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Incredibile, si può tornare a parlare di viaggi. Non ci speravo più. Che lieta occasione, quante cose da raccontare! Partirei da una premessa pratica assai semplice per inquadrare l’avventura: noi a Ischia non ci eravamo mai stati. Per i conoscitori più scafati della ridentissima isola questo sarà sicuramente un diario di bordo che non riserverà sconvolgenti sorprese, ma come esordio direi che ce la siamo cavata benone – cullando nei nostri cuori anche la voglia di tornare. Insomma, troverete un po’ di spunti per giretti, cibarie, logistica e campo-base. Per concludere l’inquadramento, penso sia anche utile dichiarare che il nostro soggiornino è durato tre giorni pieni e che ci siamo stati a fine giugno, infante di quattro anni incluso.

Come ci si arriva, diamine?
Non volendo cimentarci in trasbordi eccessivamente macchinosi da e per gli aeroporti, siamo arrivati a Napoli Centrale in treno, siamo saltati su un taxi per arrivare al porto (c’è una tariffa fissa di 13€ e rotti che copre quella tratta, che vi porta via un quarto d’ora scarso) e abbiamo preso l’aliscafo. Potete prenotare il biglietto – cosa che tendo a consigliarvi in alta/altissima stagione – o farlo direttamente lì alla partenza. Si naviga per un’oretta e si approda a Ischia Porto. La frequenza delle partenze è piuttosto fitta, ma date sempre un occhio agli orari.
Volendo, si può fare porto-stazione e viceversa anche con la metropolitana. Sono due fermate. Al ritorno abbiamo optato per quell’opzione perché avevamo un po’ di margine, anche se con i bagagli non è agevolissimo.

Il prode Cesare imperversa sugli scogli della spiaggia dei Maronti mentre sua madre maledice nei secoli la famiglia Sarratore.

Il campo-base
Ischia è un’isolona e, data la conformazione vulcanico-impervio-montuosa, girovagare non è linearissimo. Diventa super agevole in motorino, credo, ma con un bambino al seguito la soluzione tende a dimostrarsi un po’ intricata. Eravamo assolutamente motivati a piantare le tende a Barano – costa meridionale – e a non schiodarci più dall’albergo, ma siamo stati così ben coccolati e istruiti sul da farsi che ci siamo dedicati anche a varie esplorazioni.

Comunque, ad accoglierci con impareggiabile cuorosità è stato l’Hotel Parco Smeraldo Terme, che dati i lunghi trascorsi e la storia accumulata penso possa ormai essere considerato una sorta d’istituzione. A gestirlo, di generazione in generazione, è sempre la famiglia Iacono e ci tengo a ringraziare all’istante Leonilda che, fra le nuove leve, è quella che si occupa di social e comunicazione e che, per un purissimo e fortuito caso, ha visto nelle mie Instagram Stories un cartone della pizza che immortalava l’albergo e mi ha scritto per invitarmi. Giuro, è andata così. Dato lo straordinario antefatto, non potevo rifiutare e, appena è stato possibile spostarsi di nuovo con ragionevole agio, abbiamo fatto i bagagli. Leonilda, in pratica, ci ha anche fatto da mini tour-operator fornendoci tantissime indicazioni su luoghi meritevoli da visitare, ristoranti e bar, quindi praticamente tutto quello che troverete dopo ha ricevuto il bollino APPROVED DAI LOCAL. Diciamo pure che ogni volta che c’era da prenotare una cena lo staff si riuniva in sessione plenaria per ottimizzare il risultato.

La spiaggia dell’hotel, raggiungibile in 103 passi.

Tornando a noi, l’albergo è – letteralmente – sulla spiagga dei Maronti. Tra i numerosi vantaggi riscontrati, c’è senza dubbio quello di poter scendere di sotto e andare al mare in due minuti, piazzando l’asciugamano su uno dei lettini della spiaggia privata dell’albergo. Restando in tema di abluzioni, però, le opzioni sono varie. L’hotel è anche un complesso termale e, tralasciando le piscine coperte della spa – e i vari percorsi caldo/freddo che si possono fare lì -, c’è pure la piscina esterna, altrettanto alimentata ad acqua termale piacevolmente caldina e costeggiata qua e là da una costellazione di lettini e ombrelloni. Il verde è curatissimo e molto avvincente: in pratica, vi aggirerete per un giardino subtropicale pieno di vegetali estrosissimi e rigogliosi.

La nostra finestra è quella al secondo piano con una persianina aperta.
Quello che effettivamente si scorgeva dal nostro balcone. Ciao, Sant’Angelo!
Il laghetto che ospita da tempo immemore una colonia di tartarughe vivacissime che figliano con entusiasmo e con ancor più entusiasmo sono state ammirate e nutrite da Cesare. Ne ha anche battezzata una. GIOVANNI, ovviamente.

Giornata-tipo? Giornata-tipo, che aiuta sempre a rendersi conto della gestione pratica del tempo. Abbiamo passato le mattine usufruendo allegramente di mare e piscina, ci siamo sempre fermati a pranzo in giardino – l’albergo ha un bistrot mediterraneo con servizio ai tavoli sotto le frasche – e, meraviglia delle meraviglie, dopo mangiato siamo tornati sempre in camera per il pisolino. Mio figlio non dorme più al pomeriggio da due anni ma a Ischia HA DORMITO. Grazie, acqua termale. Rinfrancati dal sonno, abbiamo poi dedicato la seconda parte delle nostre giornate per visite e giretti, mangiando poi qua e là. Si può cenare anche in albergo – come abbiamo fatto la sera dell’arrivo. C’è bontà e abbondanza. Mi ritenevo nutrita già al buffet degli antipasti, ma avevo sottovalutato l’esuberanza gastronomica campana.

A turno, la mattina, siamo anche andati a collaudare la spa. Il mio consorte, rengo come una seggiola, si è fatto fare un massaggio, mentre io mi sono cimentata con il trattamentone superfavola a base di fanghi. Il procedimento è avvincente. I fanghi vengono “estratti” direttamente dalle profondità del complesso e vengono anche preparati lì – prima che ve li applichino, in tutto il loro terapeutico tepore, passano otto mesi buoni. Prima dell’applicazione vi visita un medico che vi spedisce dalla vostra infangatrice di fiducia – Maria, ciao! Sei meravigliosa! – con un’indicazione di trattamento. Cioè, c’è proprio uno schemino d’applicazione, in base alle magagne che vi affliggono. Io son rigida di collo ma ho un sacco di capillari sulle gambe, quindi ho vinto un’applicazione benefica per le articolazioni evitando però cosce e polpacci, per dire. Dopo essere stata impacchettata in un bozzolo di fango – che detta così pare una roba orrenda ma in realtà è molto rilassante -, vi docciano come dei labrador e vi immergono per un altro quarto d’ora in una vasca che vi idromassaggia in vari e sofisticati modi (ozono, per me). Per non sfigurare di fronte a Cuorone, poi, anch’io ho vinto un massaggio drenante che mi ha ulteriormente rimessa al mondo. Due ore molto ben spese. CHE BENESSERE.

Avventure – vol. I | Sant’Angelo
L’orizzonte dell’albergo è scenograficamente occupato da una sorta di promontorio a forma di panettone. Ecco, quel panettone lì è Sant’Angelo, un piccolo borgo che sospetto sia stato edificato ad arte da un produttore di cartoline. Ci si può arrivare in macchina – prendendo una serpeggiante strada montana – o via mare. Peter Parker credo ci possa anche arrivare a piedi, ma lui se la cava bene con le pareti verticali e noi molto meno. Insomma, quel che vi suggerisco è di posizionarvi in riva al mare sulla spiaggia dei Maronti – la “fermata”, da quanto ho capito, si chiama DA MARIO – in corrispondenza di un eloquente cartello. Potete leggere il numero di telefono sul cartello e chiamare il vostro traghettatore o, per soluzioni più pittoresche, potete sbracciarvi e un barcaiolo arriverà e vi caricherà. Sì, vi bagnerete i piedi, quindi regolatevi con le scarpe. La “traversata” dura un quarto d’ora e costa 4€ a persona – il percorso inverso, in orario serale, costa il doppio e vi conviene portarvi un golfino. E un telescopio.

Per rendere più agevolmente l’idea.
La garrula fase di avvicinamento.
Capitan Cuorone, celebre lupo di mare.

E Sant’Angelo? È un luogo incantevole. Arrampicatevi su per le stradine fino alla chiesa di San Michele, zampettate qua e là per vicoli e piccole botteghe e organizzate un campionato per eleggere il davanzale fiorito più avvenente. Mi fa strano parlare di cimiteri, ma pure il cimitero è un tripudio di colore e ceramiche smaltate.

La Santa Vergine delle Piante Grasse, protettrice della flora mediterranea.

Dove mangiare? Sul cocuzzolo del paese c’è un ristorante panoramico dall’aria epica – Villa Sirena, si chiama -, ma ci sembrava un po’ “pettinatino” per starci in tranquillità con un bambino. Siamo dunque tornati giù fino alla piazzetta centrale e ci siamo cimentati in un aperitivo al Pirata, cenando poi dal Pescatore. Sì, è uno di quei casi felici in cui non è necessario fare gli originali a tutti i costi e andarsi a cercare chissà quale chicca sperduta in mezzo a una foresta infestata dalle gorgoni. Potete mangiare in pace pure lì e godervi in serenità la piazza, il porticciolo, la spiaggina e il pontile-istmo che vi collega all’immenso panettone roccioso. Ci potete anche parzialmente salire, sullo scoglio, basta seguire la scaletta di legno.

Avventure – vol. 2 | Giardini La Mortella
Questi giardini dovrebbero essere rubricati tra le meraviglie del mondo? È possibile. Il complesso è frutto di lunghe e meticolose stratificazioni. Tutto comincia nel 1949, quando sir William Walton – compositore e musicista inglese tra i più blasonati del secolo scorso – si trasferisce a Ischia con la moglie Susana, wonderwoman di origini argentine che, a partire dal 1956, comincerà a “coltivare” i terreni vulcanici e i terrazzamenti circostanti alla casa, commissionando un ambizioso progetto strutturale all’architetto paesaggista Russell Page.

Quello che possiamo ammirare oggi – sotto l’amministrazione della Fondazione Walton, che ha raccolto il lascito di lady Susana preservando la Mortella e trasformandola anche in un polo culturale per la musica – è una sorta di rigogliosa bolla verde che si arrampica sul fianco di una collina affacciata sulla baia di Forio e ospita un’infinità di specie vegetali dalle provenienze più disparate. Il giardino è diviso in due macro ambienti, il giardino di Valle – quello inferiore, di impronta subtropicale – e quello di Collina – un labirinto mediterraneo, assolato e arroccato sulla pendice dell’altura.

A parte l’oggettivo splendore dei vegetali che prosperano ovunque, passeggiare per la Mortella è un tributo al gusto per l’esplorazione. La sensazione è quella di trovarsi in un ambiente al contempo selvaggio e “vivo”, ma anche sapientemente orchestrato per stupirci a ogni radura. Non perdetevi il Ninfeo, il Tempio del Sole e la Cascata del Coccodrillo. Calzature comode, che un po’ c’è da scarpinare e per vedere dignitosamente tutto servono almeno un paio d’ore. Per riposini e rifocillamenti, a metà percorso c’è anche un bar provvisto di pittoreschi ombrelli con gli specchiettini.

Visto che i Maronti non sono vicinissimi a Forio – il centro più vicino ai Giardini, che sono un po’ fuori mano rispetto al paese-paese – e che dopo l’abbondante escursione non volevamo tornare in albergo a notte fonda, siamo rientrati al campo-base e abbiamo mangiato in uno dei numerosi locali affacciati sulla spiaggia. Dal Parco Smeraldo sono tutti raggiungibili a piedi in neanche dieci minuti e cenare sul mare è indiscutibilmente fascinoso. Noi siamo stati al Faro e Cuorone ha reso omaggio alle tradizioni ordinando il coniglio all’ischitana. Hardcore, il coniglio all’ischitana.

