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tegamini

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Parlare di come è strutturato questo libro credo produca più disservizi che chiarezza. Lidia Yukanavitch sceglie la metafora dell’acqua proprio per lasciar scorrere i ricordi, creare gorghi, lanciarci giù per una cascata o imprigionarci nella fanghiglia stagnante dei momenti più cupi. La struttura che sceglie – o da cui si fa trasportare – è fluida come la memoria, deformata dalle rifrazioni della luce e condizionata dalla profondità degli eventi che man mano riguadagnano la superficie.

Insomma, La cronologia dell’acqua – in libreria per Nottetempo con la traduzione di Alessandra Castellazzi – diventa lineare solo dopo averne preso le distanze e dopo averlo considerato “tutto insieme”. E mentre si legge ci si aggrappa a quello che fluttua. Ci aggrapperemo a bottiglie vuote, a mostri sacri della letteratura, a mariti perduti, a percorsi accademici tortuosi, a elaborati sex-toy, a una bicicletta nuova, a una collezione di ciocche di capelli… tutti questi detriti viaggiano verso alcune isole “stabili” che ospitano dolori imperdonabili, incorreggibili.

Grossolanamente, potremmo dire che la storia di Yukanavitch è quella di una bambina cresciuta in una famiglia disfuzionalissima e violenta. Di un precoce prodigio del nuoto che non ha mai raggiunto orizzonti eclatanti. Di un corpo portato al limite e consegnato a un disordine vertiginoso. Di una ricerca per spogliare la lingua e la scrittura dal gesso dell’accettabilità e del garbo. Di una madre che perde la sua bambina e sceglie di non rimettere insieme i pezzi.
Pare la cronaca di quel che resta all’indomani di un susseguirsi di disastri naturali, se là fuori esistessero disastri naturali circoscrivibili a una singola persona. C’è il trauma come tema portante – già, anche qui… ben giunte e ben giunti nella Grande Era del Trauma Letterario, movimento collettivo che ha forse contribuito a mantenere vivo e a costruire un ulteriore seguito per un libro originariamente pubblicato nel 2011 -, ma c’è anche una grande vitalità rabbiosa, una volontà di persistere che non sfida tanto le circostanze avverse o il destino, ma diventa sfida contro il proprio stesso buio.

Non è un libro gradevole da leggere, penso. Ha guizzi di grazia estrema e frequentissime ruvidità. Le parti legate al sesso e alle dipendenze non sono particolarmente scioccanti, secondo me – per quanto trattate con esplicita disinvoltura -, ma credo risultino depotenziate dalla nostra ormai crescente assuefazione al tema. E la scrittura che viene a galla in questi capitoli m’è parsa molto didascalica, molto apparecchiata per ottenere un effetto, molto più banale dell’auspicato. L’aspetto positivo è che in questo libro ci sono così tante Yukanavitch che di rado si rimane ancorati a un unico vascello espressivo e ci sta che le pulsioni più incontenibili vengano descritte col metro espressivo che corrisponde a un tempo preciso, che si tratti di adolescenza o di qualsiasi altro momento di violenta liberazione.

Non so se La cronologia dell’acqua abbia voglia di sottoporsi a un “mi è piaciuto”/”non mi è piaciuto”. Ha davvero poco senso domandarselo. É un libro tremendo, crudo, violento. Ma è un libro che persiste e ci riconcilia con i mostri, i rancori, le furie irrimediabili, gli abbandoni e le sconfitte. Fa speranza anche quando fa più schifo. Prova a fare arte per mostrarci come far crescere una pelle nuova. Prova a raccontare che si può ambire alla felicità anche se ci sentiremo per sempre danneggiati. Prova a descriverci uno spazio eterno – liquido – di trasformazione.

