri di difficoltà variabile, oltre che un ottimo posto dove mangiare specialità tipiche in un’atmosfera super tranquillona. Per arrivarci, partendo da Levico, occorrono più o meno tre quarti d’ora. Dovrete guardarvi da un galletto prepotente – che però ha lasciato dormire Cuore quando è crollato su una sdraio nel prato – ma verrete salutati con calore dall’oca Rosy e pure dai cavallini pezzati che brucano sereni nei dintorni. Oca Rosy, sei vita.

Dopo pranzo siamo tornati al piazzale dove si parcheggia e ci siamo addentrati nella foresta in cerca di cascate. È un percorso da escursionisti piuttosto vispi, che il nostro stambecco di un metro e dieci ha affrontato con grande piglio e interesse. Siamo scesi fino al primo ponte (che non si può più attraversare ma offre comunque scorci splendidi sul torrente e i salti d’acqua) e abbiamo proseguito verso la seconda cascata. Anche in questo caso, c’è un percorso che vi porta a sbucare sulla strada principale a un paio di km a valle della malga, ma abbiamo deciso di accorciarlo e di ritornare su senza uscire dal bosco.

Malga Montagna Granda e super pascoli
La Malga Montagna Granda – a una trentina di minuti in auto da Levico – è una delle numerose malghe della Valsugana che propongono attività e visite per raccontare meglio il lavoro quotidiano con gli animali e la preparazione delle cibarie più disparate, dai formaggi alle conserve di frutta. Volendo cercare nel calendario degli eventi, le esperienze di questo tipo sono etichettate come “Malghese per un giorno” ed è anche possibile adottare una mucca “conosciuta” in malga, ritirando poi la vostra fornitura di bontà casearie prodotte col suo latte.

La Malga Montagna Granda è gestita da un trio di ragazzi giovanissimi che fanno il formaggio e badano a una mandria di splendide mucche e di capre vispe – nessuna capra ha urlato in mia presenza, purtroppo, ma le ho amate lo stesso. La visita parte con un giro nel pascolo al seguito dei garruli bovini e prosegue con una piccola degustazione e un po’ di backstage sulle prime fasi della preparazione casearia. Mettetevi le scarpe brutte e godetevi panorama accarezzando la mucca Bianca e le sue colleghe.

Barchetta elettrica sul lago di Levico
Non sono una gran navigatrice, banalmente perché soffro il mal di mare e patisco troppo per godermela. MA IL LAGO DI LEVICO È INOFFENSIVO, VITTORIA! BENESSERE! ECCO COSA PROVA LA GENTE CHE PASSA I POMERIGGI ALL’ANCORA A BERSI DEI PROSECCHI!
Tralasciando i miei entusiasmi per aver sconfitto questa difficoltà che m’affligge da una vita, potete recarvi al casottino che amministra la spiaggia dell’hotel Du Lac per noleggiare una curiosa imbarcazione. È una specie di pedalò a motore, alimentato a pannelli solari ed equipaggiabile con un ottimo cestino del pranzo di cui vi doteranno felicemente al bar. Armati di cestino e secchiellone del ghiaccio per tenere in fresco le birrette siamo partiti sulla nostra barchetta/pedalò e abbiamo mangiato contenti in mezzo al lago.

Artesella
Vale il viaggio intero? Secondo me sì.
Artesella è una sorta di museo a cielo aperto che, da ormai una trentina d’anni, indaga il rapporto tra arte, umano e natura. Artisti e architetti da tutto il mondo vengono periodicamente invitati ad aggiungere un’installazione o una struttura all’indagine collettiva, servendosi unicamente dei materiali messi a disposizione dall’ambiente circostante – legno, pietra, erba o la conformazione stessa dei luoghi. Una quarta dimensione che contribuisce a plasmare e a far evolvere le installazioni è anche quella del tempo – da intendersi sia come unità di misura di permanenza che come combinazione di condizioni atmosferiche. Il risultato è un vasto “parco” che cambia e si evolve col susseguirsi delle stagioni. Ci si passeggia senza mai smettere di stupirsi – quasi tutte le installazioni sono di grande impatto “dimensionale” e visivo – e di meditare sul posto che occupiamo in questo grande ciclo vitale.
La visita, se non volete correre e godervi un po’ l’atmosfera, dura un paio d’ore e vi conviene vivamente prenotare uno slot. Per arrivare, il parcheggio più vicino è rintracciabile su Maps con “Malga Costa/Parcheggio Carlon”. Si lascia la macchina lì e, seguendo le indicazioni, in una decina di minuti a piedi si raggiunge l’ingresso di Artesella.

Il pranzo ha sicuramente contribuito a non far afflosciare la meraviglia della mattinata. Proprio a fianco dell’entrata di Artesella c’è il ristorante Dall’Ersilia. Noi abbiamo avuto la fortuna di pranzare sotto al tunnel verde – che sembra un po’ una costola delle installazioni del museo vero e proprio – e, se capitate lì, vi esorterei a fare altrettanto. Il menu è piccolino ma basato su solidi caposaldi della cucina locale e, vuoi le cose buone assaggiate e vuoi l’atmosfera, credo sia stato il mio pasto preferito della vacanza.

Castel Pergine
Abbarbicato sul colle del Tegazzo, Castel Pergine è una fortezza risalente al XII secolo. A metà degli anni Cinquanta fu acquistato da un privato e, dal 2018, è di proprietà di una Fondazione che l’ha rimesso a disposizione della comunità locale e dei visitatori – con i suoi 800 sottoscrittori, è il primo bene storico d’Italia di proprietà collettiva. Il castello ospita frequentemente mostre, concerti e incontri e anche un hotel di grande charme. Si può visitare l’interno – rigoroso come ogni fortezza medievale che si rispetti – e il parco cintato dalle mura merlate. In tempi recenti è diventato meta di nidificazione per numerosi rapaci, che scambiano felicemente la pietra delle sue torri per pareti di roccia “naturali”.

