Jordan non si chiama Jordan ma per scoprire il suo vero nome bisognerà arrivare all’ultima pagina. La battezzano così Sam e Yash, i due studenti più appassionati, promettenti e anche immanicati del suo corso di Letteratura al college. In un campus pieno di dormitori pulciosi e alloggi traballanti in condivisione, loro abitano nella bellissima casa di un professore che s’è preso un anno sabbatico e si spacciano volentieri per due personaggi da romanzo. Jordan in quella casa ci finisce in qualità di “Daisy” di Sam, che l’ha invitata a uscire in circostanze meno sfarzose di quelle che avrebbe potuto garantirle un Gatsby. Quel che conta, però, è sempre il filtro letterario che si sovrappone alla vita, la narrazione che sull’esperienza si può costruire.
Sam e Yash sono diversi ma affiatatissimi. Il loro è un rapporto quasi fraterno, un’alleanza solida come solo quelle dei vent’anni, forse, riescono a sostenerci e a modificarci, prima che l’età adulta ci cementi in una forma meno volatile. Jordan si ricava uno spazio in questo microcosmo, che la affascina e la accoglie. Vorrebbe scrivere ma vorrebbe, anche, che quel tempo felice e terribile di grandi possibilità ancora spalancate non finisse mai. Ma è un limbo che ha una data di scadenza – un po’ perché il tempo passa e ci si laurea e un po’ perché Sam, a ben vedere, non è materiale da Grande Amore.
Poveraccio, eri spacciato in partenza, mi viene sinceramente da dire a Sam. Yash è ingegnerizzato da Lily King – che porta Cuore l’innamorato in Italia per Fazi, con la traduzione di Manuela Francescon – per produrre un certo tipo di romanticismo dolente, di fascino pieno di maliconico umorismo. E ve l’ho fatta lunga, ma il triangolo amoroso ve lo promettono direttamente in bandella, quindi abbiamo poco da girarci attorno. È interessante, seguire un amore che sboccia mentre l’imparaticcio precedente muore, ma il libro allunga il passo e complica le cose, trasportandoci verso un futuro che si nutre di quello che è andato storto e del molto che è rimasto in sospeso, di quello che si sceglie di seppellire per andare avanti con la propria vita.
Non sempre, nel mondo vero, si ha la possibilità di chiudere i tanti cerchi che gli anni lasciano in sospeso e il fatto che King regali questa facoltà a Jordan è uno degli elementi più struggenti e visibilmente orchestrati del libro – fin troppo, probabilmente, perché serve un drammone fuori scala perché la resa dei conti funzioni davvero. Si rende onore a un sentimento antico, che inevitabilmente irrompe in una vita che si era consolidata attorno a nuove certezze e a nuove felicità e non si può fare a meno di chiedersi dove abiti davvero il cuore più autentico dei personaggi. È meglio amare, perdere e ricominciare o amare, perdere e scoprirsi incapaci di dimenticare?
È un bel libro, innegabilmente incalzante, che rende giustizia alla confusione elettrizzante del primo amore che illumina tutto quanto – e ogni tanto acceca o ci sorprende quando non ci sentiamo ancora all’altezza. La seconda parte del romanzo, per me, è un po’ furbacchiona e molto calcata. Pecca di eccessivo mestiere, mi viene da dire, di ricerca troppo palese dell’effettone, della reazione emotiva. Qualche tragedia in meno avrebbe dato man forte alla squadra dei sentimenti immani, mantenendoli in un perimetro di credibilità maggiore. Ma potrei essere io, che non ho esperienza di congedi così significativi.