Dalla gestione domestica all’organizzazione della famiglia, dai compiti di “cura” alle operazioni basilari e ripetitive che garantiscono il buon funzionamento di una casa, con Ho scritto questo libro invece di divorziare (Feltrinelli) Annalisa Monfreda si interroga sulle corrispondenze generi-ruoli e sugli automatismi che tradizionalmente condizionano il nostro abitare la coppia, la famiglia, il mondo del lavoro e la dimensione collettiva.
Quale imperativo biologico dovrebbe rendermi più qualificata del mio partner a caricare la lavastoviglie?
In base a quali costrutti stratificati ci sono compiti “da donna” e incombenze “da uomo”?
Perché i “ti aiuto, basta che mi dici cosa devo fare” è una trappola, per quanto forse mossa da buone intenzioni?
Quali strutture di potere diamo per buone senza renderci conto dei confini che ci impongono?

Tra fonti autorevoli e cronache di scleri condivisibili, Monfreda esplora le radici del carico mentale – e delle disparità lampanti ma mascherate che il concettone nasconde – per provare a immaginare una prospettiva che affianchi alla basilare idea di ribilanciamento degli sforzi anche una comprensione meno “meccanica” delle fatiche.
Il perno continua ad essere la scelta, secondo me. Si può scegliere se ci sono alternative. Si può scegliere se esiste un margine di manovra e se resta energia da convogliare in una determinata direzione. Si può scegliere quando ci si rende conto che l’orizzonte dovrebbe essere comune – e raggiungibile da entrambe le parti in causa. Una riflessione sincera, utile, liberatoria e pragmatica che sarebbe bello non leggessimo soltanto noi… WINK-WINK.

[Bonus-track: Bastava chiedere di Emma, il fumetto che ha recentemente rianimato il dibattito sul carico mentale.]

 

Credo d’aver capito che sono contenta di aver letto I miei stupidi intenti di Bernardo Zannoni – uscito per Sellerio e romanzo vincitore del Premio Campiello nel 2022 –, ma ci sono mille robe di “impianto” che trovo immotivate. Se non si trattasse di un esordiente così giovane mi verrebbe da dire che sono scelte da volpone di mestiere, ma è un romanzo talmente strano e poco classificabile da neutralizzare qualsiasi dietrologia strategica. Uno che vuol fare della strategia non scrive la biografia di una faina zoppa che impara a leggere la Bibbia in mezzo a un bosco, per la miseria.

I miei stupidi intenti - Bernardo Zannoni - copertinaHo deciso che il modo più efficace per provare a spiegare quel che succede è seguire il nutrito flusso di domande che hanno tormentato la mia lettura. Molte sono prosaiche e imbecilli, altre spero meno.
Perché ai mammiferi del bosco viene donata la parola e una forma di consapevolezza mentre ai polli no?
Perché la consapevolezza di questi animali pensanti è distribuita in maniera disomogenea?
Perché quello che eleva gli animali più consapevoli è, di fatto, un tormento esistenziale che ricalca quello umano?
Se dovevamo riflettere sul tormento umano perché dobbiamo attribuire queste afflizioni a una volpe e a una faina?
Come fa una volpe a stare a tavola?
Perché si lascia a Dio l’unico orizzonte “autorevole” di risposta ai quesiti abissali della vita?
Anzi… è più complicato. Provo a girarla in un altro modo.

La faina nasce ingenua. Obbedisce a istinti basilari, da bestia del bosco, finché abbandona forzosamente la famiglia d’origine e va a lavorare da un usuraio-volpe. Solomon-la volpe  insegna ad Archy-la faina a leggere e a scrivere, strappandolo dalle tenebre della sua condizione d’animale (che a tutti gli altri animali va più che bene) e, di fatto, rivelandogli che il tempo esiste e, se esiste il tempo, esiste anche la morte. Di fronte all’orrida caducità della materia vivente, la volpe trova in Dio una risposta alle tribolazioni terrene – un po’ perché ha imparato a leggere sulla Bibbia e un po’ perché mi sembra legittimo proiettarsi su una prospettiva di salvezza trascendente. Insomma, ognuno trova la sua consolazione e si interroga sull’eredità che lascerà ai posteri, una volta compreso che non si campa per sempre – e lo fa con veemenza anche questa carogna di volpe.
Ecco, questa faccenda della conoscenza come grosso boomerang beffardo è stupenda, secondo me. La faina e la volpe SANNO, ma questa conoscenza aggiuntiva non li rasserena, non li pacifica. La faina attraversa dei fugaci lampi istintuali – legati alla fame, all’accoppiamento o all’autoconservazione – e quando si sorprende di nuovo bestia un po’ si spaventa e un po’ si gode quell’insolita libertà che credeva sopita.