Se volete fermarvi al castello per il pranzo, sempre all’interno della cinta muraria c’è la splendida Locanda Ca’Stalla, ospitata da un edificio del Cinquecento. Il tavolone di legno massiccio della sala interna è stato realizzato da un artigiano locale utilizzando il tronco di un albero cresciuto al castello e poi dipartito per cause naturali. Si può mangiare anche fuori, come vedette in agguato in cima alle merlature.

Il Forte Busa Granda e un bel panorama
Per chiudere in bellezza il nostro soggiornone e permettere al mio consorte di scatenare tutto il suo interesse da blasonato studente di storia per i conflitti mondiali, abbiamo passeggiato fino al Forte Busa Granda. Bisogna lasciare la macchina in Località Compet (da Levico ci si arriva in una ventina di minuti) e procedere per il sentiero – è ben indicato e si parte dal piazzale accanto all’Hotel Compet. Ci sono diverse alternative, in base alla “difficoltà” prescelta. Noi abbiamo optato per la camminata più lunga ma meno ripida (circa 1km), ma volendo ci si può anche arrampicare nel bosco dimezzando la distanza. Il forte è scavato nel fianco di un cocuzzolo e lo individuerete grazie a tre tettoie che riparano altrettanti sbocchi verso l’esterno. Si può visitare anche dentro per farsi un’idea decisamente vivida delle condizioni “logistiche” dei combattenti della Grande Guerra che presidiavano in quota la linea del fronte e amministravano il caposaldo d’artiglieria.
Una volta riemersi alla luce del sole non perdetevi il punto panoramico. Proseguite lungo il sentiero e arrivate in cima, c’è una vista splendida sui laghi di Levico e Caldonazzo.

Pranzo conclusivo prima di tornare a casa? Siamo stati in una sorta di istituzione della convivialità trentina – esportata anche in altri luoghi d’Italia -, la Fabbrica in Pedavena di Levico. Menu sterminato da birreria, allegria da birreria, cordialità da birreria e BIRRE DA BIRRERIA. Piattoni abbondanti e un consiglio spassionato: lasciate uno spazietto nello stomaco per assaggiare il birramisù.

Note più eno che gastronomiche
Per una degustazione (e un po’ di compere per rimpolpare le vostre scorte domestiche) in un luogo piacevolissimo a Levico, fate un salto alla Cantina Romanese, patria di un Trento Doc – il Lagorai – che viene affinato sott’acqua, sul fondo del lago. Giuro. Prendono le bottiglie, le imballano in una sorta di gabbione e le calano nel lago di Levico.
Per le grappe, sempre a Levico, nei pressi della via principale trovate Vettorazzi, istituzione locale.

Risorse aggiuntive? Eccole qua
Qui si possono rivedere tutte le Stories sfornate durante la visita in Valsugana. L’utile circoletto contiene anche i vari geotag e i recapiti dei luoghi, che a livello organizzativo di pare sempre comodo.
Sul profilo Instagram ci sono anche diverse testimonianze fotografiche, ma vi rimando con lena innanzitutto al Reel dedicato ad Artesella.
Gli account di riferimento per chiedere ulteriori informazioni e/o consigli pratici sono @visitvalsugana e l’ammiraglia @visittrentino. Ne approfitto anche per ringraziare il magico squadrone di Valsugana che si è preso cura di noi con sollecitudine, gentilezza e sapienza. È sempre una gioia passare del tempo da voi.

E ora, godetevi (e godiamoci) laghi, monti e malghe. :3

Allora, avere un infante comporta svariate e articolatissime responsabilità. Si va da quelle della sussistenza più basilare – la creatura deve mangiare, dormire, lavarsi e indossare dei vestiti puliti – a quelle relative all’apprendimento, al gioco e, più in generale, alla felicità e alla gioia. In entrambi i casi, bisogna industriarsi. Anche con una certa creatività. Perché non è detto che somministrare al proprio luminoso erede un piatto di penne al pomodoro richieda meno estro rispetto all’organizzazione di un teatrino delle marionette, certe volte. Cesare, per mia fortuna, mangia come un facocero senza farsi pregare particolarmente e, grazie al cielo, ha anche deciso di non aver più bisogno di essere cullato per un’ora e mezza in attesa del sopraggiungere del sonno, migliorando di molto la tenuta strutturale delle nostre schiene e dandoci finalmente la possibilità di sfoderare tutti i libri di favole che possediamo. In altri frangenti, però, il nostro spirito di inventiva resta indispensabile. Perché i piccoli umani vanno intrattenuti, e non possiamo di sicuro aspettarci che faccia tutto la scimmia George. La scimmia George va bene quando sei da sola in casa e devi preparare la cena, ma una volta riempito lo stomachino son fattacci tuoi. BISOGNA GIOCARE. Bisogna assecondare i movimenti delle macchinine. Bisogna lanciare palloni di ogni forma e dimensione. C’è il nascondino. Ci sono le costruzioni. Ci sono le robe sonore da schiacciare. Ci sono i balletti e le canzoncine. I carrettini. I puzzle con le bestie. I puzzle fatti a cubo. Il Didò. I pennarelli per scarabocchiare. Le impenetrabili barriere di cuscini. I libri con le finestrelle da finestrellare. I libri che ti spiegano il mondo e come si chiamano le cose. I pupazzi. Ci sei pure tu, tutta intera, che devi trasformarti a comando in un cavallo e passeggiare per casa con tredici chili di bambino EUFORICO sulla groppa.
E fin qui, va bene.
La faccenda molto CHALLENGING, però, è rinfrescare il repertorio ludico. Perché, certo, ci sono dei giochi preferiti che faremo credo PER SEMPRE – temo -, ma mica possiamo adagiarci sugli allori della routine. Gli infanti crescono e le curiosità si evolvono. E tu devi adattarti, estraendo dal cilindro nuove occupazioni e rivedendo il palinsesto dell’intrattenimento per evitare che le minuscole sinapsi del bambino si cementino. Perché bisogna provare, almeno vagamente, a star dietro a tutte le cose nuove che conosce e che sa fare.