Avventure – vol. 3 | Ischia Porto e il Castello Aragonese
Dunque, se volete dedicarvi allo shopping vi consiglio caldamente di fare la vostra comparsa a Ischia Porto nel pomeriggio inoltrato, perché non tutti i negozi aprono presto – controllate magari gli orari, che noi siamo andati di domenica e il giorno della settimana, alta o bassa stagione che sia, forse influisce.
Il nostro obiettivo era girellare e visitare il Castello Aragonese, che svetta in tutta la sua rocciosa arroganza su un altro voluminoso scoglio lavico collegato alla terraferma da un ponte artificiale – l’idea della pietra è venuta ad Alfonso V d’Aragona a metà del ‘400. I primi insediamenti risalgono al 474 a.C. e, a partire da Gerone il Siracusano, tante furono le dominazioni che modificarono la fortezza, stratificandone l’architettura e ampliando gli insediamenti.

Sempre nel 1400, tutta la popolazione ischitana abitava là sopra, per difendersi dai pirati: c’erano ben sette parrocchie, un paio di conventi, la guarnigione principesca e quasi 2000 famiglie, che verso la metà del ‘700 – debellati i pirati – cominciarono a trasferirsi nel resto dell’isola, per badare alle colture e dedicarsi alla pesca. Gli inglesi assediarono la rocca nel 1809 per strapparla ai francesi, demolendo pure la cattedrale – i cui magnifici resti si possono ancora esplorare. Nel 1800, Ferdinando I – re di Napoli – adibì il Castello a carcere “duro”, destinazione d’uso che è sopravvissuta fino al Regno d’Italia.

Cenni storici a parte, la visita non è riposantissima ma sorprendente. Il panorama dai terrazzi abbraccia il golfo di Napoli e Capri, ci sono chiese e cappelle piene di gatti sonnacchiosi, uliveti, sentieri e scale che si diramano dal corpo principale della fortezza per condurvi ai quattro angoli dell’isola… sempre che un’isolotto tondo possa avere degli angoli. Il percorso è ben indicato e numerato, ma anche in questo caso preparatevi a infrangere il record giornaliero del vostro FitBit. Teoricamente c’è anche un ascensore che dovrebbe portarvi in cima in maniera più rapida, ma quando siamo andati noi non era in funzione.

Altre tappe del giro a Ischia Ponte?
Gelato? Ice da Luciano.

Libri? La libreria Imagaenaria è l’unica dell’isola ed è anche ben fornita. In aggiunta, funziona da editore “locale”, con diversi volumi dedicati alla storia dell’isola, narrativa assai estrosa e saggi sui personaggi illustri che in qualche modo hanno lasciato un’impronta a Ischia. No, la gatta Cenerella non l’ho incontrata. Se la vedete, salutatemela.

Caffé? Il bar Cocò occupa strategicamente il fronte sul mare all’imboccatura del ponte del Castello. Ci siamo piazzati lì a fare merenda, in primissima fila.

Ceramiche? Leonilda mi aveva consigliato di fare un salto da Cianciarelli, ma era chiuso.  Visto che sono fissata con le ceramiche e non c’è viaggio che termini senza che io mi porti a casa almeno una piastrella, ho perlustrato via Mazzella e ho scatenato un discreto scompiglio da Sole d’Ischia – sì, ha in vetrina il limoncello, i Pulcinella e tanti souvenir non proprio favolosi, ma se ci si addentra c’è parecchio da scoprire. Alla fine ho comprato sei piatti fondi, sei piatti piani, quattro tazzine e una rana. Tutto ha tollerato alla perfezione la lavastoviglie, come mi era stato promesso, e sono soddisfattissima. Il proprietario mi ha imballato e spedito tutto a Milano in un paio di giorni. Se volete fare ricerche e approvvigionarvi in altri lidi, è tutta ceramica vietrese.

Angoli Pittoreschi? Palazzo Malcovati, col suo portone affacciato sul mare e il cortiletto verdissimo e fascinosamente disordinato. Se vi stuzzica qualche remoto ricordo è perché è stato spesso una location cinematografica.

E a cena?
Abbiamo approfittato di un ottimo consiglio dello staff del Parco Smeraldo riunito in seduta plenaria e ci siamo fatti prenotare un tavolo al Giardino Eden. Si prende una barchetta-taxi dal pontile della Curteglia e si naviga tra la costa e il castello per una manciata di minuti. Il locale è in una baietta riparata da un mini-arcipelago di scogli e poche altre volte in vita mia credo di aver mangiato in un posto così bello. C’è un’area bar dove abbiamo fatto l’aperitivo con ottimi cocktail. Temendo per la resistenza di Cesare – che ha scalato un castello e un po’ di sonno poteva legittimamente averlo – non ci siamo cimentati con i diversi percorsi dei menu degustazione, ma mi sento di consigliarvi quell’approccio lì. Non ci siamo fermati al panificio Boccia, ma ci siamo ritrovati a tavola il loro pane, quindi evviva. Cesare, comunque, quando ha visto l’acquario dei frutti di mare e dei conchigliami assortiti ha dimostrato di essere molto più arzillo di me.

Spostamenti
Visto che non volevamo sbatterci – un po’ perché c’era Cesare e un po’ perché non andavo in vacanza da un secolo e ho ritenuto legittimo investire in comodità -, non ho indicazioni particolarmente utili da darvi sui mezzi pubblici. Esistono e circolano copiosamente, comunque. Noi siamo andati in giro in taxi e abbiamo sempre richiamato lo stesso autista – che è diventato il nostro scarrozzatore ufficiale, a un certo punto. Vi fate lasciare il numero e vi organizzate tra esseri umani su orari e punti d’incontro. Per darvi un’idea delle tariffe, dai Maronti a Ischia Ponte/Forio si paga una media di 30 euro a tratta, idem per raggiungere l’imbarco dell’aliscafo a Ischia Porto.

Spero che questa piccola guida – per esploratori ischitani alle prime armi – possa tornarvi utile. E spero anche di poterla prima o poi arricchire con ulteriori avventure. Per il momento non sono in grado di insediarmi sull’isola come una vera lady Susana, ma ho applaudito la sua decisione a ogni passo. Voglio ringraziare ancora Leonilda e l’Hotel Parco Smeraldo Terme per l’impareggiabile accoglienza e per l’affetto che ci hanno riservato. Ci siamo rimessi sulla via di casa con quel mezzo magone che si manifesta quando si saluta un posto dove sono stati fabbricati ricordi felici. Cesare vi raccomanda di salutargli la tartaruga Giovanni e tutte le sue compagne di stagno. Se andrete da Leonilda e famiglia, non scordate di dichiarare la vostra Tegamini-provenienza, che ci sarà una sorpresina. 😉

[Per approfondimenti ulteriori, nel circoletto ISCHIA su Instagram troverete una copiosa cronaca video delle nostre imprese. Ma anche qui, qui e qui].

Ciao Trentino, che bello tornare a girovagarti. La nostra precedente esperienza estiva era già stata particolarmente felice. Siamo stati due settimane a Moena con l’infante, che al tempo viaggiava verso i due anni e saettava in giro come una capretta impazzita. Ci siamo arrampicati ovunque spingendo con coraggio un passeggino da trekking e sonnecchiando nell’erba quando anche lui si addormentava. Ora che va per i quattro – e che cammina come un piccolo bersagliere – ci siamo cimentati in una serie di percorsi diversi, approfittando dell’ospitalità della Val di Fiemme e dell’attenzione sempre assai spiccata che ogni meta riserva anche ai visitatori più piccoli.
Vista la felicità che abbiamo sprigionato, ecco qua una guidina che riassume un po’ quello che abbiamo visto, fatto e mangiato nei nostri 3 giorni e rotti di permanenza.
Procedo!

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CAMPO BASE

Panchià – Hotel Rio Bianco

Comodo per gli spostamenti ed estremamente cuoroso – a cominciare da Lara, la proprietaria. C’è un bel giardino con piscina esterna e sdraio qua e là, più vasca riscaldata e sauna (in una botte gigante da villaggio Hobbit). Parco giochi in un giardino B, piscina interna e parcheggio dedicato. La nostra stanza affacciava direttamente sul prato e in camera avevamo una spa mignon, con cabinetta per la sauna e vasca idromassaggio gigante – entrambi gli elementi si sono rivelati assai piacevoli e propizi e SIGNORA MIA CHE BENE CHE SI STA.

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PARCO DI PANEVEGGIO

Che si può fare? Parecchio. Noi abbiamo esordito con un saluto ai cervi che pascolano e galoppano. Un sentierino costeggia il loro territorio e lo si può percorrere fino al Centro Visitatori, da cui parte un circuito di diverse passeggiate.

Il sentiero che abbiamo collaudato – sia due anni fa che a questa nuova visita – è il Marciò. È un anello pianeggiante che vi permetterà di addentrarvi nella foresta e di superare diversi ponti arrogantissimi. A tal proposito, il ponte sospeso sulla Forra del Travignolo è senza dubbio il più spettacolare. Se volete spararvi tutto il Marciò, ci vogliono un paio d’ore (a passo di bambino curioso che si ferma ogni dieci secondi a guardare pure i licheni), ma se volete anche solo cimentarvi col ponte sospeso, basta imboccare l’anello al contrario – la Forra è alla fine.

Passeggini? Partendo dal presupposto che col passeggino da trekking andate sempre sul sicuro, il Marciò si può fare anche con un passeggino “normale”, nella foresta c’è più terriccio compatto che ghiaia. Il ghiaietto è più problematico vicino al sentiero dei cervi e lì un po’ potreste smadonnare.

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ALPE LUSIA – BELLAMONTE

Cesare in visibilio dal minuto uno. La cabinovia si prende dalla Località Castelir e tutto quello che si trova in cima è una specie di gioia generalizzata naturalistico-ludica. Se vi va di rendere più interessante la salita, aspettate l’ovetto numero 73: ha il fondo trasparente e risponde all’adorabile nome di NIDOPLANO. Creerà aspettative devastanti nei vostri figli, che a ogni impianto vorranno vedere cosa succede sotto, ma penso riuscirete a gestire la faccenda.

Scendendo alla stazione intermedia, potrete liberare la prole al Giro d’Ali, un parco giochi acquatico che, oltre a fornire intrattenimento, è pure circondato da un percorsino formato da diverse stazioni che puntano a insegnarci qualcosa sulla fauna svolazzante delle Dolomiti.
Il Giro d’Ali, in pratica, è un corroborante ruscelletto intervallato da diverse pozze e attività. Termina con un laghetto che ospita una zattera semovente e, in generale, è popolato da bestioline osservabili da vicino – girini che si trasformano gradualmente in rane? ECCO QUA.
C’è anche una pista sonora per biglie in legno che vi farà ben comprendere perché per fare i violini usano gli alberi del Trentino.

Consigli pratici: asciugamano e cambio. Il Giro d’Ali è divertente se i bambini possono sguazzare. Cesare è partito semi-vestito e ha concluso le operazioni in mutande, reclamando il permesso di adottare una rana adolescente. Se anche voi volete rilassarvi nei dintorni dell’area-gioco, il pendio è fornitissimo di piattaforme di legno e sdraione ondulatone di rara piacevolezza.

Vi è venuta fame? Non c’è problema. Riprendete la cabina, arrivate fino in cima e seguite le indicazioni per la Baita Ciamp de le Strie. In una mezz’oretta – considerando sempre la velocità di crociera di un bambino che si ferma a conversare con ogni sasso che incontra – arriverete a un rifugio a dir poco fiabesco, corredato di terrazzona panoramica. Il sentiero è super ameno, molto scenografico e anche facile, l’unico pezzetto di salita “vera” è quello conclusivo, brevissimo.
Al Ciamp si mangiano ottime specialità. Consiglio con veemenza gli spatzle allo speck e i canederli.

