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Conor Niland | Quasi farcela

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Conor Niland, irlandese, ha militato nel tennis professionistico per due decenni buoni, raggiungendo i migliori risultati verso il 2011, epoca in cui la triade dei prodigi – Federer, Djokovic, Nadal – marciava già piuttosto spedita. Ecco, scordiamoci queste vette d’eccellenza, perché il nostro Niland appartiene a un altro tipo di catena alimentare e l’aspetto interessante di Quasi farcelauscito in origine col titolo di The Racket e appena approdato in libreria in Italia per Mondadori, con la traduzione di Francesca Cosi e Alessandra Repossi – è proprio questo.

Cresciuto in una famiglia in cui il tennis era già diventato una mezza carriera per la sorella maggiore, Niland ha raccolto il testimone con onore e caparbietà ma si è confrontato da subito con un nutrito ventaglio di limiti strutturali, tra federazioni fondamentalmente inesistenti e coaching che già ai tempi appariva quantomeno raffazzonato. S’è arrangiato sempre, Niland, ma facendo costantemente una gran fatica.

Da adolescente aveva fatto un giretto all’accademia di Bollettieri, decidendo però di non trattenersi da quelle parti e perdendo, forse, un treno fondamentale. Ai tempi come adesso, infatti, i debutti solidi sono anche precocissimi e da subito i Junior vengono coltivati e accompagnati da strutture organizzative quasi militari – c’è chi ce la fa e chi non si dimostra un buon investimento e scompare, ma la “macchina” può sempre contare su schiere di nuovi aspiranti. Niland ha continuato a giocare entrando nel circuito dei college americani e da lì ha remato per anni nel purgatorio dei Futures e, se proprio girava bene, dei Challengers. E se l’è cavata, in estrema sintesi, da solo.

Gli entourage sterminati, i calendari ben pianificati, i gran soldoni, gli sponsor generosi….. sono la norma per i giocatori di punta, ma il movimento tennistico globale è fatto di tantissima gente che viaggia due giorni per perdere al primo turno in un torneo di terza fascia in Uzbekistan, senza manco andare in pari con le spese. Chi glielo fa fare? Il sogno crudelissimo della vittoria, la speranza indistruttibile di poter (ancora) migliorare e di riuscire a conquistare un posticino nel tabellone principale di uno Slam. Di vivere un giorno – o magari anche una partita sola – come vivono i Roger, i Rafa e i Nole di turno, che sui quei campi sono attesi come eroi, stelle irripetibili e galline dalle uova d’oro.

Il memoir di Niland contiene alcune inevitabili pedanterie, ma la visione d’insieme che si guadagna è franca e anche piuttosto “salubre”, mi viene da dire. Siamo abituati ai racconti gloriosi, ai successi mitologici, ai traguardi fuori scala….. ma dove crediamo di andare, in fin dei conti? Niland ammette con dignità più di un limite, ma lo si legge e segue con crescente rispetto. Il tennis è per i geni, per i masochisti, per i pazzi e per gli sgobboni. Ma per tutti, senza distinzioni, è e sarà sempre uno sport struggente. Ed è da quel lato della rete lì che abitano le storie che vale la pena ascoltare.

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