Visto però che noialtri abbiamo un po’ dimenticato quella storia della meraviglia che solo la mente di un giovane virgulto sa cogliere anche nel più banale degli anfratti della creazione, ogni suggerimento è utile. Ogni supporto, invenzione o stampella creativa è da considerarsi un’ancora di salvezza nel burrascoso mare del COSA DIAVOLO POSSO ESCOGITARE ANCORA. E il cavallo l’abbiamo fatto. E nasconderci ci siamo nascosti. E i travasi ok. E il libro con gli animali bene. E quello con le filastrocche pure. CHE COSA POSSO FARE PER TE PICCOLO KRAKEN DIMMELO MALEDIZIONE.
Ebbene, ci sono mezzi a nostra disposizione.
Qualche tempo fa, è iniziata la mia avventura con Canon alla scoperta di un progetto da mamma, il Creative Park. Visto che con Canon siamo già amici da tempo e che, per i fatti miei, uso da mesi e con immensa felicità la loro app per lo smistamento (all’interno della famiglia) delle foto e dei video di Cesare – se volete documentarvi, si chiama Lifecake… liberatevi dalla schiavitù dell’invio multiplo di prodotti multimediali a nonni, zii e parenti lontani -, ho accettato di buon grado. Sono stata dotata di una stampante Pixma e sono partita all’avventura.

Ma che si può fare, in sintesi?
Creative Park è una piattaforma in cui Canon ha raccolto – con l’ausilio di creativi, designer e artisti dell’origami di caratura galattica – una serie di progetti ludico-ornamentali da fare con le proprie creature, usando semplicemente la carta, le immancabili forbici con la punta arrotondata e un po’ di colla. Tutti i progetti sono gratuiti, scaricabili e stampabili (istruzioni comprese) e hanno il nobile scopo di intrattenere i nostri pargoli con attività di vario tipo. Ci sono i disegni da colorare, le bestie da costruire, le grafiche da appiccicare al muro per rendere più gioiose le camerette, i modellini da far volare e le giostrine da far penzolare sui lettini. È una specie di enciclopedia tematica di strumenti per generare divertimento “manuale” e di risorse fai-da-te per riempirsi i muri di casa di teste di tirannosauro. O di comodi metri per misurare quanto crescono i nostri benedetti figli. Si può spulciare tutto il “cataologo” e si possono anche consultare le raccolte tematiche – a questo giro, per esempio, c’erano i gruppi di lavoretti coi dinosauri e pure quelli sullo spazio, coi razzetti e i pianeti. LA VITA.

Cosa abbiamo scelto noi? Cesare raggiungerà il ragguardevole traguardo dei due anni a settembre, quindi non posso aspettarmi che faccia “attivamente” gli origami. Può, però, beneficiare del risultato. Quindi mi sono stampata diversi pennuti da fargli saltellare davanti – visto che tra le nostre onomatopee preferite c’è indiscutibilmente CIP CIP – e, nella speranza di espandere le sue capacità verbali e/o definitorie, ci siamo anche lanciati con baldanza sui blocchetti di carte con gli oggetti e la fauna. Non paga, ci siamo anche dotati di allegre bandierine dal grande potenziale decorativo e di una foca che sta lì ad aspettare che qualcuno le tiri dei cerchi colorati sul naso.

Insomma, c’è varietà. E ci sono le basi per sentirsi più estrose di Dodò dell’Albero Azzurro. Il Creative Park è in grado di sopperire a tutte le esigenze ludico-educative dei nostri figli ed è pure garanzia di un’ammissione alla Normale di Pisa con quindici anni buoni di anticipo? No, ma mi pare una risorsa utile per genitori che, molto umanamente, possono aver bisogno di una spintarella sul lato creativo e che vogliono aggiungere qualche freccia al loro arco. Rinfrescare il repertorio, gente. Rinfrescare il repertorio!
Con la sentita speranza di aver segnalato qualcosa di utile a chi ormai ha giocato pure con le piastrelle del pavimento, torno a incollare le ali a un parrocchetto canterino e a pianificare un’intera Arca di Noè di bestiole pieghevoli e variamente rimbalzanti.
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Post in collaborazione con Purina – con il valente supporto di Ottone von Collaudatore.

Orbene, Ottone von Influencer torna a colpire… occupandosi con adamantina coerenza della sua più grande specialità: il cibo per felini. A dirla tutta, bisogna precisare che il suo apporto all’impresa è finito lì, perché l’argomento di cui ci occuperemo oggi è un po’ più un servizio rivolto a semplificare la vita ai volenterosi padroni. Ma si sa, lui è un gatto-immagine. Mica posso pretendere una sua opinione critica riguardo al lancio dello shop online di Purina. Lui si limita a mangiare le crocchette Purina One e l’umido Gourmet da tutta la vita. E per il resto devo applicarmi io. Perché sono, come sempre, al suo servizio. Il compito, però, non si è rivelato impervio. Anzi. La ragionevolezza regna sovrana.

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Ottone von Influencer si abbandona al sogno di container di Gourmet Perle che ci vengono consegnati con marziale puntualità.

Che cosa succede, in soldoni?

Purina è un marchio storico che da decenni – in molteplici declinazioni, da Felix a Friskies  – nutre cani e gatti di ogni forma e dimensione. La gamma dei prodotti disponibili è decisamente vasta, così come vasta è l’offerta in base all’età, ai gusti e alle esigenze specifiche degli animali che zompettano vicino a noi. Da qualche settimana, Purina ha lanciato un servizio in più: il suo primo portale per la vendita online di pappe e crocchette, con una serie di “comodità” e vantaggi aggiuntivi per i padroni. E ci ha chiesto di collaudare lo shop e di raccontare agli altri gattari come funziona e com’è andata.

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Tra le cose che più amo dei gatti c’è la capacità di fissare pareti completamente bianche (o una scatola) per ore, come se fossero al cinema.