Noi forse amministriamo le medesime “spinte”, ma alla rovescia – o così ci piace credere. Siamo diventati più razionali che istintivi, più cervello che artigli, più abitanti di passati/presenti/futuri che di una sequenza slegata di presenti frammentari. Però le domande che si fanno la volpe e la faina sono comunque nostre. A maggior ragione, anche. Perché consegnare quegli specifici fardelli a un contesto “altro”, quando potrebbero suscitare una ricerca che è già la nostra? Per produrre un effetto? Per aumentare l’originalità del risultato finale? E perché Dio – quello della Bibbia, poi? Non so decidere se il fatto che la faina e la volpe si “elevino” perché han conosciuto Dio sia da interpretare come “solo conoscendo Dio ti puoi affrancare dalla bestia che sei” o come “manco Dio ti salva, alla fine, perché adesso che sai ti accorgi che stavi quasi meglio prima”.
Che un libro produca riflessioni è, per me, sempre motivo di stima. Resto disorientata, però, perché mi sembra contemporaneamente un romanzo di una vecchiaia impossibile e un libro che prova a fare una cosa nuova e coraggiosa. Ma che lo faccia in un bosco e che lo faccia imponendo ai protagonisti una metamorfosi così radicale e selettiva suona, a me, forse più manipolatorio del necessario.

Forse per continua esposizione alle stupidaggini più disparate, per diffidenze sviluppate sul campo (corroborate spesso da realtà non limpidissime) e per un’esigenza quasi difensiva che ci spinge a rifugiarci nella più granitica razionalità – ecco, per tante ragioni potremmo avvicinarci al vasto universo dei tarocchi con un bagaglio assai greve di preconcetti stratificati. Facciamo bene? Un po’ forse sì. Faremmo bene in questo specifico caso? Credo di no.
Quello che costruisce Valentina Divitini in questa guida è, in fin dei conti, un esperimento di narrazione e un viaggio simbolico. Leggere i tarocchi – in libreria per Magazzini Salani – è una cassetta degli attrezzi “extra” basata sulla fiducia nelle nostre capacità interpretative e “interrogative” – AKA “come farci le domande giuste”, calibrando le aspettative per renderci conto che nulla dipende da un fantomatico DESTINO che ci tocca o non ci tocca in sorte.

Che il tema incuriosisca o meno – e che poi questa curiosità spinga o meno a intraprendere una pratica strutturata di “lettura”, per noi o per gli altri -, il grande valore aggiunto è davvero Divitini. Si parte da una fascinosa carrellata storica (dagli oracoli alla riappropriazione contemporanea della dimensione “divinatoria”) per assestarci su una principale linea programmatica: i tarocchi sono uno strumento… neutro, come ogni strumento di cui possiamo servirci. Come funzionano? Come sono fatti? Che possiamo chiedere a queste benedette carte? Dipende. Utilizzano una simbologia condivisa – basata su grandi archetipi e dettagli che evocano reazioni profonde – per aiutarci a raccontare una storia, in un continuo rimescolamento di prospettive e possibili angolazioni. Sono una sorta di grande catalizzatore sistematizzato che si serve di figure e numeri per aiutarci, se vogliamo imboccare una strada alternativa, a tirar fuori quello che già sappiamo ma mettiamo male a fuoco.