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LATEMAR – MONTAGNANIMATA

Qua in cima ci si può passare anche una settimana intera, credo. Le attività sono numerosissime. Si prende la cabinovia da Predazzo (l’impianto Predazzo-Gardoné) e si arriva al campo base della Montagnanimata. Cosa si può fare? Di tutto. Ci sono sentieri tematico-didattici per diverse fasce d’età. Noi, con una creatura di tre anni, ci siamo specializzati in fiabe e draghi. Volevamo imbarcarci anche nel percorso del Pastore Distratto o del Dahù, ma temevamo di stancare troppo l’infante. Per i bambini più grandi c’è anche il Geotrail, che pur non risultando pesante a livello cognitivo, ha un’impronta più didattica a tema geologico.

Comunque. Funziona così: la Foresta dei Draghi è bella e percorribile anche senza supporti aggiuntivi, ma di sicuro diventa più divertente e “ricca” se vi fate aiutare da uno dei librini. Tutti i sentieri della Montagnanimata sono corredati da storie illustrate che utilizzano quello che oggettivamente c’è sul sentiero per costruire una sorta di caccia al tesoro narrativa. Il libro racconta una storia e voi ci camminate dentro, seguendo gli indizi e intortando sapientemente il vostro bambino. Cosa si vede, oltre al panorama? Ci sono uova di drago, falene mitologiche, ali, denti, ossa. Noi abbiamo letto la storia di Rogos, ma i draghi disponibili a farvi da guida sono una vasta schiera. Nota rilevante: Cesare si è invasato. Già di suo è un virgulto propenso a farsi leggere cose, ma in tutta onestà siamo rimasti sorpresi dalla sua accorata partecipazione. Una volta arrivati al termine del sentiero – e se avrete seguito tutte le istruzioni del libro prescelto – ripassate al chiosco delle informazioni per ritirare un piccolo premio e riscuotere un doveroso timbrino.

Sempre all’arrivo della cabinovia, troverete anche il portentoso Alpine Coaster. In pratica sono montagne russe. In montagna. INCEPTION. È bellissimo. Vi caricano su un carrellino, vi issano su un cucuzzolo e via, potete fiondarvi giù. La possibilità di poter governare autonomamente il vostro carrellino biposto è salvifica: AVETE I FRENI. Dato il mio proverbiale coraggio, li ho azionati con grande generosità. Potete scegliere se andare a cannone (evitando di tamponare chi se la sta prendendo più comoda) o se procedere con grande calma per godervi il panorama.
Nota pratica: se i vostri figli sono più bassi di 105 cm non possono salire. Non fate l’errore che abbiamo fatto noi. DAI CESARE SALIAMO SU QUEST’AFFARE STUPENDO! Ah, no. Sei troppo basso. Lacrime.

Per godere di un superbo panorama, prendete la seggiovia per Passo Feudo. In cima c’è un rifugio per mangiare qualcosa beandovi della vista. Per i camminatori più carrozzati, da lì partono anche sentieri assai appaganti. Noi, disponendo di un bambino piccolo e non di Paolo Cognetti, ci siamo limitati a bere un grappino.
La seggiovia è praticabile anche da chi è stato ripudiato dall’Alpine Coaster.

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CENE

Di mio, preferisco non cenare in albergo perché mi piace avere occasioni aggiuntive esplorazione. E i dintorni di Panchià – per quanto costellati di autovelox – si sono prestati parecchio.

Tito – Il maso dello speck

A Daiano, a pochi minuti da Cavalese. Istituzione culinaria locale, dotata anche di portentoso spaccio dove acquistare prodotti tipici di varia prelibatezza. Si mangia all’interno, ci si nutre e si bevono distillati e birrone nei tavoli fuori, ci si può aggirare nei dintorni e i bambini hanno a disposizione un parco giochi di rara estrosità architettonica, tutto di legno. Senza ombra di dubbio la serata più piacevolona della vacanza.

Ristorante Miola

Strada che si arrampica nel bosco con bonus-track tramonto dalla terrazza. Il maso appartiene dagli anni ’50 alla stessa famiglia, che continua a gestirlo e a preservarne le tradizioni. Anche qui, deliziosi piatti tipici preparati con ingredienti locali e un’ottima selezione di vini altoatesini.

E se piove?
Non siamo riusciti a goderci a pieno l’itinerario che avevamo previsto per il Cermis, ma abbiamo salvato la giornata con un pranzo “lungo” al Maso Corradini, altro punto di riferimento solidissimo. Gestito dalla famiglia Corradini dagli anni ’70, è stato uno dei primi agriturismi aperti in Trentino. Oltre al ristorante e ai terreni limitrofi – il giardino è bellissimo -, si può scorrazzare per il celeberrimo lamponeto e si può visitare l’azienda agricola. Bambini che guardano caprette, mucche, galline, coniglietti: a posto. Se non basta, c’è pure il parco giochi – Cesare ha deciso di andare a convivere nella casetta con una bambina di nome Maria Vittoria. Non lo biasimo, Maria Vittoria era molto simpatica.

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Un suggerimento pratico: chiedete al vostro albergo di attivarvi la Fiemme Guest Card. Ci sono un sacco di agevolazioni e sconti sul fronte dei trasporti, degli ingressi e – aspetto fondamentale – dei biglietti degli impianti di risalita.

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Se capiterete da quelle parti, fatemelo sapere. E alla sera portatevi una felpetta, che grazie al cielo FA FRESCO.
Spero di aver sprigionato dell’utilità per le vostre meritatissime ferie. :3

Tra i buoni propositi del 2019 c’è – ovviamente – quello di continuare a viaggiare, ritagliando qualche giorno qua e là per scoprire posti nuovi, vedere meraviglie e divertirmi molto. Ci sono numerosi sogni assai monumentali ancora da realizzare, ma poter cominciare l’anno con la prospettiva di una spedizione europea a primavera inoltrata mi pare già una gran cosa.

Ma di che diamine sto parlando?

Breve antefatto.
A dicembre ho accettato di buon grado la chiamata alle armi di Isola Bianca, un’agenzia SLASH tour-operator che da qualche tempo si occupa anche di organizzare viaggi di gruppo con “i personaggi del web”. Sono un personaggio del web? Chi lo sa. Ho mai fatto un viaggio di gruppo? Non di recente. Non frequentando assiduamente la parrocchia, gli ultimi viaggi di gruppo che mi ricordo sono le gite delle superiori. E in gita succedevano robe MIRABOLANTI. Sono abituata a viaggiare avvalendomi di aerei scomodissimi a orari improbabili e assemblando liste sconclusionate di tappe irrinunciabili, che vanno dai musei alle pasticcerie. Di solito le idee le raccolgo io, ma poi la razionalizzazione dell’itinerario è a carico di Amore del Cuore. Mi piace viaggiare così? Certo. Ma la verità è che mi piace viaggiare in generale. E avere qualcuno che ti escogita un itinerario e ti prenota tutto, lasciando a te solo l’incombenza di goderti l’esperienza, è una sensazione che sono felice di poter provare di nuovo.

Che succede, quindi?

Dal 20 al 22 maggio, Isola Bianca vuole portarci a Barcellona. E dico portarci perché il viaggio è felicemente prenotabile anche da voi. Anzi, il fatto che si vada in giro a pascolare insieme, brandendo caraffe di sangria – e ritagliando doverosamente un po’ di tempo anche per fare gli umarell davanti alla Sagrada Familia – è un po’ il cuore dell’impresa.

Perché Barcellona? Perché non ci sono mai stata. E perché è anche una meta dai costi non esorbitantissimi. Che cosa vedremo, più o meno? Ho chiesto a Isola Bianca di includere nel programma le mete barcellonesi obbligatorie, ma anche di ficcarci dentro librerie, luoghi curiosi, negozietti e, in sintesi, tutto quello che più o meno vado a cercarmi di solito quando viaggio per i fatti miei. Data la collocazione temporale, poi, sono fiduciosissima anche sul fronte climatico. È obbligatorio fare tutto quello che c’è sul programma o stare sempre compattissimi come una falange macedone? No. Ma sono assolutamente intenzionata a farmi in dodici per zampettare con tutti quelli che vorranno unirsi alla spedizione. Anzi, sarà un onore e una gioia.

Se vi va di approfondire – come spero – orari, costi, itinerari e logistica, ecco qua la pagina dedicata al viaggio sul sito di Isola Bianca. Per qualsiasi dubbio relativo a questi temi, scrivete con baldanza a loro – sono disponibilissimi e non vedono l’ora di prodigarsi per noi tutti. Volete prenotare con entusiasmo e pochi tentennamenti? Favola. Anche quello si può fare con gioia sul sito.

Partiamo?
Io lo spero. E non vedo l’ora. 
:3

Visto che i 25 gradi e passa dell’Italia a cavallo tra aprile e maggio ci facevano un po’ schifo (MA FIGURIAMOCI), abbiamo deciso di fare i bagagli per trascorrere il ponte in Olanda. Memori di un piacevole viaggio primaverile di Amore del Cuore, abbiamo prenotato con una fiducia climatica senza precedenti, convincendoci di poter finire allegramente a bere birrette in una qualche chiatta ormeggiata in mezzo a un canale, accarezzati da un placido tepore.
Ecco, non è andata precisamente così.
Ma il viaggio è stato comunque un successo.

In questo post ho cercato di catalogare un po’ di cose belle che abbiamo visto e visitato, senza dimenticare i posti in cui abbiamo speso dei soldi o mangiato e bevuto molto bene. Penso che la “guida” più utile e meno lacunosa sarà quella di Rotterdam, perché il nostro è stato un ritorno ad Amsterdam e non una prima visita completa di mete e tappe previste dal canone del visitatore-modello. Per farvi capire lo spirito, non troverete il museo di Van Gogh. Ma negozi minuscoli che vendono timbri artigianali di ogni foggia, forma e dimensione sì.
Ciò detto, possiamo procedere con la serenità di un diciottenne appena uscito da un coffee-shop.

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ROTTERDAM

A Rotterdam ci siamo finiti perché nel 2017 sono andata a vedere la notte degli Oscar all’nHow di Milano, un super hotel di design in via Tortona. Il progetto comprendeva un gioco-aperitivo a squadre in cui bisognava disegnare su una lavagna il titolo di numerosi film difficilissimi, sperando di riuscire a farli indovinare al proprio compagno d’avventura. Niente, io e la Francesca abbiamo vinto. E ci hanno regalato un soggiorno di due notti in un altro nHow europeo. La Francesca ha scelto Berlino – visto che non ci era mai stata – e io ho optato per Rotterdam – un po’ per la medesima ragione, ma sapendone molto meno.
Un gran culo, insomma. Anche perché, in tutta sincerità, non è che Rotterdam sia proprio una meta battutissima. Non so voi, ma io non conosco nessuno che sogna da una vita di andare a Rotterdam. È una di quelle destinazioni che gli amici e i conoscenti – se non fanno gli architetti, i grafici o i designer – commentano con scarsissimo entusiasmo.
“Bene, il 28 partiamo per Tokyo”.
ODDIO BELLISSIMO COME TI INVIDIO.
“Il 28 andiamo a Rotterdam”.
…ah. Bè, dai. Buon viaggio.
Così.
Ebbene, non sapevamo cosa aspettarci, ma siamo rimasti piacevolmente sorpresi. Rotterdam è un posto bizzarro, una specie di esperimento urbanistico-creativo fondamentalmente partito da zero, visto che la città è stata completamente distrutta dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Non c’è nulla di “vecchio” sul serio… ed è un aspetto piuttosto scioccante, sulle prime. Mentre ci si sposta per la città si percepisce chiaramente che tantissime soluzioni viabilistiche sono state pensate per massimizzare la funzionalità e la vivibilità generale. Dalle costruzioni, invece, si capisce bene che nella seconda metà del Novecento – in momenti più o meno recenti – qualcuno ha preso un architetto (spesso celeberrimo) e gli ha detto “carissimo, qua ci serve un mercato coperto. E qua un ponte, magari. Fai un po’ quello che ti pare”. Il risultato è un ibrido tra un parco giochi progettuale e la ferrea razionalità nordica, attenta alla valenza “pubblica” dello spazio. Di tanto in tanto ti sembra di passeggiare in una scena di Gattaca – film meraviglioso, vedetevelo se vi manca – o su e giù per Capitol City, ma poi giri l’angolo e c’è uno gnomo alto quattro metri che regge fieramente un butt-plug (anche se in origine si voleva rappresentare un albero). Insomma, strano è strano. Ma il fascino dell’insieme è innegabile.