A parte il “che bello mi portano le cose a casa” – faccenda universalmente bene accetta e ancor più saggia se vivete con una bestia che ha magari bisogno di mangiare pappe particolari -, c’è un programma fedeltà che vi farà accumulare punti (che poi diventano sconti), ma anche la possibilità di comprare dei kit già pronti, donare gift-card e, soprattutto, di costruire un piano-cibarie in abbonamento (c’è subito un -15% e si può scegliere con che frequenza farsi arrivare i prodotti). In generale, gli ordini vengono consegnati in 72 ore sul vostro zerbino (potete anche prendere appuntamento ed evitare di rimanere imprigionati in casa in attesa di un corriere che non apparirà mai) e lo shop è fruibile anche da mobile senza che vi venga la labirintite. Ora, non dico che Ottone von Shopping sarebbe in grado di ordinarsi da mangiare da solo, ma è un sito molto sensato. I prodotti si possono filtrare in base a qualsiasi cosa. Al vostro gatto piace l’anatra? Favola, nel filtro “Gusto” c’è ANATRA. Il vostro gatto vive in balia delle palle di pelo, rantolando senza sosta? Perfetto, nei “Bisogni specifici” c’è CONTROLLO BOLI DI PELO. Avete un gatto anziano che vive in casa, ha i reni messi male e apprezza particolarmente la trota? Tutto questo si può dichiarare serenamente nei filtri, in modo da far venire fuori i prodotti più adatti – o ritrovare quelli che vengono già consumati.

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Per fortuna non ho mai ceduto alla tentazione di comprare a Ottone uno di quei costosissimi giacigli-cuccia. Perché sì, i gatti preferiscono le scatole (e in ogni caso evitano di utilizzare qualsiasi articolo sia stato espressamente acquistato per loro).

Mi sarò dimenticata qualcosa? Penso di no. Ma per farvi un’idea ed esplorare bene tutto quello che il portale può allegramente offrirvi, vi consiglio di fare un giretto su PurinaShop. Qui stiamo valutando gli abbonamenti perché Ottone merita un menu più vario, in pratici container multigusto. E tante care cose.
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Post in collaborazione con Purina – con il valente supporto di Ottone von Collaudatore.

Ottone von Accidenti va per i cinque anni. È nato in agosto insieme a un mucchio di altri gattini che non abbiamo mai conosciuto perché erano stati tutti smistati prima che arrivassimo noi. La cosa, devo confessarlo, un po’ mi aveva dato da pensare. Questo qua è l’ultimo, avrà sicuramente qualche devastante turba comportamentale che ci renderà la vita impossibile. O qualche menomazione irreparabile – nascosta da qualche parte sotto a quei sei metri cubi di pelo che lo ricoprono – che non lo farà campare a lungo, condannandolo a sofferenze atroci. Un gatto omicida con un femore attaccato con il nastro adesivo, tipo. Un gatto distruttore di mondi, con tre occhi, il dono dell’invisibilità e il pancreas grosso come un melone. Insomma, ero sicura che stessero per appiopparci un Ottone von Fregatura. Dopo cinque minuti in compagnia della signora Gattara che l’ha allevato, però, ci siamo resi conto che Ottone era l’ultimo, certo, ma per un motivo molto semplice: la signora Gattara ADORAVA Ottone. E, potendo scegliere, non se ne sarebbe mai e poi mai separata. E, quasi cinque anni dopo, non c’è stato un momento in cui mi sia venuto in mente di pensarla diversamente.

Bé… magari qualche momento c’è stato.
Ma proprio un paio.

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Ottone che mi corre in faccia alle cinque del mattino, quando abitavamo in una casa a forma di cubo, del tutto sprovvista di porte.
Ottone che salta sulla macchina del caffè, ribaltandola in terra e crepando il parquet.
Ottone che ricopre di lanugine NERA tutto quello che possediamo.
Ottone che si fa le unghie sulla televisione.
Ottone che fa esplodere una boccetta di smalto, verniciandosi di verde.
Ottone che capovolge l’albero di Natale, dopo aver frantumato ventisei palline glitterate.
Ottone che salta in un vaso alto un metro e lo riduce a una montagna di taglientissime molecole di vetro.
Ottone che mi mastica i capelli.
Ottone che si avventa su sacchetti di ogni tipo nel cuore della notte, terrorizzandoci oltre ogni immaginazione.
Ottone che minaccia i pesci rossi entrando nella vaschetta con entrambe le zampe.
Ottone che trita ogni caricabatteria a sua disposizione.
Ottone che deposita un epico merdone nel bidet dopo essere stato redarguito per aver sgranocchiato una cotoletta che attendeva, incolpevole, di essere buttata in padella.
Eccetera.

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Mi sto di certo dimenticando qualcosa di fondamentale, ma non importa. Perché la sporadica distruzione dei nostri averi, i rumori improvvisi che ti atterriscono mentre cerchi di dormire, le grattate all’armadio quando la ciotola non viene prontamente riempita all’orario abituale (spaccando il minuto), i tappeti manomessi, l’obbligo di vivere con un roll antipelucchi appeso al collo e con il terrore perenne che i tuoi Supercoralli vengano azzannati fino all’irriconoscibilità, ecco, tutte queste (credo) inevitabili sciagure sono assolutamente trascurabili. Perché Ottone, nella sua sconfinata e vastissima idiozia, mi ha dato una mano a capire com’è che funziona una famiglia, che cosa significa prendersi cura – tutti insieme – gli uni degli altri, che cosa succede quando a casa c’è qualcuno che ami… e che ti aspetta. Mi ha aiutato a capirlo nel suo piccolo, da gatto – perché è un gatto, insomma, non un premio Nobel in grado di rivelarti il funzionamento dell’universo e del cuore umano -, ma anche le sue dannosissime zampe sono servite ad aggiungere un pezzettino importante all’idea di “noi” che stavamo cercando di creare. Ed è vero, qualche tenda ci ha smenato, mentre imparavamo a volerci ancora più bene, ma ne siamo usciti bene. Anzi, meglio. E mi piace pensare che un po’ sia anche merito suo.

