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Patric Gagne | Sociopath

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Converrebbe maggiormente parlare di Sociopath di Patric Gagne quando uscirà anche in italiano, ma portiamoci comunque avanti con le operazioni. La premessa di metodo dell’autrice coincide con la struttura – e con le motivazioni – di questo memoir: è un articolatissimo “salve, sono una sociopatica, ho un PhD in psicologia e sono qui per spiegarvi come funziono”.

La sociopatia, come gli altri disordini della personalità, ha caratteristiche intrinseche ma anche un contorno di pregiudizi “esterni” particolarmente insidiosi. Mentre per una gran quantità di altre malattie mentali e stati di atipicità esistono da decenni cure, studi, criteri diagnostici e una letteratura consolidata, la sociopatia è stata a lungo assimilata alle psicopatie, ai comportamenti antisociali o, per viaggiare più terra a terra, agli efferati criminali in regime di massima sicurezza, senza perdersi in gran sfumature. Per Gagne, che si è a lungo prodigata affinché la sua condizione trovasse dignità di studio e di trattamento specifico, lo stigma che circonda la sociopatia ha rappresentato uno scoglio complicatissimo da scardinare, sia a livello di comunità “professionale” che di vita quotidiana. I sociopatici ci spaventano e ci ripugnano, li troviamo respingenti e pericolosi, alieni e inspiegabili… ma sapremmo definirli davvero? Possiamo dire di conoscerli?
Il libro ricostruisce la vita di Gagne dall’infanzia a un’età adulta che comprende un marito, dei figli, una carriera e un’esistenza che non stenterei a etichettare come invidiabile. Proponendosi come voce narrante, testimone e “cavia”, Gagne cerca di farci capire com’è campare senza avvertire vergogne, sensi di colpa o reazioni emotive degne di nota. Sente poco ma di sicuro pensa molto e, oscillando tra l’apatia e il bisogno viscerale e violento di trasgredire per scuotersi dall’immobilità, Gagne ci accompagna nell’esplorazione di un mondo in cui la tavolozza dei sentimenti accessibili è fisiologicamente limitata e, per non far troppa paura al prossimo, spesso simulata.

È un libro strano da leggere. Ci si rende conto che lo sforzo per descrivere qualcosa che per noi è “normale” per Gagne è un riflesso appreso – come per una vita intera ha imparato a imitare reazioni e modalità accettabili di interazione, così finisce per scrivere. La struttura è ciclica: ti racconto un episodio, ti spiego quello che ho sentito io, ti spiego come hanno reagito le persone non sociopatiche attorno a me, torno a raccontarti cos’ho imparato dal loro feedback e cosa penso di farci. È noiosissimo, davvero, ma è anche emblematico. Gli esempi sono fondamentali per far afferrare a noi qualcosa di “alieno” rispetto alla risposta emotiva standard e il fatto che ogni evento vada scomposto, analizzato e inquadrato in strutture indotte – perché Gagne, per conto suo, non prova quello che per gli altri è istintivo e spontaneo – è il cuore vero della storia.
Mi è piaciuto questo libro? No. Ma mi è servito. Mi è ancora più chiaro che chi incontriamo non va misurato in base a idee di conformità che servono solo a proteggerci dall’insicurezza e dalla paura – di scoprirci indesiderabili, scomodi, strani… diversi.

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