Insomma, l’intento non è nozionistico – favola, impariamo a memoria tutti i trentordici miliardi di potenziali simbologie di ogni carta del mazzo! – ma liberatorio, mi vien da dire. Si riflette sul metodo, più che sulla regola. Si crea uno spazio per creare domande “sane” e produttive, più che per applicare acriticamente un insieme di dogmi. Quel che ne esce, al di là dei consigli pragmatici per cominciare, è un felice incoraggiamento a percepirsi come artefici e non come soggetti passivi di un gramo disegno inamovibile che non controlliamo mai. C’è dell’incontrollabile in quel che ci succede, chiaro, come sono incontrollabili tante condizioni di partenza, ma c’è anche il potere di riconoscerci forti, capaci, equipaggiate e saldamente al timone. Non si “crede” ai tarocchi, penso d’aver capito. Si “crede” alla propria curiosità, alla propria capacità di scrivere una storia in cui ci piacerebbe abitare.

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[Segnalazione extra: esiste un mazzo “curato” da Valentina per i 23bassi. I mazzi possono basarsi su ogni possibile tema e declinazione grafico-visiva… ecco, questi sono tarocchi che raccontano il patrimonio architettonico italiano.]

Tarocchi

Tarocchi

 

Libri pazzi, eccoci!
La torre di Bae Myung-Hoon – in libreria per Add Editore con la traduzione di Lia Iovenitti – è una raccolta di racconti ambientati tutti nello stesso posto: un edificio-stato che contiene mezzo milione di persone distribuite su più di 600 piani. Si chiama Beanstalk – strizzando l’occhio al Fagiolo Magico per la sua vocazione a svettare verticalmente – e, oltre a spiccare per scarsa propensione alla pacifica coesistenza coi paesi vicini (che sono “estero” anche se occupano l’isolato limitrofo), è un concentrato di conflitti pronti a deflagrare. Dietro alla facciata dell’utopia armoniosa, infatti, si spalanca una voragine di disparità, privilegi, magheggi e intrallazzi, dal lavoro alla politica, dall’economia alla ricerca. É una sorta di esperimento densissimo di coabitazione in presenza di risorse scarse, ma anche una satira rivolta alle società “avanzate”, che molto spesso cercano di nascondere le loro disumanità fondative.

I racconti cercano di illuminare le diverse facce del complesso intreccio di soldi, influenza e potere che animano i rapporti nella Torre. Dalla speculazione immobiliare agli arcigni sistemi di difesa che puntano a isolare lo stato-edificio dal resto del mondo, tutto alla Beanstalk è rigidamente normato. La fobia del caos, del disordine e dell’”invasione” è lo specchio di un disperato tentativo di scoraggiare ascese impreviste, in un finto sistema meritocratico che vende sogni ma ben poco solide realtà. Tutti vogliono guadagnarsi un posto alla Beanstalk, ma ne vale davvero la pena? Non occorre una particolare immaginazione per applicare la medesima domanda ai contesti che popoliamo anche noi, tra cinismo difensivo, autentica rabbia sociale, furbi espedienti e maldestri tentativi d’auto-convincimento.

La torre mi è garbato per l’idea e la struttura “episodica”, ma forse meno per l’effettiva esecuzione. È un’edizione rivista rispetto alla prima edizione di una decina d’anni fa – tradotta direttamente dal coreano, senza lingue-ponte come spesso in tempi recenti è capitato – e regge alla prova dell’attualità geopolitica, per quanto i racconti risultino molto enfatici, un po’ sbalestrati e qua e là fin troppo ingarbugliati. I problemi di “tono”, però, credo dipendano in larga parte dal mio orecchio poco allenato. Ballard concorrente di Squid Game? Forse un po’ sì.