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Un Ottone lo augurerei a tutti, e il più a lungo possibile. Il che, senza bisogno di ricorrere a collegamenti mentali super contorti, è anche un po’ la mission di Hill’s Pet Nutrition… e il motivo per cui mi sembra bello dare una mano.


Da ottant’anni, Hill’s si impegna ad architettare alimenti sani, sicuri e controllati per rendere migliore – e più lunga – la vita delle bestie che coccoliamo ogni giorno, senza dimenticare i cani e i gatti che attendono ancora di essere adottati. E, fino al 22 maggio, anche noi possiamo contribuire a riempire di pappe gli animali dei rifugi, facendo una cosa che credo possa riuscirci del tutto naturale: CONDIVIDERE LA FOTO DI UN CANINO O DI UN GATTINO!
Come si fa?
Fate un giro sulla pagina Facebook di Hill’s, postate una foto del vostro animalino e raccontate in allegria com’è la vita con lui. Per ogni testimonianza raccolta, Hill’s donerà un pasto a un rifugio. L’obiettivo è raccoglierne 10.000, per migliorare l’esistenza delle creaturone che non hanno ancora la fortuna di avere un padrone sollecito come voi. O come la signora Gattara che ha deciso di consegnarci un Ottone – qui impegnato ad osservare un carico di crocchette con lo sguardo dell’amore infinito.

 

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Ce la faremo?
Penso proprio di sì.
In alto le ciotole!

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[Qui trovate tutte le informazioni per partecipare e il regolamento della campagna].

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Il mio San Valentino con Ottone von Testimonial doveva andare diversamente. Purina, con grande dispiegamento di mezzi e di ottime intenzioni, ci aveva addirittura fornito un magico kit pieno di romanticherie. Avevamo un mazzo di fiori, gente. Era dal mio matrimonio che in casa nostra non entravano dei fiori. E, col senno di poi, non è difficile capire il perché.
Ottone von Edward Scissorhands adora i fiori.
Ma non per le ragioni giuste.

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Dopo aver prontamente divorato una porzione di Gourmet MonPetit ed essersi prestato a un brevissimo – ma intenso – SHOOTING fotografico all’insegna dell’abbracciosità e della felice interazione con un mucchio di nastrini colorati – nastrini che, come tutti potrete ben immaginare, contribuivano all’integrità del compianto omaggio floreale -, Ottone von Kratos si è avventato sui margheritoni, riducendoli a un ammasso informe e piangente di fogliame sminuzzato.
Erano belli, i nostri fiori. E vogliamo ricordarli così, all’apice della loro fugace avvenenza.

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I fiori, teoricamente, dovevano aiutarci a celebrare la festa degli innamorati con grande trasporto e coreografica dignità. E invece niente. Ottone non è sensibile. Ottone non comprende le smancerie. Se fosse un uomo, Ottone mi verrebbe a dire che non ho bisogno di un regalo di San Valentino. Per noi, amore, San Valentino è tutti i giorni. Che bisogno c’è di riempirsi la casa di cioccolatini? Neanche li mangi, i cioccolatini!
Ecco.
Ottone funziona così. Ma può permetterselo.
La prima cosa che mi sono domandata, quando Gourmet mi ha chiesto di festeggiare San Valentino col mio gatto – anzi, la seconda cosa che mi sono domandata. La prima-prima era “mi hanno forse presa per una gattara pazza?” – è stata la seguente: ma Ottone, alla fin fine, mi vorrà un po’ di bene? Cioè, ci sono almeno novemila cose al mondo che Ottone sembra apprezzare più di me. Ottone adora i sacchetti di carta, si diverte a grattare gli armadi alle 2 del mattino, ama follemente le falene, rompe con gusto bicchieri, vasi e piccoli soprammobili e, in generale, si venderebbe l’anima per una ciotola di carnina e pescetti in umido. Io, così a spanne, sono solo una comparsa nel vasto universo delle passioni ottonifere. Divento rilevante quando mi avvicino allo sportello dei mangiarini ma, per il resto, sono quasi completamente d’intralcio.
Dopo un attimo di discreto scoramento, però, mi è venuta in mente una cosa bellissima che succede tutte le mattine. 
Ho la fortuna di abitare molto vicino all’ufficio e, in pratica, quando Amore del Cuore è pronto per uscire di casa, io devo ancora trovare le forze di risorgere dalle coperte. Amore del Cuore, un po’ per incoraggiarmi ad alzarmi ad affrontare la vita e anche e un po’ perché gli sembra disdicevole andarsene senza salutarmi, viene sempre a sedersi sul bordo del letto. Mi abbraccia, mi saluta, mi coccola e mi dice una quantità di cose incredibilmente rassicuranti. Dopo quindici secondi, chissà poi perché, arriva anche Ottone. E ci ritroviamo lì tutti insieme ad augurarci buona giornata, gatti e umani, gente vestita e gente in pigiama, felini vispi e tizie addormentate, uomini grossi e gatti poffosi. Allegramente aggrovigliati in un angolo di letto.
E niente.
Non so perché Ottone lo faccia. E non credo che nessun gatto si azzarderebbe a chiamarlo “amore”. Ma a me, ogni mattina, la sensazione che arriva è proprio quella. Insieme all’idea che, da quando c’è Ottone, la mia “nuova” famiglia sia un po’ più grande e un po’ più bella.

Troppa tenerezza? Non preoccupatevi, c’è sempre un video – che Gourmet, nella sua infinita gentilezza, di sicuro non si merita.