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Eccomi intenta a magnificare la skyline con la grazia di una lavoratrice portuale.

Comunque, procediamo con ordine.

Albergo

Abbiamo dimorato all’nHow sulla penisolotta di Wilhelmina, con vista sul fiume e sull’Erasmus Bridge (una struttura mastodontica che ricorda vagamente la forma di un cigno). L’albergo è all’interno del De Rotterdam, un complesso di grattacieli progettato da Rem Koolhaas per regalare, di fatto, un consistente pezzo di skyline alla città. Che vi devo dire, l’hotel è innegabilmente bellissimo. La nostra stanza era al quindicesimo piano, sul lato fluvial-pontesco, lo stesso del bar e del ristorante – qualche piano più sotto. Nell’unica serata non falciata dalle intemperie siamo andati a berci un gin tonic della buonanotte sulla terrazza, godendo come ippopotami. A parte il panorama e l’oggettiva gloria delle stanze, un altro fattore di indubbia utilità è la metropolitana a venti metri (soprattutto perché l’albergo è in una zona di uffici, scenograficissima ma non particolarmente viva).

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Un illustre esempio di “Amore del Cuore, fammi una foto”. Magari con una visuale decente sull’Erasmus Bridge, visto che abbiamo questa assurda camera panoramica. E il risultato è questo. Si scorge distintamente il cestino della spazzatura (molto di design, per carità), ma il ponte è una roba nebulosa ed evanescente.
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Questa sarà la mia reference per tutti quegli agenti immobiliari che vogliono venderti una casa perché è LUMINOSISSIMA. Ecco, questa è luminosità, cari agenti immobiliari.
Menzione d’onore per i copy dell’NHow. Ogni accessorio cartaceo della stanza era super arguto.

Cose da vedere

Rotterdam si gira molto bene. Abbiamo camminato parecchio – perché sì, se devi esplorare un’area è meglio fare così – ma la metro è super efficiente. Dovete prendervi la tessera (il principio è un po’ quello della Oyster Card di Londra) e ricaricarla man mano o farvi il giornaliero e ciao. Grazie a un’imprevedibile iniziativa di Amore del Cuore, poi, abbiamo anche scoperto di poter usufruire del Mobike e, quando non diluviava, ci siamo spostati pedalando. Le ciclabili sono OVUNQUE. I ciclisti di Rotterdam saranno tutti più rapidi di voi (anche perché riuscire a far muovere una Mobike è uno sforzo titanico), ma state belli sulla destra e sbattetevene. Cioè, non fate come me, che ad ogni sorpasso gridavo roba tipo BRAVO BRAVO VAI COMPLIMENTONI CHI SEI BUGNO VIENI TE A SPINGERE QUESTA SPECIE DI INCUDINE A FORMA DI BICICLETTA SE TI CREDI TANTO FAUSTO COPPI. Mi sono arresa quando sono stata superata in salita da un quindicenne che trasportava la fidanzatina sulla canna, limonando.

Ma lasciamo stare.

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Le Case Cubiche

Progettate da Piet Blom all’inizio degli anni Ottanta, le Case Cubiche sono una sorta di folle complesso geometrico che ricorda un po’ – almeno nelle intenzioni dell’architetto olandese – un boschetto. Ci siamo arrivati passando per il vecchio porto (l’Oudehaven) e per il Museo Marittimo e, purtroppo, non abbiamo fatto in tempo a vedere un cubo dall’interno. Le case sono tutte abitate da veri esseri umani (non chiedetemi come) e una è un micro-museo aperto al pubblico.
In generale, ricordate SEMPRE di controllare gli orari, se volete fare qualcosa e avete poco tempo. I negozi chiudono molto presto (tra le 17 e le 18, in prevalenza), così come le cucine di molti ristoranti e luoghi d’interesse. E le domeniche sono spesso santificate con le serrande abbassate.
Ma torniamo ai cubi e ai loro dintorni.
Sempre affacciata sull’ameno porticciolo c’è anche la Witte Huis. Il palazzo, costruito nel 1898, è uno dei pochissimi edifici “storici” rimasti in piedi a Rotterdam dopo la guerra e anche il primo “grattacielo” d’Europa. Va bene, son dieci piani, ma ai tempi erano da considerarsi assai ragguardevoli.

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Markthal

Ci ritorneremo nel pezzettino dedicato al nutrimento, ma il mercato coperto è da vedere anche se non avete fame. Markthal è una specie di gigantesca food-court protetta da una cupola panettonesca interamente ricoperta di titaniche decorazioni mangerecce. Immensi lamponi. Pesci grossi come macchine. Mastodontiche pannocchie. Non sono riuscita a contare i banchi e le proposte gastronomiche, ma c’è di tutto – dal pesce fresco alle caffetterie, dalle pasticcerie specializzate in ciambelle ai venditori di spezie orientaleggianti. Praticamente ogni banco può darvi moltissime cibarie da consumare gironzolando e alcuni hanno anche dei tavoli con camerieri e servizio “da ristorante”. Noi, ovviamente, abbiamo optato per l’alternativa ristorante perché io ho il culo pesantissimo e non so mangiare in piedi. Volevamo pranzare da Jamie Oliver, ma quando ci siamo accorti che era il locale a tema pasta siamo scappati a gambe levate. Non ci fidiamo della tua pasta, Jamie!

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Witte de Withstraat

Dunque, se voglio andare da Zara e da H&M sto in Corso Vittorio Emanuele, non mi spingo fino a Rotterdam. Ma vagando un po’ per Linjbaan (se scendete a Beurs in pratica finirete in un gigantesco mall a cielo aperto, tutto pedonale) si possono trovare anche negozi di brand “locali” e cose belle che da noi non ci sono. La strada della gioia vera, però, è Witte de Withstraat. A parte la concentrazione favolosa di ristoranti e bar (perlopiù stupendi), troverete anche murales bellissimi, un canale di rara poesia e diversi valenti negozietti. Tra libagioni e shopping ci abbiamo lasciato un capitale – ma ci torneremo dopo.

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L’artista mi ha poi confermato su Instagram che la proposta matrimoniale è andata a buon fine.

Gitine: Delft

Avevamo in programma spedizioni di ogni tipo, ma il clima avverso ci ha un po’ azzoppati. La prospettiva di visitare dei gioiosi mulini campestri con la tramontana a 240 all’ora non ci è sembrata allettantissima, ma a Delft ci siamo andati. Il bello delle ferrovie olandesi è che somigliano di più alla metropolitana che a delle ferrovie. Siamo sempre andati in stazione a caso, trovando immancabilmente un treno che poteva tornarci utile nei dieci minuti successivi. Fate attenzione a dove vi sedete, perché ci sono i vagoni SILENCE dove non potete manco starnutire senza che un signore olandese vi rimproveri con pacata inflessibilità. Per il resto, efficienza e comodità.
Delft – a una ventina di minuti di treno da Rotterdam – è la ridente cittadina che ha dato i natali al sommo Vermeer e che, tanto per non farsi mancare nulla, ha pure rifornito il mondo di piastrelle blu. I ceramisti olandesi si ispiravano, inizialmente, alle maioliche italiane e spagnole, ma hanno poi finito per adottare uno stile decorativo più simile a quello cinese – colmando una lacuna lasciata da  una sorta di tracollo delle esportazioni orientali -, anche se i temi paesaggistici erano olandesissimi e il colore base (il blu di Delft, proprio) le rendeva immediatamente riconoscibili.
Il centro di Delft si può raggiungere comodamente a piedi dalla stazione. Gironzolate nei dintorni della piazza principale (assai piacevole a vedersi) per non soccombere ai negozi di souvenir più paccottigliosi e godetevi bene l’adorabile canale su cui si affaccia il Vermeer Centrum (non l’abbiamo visitato perché non ci sembrava sensatissimo passare del tempo in una galleria piena di riproduzioni e basta, anche se l’approfondimento sull’esistenza dell’artista pareva intrigante). Vermeer a parte, in quel canale lì c’erano mille papere nere come la pece che costruivano il nido con rametti, ninfee e altre robe umide… e mi sono commossa molto. Che vi devo dire, le papere che nidificano mi fanno tenerezza. Coi paperotti piccoli perdo direttamente il senno.
Se volete regalarvi un paio di pattini olandesi di legno – che magari vi ghiaccia il canale davanti a casa, non si sa mai – o una piastrella del Seicento, fate un giro da Koos Rozenburg (Markt 2).

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Nutrirsi e abbeverarsi

Noi abbiamo mangiato in questi luoghini qui. E ci è andata bene.

Supermercado

Consiglio generale: fate su e giù per Witte de Withstraat e sicuramente troverete di che alimentarvi. E posti molto belli dove trascorrere il dopocena. La prima sera siamo andati a mangiare in questo ristorante messicano assai animato – scovato grazie alle meravigliose Vitasumarte – e, nonostante l’assenza del benamato burrito nel menu, abbiamo trovato di che consolarci. I cocktail sono ottimi e vi consiglio spassionatamente TUTTI i tacos.

Bazar

Eravamo usciti con l’idea di provare i decantatissimi hamburger di Ter Marsch & Co. ma, complice il diluvio universale e l’orario lievemente tardo per gli standard olandesi, la cucina era già chiusa. Ormai rassegnati al digiuno e all’inedia, siamo tornati sui nostri passi, nella speranza di imbatterci in qualcosa di aperto (e di operativo). E siamo finiti da Bazar, un hotel turcheggiante con annesso ristorante che sembrava decisamente troppo zarro per essere così buono, nonostante fosse in cima alla lista di consigli di un’antichissima amica dell’internet che vive a Rotterdam ormai da un po’. Ebbene, LA GIOIA. Ho ordinato il couscous di pesce e mi è arrivato uno spiedino formato famiglia di tonno e gamberi in uno scodellone pieno di frutta secca e verdure arrosto. Tredici euro. Prendete anche l’antipasto – noi abbiamo fatto un misto, ma col senno di poi ordinerei anche solo un vagone di sigara böregi, i rotoloni grissinosi di sfoglia (tipo) con la feta e la menta. Cibo a parte, il posto è molto colorato e scenografico, pieno di lanterne meravigliose che penzolano da tutte la parti.

Markthal – Bab Tuma

Per godere a pieno dell’esperienza-Markthal dovreste mangiare qualcosa a ogni banco. Noi, dubitando della capienza dei nostri stomaci, abbiamo optato per un approccio più modesto e siamo andati a sederci al Bab Tuma, chiosco-ristorante di cucina mediorientale. C’è un po’ di tutto, ma la specialità sono le “pizze” manakish, preparate al momento. Io ho ordinato quella classica con la carne trita speziata e ho gradito molto. Pecca non indifferente, il servizio è di una lentezza esasperante e Amore del Cuore ha dovuto aspettare cent’anni per un wrap coi gamberoni, che è giunto quando ormai io avevo finito di mangiare. Insomma, se ci andate vi conviene perseguitare il cameriere con una certa risolutezza.

