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Il Trentino sta diventando una consolidatissima abitudine estiva. Ci siamo avventurati per la prima volta quando l’infante andava per i due anni – a Moena e dintorni – e siamo tornati nel 2020 per un’esplorazione più approfondita della Val di Fiemme. Visto che ci troviamo sempre benone, c’è fresco, si mangia in maniera superba, il panorama è splendido, i bambini vengono abitualmente accolti con grande sensibilità e sollecitudine e Cesare può esercitare con baldanza le sue fissazioni da naturalista, abbiamo raccolto con entusiasmo la prospettiva di passare qualche giorno in Valsugana, approfittando di ambienti lacustri balneabili che ancora mancavano nel nostro grande puzzle delle esperienze trentine e delle consuete vette da scalare per le nostre passeggiate blande – il passeggino da trekking dei tempi di Moena è un lontano ricordo, ma pur sempre scarpiniamo con un bambino di quattro anni. Insomma, escursioni semplici e godibili in mezzo alla natura.
Senza preambolare ulteriormente, ecco qua una piccola guida di quello che abbiamo combinato durante la nostra permanenza in Valsugana. Troverete giretti, animalini, navigazioni, arte sorprendente e anche un po’ di storia.

LOGISTICA E CAMPO-BASE
Abbiamo alloggiato a Levico al Parc Hotel Du Lac, comodo sia come punto di partenza per le escursioni che come base per goderci il lago. L’albergo è proprio sul lago, anzi. Le camere affacciano sull’ameno specchio d’acqua e c’è anche una bellissima spiaggia ombrellonata con pontili, pratino e famiglie intere di folaghe con la testolina bianca che risiedono nei canneti circostanti e che non disdegnano zampettare sulla riva. Si può ovviamente fare il bagno – il lago è Bandiera Blu e, certificazioni istituzionali a parte, è limpido e soave.

La nostra stanza non era nell’edificio principale ma nella “dépendance” più vicina all’acqua, nell’edificino che ospita il ristorante e i tavoli all’aperto. Anche noi siamo stati dotati di balcone panoramico d’ordinanza e di tutto l’occorrente per usufruire sia della spiaggia che della piscina esterna. Abbiamo cenato spesso in albergo perché dopo le giornatone in giro non volevamo strapazzare troppo l’infante e siamo sempre stati ben alimentati. Il menu – sia quello per gli ospiti dell’albergo che quello del ristorante La Taverna, che è contiguo e risponde alla medesima cucina – è un mix moderno di specialità locali (vini compresi). Al bar della hall, poi, sapranno deliziarvi con un’avvincente selezione di gin trentini. Perché sì, esistono anche dei gin trentini. Ben trovati, gin trentini.
Parcheggio? Ci sono posti riservati per gli ospiti e anche un garage coperto gratuito che si apre e si chiude con la tessera della stanza. Molto utile, visto che la zona lacustre spiaggiaiola può diventare molto frequentata.

COSA FARE E DOVE MANGIARE

La strada del pescatore a Levico
Proprio dal nostro albergo parte una passeggiata praticabilissima che, potenzialmente, può portarvi a costeggiare tutto il lago di Levico. Io e Cesare non abbiamo completato l’anello ma ci siamo spinti fino all’estremità del lago, stordendo di chiacchiere un signore che voleva pescare in pace e ammirando la vegetazione che si tuffa nell’acqua con gran poesia. Abbiamo camminato per un paio d’ore in mattinata, aiutati dall’ombra piacevole degli alberi. Portatevi l’acqua perché non ci sono baretti o punti di ristoro lungo il sentiero.

Malga Sorgazza e boscosi dintorni
La Malga Sorgazza è crocevia di numerosi sentieri di difficoltà variabile, oltre che un ottimo posto dove mangiare specialità tipiche in un’atmosfera super tranquillona. Per arrivarci, partendo da Levico, occorrono più o meno tre quarti d’ora. Dovrete guardarvi da un galletto prepotente – che però ha lasciato dormire Cuore quando è crollato su una sdraio nel prato – ma verrete salutati con calore dall’oca Rosy e pure dai cavallini pezzati che brucano sereni nei dintorni. Oca Rosy, sei vita.