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Portate pazienza. Siamo un po’ tutti degli Ottone.
Non regalateci dei fiori. Non li sappiamo gestire.
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Sto continuando a numerare il Tegaminario dell’Avvento come se questo fosse veramente il sedicesimo post che ho sfornato. In realtà sono riuscita a proporvi solo un tripudio di taco coi razzi, degli origami da parete a forma di unicorno (più balena e cocorita), dei braccialetti fatti con le teiere rotte, dei cuscini di purissima seta pieni di bestiole e un vagone di gioielli di Sailor Moon. E basta. Non sono sedici, lo ben so. Ma procederò comunque a testa alta, sventolando il vessillo della disorganizzazione e del casualismo più spinto. Perché oggi, caroni tutti, è un giorno importante. Oggi si parla dell’assoluta gloria sprigionata da Sparkle Collective, un minuscolo progetto dall’infinito potenziale di poffosità valorosamente inventato da una ragazza di Toronto – che va continuamente in vacanza impedendoci di ordinare la sua roba su Etsy ogni sette minuti.
Osservate – cercando di non iperventilare violentissimamente.

Una foto pubblicata da Sparkle Collective (@sparkle.collective) in data:

 

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Una foto pubblicata da Sparkle Collective (@sparkle.collective) in data:

Una foto pubblicata da Sparkle Collective (@sparkle.collective) in data:

Oltre a disegnare gattini-gelatini, bradipi che se ne infischiano, anguriette felici di vivere e unicorni grassottelli – rischiando ogni volta di farmi venire una crisi polmonare -, l’evanescente Britt ama prendersi delle lunghe (e per noi penosissime) pause. Per capire che cosa sta accadendo, dunque, vi conviene tenere d’occhio il profilo Instagram di Sparkle Collective, dove – di tanto in tanto – Britt si prende la briga di informarci che le spillette con le ciambelle feline sono di nuovo disponibili su Etsy. Da quel che ci ho capito, Britt sforna all’improvviso dei transatlantici pieni di aggeggini, li vende tutti e parte per la Polinesia. Quando finisce i soldi, Britt torna a casa, mette insieme una tonnellata di adesivi a forma di fetta di pizza con le orecchie, li vende tutti un’altra volta e va a fare trekking nella Terra del Fuoco. E via così. Per sempre. Come una maledizione Maya dall’immarcescibile circolarità. Se non bramassi ogni singolo sgorbiolino obeso che Britt ha mai disegnato in vita sua, le avrei probabilmente già augurato ogni male. Ma Britt deve continuare a prosperare. E a diffondere la poffosità nel cosmo. Una testolina di gatto per volta.
Lode e gloria a Britt.
Sempre sia miagolata.
Mettete dei bookmark. E mettetevi il cuore in pace.
…prima o poi dovrà pur riemergere dal cammino di Santiago.

***

Per gioire dell’esiguo – ma bellicosissimo – Tegaminario dell’Avvento, c’è anche un board Pinterest.

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Vorrei essere immune al sogno della “casa-Pinterest”, ma la mia esistenza è un susseguirsi di fallimenti. Qualche anno fa mi sarei accontentata di avere la lavastoviglie. Ora, invece, sono diventata ambiziosa. Faccio incorniciare i quadri. Ho due stendini. Ho dei vasi con dentro delle piante non completamente decomposte. Possiedo almeno tre tovaglie diverse e un mollettone. Usare il mollettone è un rito di passaggio. Usare il mollettone ti trasforma automaticamente in una persona che ci tiene a casa sua. Visto che, in realtà, mi vergogno moltissimo di tutti questi incomprensibili afflati domestici, cerco di auto-sabotarmi con una certa regolarità. Mi rifiuto di imparare a stirare, semino il disordine, butto i calzini in lavatrice senza spallottolarli e dedico scaffali interi della libreria numero tre a dinosauri di plastica, tazze con i dinosauri, dinosauri di legno, artigli di dinosauro, libri pop-up con i dinosauri. Il colpo d’occhio è agghiacciante e io mi sento al sicuro da me stessa. Non so, però, quanto durerà. Perché – grazie al diabolico potere di Instagram, ormai ancor più temibile di Pinterest – ho scoperto che esiste un brand londinese che produce ogni genere di assurdità… con un’execution straordinaria. Perché il problema è quello, alla fine della fiera. Vorrei una casa piena di unicorni, ma i pupazzi che si trovano in giro fanno regolarmente schifo. Vorrei una lampada a forma di aragosta, ma so benissimo di non potermi aspettare un capolavoro del design. Ebbene, Silken Favours (qui il sitone/shoppone e qui il profilo Instagram che vi strapperà l’anima) riesce a coniugare l’immaginario francamente improponibile che popola la mia multiforme fantasia con la capacità di sfornare oggetti indiscutibilmente belli. Tanto per cominciare, usano solo seta. Vuoi un cuscino a forma d’ananas? Vuoi un cuscino a forma di cavolfiore? Vuoi un cuscino a forma di Grumpy Cat? Che problema c’è. Il disegno lo sappiamo fare. E il cuscino lo foderiamo di seta al 100%. Che cosa potrebbe mai andare storto? Niente di niente, diamine.
Teniamoci per mano e sbaviamo copiosamente.

E niente.
Divani pieni di animalini – un po’ mitologici e un po’ no. FÚLAR tempestati di gattini, corgi, coniglietti e puffin. Top ricoperti di piccolissimi cactus. Silken Favours mi capisce. Sopravvaluta le mie possibilità economiche, ma mi capisce. Seppellitemi sotto a una montagna di setosi melograni. E tanti auguri di buon Natale.