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Accogliere l’arrivo della birra con evidente sollievo e soddisfazione.

Ballroom

Tra gli undicimila bar di Witte de Withstraat c’è anche il Ballroom, che ha conquistato i nostri favori grazie alla spiccata specializzazione in gin tonic. Il posto è super piacevole a vedersi e le varietà di gin “in catalogo” sono più di 160. È uno di quei bar che ti consentono di assemblare il tuo cocktail con una specie di articolatissimo processo consulenziale, perché non esiste solo il Gordon del supermercato da mescolare con la SCIUEPPS – là fuori c’è tutto un mondo di gin e di toniche che non vedono l’ora di finire insieme in un bicchiere.

Per una cena e/o un dopocena panoramico mi avevano anche consigliato l’Hotel New York, poco distante dal nostro albergo. Disponendo però di un albergo già molto panoramico, non ci siamo andati. E abbiamo sempre concluso la serata bevendo qualcosa lì al bar dell’NHow. Se il cielo è limpido e il clima terso e mite, vi consiglio caldamente di andarci. Il bar è aperto al pubblico nel weekend, quindi date un occhio agli orari sul sito e godetevi la vista sull’Erasmus Bridge e gli ottimi cocktail.

Spendere dei soldi

Il mio approccio allo shopping in viaggio si può riassumere così: se proprio devo sfidare la policy-bagagli di una compagnia low-cost, voglio che ne valga la pena. Voglio tornare a casa con qualcosa che mi ricorderò per secoli e che non avrei trovato altrove. Il che si traduce più o meno in VISITIAMO TUTTI I NEGOZIETTI POSSIBILI E FREGHIAMOCENE DEL RESTO. STRAMBERIA! ROBA AUTOCTONA!
Ecco.
Ciò detto, ecco qualche posticino interessante per peggiorare l’estratto conto – dopo aver rigorosamente verificato gli orari di apertura, non mi stancherò mai di dirlo.

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Wolff Blitz

Un brand di Rotterdam specializzato in camicie, t-shirt e polo dalle stampe pazze. Più indumenti da uomo che da donna, ma fa niente. Amore del Cuore – l’uomo più basic del mondo in fatto di abbigliamento – si è inspiegabilmente comprato una camicia surreale piena di piume di pavone e una maglietta tempestata di tigri e tucani che sono certa gli frutterebbe un posto da cubista in un qualunque locale della riviera romagnola. Shopping coniugale a parte, le fantasie sono veramente molto scenografiche.

Collectiv by Swan

Un concept-store – mi fido della loro definizione perché non ho ancora ben capito che cosa sia un concept-store – che raduna una miriade di piccoli e grandi marchi artigianali, con incursioni nel design, nel vintage e nell’arredamento per la casa. C’è di tutto: gioielli minimalisti, turbanti, tappeti fucsia di pecora, coprispalle tribali pieni di piume, tutine per neonati, borsettine con le nappe, tappeti, roba a forma di lama. Siamo stati nel negozio e siamo passati anche al loro mercatino-fiera in un parco assai verdeggiante e ameno. Se vi capita, dunque, date un occhiata anche agli eventi in programma, che finire al mercatino è bene.

Episode

Una catena più o meno nordeuropea di negozi dell’usato a dir poco eclettici. Si possono trovare uniformi scolastiche da studentessa giapponese, magliette da ciclismo degli anni Novanta, abiti da sera, tute da lavoro, cappelli a cilindro, maglioni da spaccalegna e montagne di Converse. C’è ovviamente anche una vasta selezione di vestiti “portabili”, che mi sono però premurata di ignorare acquistando due kimono di seta purissima a 35€ e un kilt made in Scozia assolutamente PERFETTO a 25€.
C’è un Episode anche ad Amsterdam, ma è infernale. Questo di Rotterdam è grande e carico di roba, ma molto più vivibile e ordinato.

Library of Spirits

Comprarvi una rara boccia di tequila da dover poi buttare nel cassone dei liquidi prima dei controlli di sicurezza non è saggio, ma la Library of Spirits è comunque una meraviglia visiva dal raro potere inebriante. Ci sono pure le scalette per raggiungere gli scaffali più alti.

Unc.

Vellutini rosa, vellutini rosa e felci che escono dalle fottute pareti. Un negozio che riscatta l’area “Corso Vittorio Emanuele” con una bella selezione di indumenti frufru, tantissimi gioiellini di design, aggraziata paccottiglia per la casa e piccoli brand emergenti.

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Qui anche un breve elenco di negozietti handmade che mi sono garbati durante il giretto per Witte e allo Swan Market – hanno tutti uno store online, quindi penso valga la pena segnalarli: Yourfashionfinds, Yourfashionsecret, Dearhunter, Jessica Halmshaw, Blash, Handmadeinterior, Froezel.

Grande quesito che resterà forse per sempre senza risposta: ma dove diamine sono le librerie, in questa città?

***

AMSTERDAM

Come accennavo, il giro delle attrazioni “obbligatorie” di Amsterdam ce lo siamo già fatto in un gelido ponte dell’Immacolata di qualche anno fa. Ci siamo dunque concessi il lusso di prendercela con calma, passeggiando come gioiosi pecoroni e cercando di scovare quello che ci mancava o che, in un primo viaggio, verrebbe di solito tralasciato. Il clima infausto, purtroppo, non ci ha permesso di noleggiare una bici e velocizzare gli spostamenti, ma ci siamo comunque ben difesi. Non farò in questo caso menzione dell’albergo, perché la nostra stanza sembrava il vagone di un Intercity e il getto della doccia puntava praticamente sulla tazza del cesso – che era pure altissimo. Sono almeno due decadi che non mi capita di sedermi sul water e di non toccare terra coi piedi. Per riassumere, diciamo che passare da una stanza dell’NHow a quella spelonca progettata dall’inventore del Tetris non è stato precisamente indolore, ma ho cercato di ritrovare dentro di me la capacità di adattamento dei ventidue anni e sono sopravvissuta, arrivando alla conclusione che devo buttarmi pesantemente sul travel blogging perché sono una signora e non voglio ritrovarmi mai più in un luogo del genere.
Ma veniamo a noi.

Giretti

Ci siamo concentrati prevalentemente sulla zona delle Nove Stradine (De Negen Straatjes) e sul quartiere di De Pijp, soffermandoci un po’ anche al mercato galleggiante perché mi sentivo in dovere di comprare una sporta di bulbi di tulipano per MADRE, che in campagna ha un sacco di posto per ospitare vegetali ornamentali di ogni genere. Siamo arrivati col treno da Rotterdam nel primo pomeriggio, ci siamo liberati della zavorra della valigia e GAMBE IN SPALLA. Ora, a Rotterdam ho percepito una civiltà ciclistica molto spiccata. Amsterdam è un po’ un’altra roba, soprattutto nelle aree che vengono percepite come pedonali anche se pedonali non sono. In estrema sintesi, abbiamo rischiato la vita in corrispondenza di ogni ponte. Due volte. Perché per ogni ponte ci sono due incroci. Ad un certo punto c’è quasi stato anche un maxi-tamponamento tra quattordici ciclisti che provenivano dalle direzioni più disparate, mentre i turisti scavalcavano le ringhiere per salvarsi la vita con un carpiato nel canale. Altro problema, i ciclisti sono supersonici e assai irascibili. Ma direi che tutti possiamo farcela rammentando quello che ci hanno insegnato da piccoli su come si fa ad attraversare la strada.
Ecco un piccolo elenco di luoghi valenti.

Le Nove Stradine

Un reticolo di viuzze e case tra il bello e il bellissimo, all’intersezione tra i tre principali canali della città e i loro baby-canali di competenza. Ci sono moltissimi negozietti di brand indipendenti, posti coccoso-hipster dove rifocillarsi e imperdibili occasioni-Instagram (i residenti dell’area sembrano fermamente intenzionati a farci vergognare delle nostre abitazioni, sventolandoci in faccia l’avvenenza delle loro dimore).

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Van Loon Museum

Nel 1602, Willem van Loon fondò – insieme ad altri assennati gentiluomini – la Compagnia delle Indie Orientali. Nel 1884, un erede del buon Willem acquistò la casa per il figlio, come regalo di matrimonio. Ora è un museo aperto al pubblico, compresi il giardino, le stalle e i locali di servizio. Ogni stanza è una specie di parco giochi decorativo, con temi precisi e motivi ornamentali super coordinati. La scala che porta al piano superiore vale la visita. E ci si può anche fermare a bere un caffè, per illudersi di essere molto ricchi.
Che cosa ne ricaviamo?
Fondare la Compagnia delle Indie Orientali – senza utilizzare nemmeno una volta il termine “start-up”: ottima idea.

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De Pijp

De Pijp, in teoria, è il “nuovo” quartiere interessante. Quando siamo passati noi c’era un gigantesco mercato dove si poteva trovare un po’ di tutto – dalle stoffe più o meno esotiche alla verdura – e, a parte lo shopping da bancarella, c’è un’area pedonale assai piacente con tanti locali e negozi da esplorare. Non ci sono canali scenografici e le costruzioni sono decisamente più moderne (quindi niente casine serratissime con le facciate inclinate in avanti di 23° e la carrucola sotto lo spiovente del tetto per tirare su i carichi che non passerebbero dalle scale), ma ne vale la pena.
Se è il vostro genere, nelle vicinanze c’è anche la fabbrica dell’Heineken. Noi non ci siamo andati, ma a giudicare dalla fila vi conviene prenotare la visita. O almeno comprarvi il biglietto preventivamente.

Cibarie e beveraggi

Un posto dove vi conviene andare muniti di un po’ di soldi, due posti caratteristici, un posto da giovani YEAH che mangiano gli hamburger sofisticati – fingendo però di essere super alla mano.

Lucius

Siamo tornati a cenare nel ristorante un po’ serio che avevamo scoperto durante il nostro primo giro ad Amsterdam. Si mangia pesce, in tutte le sue accezioni – tranne la pasta. Perché la pasta è roba nostra, loro lo sanno e manco ci provano. Se siete particolarmente ricchi, buttatevi sul piattone dei crudi e dei crostacei, che è abbastanza la vita. Se il vostro potere d’acquisto è meno poderoso, ci sono dei valenti menu che vi permetteranno di assaggiare antipasti e secondi – riempiendovi ragionevolmente la pancia. Caro è caro, bisogna dirlo. Non fate come noi, andateci quando vi sentite poco braccini e godetevelo a pieno.
Bonus track piuttosto surreale: avvistamento di Pierferdinando Casini con la sua fidanzata, una gnocca siderale.
Bonus track solida per davvero: il cameriere più alto d’Olanda. Ha le mani grandi come dei neonati e, in generale, ci siamo convinti che in realtà sia Superman.

Olofspoort

Nel bel mezzo della viuzza della fattanza – nei pressi della Stazione -, tra un negozio di vibratori e l’altro, là dove penseremmo di trovare solo rivendite di funghetti allucinogeni e bong, si erge un’isola felice: l’Olofspoort. Un bar all’antica – in un edificio bellissimo che spunta all’improvviso in mezzo alla strada, in pratica – dove bersi una birretta in santa pace o degustare uno dei centordicimila liquori della casa, custoditi in favolose vetrinette. Volendo ci si può anche far comporre una specie di tavoletta di legno in grado di ospitare una ragguardevole quantità di bicchierini, che verranno riempiti secondo le vostre preferenze dal gioviale proprietario, che gestisce la baracca senza l’ausilio di ulteriore manodopera. Che goduria.