Dopo pranzo siamo tornati al piazzale dove si parcheggia e ci siamo addentrati nella foresta in cerca di cascate. È un percorso da escursionisti piuttosto vispi, che il nostro stambecco di un metro e dieci ha affrontato con grande piglio e interesse. Siamo scesi fino al primo ponte (che non si può più attraversare ma offre comunque scorci splendidi sul torrente e i salti d’acqua) e abbiamo proseguito verso la seconda cascata. Anche in questo caso, c’è un percorso che vi porta a sbucare sulla strada principale a un paio di km a valle della malga, ma abbiamo deciso di accorciarlo e di ritornare su senza uscire dal bosco.

Malga Montagna Granda e super pascoli
La Malga Montagna Granda – a una trentina di minuti in auto da Levico – è una delle numerose malghe della Valsugana che propongono attività e visite per raccontare meglio il lavoro quotidiano con gli animali e la preparazione delle cibarie più disparate, dai formaggi alle conserve di frutta. Volendo cercare nel calendario degli eventi, le esperienze di questo tipo sono etichettate come “Malghese per un giorno” ed è anche possibile adottare una mucca “conosciuta” in malga, ritirando poi la vostra fornitura di bontà casearie prodotte col suo latte.

La Malga Montagna Granda è gestita da un trio di ragazzi giovanissimi che fanno il formaggio e badano a una mandria di splendide mucche e di capre vispe – nessuna capra ha urlato in mia presenza, purtroppo, ma le ho amate lo stesso. La visita parte con un giro nel pascolo al seguito dei garruli bovini e prosegue con una piccola degustazione e un po’ di backstage sulle prime fasi della preparazione casearia. Mettetevi le scarpe brutte e godetevi panorama accarezzando la mucca Bianca e le sue colleghe.

Barchetta elettrica sul lago di Levico
Non sono una gran navigatrice, banalmente perché soffro il mal di mare e patisco troppo per godermela. MA IL LAGO DI LEVICO È INOFFENSIVO, VITTORIA! BENESSERE! ECCO COSA PROVA LA GENTE CHE PASSA I POMERIGGI ALL’ANCORA A BERSI DEI PROSECCHI!
Tralasciando i miei entusiasmi per aver sconfitto questa difficoltà che m’affligge da una vita, potete recarvi al casottino che amministra la spiaggia dell’hotel Du Lac per noleggiare una curiosa imbarcazione. È una specie di pedalò a motore, alimentato a pannelli solari ed equipaggiabile con un ottimo cestino del pranzo di cui vi doteranno felicemente al bar. Armati di cestino e secchiellone del ghiaccio per tenere in fresco le birrette siamo partiti sulla nostra barchetta/pedalò e abbiamo mangiato contenti in mezzo al lago.

Artesella
Vale il viaggio intero? Secondo me sì.
Artesella è una sorta di museo a cielo aperto che, da ormai una trentina d’anni, indaga il rapporto tra arte, umano e natura. Artisti e architetti da tutto il mondo vengono periodicamente invitati ad aggiungere un’installazione o una struttura all’indagine collettiva, servendosi unicamente dei materiali messi a disposizione dall’ambiente circostante – legno, pietra, erba o la conformazione stessa dei luoghi. Una quarta dimensione che contribuisce a plasmare e a far evolvere le installazioni è anche quella del tempo – da intendersi sia come unità di misura di permanenza che come combinazione di condizioni atmosferiche. Il risultato è un vasto “parco” che cambia e si evolve col susseguirsi delle stagioni. Ci si passeggia senza mai smettere di stupirsi – quasi tutte le installazioni sono di grande impatto “dimensionale” e visivo – e di meditare sul posto che occupiamo in questo grande ciclo vitale.
La visita, se non volete correre e godervi un po’ l’atmosfera, dura un paio d’ore e vi conviene vivamente prenotare uno slot. Per arrivare, il parcheggio più vicino è rintracciabile su Maps con “Malga Costa/Parcheggio Carlon”. Si lascia la macchina lì e, seguendo le indicazioni, in una decina di minuti a piedi si raggiunge l’ingresso di Artesella.