SF pomegrante

Per seguire al meglio il glorioso Tegaminario dell’Avvento – e continuare a soccombere sotto il peso della bellezza delle altrui case di design -, ora c’è anche un versatile e funzionalissimo board Pinterest

Il mio gatto, come ormai ben saprete, è ufficialmente molto più importante di me. Per questa ragione, ogni cinque minuti arriva qualcuno che mi consiglia caldamente di aprirgli un profilo Instagram tutto suo. O una pagina Facebook. O un hotel di design con relativa linea di topi giocattolo. Forse dovrei dare retta a queste persone intelligenti e piene di saggezza (anche se un po’ sadiche), ma temo di non essere ancora pronta. Perché Ottone von Zoolander, se proprio vogliamo metterla sul numerico, piglia più cuori di me e di ogni altro contenuto che mai deciderò di condividere. Mai al mondo, dunque, gli darò la soddisfazione di superarmi, sbeffeggiandomi dalla sua pagina ufficiale – e sfruttando per altro la mia qualificatissima manodopera. Non ho la minima intenzione di diventare la sua Valentina Ferragni.
Oltre a ragioni di natura puramente filosofica, però, bisogna anche considerare faccende pratiche di primaria rilevanza. Perché, diciamocelo francamente, Ottone von Accidenti è un gatto siberiano di 7 chili, nero come la pece.
E fotografare un gigantesco gatto nero è molto difficile.

Parliamone.
– Ottone von Narcolessia ha l’abitudine di appisolarsi ogni volta che tento di immortalare la sua pingue beltà. Si è maestosamente raggomitolato sul divano? Molto bene. Potrebbe essere il momento giusto per lanciare il prezioso hashtag #COCCOLINE. Non appena vi avvicinerete, però, Ottone sprofonderà inesorabilmente nel sonno. Come un informe sacco di patate.
– Fotografare i gatti che dormono non è mica un reato, sia chiaro. A me, però, serve che Ottone stia sveglio… perché, se chiude gli occhi, si trasforma automaticamente in una specie di foca nera pelosissima e non si capisce più niente. Che cos’è? Dovrebbe essere un gatto. Ma dov’è la testa? Come dovrei interpretare questa celestiale distesa di morbida oscurità? Dove comincia? Dove finisce? Se Ottone non apre gli occhi, dare risposta a tutte queste sacrosante domande diventa impossibile. E tutto quello che resterà sarà un soffice mega-kebab color carbone.
– Ottone von Saturazione sballa la messa a fuoco di qualsiasi DEVAIS si utilizzi per fotografarlo. Quel che è peggio, però, è il problema della luce. Ottone non può essere ritratto su fondo scuro o, in generale, su un fondo cupo… perché scompare, molto semplicemente. Riesci a malapena a intuirlo, con uno sfondo del genere. Ottone su sfondo scuro è la perfetta trasposizione fotografica della maledizione di The Ring. Che fare, dunque? Fotografiamolo sul chiaro! Fantastico. Andrà tutto bene. E invece no, manco col chiaro. Non puoi metterlo a fuoco e ambire ad ottenere un effetto naturale e realistico, perché se ti concentri sul muso – NERO – o su una qualsiasi delle sue parti del corpo – NERA -, lo sfondo diventerà di una luminescenza ultraterrena, volatilizzandosi d’un tratto. Ottone su sfondo chiaro è una specie di barile di petrolio che galleggia – CON GLI OCCHI CHIUSI – in un mare di latte d’asina. E non sono ancora sufficientemente onirica per far funzionare una baggianata del genere.
– Ottone von Gigantezza non è interessato al formato quadrato. Ambire a fotografarlo per intero, dunque, è pura utopia. Perché non ci sta. Se vuoi che si veda tutto, devi allontanarti di dieci metri, correndo scientemente il rischio di ritrovarti con una macchia indistinta di nera poffosità – e nulla più. Il che è un peccato, visto che Ottone ama moltissimo trascorrere lunghi periodi disteso a pancia in su sul pavimento, come una boa. Tu ci provi, a farlo entrare in un’inquadratura ragionevole, ma ti perderai sempre la punta delle orecchie e un pezzo di coda. Quando non è a pancia in su, invece, è assolutamente improbabile che stia fermo, moltiplicando all’ennesima potenza le innumerevoli difficoltà già diffusamente raccontate.

Dovete tenere conto di questi problemi di capitale importanza, quindi, quando osservate Ottone von Testimonial in compagnia dell’ennesimo carico di mangiarini prelibati che Gourmet decide di spedirgli al sorgere di ogni luna piena.

ottone gourmet mon petit

Ottone, in questo proverbiale scatto, rotola stupito in mezzo alla gamma completa dei nuovi Gourmet Mon Petit. I Mon Petit suscitano nel mio gatto lo stesso entusiasmo che ogni sera allo scoccare della mezzanotte riusciamo a scatenare aprendo i Gourmet Perle – i suoi preferiti di ogni tempo.

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Ottone è sfocato, ma il trasporto con cui ha affrontato la merenda è palpabile.
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Ottone von Maiale reagisce finalmente alle mie implorazioni – “CUCHINO, ALZA IL CRANIO DALLA CIOTOLA PER UN MOMENTO! FALLO PER ME!” – e mi rivolge un’occhiata estremamente eloquente – “NON ROMPERE L’ANIMA. STO MANGIANDO I MON PETIT. I MON PETIT SONO LA COSA PIU’ IMPORTANTE DEL MONDO”.

 

Ma che sono, i Mon Petit? I Mon Petit sono sempre dei pezzettini di cicciotta sugosina – pardon, “raffinati filettini con carni o pesce cotti in una deliziosa salsa” -, ma in un formato più piccolo. Ottone ne ingurgiterebbe un tir, ma là fuori ci sono anche gatti più compassati che viaggiano serenamente sulle porzioni da 50g. Voi non dovrete buttare via niente e il vostro gatto apprezzerà la pappa che non si secca. Con Ottone – che vive in un universo in cui la roba da mangiare non può seccarsi, visto che trasloca nello stomaco dopo due minuti dall’apertura della confezione -, l’esperimento è stato più sulla felicità, che sul formato. Siamo gente disorganizzata e poco pratica, ma vogliamo che il gatto sia felice. E il gatto, in effetti, ha sprizzato gioia – ed è più che mai pronto a diventare un cat-foodblogger che venderebbe l’anima e la sua prima cucciolata a Gourmet. 
Cuori e tortine trionfanti.
E che qualcuno trovi un tutor capace d’insegnarmi a fotografare sensatamente il mio meraviglioso gatto nero di successo. Ve ne prego.