Proeflokaal A. v. Wees

Congelati e scoraggiati dal maltempo, abbiamo deciso di confortarci con del cibo. E abbiamo avuto un discreto culo. Vagando lungo un canale falciato dal vento, ci siamo imbattuti in un locale vecchio stile, con tanto di gatto che sonnecchiava sulle panche. Abbiamo ordinato una selezione di – come lo posso chiamare – “pub food olandese”, con tanto di cestino di bitterballen multigusto. I nostri vicini di tavolo, un gruppetto di arzilli vegliardi americani, hanno commentato con “We should have ordered those”. Invece della zuppa di patate, aggiungerei io. Che per carità, col freddo che c’era di sicuro non stonava, ma le bitterballen vincono per definizione. L’ora non era consona, ma anche qui i liquorini da assaggiare erano numerosissimi (e di venerabile tradizione).

Geflipt

Di certo a De Pijp non mancano le occasioni culinarie. Al Geflipt siamo entrati un po’ a fiducia, visto che non ci eravamo granché documentati su dove pranzare. E abbiamo fatto bene. È un’hamburgeria piccolina ma curatissima, con un menu per niente palloso, birre artigianali e dei lunghi tavoloni di legno da condividere. Hipster? Da morire. Buono? Molto.

Sperperare denaro

La mia specialità, finalmente!
Dunque, dare delle indicazioni precise su quel che si può trovare nelle Nove Stradine è piuttosto impervio, quindi me la caverò con un BIGHELLONATE – e se vi piace il design non perdetevi The Frozen Fountain. Lo stesso vale un po’ anche per De Pijp. Qualche nome rapido? Noor, Luba, Elan & Vanderhelst.
I miei preferiti veri, però, sono questi.

Kramer

Un leggendario negozio di antiquariato dove potrete trovare innumerevoli porcellane di Delft, piastrelle di ogni foggia e dimensione – custodite in una specie di parete scorrevole multistrato e in pratiche cassettine divise per epoca e/o tematica iconografica -, gioielli, stampe, mappe e piccoli aggeggi decorativi.
Le piastrelle sono in ottime condizioni, ben confezionate nella loro plastichina e dotate di sigillo di autenticità che ne certifica la provenienza, l’epoca e la “corrente artistica” – che no, non è il piastrellismo. Lo so perché ne ho comprata una molto piccola ed economica (per alcune possono partirvi anche delle centinaia di Euro). Non è manco blu, ma lo Jugendstil si manifesta potente. Sì, me ne sono fregata del Secolo d’Oro, che vi devo dire. Le piastrelle favolose servivano in ogni epoca.
Se poi, come me, siete un po’ delle gazze ladre, passate una mezz’ora a farvi tirare fuori novantadue vassoi di anelli. Le fasce di prezzo sono numerose e, se spulciate bene, riuscirete sicuramente a trovare qualcosa di BELLISSIMO – senza dover pagare cavandovi una cornea. In questo caso lo so perché ne ho comprati ben due.

De Posthumuswinkel

Avevo questo posto nei segnalibri di Chrome da tipo sei mesi. È un negozio specializzato in timbri, sigilli, ceralacche, penne d’oca e inchiostri pazzi. Si possono ordinare timbri personalizzati – che verranno realizzati artigianalmente (in un pochino di tempo) – o farsi preparare sul momento un timbro con una combinazione di lettere. Noi abbiamo preso un CF (o FC) che può andare bene sia per me che per Cesare. In aggiunta, gli scaffali strabordano di timbri decorativi per i vostri deliziosi lavoretti, diari o fogli di carta. C’è anche un pezzettino di laboratorio aperto ai curiosoni.

The Book Exchange

Una sterminata libreria dell’usato specializzata in libri in lingua inglese, a larghissima prevalenza di paperback. Ci sono scalettine pazze che vi condurranno in sotterranei stracolmi di romanzi e stanzettine altrettanto piene di roba. La selezione non deluderà nemmeno i fan della letteratura di genere. Frugate, frugate, frugate.

Mendo

Mendo è una delle librerie più belle che io abbia mai visto. Basta. Troverete solo libri d’arte, libri fotografici, coffee-table, tomoni d’architettura e mostri vari di grande formato, in uno spazio curatissimo che somiglia a una specie di mini-museo. Non so quanto i libri di Mendo possano essere Ryanair-friendly, ma un giro va proprio fatto.

***

E penso di aver finito.
Cavolo, non posso crederci.
Spero che queste mini-guide possano esservi d’aiuto e di ispirazione.
E vi auguro di trovare un clima clemente, soleggiato e meraviglioso.
Felici giretti!
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Un giorno avrò un volpino di Pomerania, una casa di proprietà, una rendita di diecimila rubli al mese, una piastra GHD e una persona che mi sceglie le foto e mi raddrizza gli orizzonti sbilenchi. Il tutto mentre io sto seduta in poltrona a bere dei tè e a scrivere a macchina.
In attesa che tutto ciò accada, possiamo serenamente proseguire – non senza una certa intempestività – con la gioiosa cronaca del superweekend trascorso in Slovenia a farmi nutrire, idromassaggiare e meravigliare dalla natura. Nella prima puntata vi avevo confusamente raccontato di Vipava, Ptuj e Celje. Questa volta, con il favore dei fauni di Narnia, ci sposteremo a Bled, dove l’acqua è più cristallina e i cigni si riproducono a ritmi forsennati.

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Per chi, come me, ignorasse le più basilari nozioni geografiche, dirò che Bled è una incantevole località turistica situata a metà strada tra Lubiana – la capitale slovena – e il confine italiano. Bled sorge saggiamente sulle sponde di un lago della circonferenza di circa sei chilometri – percorsa caparbiamente da podisti di ogni età, che corrono indomiti ad ogni ora del giorno e della notte. Il placido lago, oltre ad essere piatto e sereno come la stele di Rosetta, custodisce anche l’unica isola naturale della Slovenia – dotata di chiesetta, campanile e cruentissima leggenda d’ordinanza. Per non farsi mancare nulla, Bled ha anche un castello di rara simpatia e un vivace sistema di sorgenti termali, che potrete comodamente godervi passando un po’ di tempo all’Hotel Golf – come ha fatto la sottoscritta. E a Bled, cosa assai importante, si mangia benissimo. Dev’essere un po’ una caratteristica della Slovenia. Arrivi in un posto nuovo e tutti sono convinti che stai morendo di stenti e che bisogna darti subito da mangiare.
La prima sera siamo stati principescamente ospitati dal ristorante Julijana del Grand Hotel Toplice, il più antico della città. E pure quello col panorama migliore. Il giovane chef sloveno del Julijana sta fieramente combattendo per conquistare una stella Michelin e, dal profondo del cuore, gli auguro che gliene diano una generosa manciata. Il nostro tavolo si può ammirare qua sotto. Quello che ci siamo mangiati, invece, l’ha fotografato benissimo la Rossana – e non vedo quindi perché dovrei affaticarmi con un maldestro collage quando c’è già il suo che è così ben architettato.

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Voi in che letto dormite? Io ho un matrimoniale che divido con un grosso uomo incredibilmente affettuoso, che rotola in giro, mi abbraccia nel cuore della notte e mi assesta, occasionalmente, delle gomitate nello sterno. Pur adorando Amore del Cuore, devo confessare che, di tanto in tanto, dormire da sola in un lettone a due piazze mi suscita un po’ di commozione. Se poi, alla mattina, apri la finestra e c’è della neve che precipita su un lago, la faccenda si fa ancora più soave.
Con questo spirito di assoluta benevolenza nei confronti dell’universo, siamo risaliti sul pulmino per una giornata di giretti ed esplorazioni.
La prima cosa che ho scoperto a Bled è che i campeggi non sono necessariamente una roba da roncioni.
Là fuori, gente, esistono anche i GLAMPING.
Se lo scopre Cosmopolitan siamo finiti. “103 idee per il petting spinto nel cuore della foresta”. “Sughero power! 10 zeppe super trendy da abbinare al tuo bungalow”. “Sauna hot: le confessioni delle campeggiatrici più ROAR!”.
Io di campeggi non me ne intendo molto, ma ero assolutamente estasiata. Il Glamping di Bled è un luogo a metà tra un villaggio elfico e il sogno erotico di un minimalista. Ci sono le capannette di legno con la vasca da bagno esterna a forma di botticella (con civilissimi bagni privati e graziose doccette) e ci sono le casette megageometriche progettate dal pronipote hipster di Le Corbusier. Tinte naturali, vialetti di sassolini, armonia con la natura e organizzazione suprema degli spazi. Ci entri in cinque e non hai idea di come hai fatto.

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Rinfrancata dalla pacifica comunione tra boschi di sempreverdi e dimore per campeggiatori, ho ben deciso di coricarmi all’improvviso nel bel mezzo alla piscina sfacciatamente turchese del Grand Hotel Toplice. Provvisto di salottini rosa, sale da tè panoramiche, fascinosi parquet scricchiolanti, persiane bianchissime, una magica spiaggia privata, vetrate assai coreografiche e un vaso giapponese dal valore inestimabile – messo lì in un angolo come se niente fosse – il Toplice è una specie di piccola macchina del tempo. Ci passi un’ora e ti convinci di avere un valletto e una muta di levrieri argentati.

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Visto che non si mangiava da circa trenta minuti, ci siamo sentiti in dovere di fare merenda con una delle specialità del luogo, la leggendaria cream cake. La cream cake è un dolce estremamente rispettoso della geometria: v’arriva in pratici parallelepipedi che misurano sempre 7 x 7 x 5 centimetri e ogni strato presenta differenti gradi di solidità. Ma che c’è dentro? Uovo, crema alla vaniglia, panna, burro, burro, burro imburrato e burro al burro. Per fare breccia nella crosticina sovrastante vi consiglio di utilizzare la forchetta come un piccolo martello pneumatico. O come il forsennato cranietto di un picchio. Vedete voi con quale metafora vi è più comodo procedere.

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Bled, oltre ad essere un luogo ricco di interessanti soluzioni ricettive e un paradiso gastronomico, è anche una specie di romanzo fantasy. Vi basterà inerpicarvi su un roccione a strapiombo sul lago, infatti, per godervi il castello, le sue numerose attrazioni e il mirabile panorama. Mettetevi delle scarpe coi gommini, che c’è una salita ciottolata con una pendenza del 48%.

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Il castello di Bled è un luogo sorprendentemente vivo e divertente da esplorare. Si può visitare un piccolo museo che narra la storia del lago, di Bled come località di villeggiatura, del maniero stesso e dei primi abitanti della valle – ossa preistoriche comprese. C’è la bottega di uno stampatore – che pialla a mano tutti i souvenir cartacei – e un allegro frate che vi insegnerà a imbottigliare. Sulla fucina del fabbro, poi, sono stata inevitabilmente travolta dai ricordi e mi sono messa a strillare in mezzo alla corte SONO BASTILANI E BATTO IL FERRO! A cinque metri, purtroppo, c’era un servizio fotografico nuziale in corso. Nonostante la neve e il freddone, la sposa vagava pacifica in bolerino in finto pelo di dalmata e sandali con gli strass. Lo sposo, un tipo spericolato, ha eseguito un Cassina II sul parapetto a strapiombo sul lago. In maniche di camicia. E noi là, ad abbracciare stufe di cobalto.

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Non paga, sono stata utilizzata per svariati minuti come posatoio per una serie di fiocchi di neve assolutamente PERFETTI. Fiocchi di neve a forma di fiocco di neve. Fiocchi di neve da manuale dei fiocchi di neve. Fiocchi di neve STANDARD. Intanto che ci siete, vi inviterei altresì a notare la completa assenza di doppie punte al termine della mia esuberante chioma.