Le Quattro galline di Jackie Polzin – in libreria per Einaudi Stile Libero con la traduzione di Letizia Sacchini – non sono le occulte custodi dell’antica saggezza del mondo. Nel loro razzolare non troveremo la sapienza del cosmo o le indicazioni velatissime di un’entità superiore – assai opaca ma fondamentalmente pronta a guardarci le spalle. Le galline sono un pretesto. Sono vittime inconsapevoli. Sono in balia del caso, del caos e della fortuna. Le galline non sanno niente e possono controllare solo quello che hanno davanti al becco. Le galline, in un certo senso, siamo noi. Anzi, potrei azzardarmi a dire che godono di un relativo privilegio: nel microcosmo solo all’apparenza inoffensivo di questo libro, hanno chi le accudisce e veglia sulla loro strutturale impossibilità di contrastare gli accidenti della vita.

Le galline vivono nel pollaio di una casa dal valore immobiliare in picchiata. Sono le galline di una coppia formata da un accademico condannato ad essere promettente (forse) in eterno e da una donna che sta cercando di uscire dal limbo di un desiderio viscerale frustrato. Si sorreggono a vicenda senza grandi gesti plateali e, a vederli così, non sembrano neanche travolti da chissà quale formidabile sentimento. Vivono in un quartiere che dovrebbe avere una collocazione urbana ma pare composto da una serie disordinata di microscopici feudi infestati da predatori boschivi, tratte commerciali diventate troppo invadenti, cortili pieni di roba che nessuno sa come smaltire, depressioni periferiche e gentrificazioni al contrario. Non si capisce da dove piglino i soldi per campare, ma quattro galline le possono mantenere.

Il libro ci invita senza particolari preamboli a partecipare alla quotidianità di lei – che funge anche da voce narrante – e delle sue galline. Quando arriviamo, c’è una possibilità di futuro che si inserisce timida nel clima di disillusione generale. Seguiremo questa possibilità immergendoci in una stratificazione di dettagli “piccoli” che, nell’accumulo graduale, son poi quelli che costituiscono la realtà del vivere. Puliremo case – e penseremo a cosa vuol dire -, compreremo granaglie, visiteremo madri, scalderemo avanzi, baderemo al bambino della nostra amica, risponderemo alle rimostranze dei vicini e aspetteremo lettere importanti mentre cerchiamo di capire se in giardino abbiamo un albero che sta per crepare o no. Le galline saranno una preoccupazione costante.
Perché non fanno le uova?
Il freddo le sterminerà?
Hanno da bere?
I procioni possono raggiungerle?
Ci preoccuperemo per le galline perché abbiamo paura di preoccuparci per noi. Ci prenderemo cura di queste benedette galline perché abbiamo bisogno di scoprirci in grado di proteggere almeno loro.

È un bellissimo libro strano. Restituisce dignità “filosofica” a un pragmatismo che sembra risalire alle pulsioni più viscerali e sincere, ma senza menarcela con piccoli mondi antichi e con la magia delle creature semplici. È un libro pieno di dolori tremendi e destini di una normalità spietata, di teste che lavorano – e rimestano quel che di irrimediabile c’è nel passato – mentre le mani sono impegnate. Racconta quello che succede quando il posto dove vivi muore e tu non hai modo di aggiungere vita a quel che c’è, ma puoi solo provare a limitare i danni in vista di qualcosa che non sai bene se arriverà. E in mezzo ai piedi hai queste quattro galline che non sanno niente, ma forse hanno capito chi sei.

Le piante si evolvono facendosi gli affari propri. Alcune hanno sviluppato strategie raffinatissime per tenere alla larga i predatori – disgustandoli col saporaccio delle loro foglie o rincoglionendoli con principi attivi che puntano a disorientarli, più che a ucciderli – o per rendersi più gradevoli agli insetti impollinatori e, dunque, farsi “propagare” con maggiore zelo. Alcuni di questi grimaldelli evolutivi si esprimono in molecole o composti che, incidentalmente, producono effetti di varia natura anche su di noi. Usiamo le piante per alimentarci, curarci o tentare d’ingentilire il nostro aspetto da tempo immemore… ma che succede quando di mezzo c’è una potenziale alterazione dei meccanismi di funzionamento della nostra mente? La faccenda si complica. E si fa anche molto affascinante.