 

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Come ben sapete, Ottone von Testimonial è molto più importante di me. Nonostante la sua intrinseca amabilità, alcuni BIECHI gatti-ninja hanno cercato (con successo) di fregargli la cena. Da qui, l’intricato mistero della #ciotolapulita. Fortunatamente, però, il colpevole è stato ben presto smascherato… e condannato a un mese di REHAB in un centro per gatti sociopatici – un posto tutto rosa e batuffoloso, dove i felini meno malleabili vengono coccolati, amati, nutriti e vezzeggiati fino all’esasperazione. Per chi volesse augurare ogni bene a Rocky – ormai pronto a imboccare la via della rettitudine -, ecco qua il suo temibile mugshot.

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Per aiutare Ottone a riprendersi dal trauma, Felix ci ha donato una vagonata di pappa nuova. Il collaudo, ovviamente, è andato a buon fine. Un luminoso trionfo. Un tripudio di annusamenti, masticatine e code alzate. La buona notizia è che, questa volta, posso aiutare anche gli altri volenterosi padroni di gatti a nutrire le loro bestiolone. C’è tutto un meccanismo molto spassoso per ricevere a casa – AGGRATIS – un kit di cibone Felix Sensations. Perché mica solo Ottone può fare il testimonial, perbacco.
Come si fa?
Andate a fare un giro sul sito di Felix, compilate il mini-form e preparatevi all’arrivo dei mangiarini.
Per chi, invece, fosse qui solo per guardare foto di gatti, qua c’è Ottone che fa amicizia – con la circospezione tipica delle grandi menti – con Felix Sensations al manzo.

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Ci piace?
Ci piace.
Andate e nutrite i vostri gatti giganti.

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Dunque, in un passato non lontano, il voracissimo Ottone von Accidenti veniva copiosamente nutrito al mattino. Prima che uscissimo per andare al lavoro, Ottone riceveva l’attesissimo REFILL di crocchette – per un gatto, ciotola piena a metà = ciotola vuota = morirò di stenti – e l’adorato mappazzo di umidino. Nulla al mondo – a parte le falene – piace a Ottone quanto il benedetto mangiarino mollino. L’umido è il bene. L’umido è tutto. Per l’umido si organizzano parate, coreografie, esibizioni acrobatiche e salti – alquanto indesiderabili – sui fornelli. La situazione, comunque, è ben presto degenerata. Perché il tuo gatto – indipendentemente dal suo quoziente intellettivo – è del tutto inconsapevole dell’esistenza dei weekend. Il tuo gatto non ha mai una mazza da fare. Di conseguenza, non capirà che, di sabato e domenica, tu vuoi russare fino alle due del pomeriggio, senza un’anima che ti disturbi. Per quanto Ottone sia adorabile, poffoso, simpatico e generalmente amabilissimo, ritrovarselo in faccia alle 7 e 40 non è propriamente riposante. È una roba apocalittica, incostituzionale e terrificante. Soprattutto quando comincia a raspare porte, finestre, tappeti, bidoni della spazzatura, scarpe, mariti e interi universi per informarti che sei una brutta persona e che dovresti trascinarti quanto prima in cucina per dargli un vagone di cibo.
Per ovviare a questo tragico inconveniente, abbiamo deciso di cambiare strategia. Molto bene, Ottone von Accidenti, visto che insegnarti qualsiasi cosa è praticamente impossibile, mangerai di sera. Non hai imparato a usare la gattaiola, non sai aprire un armadio quando ti ci chiudi dentro e non sei in grado di distinguere un giorno lavorativo da un fine settimana, ma noi ti capiamo. E risolveremo questo problema. Viviamo con una cordicella che tiene aperta la porticina del balcone, accorriamo in tuo soccorso quando ci accorgiamo che sei rimasto intrappolato dietro a un mucchio di lenzuola e ti daremo da mangiare a mezzanotte – sperando di non scatenare una preoccupante invasione di gattini-Gremlin a pelo lungo. Non ce la puoi fare, Ottone von Accidenti, ma noi ti adoriamo. E non possiamo sgridarti, perché sei troppo carino.
Cioè, dai. Che dobbiamo fare.

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Ma perché ci troviamo qui.
Ci troviamo qui perché, all’improvviso, un evento inaspettato ha sconvolto la pace della nostra già traballante routine serale. La leggenda narra che una banda di gatti alquanto agili e astuti si aggiri da qualche tempo la città. In barba alla buona creanza e alla civile convivenza felina, questi spregiudicati gatti-ninja si introducono furtivamente nelle case più disparate, spazzolando le ciotole altrui – al grido di O-O-O-OCCHI DI GATTO, O-O-O-OCCHI DI GATTO UN ALTRO COLPO È STATO FATTO. Sono rapidissimi. Sono invisibili. Sono dei geni. In poche parole, sono tutto quello che il mio gatto non sarà mai. Ottone von Accidenti, ovviamente, è stato tra le prime vittime del commando. Ciotola piena, ciotola vuota. E immensa costernazione dell’incolpevole Ottone. Le autorità, comunque, hanno già diramato un identikit – anzi, un identicat (AH, CHE GLORIOSA GAG) – dello squadrone criminale e le indagini procedono a ritmo serrato. Gli eventuali testimoni sono pregati di farsi avanti. Ogni avvistamento – o presunto tale – sarà prezioso per aiutarci a risolvere il fittissimo e deprecabile mistero. Ne va della felicità di Ottone. E della salvezza dell’intero mondo felino. Vi aggiornerò sui prossimi sviluppi – su Studio Aperto, probabilmente. Voi, nel frattempo, puntate il dito contro il vostro criminale felino preferito. Sembrano teneri, ma sono temibili.
GRANDE SUSPANCE.
GIALLO!
INQUIETUDINE!
CIOTOLE VUOTE!

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[Cuoretti a Felix e anche a Ottone von Testimonial, che è l’unico vero INFLUENCER di casa-Tegamini]