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Vedendoci un attimo deperiti, la famiglia Jezersek ha deciso di offrici il pranzo nel ristorante del castello. Correggetemi se sbaglio – o se solo io ho avuto sfiga nella vita – ma è molto difficile trovare qualcosa di dignitoso da mangiare all’interno di un luogo “turistico”. Siamo sempre portati a pensare che i posti veramente validi siano infrattati in qualche vicolo, lontani dalle attrazioni più frequentate e difficilmente individuabili dalle mandrie di cinesi col selfie-stick. Visto che nulla di tutto questo – dal punto di vista funzionale ed economico – ha alcun senso, i Jezersek hanno deciso di inaugurare un locale stupendo nel cuore del castello. Vista spettacolare, cucina slovena e comodità massima. Credo sia stato il mio momento-cibo preferito, ma dell’intero weekend proprio.

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Travolti dalla digestione e piuttosto spaventati da una bufera di neve sempre più robusta, ci siamo lungamente interrogati sull’opportunità di attraversare il lago su una barchetta a remi per raggiungere il famigerato isolotto, inerpicarci su per la scalinata di pietra e suonare la campana della chiesa per tre volte (nella speranza di veder esauditi i nostri più reconditi desideri). I nostri accompagnatori sloveni, per nulla intimoriti dal clima, ci osservavano perplessi. Che insomma, la nevicata è bella, ma non voglio fare la fine di Leonardo Di Caprio che annega nel mare ghiacciato. Dopo un dibattito fondamentalmente basato sul “E quando ci ricapita più? Pensate a Instagram!”, abbiamo sfidato la neve e ci siamo issati sul barchino… con risultati a dir poco fiabeschi.

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Questo cigno, che il cielo lo spenni, ha affabilmente accompagnato all’attracco ogni singola imbarcazione e si è lasciato festosamente fotografare da 57 persone. Quando finalmente è arrivato il mio turno, ha allungato il collo e mi ha beccato uno stivale. Solo a me. Ma che gli avrò mai fatto. Io non dimentico, cigno. Sono rancorosa come Stalin. Tornerò a cercarti!

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Per pianificare al meglio la mia vendetta subacquea ai danni del malefico cigno, ho trascorso la serata a mollo in una vasca termale d’acqua calda. Incredibile ma vero, l’acqua calda con le bolle ti culla e ti assiste nella digestione. Volete poi mettere la soddisfazione di vagare nudi per un hotel di lusso alle undici della sera?

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L’ultimo giorno del nostro felice tour è cominciato in maniera drammatica. Alle 7 della mattina ero già davanti al pulmino. Vestita, colazionata, valigiata e pronta a partire. Un trauma devastante. Non ho neanche avuto la forza di mettermi le lenti a contatto. Cioè, così presto non mi vanno su. È impossibile. M’acceco, piango, mi soffio il naso e soffro.
Armata di occhiali, in preda all’atavico dubbio del “mi sarò dimenticata qualcosa a Bled?” e in terrificante deficit da caffeina, mi sono improvvisamente ritrovata di fronte al castello più assurdo mai costruito dall’uomo.

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La fortezza di Predjama fu strambamente edificata dal prode Erasmo (da Predjama) per difendersi dai numerosi nemici che perseguitavano la sua esistenza. Del tutto immune dai reumatismi e poco bisognoso della compagnia degli altri esseri umani, Erasmo trascorse buona parte della sua vita asserragliato nel castello, un folle ibrido architettonico tra montagna e maniero. Il castello è un po’ appiccicato alla roccia e un po’ scavato nella montagna. L’interno è una specie di labirinto in cui, all’improvviso, ci si può trovare col cielo sopra la testa o al sicuro sotto decine di metri di sasso. Ogni due metri c’è una botola che conduce al centro della terra e, in generale, non c’è angolo immune dal muschio e dagli spifferi. La sicurezza prima della comodità. La pancia del castello è una grotta oscura e scoscesa che culmina in un pozzo d’acqua freschissima, risorsa fondamentale in caso d’assedio. Io, francamente, mai al mondo avrei pensato di poter vagare in un posto del genere. Meraviglia totale.

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Poco distanti dal confine italiano, siamo stati attaccati da una schiera di Nazgul urlanti. Sprovvisti di un adeguato equipaggiamento da battaglia, abbiamo deciso di metterci al riparo, rifugiandoci nelle oscure miniere di Moria che – per comodità e affabilità – i contemporanei hanno scelto di chiamare *grotte di Postumia*.
I 24 chilometri e passa di gallerie carsiche di Postumia sono una sorta di prodigio geologico di inestimabile valore scientifico e un’attrazione turistica a tutti gli effetti da circa 200 anni. Nobildonne col cappellino e signori con le ghette le visitavano in carrozza sin dagli inizi del Novecento. Pietro Mascagni vi eseguì, nel 1929, due grandi concerti sinfonici e, in tempi più recenti, la Sala da Ballo – una gigantesca caverna a volta piena di lampadari di cristallo – è stata usata per ricevimenti, matrimoni e trasmissioni televisive (tipo The Bachelor… Maria, segnatelo). Nelle grotte si entra con un trenino, tipo Indiana Jones e il Tempio Maledetto. Dopo un primo tratto sulle rotaie (coi vagoncini che sfrecciano in mezzo a stalattiti e stalagmiti, mentre vi sgocciola in testa della roba ad ogni curva), si passa alla visita a piedi, che credo somigli molto a un giro su un altro pianeta – un posto strambo, dove ogni soffitto è una distesa di latte sgocciolante e la pietra sembra tessuto – o a un angolo remoto e oscuro della Terra di Mezzo.

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Io ho provato a fare qualche foto, ma sembrano tutte delle incomprensibili composizioni astratte.
Comunque.
Oltre al giro nelle profondità della terra, vi consiglio molto anche il museo, che non è affatto menoso e che, oltre ai prodigi della geologia, ricostruisce anche la storia decisamente romanzesca dell’esplorazione e della progressiva apertura al pubblico delle gallerie. Al museo, per esempio, ho imparato che le grotte di Postumia ospitano anche una florida fauna ipogea – tanto per dimostrarci che la vita può trionfare dove meno ce lo aspettiamo. Oltre a scarafaggi albini, vermi trasparenti e grilli orbi, a Postumia vive anche il proteo. Il proteo è questa bestia qui:

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Il proteo, tecnicamente, è un pesce. Solo che somiglia all’infausto incrocio tra un pene e un pitone candeggiato. E ha pure le manine. Nemmeno la nostra guida, un signore che ha scortato su e giù per Postumia anche l’Imperatore del Giappone in persona, ha saputo fornirci un’adeguata spiegazione zoologica sulle folli origini del proteo che, alla facciazza nostra, è anche riuscito a riprodursi. I protei di Postumia che depongono per la prima volta le uova hanno scatenato l’interesse e l’entusiasmo dei media sloveni, che ne parlano pure al telegiornale. Da un pesce dall’aria così spiccatamente fallica non mi sarei aspettata nulla di meno ma, a quanto pare, nessun proteo aveva mai figliato in condizioni osservabili dall’uomo, il che rende l’evento qualcosa di raro, favoloso e biologicamente molto rilevante.
Caro proteo… che dire.

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E con l’immagine suppergiù spaventosa di un pallido pene natante concludo le mie cronache slovene, rovinandovi probabilmente tutta la magia.
Portate pazienza, come sempre.
Vorrei ringraziare ancora una volta i Sava Hotels per l’ospitalità che hanno voluto accordarci e che, guarda un po’, potrà essere estesa anche a un fortunato vincitore, che potrà aggiudicarsi un weekend nei posti belli che vi ho confusamente raccontato. Come? Fatevi un giro qui e votate per il vostro BLOGGHER preferito. Tipo me. Ma così, lo dico solo per darvi un suggerimento spassionato.
In bocca al lupo… e cuori proteiformi a voi!
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Tegamini, vorremmo portarti in Slovenia. Abbiamo organizzato questo viaggio a base di posti belli, roba seria da mangiare e coccole alla spa. Cosa dici, ci sei? In circostanze del genere, mica puoi fare l’antipatica. Chiedi due giorni di permesso, ti depili sommariamente i cosciotti, butti cose a caso in lavatrice e prepari la valigia. E, per magia, ti ritrovi su un treno alle 8 e mezza del mattino, in un giovedì che – normalmente – sarebbe stato un interminabile trionfo di rotture di coglioni.
Da un BLOGTOUR non sapevo bene che cosa aspettarmi. Voglio dire, io sono una che prova a raccontare delle cose, ma non ambisco certo a trasformarmi all’improvviso in una Lonely Planet glitterata o in un’integerrima fonte d’informazioni pratiche e utilissime. Le mie foto su Instagram sono una stramba accozzaglia di gatti che dormono a pancia per aria, tortelli con la coda e libri buttati sul tappeto che mi ha regalato mia suocera. Non ho neanche ben presente dov’è Pescara, figuriamoci se so com’è fatta la Slovenia. Insomma, ansia. Chissà che sanno fare, questi travel-blogger. Quale sarà il loro equipaggiamento. Come si vestiranno. Di che si parlerà. Sarà gente in grado di spiegare al mondo come si sale su un elefante e come ci si destreggia in una foresta di mangrovie. E io là, col foglio delle ferie in mano, un paio di calzettoni di spugna sottratti ad Amore del Cuore e un caricabatteria portatile che somiglia a un Tampax gigante. Che cosa volete che ne sappia di come si fa. I travel-blogger, si è poi scoperto, sono persone molto tenere e affabili… infinitamente più organizzate di me, ma per nulla minacciose.
Ma chi c’era, alla fine?
Sono partita con Rossana di Vitasumarte – che amavo tantissimo già da prima e che ringrazio molto per aver reso l’intera impresa decisamente più rassicurante, spingendosi addirittura a conferirmi il titolo di elfo – e la dolce Anna di Travelfashiontips – più la sua grossissima valigia rosa dal peso specifico dell’isotopo 249 del berkelio. Alla stazione di Mestre abbiamo raccolto anche Teresa di Cosebelle – a Teresa, secondo me, bisognerebbe al più presto dedicare un qualche tipo di culto -, Georgette di Girlinflorence – il sorriso più smagliante del Texas e un superocchio per i dettagli cuorosi – ed Elisa e Luca di Tiprendoetiportovia – organizzazione militare, preparazione massima, Reflex gigante e un’autentica vocazione per la cronaca in presa diretta.
Bene. Ora che ci siamo tutti, direi che si può partire.

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Il nostro viaggio è cominciato da Vipava, cittadina verdeggiante poco lontana dal confine italiano e nota per l’esuberanza del suo fiume (che, in pratica, è tutto una sorgente) e delle sue produzioni vinicole. La Slovenia, a quanto pare, è un tripudio di microclimi e terreni avvincenti. Ed è proprio questa grande varietà dei suoli e delle condizioni atmosferiche a consentire la crescita di vitigni differenti che, a loro volta, vengono utilizzati per la produzione di vino buono e interessante. Oltre alla solita roba che abbiamo noi, in Slovenia si possono bere due rispettabilissimi bianchi autoctoni, la pinela e lo zelèn. Perché ne sono al corrente? Perché ci siamo fermati alla Vinoteka di Vipava a tirarcene giù svariate bicchierate.

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Oltre a coltivare un alcolismo di qualità, la Slovenia vi incoraggia ad intraprendere passeggiate romantiche lungo il corso di fiumi, torrenti e specchi d’acqua immancabilmente costeggiati da argini pieni di piacevoli punti di ristoro. Per gli amanti dell’aneddotica, poi, i fiumi sloveni sono ricchi di leggende. A Vipava, per dire, c’è la storia di una specie di Robin Hood che s’era andato a nascondere in una delle grotte-sorgente del fiume, facendosi beffe degli sbirri locali finché poi qualcosa non andò terribilmente storto. In tutta sincerità, ad un certo punto mi sono persa. Spiovigginava e stavo cercando di aumentare a bomba la saturazione di queste foto, ma mi ricordo che nella storia c’erano anche delle fragole. Caverne, sorgenti, fragole e banditi. Io a Vipava ci andrei solo per questa leggenda sconclusionata, poi vedete voi.