Senza lesinare sulle imprese di coltivazione, Michael Pollan raccoglie in Piante che cambiano la mente – uscito per Adelphi con la traduzione di Milena Zemira Ciccimarra – tre approfondimenti distinti su altrettante sostanze psicoattive che, a vario titolo, hanno intrecciato una relazione solida e duratura con noi: l’oppio (ricavabile da papaveri molto più comuni di quel che potremmo sospettare), il caffè e la mescalina/il peyote. Sono tre reportage scritti in diverse fasi della carriera di Pollan, qui ricontestualizzati e rivisti per interrogarci anche sulla ricezione culturale, sociale e “criminale” del consumo. Se il caffè (e il tè) possono essere considerati stimolanti che potenziano la nostra performance e rientrano nel regno dell’accettabilità e della legalità, infatti, su oppio e allucinogeni si addensano riflessioni e strutture di controllo di ben altro tenore.

L’accettabilità di una sostanza, ci dice Pollan, è di fatto un costrutto sociale e normativo deliberato. Quel che non ha la capacità di disturbare l’ordine costituito “va bene” – ciao, caffeina che ci rendi più efficienti! – mentre su quello che può scatenare effetti meno mappabili e controllabili si legifera in maniera molto più stringente, in soldoni. L’oppio è un buon esempio di liminalità – e la crisi degli oppioidi negli USA fa ben capire quanto sia spesso sdrucciolevole il confine tra droga e farmaco – e il capitolo sulla mescalina allarga ulteriormente il campo accogliendo una nicchia di consumo molto specifica: per i nativi americani il peyote è una pianta sacra e uno strumento per preservare il collegamento con la sfera spirituale della natura, oltre che uno dei pochi collanti comunitari rimasti. Insomma, in questo libro si parla di piante, di persone e di norme condivise, più che di “sballo”.

Devo dire che m’aspettavo un’esposizione un po’ più vivace e meno guardinga e che non sono rimasta particolarmente colpita dalla voce narrante, ma ho apprezzato gli sforzi di allargamento del campo e l’approccio “multidisciplinare”. In inglese si usa drug sia per parlare di droghe che per definire i farmaci e le medicine… e forse il punto di questi tre pezzi sta proprio lì, nell’impresa fluida di definizione di un confine che per le piante da cui ricaviamo questi composti – capaci di alterare la nostra coscienza e il nostro modo di “funzionare” – semplicemente non esiste.

Partirei con un piccolo cappello introduttivo da ascoltatrice dell’audiolibro – se vi interessa sentirlo, lo trovate su Storytel.
Ho scoperto che i suoni che appartengono alla vasta famiglia ASMR risultano più gradevoli ed “efficaci” in base alla struttura del cervello dei potenziali riceventi. Io, per dire, non traggo giovamento alcuno dall’ASMR – anzi, mi fa venire il nervoso -, ma mi sintonizzo a meraviglia sull’onda sonora di Daria Bignardi che legge le sue cose. Sto gradualmente ascoltando tutto quello che trovo di suo perché, oltre a garbarmi mediamente molto quello che scrive, la trovo piacevolissima da sentire. Calma, calorosa, pacata ma non pallosa, lieve e garbata. Così, ci tenevo a sottolinearlo perché sono convintissima che il “successo” di un audiolibro dipenda anche da chi lo legge e da come lo si legge. 