Il pranzo ha sicuramente contribuito a non far afflosciare la meraviglia della mattinata. Proprio a fianco dell’entrata di Artesella c’è il ristorante Dall’Ersilia. Noi abbiamo avuto la fortuna di pranzare sotto al tunnel verde – che sembra un po’ una costola delle installazioni del museo vero e proprio – e, se capitate lì, vi esorterei a fare altrettanto. Il menu è piccolino ma basato su solidi caposaldi della cucina locale e, vuoi le cose buone assaggiate e vuoi l’atmosfera, credo sia stato il mio pasto preferito della vacanza.

Castel Pergine
Abbarbicato sul colle del Tegazzo, Castel Pergine è una fortezza risalente al XII secolo. A metà degli anni Cinquanta fu acquistato da un privato e, dal 2018, è di proprietà di una Fondazione che l’ha rimesso a disposizione della comunità locale e dei visitatori – con i suoi 800 sottoscrittori, è il primo bene storico d’Italia di proprietà collettiva. Il castello ospita frequentemente mostre, concerti e incontri e anche un hotel di grande charme. Si può visitare l’interno – rigoroso come ogni fortezza medievale che si rispetti – e il parco cintato dalle mura merlate. In tempi recenti è diventato meta di nidificazione per numerosi rapaci, che scambiano felicemente la pietra delle sue torri per pareti di roccia “naturali”.

Se volete fermarvi al castello per il pranzo, sempre all’interno della cinta muraria c’è la splendida Locanda Ca’Stalla, ospitata da un edificio del Cinquecento. Il tavolone di legno massiccio della sala interna è stato realizzato da un artigiano locale utilizzando il tronco di un albero cresciuto al castello e poi dipartito per cause naturali. Si può mangiare anche fuori, come vedette in agguato in cima alle merlature.

Il Forte Busa Granda e un bel panorama
Per chiudere in bellezza il nostro soggiornone e permettere al mio consorte di scatenare tutto il suo interesse da blasonato studente di storia per i conflitti mondiali, abbiamo passeggiato fino al Forte Busa Granda. Bisogna lasciare la macchina in Località Compet (da Levico ci si arriva in una ventina di minuti) e procedere per il sentiero – è ben indicato e si parte dal piazzale accanto all’Hotel Compet. Ci sono diverse alternative, in base alla “difficoltà” prescelta. Noi abbiamo optato per la camminata più lunga ma meno ripida (circa 1km), ma volendo ci si può anche arrampicare nel bosco dimezzando la distanza. Il forte è scavato nel fianco di un cocuzzolo e lo individuerete grazie a tre tettoie che riparano altrettanti sbocchi verso l’esterno. Si può visitare anche dentro per farsi un’idea decisamente vivida delle condizioni “logistiche” dei combattenti della Grande Guerra che presidiavano in quota la linea del fronte e amministravano il caposaldo d’artiglieria.
Una volta riemersi alla luce del sole non perdetevi il punto panoramico. Proseguite lungo il sentiero e arrivate in cima, c’è una vista splendida sui laghi di Levico e Caldonazzo.

Pranzo conclusivo prima di tornare a casa? Siamo stati in una sorta di istituzione della convivialità trentina – esportata anche in altri luoghi d’Italia -, la Fabbrica in Pedavena di Levico. Menu sterminato da birreria, allegria da birreria, cordialità da birreria e BIRRE DA BIRRERIA. Piattoni abbondanti e un consiglio spassionato: lasciate uno spazietto nello stomaco per assaggiare il birramisù.

Note più eno che gastronomiche
Per una degustazione (e un po’ di compere per rimpolpare le vostre scorte domestiche) in un luogo piacevolissimo a Levico, fate un salto alla Cantina Romanese, patria di un Trento Doc – il Lagorai – che viene affinato sott’acqua, sul fondo del lago. Giuro. Prendono le bottiglie, le imballano in una sorta di gabbione e le calano nel lago di Levico.
Per le grappe, sempre a Levico, nei pressi della via principale trovate Vettorazzi, istituzione locale.

Risorse aggiuntive? Eccole qua
Qui si possono rivedere tutte le Stories sfornate durante la visita in Valsugana. L’utile circoletto contiene anche i vari geotag e i recapiti dei luoghi, che a livello organizzativo di pare sempre comodo.
Sul profilo Instagram ci sono anche diverse testimonianze fotografiche, ma vi rimando con lena innanzitutto al Reel dedicato ad Artesella.
Gli account di riferimento per chiedere ulteriori informazioni e/o consigli pratici sono @visitvalsugana e l’ammiraglia @visittrentino. Ne approfitto anche per ringraziare il magico squadrone di Valsugana che si è preso cura di noi con sollecitudine, gentilezza e sapienza. È sempre una gioia passare del tempo da voi.

E ora, godetevi (e godiamoci) laghi, monti e malghe. :3

Dunque, chi abita nei dintorni di Piazza Ambrosoli – anzi, di Piazza GIORGIO Ambrosoli, che altrimenti le mappe di Google non ve la trovano e vi mandano a Usmate Crostone – è già molto fortunato. Palazzi bellissimi. Alberi altissimi. Negozietti amichevolissimi. E, dal 22 settembre, pure una vineria di rara piacevolezza. Il Vinaccio, infatti, ha deciso di aprire bottega anche un po’ più in là del Naviglio – dove già tante gioie ci regalava -, affiancando al nuovo locale anche un grande negozio virtuale.

Ma procediamo con ordine, perché i collaudi ben riusciti vanno documentati.

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Ebbene, leggenda narra che al numero 3 di Piazza Ambrosoli ci fosse un ortolano, un signore che – in quarant’anni e passa di onorato servizio – è riuscito a diventare una vera istituzione di quartiere. Quando ha deciso di chiudere e di godersi la pensione, è subentrata la Ciurma del Vinaccio, con l’idea di portare avanti la tradizione di buon vicinato e di creare un nuovo punto di riferimento per chi passa o per chi vive nei dintorni. La selezione dei vini che si possono trovare in negozio è accurata e scrupolosa, ma anche basata sulle storie e sul rapporto personale con i produttori. Vini eccellenti, insomma, ma fatti e scelti col cuore. Costosissimi e inavvicinabili? No. Da supermercato? Nemmeno. Ci sono bottiglie buone che possiamo passare a prendere per cena in un comunissimo martedì sera – per dire – e bottiglie per le occasioni “speciali”. E, aspetto ancor più importante, c’è Alessandra, che ha il preziosissimo talento di sapere TUTTO senza fartelo pesare. Anzi. Il risultato di questo felice mix convivial-enologico è un locale BARRA negozio che se la tira poco ma la sa lunga. Un posto dove si sta bene.

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Ma c’è solo la vineria di quartiere?
Macché.
Magari stiamo da un’altra parte. Magari non abitiamo neanche a Milano. L’idea dei soci del Vinaccio è quella di creare una rete di enoteche nelle città più disparate, fino alla conquista del pianeta e delle galassie più remote ma, nel frattempo, si sono dati da fare per essere presenti, almeno virtualmente, ovunque. Insieme al nuovo Vinaccio, infatti, è stato inaugurato anche un vasto e-commerce – www.ilvinaccio.it -, che affianca il negozio e ne condivide in pieno lo spirito.
Il “rating” delle bottiglie potrei averlo inventato io, quindi ne parlerò con grande entusiasmo. Sia online che offline i vini vengono valutati in CUORINI.