L’evento cardine, in Non vi lascerò orfani, è la scomparsa della madre. Una morte meticolosamente ripercorsa che serve però da spunto per un allargamento dell’orizzonte – e forse anche della prospettiva e dei punti di riferimento, muovendosi nel territorio accidentato dei legami più stretti, di quell’ingombranza difficile (e qualche volta felice) che si portano dietro i vincoli di famiglia.
Nella perdita, Bignardi si scopre parte di un vorticoso sistema solare di relazioni, parentele e storie, attitudini disparatissime e conflittuali, ansie tentacolari e invadenze che non sempre si son potute interpretare come sani impulsi di protezione. C’era già tutto, chiaramente, ma per mettersi a raccontarlo serve talvolta una cesura netta, un evento rivelatorio, una vita “importante” che tramonta, lasciandoci a gestire quel che rimane.
Permettendo alla perdita di attraversarla, Bignardi tratteggia il paesaggio quotidiano della sua condizione di “figlia”: un lessico famigliare divertito e malinconico, che la distanza e una fisiologica pulsione d’indipendenza hanno saputo rendere meno intransigente.
Si può ricordare “bene” una madre accogliendone i limiti, tenendoci vicino tutte le difficoltà che ci ha buttato addosso perché non sapeva fare diversamente. Si cresce grazie a una serie di rinforzi positivi, sembra dirci questa storia, ma si cresce anche in opposizione a quello che ci è stato riservato. Ma si cresce, nostro malgrado. E, qualche volta, lo sguardo che va affinandosi nel tempo ci permette un’indulgenza che non sospettavamo di possedere – e che ci fa bene, nonostante quello che si è passato insieme.

 

Dunque, quando ho finito il libro sono andata subito a cercare Grantland, la rivista che Brian Phillips – da quanto ci risulta dalla bandella – ha contribuito a fondare e animare con i suoi scritti. Voi risparmiatevlo perché posso già dirvi io che Grantland ha chiuso bottega e online restano solo gli archivi – vi metto il link, in nome della speleologia. Mi sono rattristata istantaneamente, perché immaginavo già di poter leggere a cadenza regolare una sorta di versione in tempo reale di questa raccolta di reportage, ma poi ho deciso che m’andava già benone aver incontrato Phillips nelle Civette impossibili – in libreria per Adelphi nella traduzione di Francesco Pacifico. Chissà, credo di essere diventata una che vede il bicchiere mezzo pieno, probabilmente perché visualizzo un bicchiere di rosso e non un bicchiere d’acqua.

Ma di che parla questo libro? Di varie ed eventualissime imprese umane, dalla corsa storica dei cani da slitta in Alaska (BALTO NON TI ABBIAMO DIMENTICATO) a quel che passa per la testa della famiglia reale britannica, dalle gerarchie del sumo a Locutus dei Borg. Ci sono tigri da avvistare nel folto di una foresta indiana e blockbuster caciaroni, le macerie di una famiglia di petrolieri e una gita all’Area 51 – spoiler: non si vede niente, c’è solo un cartello minaccioso in mezzo al deserto.

Sono reportage che non deragliano a causa di un’eccessiva invadenza del narratore ma che ne rispecchiano la curiosità sorniona e un po’ malinconica, il gusto per l’insolito misto a un buon occhio per il surreale
. Quel che c’è qui, anzi, è una grande collezione di episodi che paiono manifestarsi in universi lontani, popolati però da protagonisti che ne hanno fatto il loro orizzonte di normalità.
Ho un debole per la capacità d’osservazione altrui. E anche per le avventure. Non so cosa si provi a prendere un aereo per andare a sincerarmi di come si comportino i miti nel posto in cui si rendono accessibili agli esseri umani, ma mi sono goduta ogni incursione con l’interesse vispo che si produce solo all’intersezione tra narratore azzeccato e storia che vale la pena di raccontare – perché non ne sappiamo ancora abbastanza o perché c’è un modo “migliore” per avvicinarla, un’angolazione più propizia del nostro sguardo.

 

[Bonus track: un capitolo è dedicato a Norstein e al suo lavoro geniale, che si sviluppa in una sorta di mondo parallelo immune dalle scadenze ma tristemente soggetto alle necessità materiali.
Non so se mai vedremo l’adattamento animato del Cappotto di Gogol che cerca di portare a termine ormai da qualche decennio, ma Il riccio nella nebbia vive e lotta con coi. Lo trovate su Youtube e anche in questa versione libresca.]