C U O R I N I

Visto che nello shop arrivano solo prodotti molto ben selezionati, la bontà non può che essere misurata in cose belle. Si va, dunque, da vini “sopra la media nella loro categoria” (un cuorino bianco) ai vini “unici e senza paragoni” (un cuorino tutto rosso trafitto da un’amorosissimo dardo). E, dopo averne assaggiati numerosi – mantenendo comunque la dignità, perché sono pur sempre una signora – un rating del genere mi sembra incredibilmente appropriato.
Ma vi dirò di più.
Visto che bere da soli non è un crimine, certo, ma mi sembra più gioioso bere in compagnia, c’è anche un codice sconto del 10% da usare, se vi va, su www.ilvinaccio.it. Il codice è difficilissimo, preparatevi: tegamini.

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Dopo il giro di esplorazione in negozio – e una quantità considerevole di chiacchiere – ci siamo spostati al Montalcino (grazie alla Francesca per il passaggio e per avermi fatto provare l’emozione di parcheggiare a Milano con la Smart – 3 minuti netti, a Porta Genova… LA VITA), che è un po’ il campo-base dei soci del Vinaccio. Il ristorante ha una cantina super Game of Thrones dove la Ciurma si riunisce periodicamente per assaggiare e valutare i vini da proporre nel locale e sullo shop. Ho mangiato come un bufalo,  ho bevuto anche meglio e sono tornata a casa proprio contenta. Insomma, bravoni tutti. E in bocca al lupo.

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Il Vinaccio di Piazza Ambrosoli 3 inaugura il 22 settembre. Passate a bervi un bicchiere!

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Post realizzato in collaborazione con Il Vinaccio.

 

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Tegamini, vorremmo portarti in Slovenia. Abbiamo organizzato questo viaggio a base di posti belli, roba seria da mangiare e coccole alla spa. Cosa dici, ci sei? In circostanze del genere, mica puoi fare l’antipatica. Chiedi due giorni di permesso, ti depili sommariamente i cosciotti, butti cose a caso in lavatrice e prepari la valigia. E, per magia, ti ritrovi su un treno alle 8 e mezza del mattino, in un giovedì che – normalmente – sarebbe stato un interminabile trionfo di rotture di coglioni.
Da un BLOGTOUR non sapevo bene che cosa aspettarmi. Voglio dire, io sono una che prova a raccontare delle cose, ma non ambisco certo a trasformarmi all’improvviso in una Lonely Planet glitterata o in un’integerrima fonte d’informazioni pratiche e utilissime. Le mie foto su Instagram sono una stramba accozzaglia di gatti che dormono a pancia per aria, tortelli con la coda e libri buttati sul tappeto che mi ha regalato mia suocera. Non ho neanche ben presente dov’è Pescara, figuriamoci se so com’è fatta la Slovenia. Insomma, ansia. Chissà che sanno fare, questi travel-blogger. Quale sarà il loro equipaggiamento. Come si vestiranno. Di che si parlerà. Sarà gente in grado di spiegare al mondo come si sale su un elefante e come ci si destreggia in una foresta di mangrovie. E io là, col foglio delle ferie in mano, un paio di calzettoni di spugna sottratti ad Amore del Cuore e un caricabatteria portatile che somiglia a un Tampax gigante. Che cosa volete che ne sappia di come si fa. I travel-blogger, si è poi scoperto, sono persone molto tenere e affabili… infinitamente più organizzate di me, ma per nulla minacciose.
Ma chi c’era, alla fine?
Sono partita con Rossana di Vitasumarte – che amavo tantissimo già da prima e che ringrazio molto per aver reso l’intera impresa decisamente più rassicurante, spingendosi addirittura a conferirmi il titolo di elfo – e la dolce Anna di Travelfashiontips – più la sua grossissima valigia rosa dal peso specifico dell’isotopo 249 del berkelio. Alla stazione di Mestre abbiamo raccolto anche Teresa di Cosebelle – a Teresa, secondo me, bisognerebbe al più presto dedicare un qualche tipo di culto -, Georgette di Girlinflorence – il sorriso più smagliante del Texas e un superocchio per i dettagli cuorosi – ed Elisa e Luca di Tiprendoetiportovia – organizzazione militare, preparazione massima, Reflex gigante e un’autentica vocazione per la cronaca in presa diretta.
Bene. Ora che ci siamo tutti, direi che si può partire.

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Il nostro viaggio è cominciato da Vipava, cittadina verdeggiante poco lontana dal confine italiano e nota per l’esuberanza del suo fiume (che, in pratica, è tutto una sorgente) e delle sue produzioni vinicole. La Slovenia, a quanto pare, è un tripudio di microclimi e terreni avvincenti. Ed è proprio questa grande varietà dei suoli e delle condizioni atmosferiche a consentire la crescita di vitigni differenti che, a loro volta, vengono utilizzati per la produzione di vino buono e interessante. Oltre alla solita roba che abbiamo noi, in Slovenia si possono bere due rispettabilissimi bianchi autoctoni, la pinela e lo zelèn. Perché ne sono al corrente? Perché ci siamo fermati alla Vinoteka di Vipava a tirarcene giù svariate bicchierate.

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Oltre a coltivare un alcolismo di qualità, la Slovenia vi incoraggia ad intraprendere passeggiate romantiche lungo il corso di fiumi, torrenti e specchi d’acqua immancabilmente costeggiati da argini pieni di piacevoli punti di ristoro. Per gli amanti dell’aneddotica, poi, i fiumi sloveni sono ricchi di leggende. A Vipava, per dire, c’è la storia di una specie di Robin Hood che s’era andato a nascondere in una delle grotte-sorgente del fiume, facendosi beffe degli sbirri locali finché poi qualcosa non andò terribilmente storto. In tutta sincerità, ad un certo punto mi sono persa. Spiovigginava e stavo cercando di aumentare a bomba la saturazione di queste foto, ma mi ricordo che nella storia c’erano anche delle fragole. Caverne, sorgenti, fragole e banditi. Io a Vipava ci andrei solo per questa leggenda sconclusionata, poi vedete voi.

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Visto che il muschio è carino, ma mangiare è meglio, ci siamo volenterosamente diretti al Kamp Vrhpolje. In Slovenia, per la cronaca, può capitare che una famiglia decida di prendere la fattoria che abita da generazioni e di trasformarla in un campeggio. Basta un giardino verde, un solido senso dell’ospitalità, un po’ di spirito d’avventura e la capacità di sconfiggere la coriacea e labirintica burocrazia slovena. Per raccontarci tutto, la radiosa e adorabile Karolina ci ha chiusi in cantina e ci ha offerto un pranzo super tradizionale a base di zuppa (quanto vorrei rammentarmi come si chiama, ma so solo che era ottima e che c’erano dentro delle verdure fermentate tipo crauti, dei fagioli e dei salsiccioni), vino (ognuno si è scelto la sua botte e se l’è spillato) e tortina formaggiosina con zucchero e uvette.

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Svariati chilometri più tardi – trascorsi russando pacificamente, in barba alle numerose buche che popolano le autostrade locali -, ci siamo ritrovati a Ptuj, la più antica città del paese. Fondata dai romani chissà più quando, Ptuj, ai tempi, si chiamava PETOVIONA ed era un fiorente polo commerciale e militare dell’impero. Oggi è una pacifica destinazione termale, con un centro storico elegante e curioso, molto incline ad ospitare botteghe artigiane – vi consiglio caldamente le adorabili pantofole fotoniche di Sabina Hameršak -, boutique del vino – come quella di Bojan Kobal, che ci ha ospitati per una specie di dotta e graditissima conferenza alcolica di benvenuto – e festival estivi dedicati alla poesia.

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Il nostro campo-base a Ptuj è stato il Grand Hotel Primus, destinazione obbligata per ogni generale che si rispetti – e pure per le numerose ancelle del suo seguito. L’albergo, oltre ad essere vicino a un parco acquatico termale di dimensioni ragguardevoli, ha anche una spa molto favola a tema romano. Colonnati e piscine, mosaici da tutte le parti, candele, saune di centodue tipi diversi e allegri mostri marini.

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Ho passato una mattina intera a mangiare fragole in una vasca idromassaggio… e mi sono spostata solo perché era arrivato il mio turno per fare i massaggi. Sono stata ricoperta d’olio profumato da un signore altissimo coi baffi che ha passato mezz’ora a impastarmi come una Pagnottella del Mulino Bianco. Ha anche coraggiosamente tentato di massaggiarmi la pianta del piede sinistro, ma sono scoppiata a ridere e gli ho quasi mollato un calcione in faccia. Col destro, visti i risultati, ha lasciato perdere. Non so bene come, ma ad un certo punto ci siamo anche ritrovati a cenare su un vasto cuscinone morbido con addosso toghe di varia foggia, con gente che continuava a versarci da bere e spandere petali al nostro passaggio. Sono quelli i momenti in cui ti domandi perché, invece del piffero e della pianola, a scuola non s’insegni a suonare la cetra.
Anche se sarebbe assai meglio evitare, qua ci sono io – soave e luminosa (grazie al filtro SOGNO) – con la toga. Poi uno si chiede perché non m’invitano alla Fashion Week.

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Convinti di non averci nutriti e coccolati a sufficienza, i nostri premurosi anfitrioni hanno anche deciso di farci provare l’ottimo menu Be Fit, studiato appositamente per la gente che – dopo aver trascorso una benefica giornata termale – non trova corretto ordinare un tacchino ripieno… ma neanche crepare di fame.

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Nutriti e massaggiati, ci siamo nuovamente issati sul pulmino per proseguire nelle nostre esplorazioni. Dopo un nuovo episodio di comatosa e impenetrabile narcolessia, mi sono ritrovata ai piedi del gelido ma glorioso castello di Celje, una riproduzione a grandezza più che naturale di Grande Inverno – ma senza metalupi e con un panorama più incoraggiante, nonostante il sole non si sia mai degnato di palesarsi nei quattro-giorni-quattro che abbiamo trascorso in Slovenia. Per sconfiggere il clima infausto, ho deciso di consolarmi usurpando un trono.

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La città di Celje è un posticino davvero degno di un’esplorazione approfondita. Oltre a gigantesche biblioteche che brillano nella notte, cattedrali, resti medioevali, strade romane perfettamente conservate e un centro storico vispo e allegro, Celje è il rifugio privilegiato per artisti e fotografi, che vivono e lavorano gioiosamente in un imprevedibile mini-quartiere con annessa galleria per le mostre collettive – più una balena di cartapesta (dal manto zebrato) che riposa serena in mezzo al cortile. In pratica, se dipingi e cerchi uno studio, puoi insediarti a Celje pagando un affitto simbolico e offrendo la tua arte alla comunità. Se non v’ho ancora convinti, poi, lì nel quartiere degli artisti c’è pure un bar fantastico. Noi non ci siamo fermati a bere, ma siamo andati a rompere i coglioni a due distinti pittori, rovinando irrimediabilmente il più alto momento d’ispirazione della loro esistenza.

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E, per il primo pezzo del weekend, direi che ci siamo. Nel prossimo post ci trasferiremo a Bled, esploreremo le miniere di Moria, visiteremo altri due castelli – più o meno scavati nella roccia -, malediremo i cigni e ci abbandoneremo a momenti di folle e fulgidissimo FOODPORN.
Nel frattempo, se vi va di vincere un weekend in Slovenia tipo quello che sto raccontando – o magari pure meglio del mio – potete correre a votarmi qui: http://bit.ly/1VBM6PJ. I Sava Hotels si premureranno di ospitarvi (insieme alla vostra persona preferita) in una delle loro strutture termali, amandovi quanto hanno amato noi. C’è tempo fino al 20 marzo. Vi auguro di vincere, ma con tutto il cuore. Son bei posti.