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Visto che il muschio è carino, ma mangiare è meglio, ci siamo volenterosamente diretti al Kamp Vrhpolje. In Slovenia, per la cronaca, può capitare che una famiglia decida di prendere la fattoria che abita da generazioni e di trasformarla in un campeggio. Basta un giardino verde, un solido senso dell’ospitalità, un po’ di spirito d’avventura e la capacità di sconfiggere la coriacea e labirintica burocrazia slovena. Per raccontarci tutto, la radiosa e adorabile Karolina ci ha chiusi in cantina e ci ha offerto un pranzo super tradizionale a base di zuppa (quanto vorrei rammentarmi come si chiama, ma so solo che era ottima e che c’erano dentro delle verdure fermentate tipo crauti, dei fagioli e dei salsiccioni), vino (ognuno si è scelto la sua botte e se l’è spillato) e tortina formaggiosina con zucchero e uvette.

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Svariati chilometri più tardi – trascorsi russando pacificamente, in barba alle numerose buche che popolano le autostrade locali -, ci siamo ritrovati a Ptuj, la più antica città del paese. Fondata dai romani chissà più quando, Ptuj, ai tempi, si chiamava PETOVIONA ed era un fiorente polo commerciale e militare dell’impero. Oggi è una pacifica destinazione termale, con un centro storico elegante e curioso, molto incline ad ospitare botteghe artigiane – vi consiglio caldamente le adorabili pantofole fotoniche di Sabina Hameršak -, boutique del vino – come quella di Bojan Kobal, che ci ha ospitati per una specie di dotta e graditissima conferenza alcolica di benvenuto – e festival estivi dedicati alla poesia.

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Il nostro campo-base a Ptuj è stato il Grand Hotel Primus, destinazione obbligata per ogni generale che si rispetti – e pure per le numerose ancelle del suo seguito. L’albergo, oltre ad essere vicino a un parco acquatico termale di dimensioni ragguardevoli, ha anche una spa molto favola a tema romano. Colonnati e piscine, mosaici da tutte le parti, candele, saune di centodue tipi diversi e allegri mostri marini.

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Ho passato una mattina intera a mangiare fragole in una vasca idromassaggio… e mi sono spostata solo perché era arrivato il mio turno per fare i massaggi. Sono stata ricoperta d’olio profumato da un signore altissimo coi baffi che ha passato mezz’ora a impastarmi come una Pagnottella del Mulino Bianco. Ha anche coraggiosamente tentato di massaggiarmi la pianta del piede sinistro, ma sono scoppiata a ridere e gli ho quasi mollato un calcione in faccia. Col destro, visti i risultati, ha lasciato perdere. Non so bene come, ma ad un certo punto ci siamo anche ritrovati a cenare su un vasto cuscinone morbido con addosso toghe di varia foggia, con gente che continuava a versarci da bere e spandere petali al nostro passaggio. Sono quelli i momenti in cui ti domandi perché, invece del piffero e della pianola, a scuola non s’insegni a suonare la cetra.
Anche se sarebbe assai meglio evitare, qua ci sono io – soave e luminosa (grazie al filtro SOGNO) – con la toga. Poi uno si chiede perché non m’invitano alla Fashion Week.

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Convinti di non averci nutriti e coccolati a sufficienza, i nostri premurosi anfitrioni hanno anche deciso di farci provare l’ottimo menu Be Fit, studiato appositamente per la gente che – dopo aver trascorso una benefica giornata termale – non trova corretto ordinare un tacchino ripieno… ma neanche crepare di fame.

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Nutriti e massaggiati, ci siamo nuovamente issati sul pulmino per proseguire nelle nostre esplorazioni. Dopo un nuovo episodio di comatosa e impenetrabile narcolessia, mi sono ritrovata ai piedi del gelido ma glorioso castello di Celje, una riproduzione a grandezza più che naturale di Grande Inverno – ma senza metalupi e con un panorama più incoraggiante, nonostante il sole non si sia mai degnato di palesarsi nei quattro-giorni-quattro che abbiamo trascorso in Slovenia. Per sconfiggere il clima infausto, ho deciso di consolarmi usurpando un trono.

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La città di Celje è un posticino davvero degno di un’esplorazione approfondita. Oltre a gigantesche biblioteche che brillano nella notte, cattedrali, resti medioevali, strade romane perfettamente conservate e un centro storico vispo e allegro, Celje è il rifugio privilegiato per artisti e fotografi, che vivono e lavorano gioiosamente in un imprevedibile mini-quartiere con annessa galleria per le mostre collettive – più una balena di cartapesta (dal manto zebrato) che riposa serena in mezzo al cortile. In pratica, se dipingi e cerchi uno studio, puoi insediarti a Celje pagando un affitto simbolico e offrendo la tua arte alla comunità. Se non v’ho ancora convinti, poi, lì nel quartiere degli artisti c’è pure un bar fantastico. Noi non ci siamo fermati a bere, ma siamo andati a rompere i coglioni a due distinti pittori, rovinando irrimediabilmente il più alto momento d’ispirazione della loro esistenza.

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E, per il primo pezzo del weekend, direi che ci siamo. Nel prossimo post ci trasferiremo a Bled, esploreremo le miniere di Moria, visiteremo altri due castelli – più o meno scavati nella roccia -, malediremo i cigni e ci abbandoneremo a momenti di folle e fulgidissimo FOODPORN.
Nel frattempo, se vi va di vincere un weekend in Slovenia tipo quello che sto raccontando – o magari pure meglio del mio – potete correre a votarmi qui: http://bit.ly/1VBM6PJ. I Sava Hotels si premureranno di ospitarvi (insieme alla vostra persona preferita) in una delle loro strutture termali, amandovi quanto hanno amato noi. C’è tempo fino al 20 marzo. Vi auguro di vincere, ma con tutto il cuore. Son bei posti.

Sciare è un’attività umana di difficile gestione. Se provi a pensarci razionalmente, a sciare non ci vai. E basta. Fa freddo – se non freddissimo, ti devi svegliare presto, ti viene un mal di gambe inaudito, puoi romperti le ossa, capita di schiantarsi contro i pini, la seggiovia fa paura, c’è scomodità, si puzza, ti cola sempre il naso, ti si ghiaccia la faccia, bisogna combattere per un posto sullo skibus, il burrocacao non è mai sufficiente, fare la pipì è laborioso, è necessario trasportare oggetti pesanti, la vestizione è complessa, ti si ammaccano gli stinchi, ti si staccano le mani e devi passare una giornata con i piedi negli scarponi. Non ha alcun senso. Ecco perché si comincia a sciare da piccoli. Perché, quando sei piccolo, riesci ad accettare con maggiore disinvoltura anche le assurdità più madornali – tipo il catechismo al sabato pomeriggio. Io, che devo sempre essere più bionda e più speciale degli altri, da piccola sciavo, ma proprio come sport. Durante la settimana avevo tre allenamenti di tennis e, non paga, trascorrevo i miei weekend al Tonale. Ma non sulle piste civilizzate, con la pausetta per la cioccolata calda e il pisolino sulla sdraio al rifugio… noi ci svegliavamo all’alba e andavamo sul Presena, dove l’unico impianto di risalita era un’ancora installata dal Dio dell’Antico Testamento in mezzo a una bufera orizzontale di giavellotti di ghiaccio.
L’ancora.
Se non sapete che cos’è un’ancora non ve lo spiegherò. Perché darvi un dolore, quando potete continuare a vivere serenamente la vostra vita, lontani dalla sofferenza e dal mal di culo?

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Comunque.
Nonostante passassi a un metro e mezzo dai pali, la mia luminosa carriera di piccola sciatrice non fu malissimo. Conquistai un secondo posto ai campionati provinciali del Piacenzashire – dove di femmine che sciavano ce n’erano all’incirca sei -, un secondo posto in slalom speciale – solo perché fui l’unica, a parte la vincitrice, a non inforcare – e un secondo posto in gigante ai campionati italiani Libertas, categoria Cuccioli. Io, in realtà, avevo un anno in più e dovevo gareggiare nei Ragazzi, ma s’era ammalata la mia compagna e mi avevano utilizzata come controfigura. Nella mia categoria non mi ricordo come andò a finire, ma da Cucciola conquistai una medaglia d’argento che mi proibirono di andare a ritirare. Trascorsi il resto della serata a nascondermi nell’ombra, come un ninja col pile. A scanso di equivoci, poi, i miei amici più impressionabili continuarono a chiamarmi Valentina per il resto della settimana.
Insomma, prima di abbandonare l’approssimativa pratica agonistica che aveva caratterizzato gli anni più belli della mia esistenza, non sospettavo che lo sci potesse anche avere una valenza ludica. Fu soltanto dopo, con le settimane bianche messe in piedi con i miei compagni delle superiori, che mi resi conto della verità. Sciare non era solo sofferenza, schienate in terra, cunette assassine e vomitate sui tornanti (dal finestrino di un Ducato). Sciare poteva anche essere divertente. Grappini alla mela verde. Palle di neve. Sole in faccia a marzo. Sveglia alle dieci meno un quarto. Copricaschi rosa con le orecchie da coniglio. Tavolette di cioccolato.
Favola!

Una foto pubblicata da Francesca Crescentini (@tegamini) in data:

Il risultato, una ventina d’anni dopo aver messo gli sci per la prima volta, è che a sciare ci vado volentieri. Sono consapevole dell’improbo sbattimento che mi attende, ma sono comunque presa bene. Anzi, mi piacerebbe poter andare in montagna più spesso. Poche settimane fa, in un impeto di decisionista che raramente si ripeterà, abbiamo addirittura prenotato una stanza a Canazei e siamo partiti. Io e Amore del Cuore, per onore di cronaca, non siamo mai andati a sciare insieme. Anzi, lui si è cimentato con lo snowboard per un totale di tre volte in vita sua. Pur preoccupandomi assai della sua effettiva capacità di arrivare incolume in fondo a una pista, ho deciso di fidarmi del suo ottimismo – Ma certo che vengo giù. Al massimo me la faccio a piedi. Capirai. – e di riporre ogni speranza nella sconfinata potenza dei suoi gamboni. Ma ripercorriamo insieme i principali HIGHLIGHTS dei quattro giorni trascorsi in montagna della famiglia del Cuore.

Mi sono ostinata a sciare con i miei sci. I miei sci potevano considerarsi nuovi nel 2004. Erano i primi carving, con le punte e le code appena appena spalettate e una lunghezza assolutamente incomprensibile per gli standard attuali. Le persone, oggi, hanno gli sci più bassi di loro. Io no. L’unica cretina nell’intero comprensorio del Sellaronda con gli sci di una spanna più alti. Vero, ti senti un sacco stabile, ma non li giri mai. Anzi, li giri finché sei giovane e sportiva. È quando diventi trentenne e impiegata che sulle cunette insulti i santi.

Amore del Cuore ha trascorso quattro giorni a pendolare. Credo sia riuscito a produrre, in totale, un massimo di cinque vere curve. Per il resto, si è spostato come una benna spalaneve, oscillando da un gambone all’altro – indipendentemente dalla natura del pendio – e affrontando con una discreta sicumera ogni genere di difficoltà. Visto che stavamo badando all’efficacia e non di certo allo stile, la sua performance è stata nobilissima. Ad un certo punto, vista l’indiscutibile efficacia della Tecnica Pendolo, lo mandavamo avanti a spianare i maledetti dossi. L’unico problema, come può testimoniare questo prezioso documento filmico, erano i pianetti. Amici snowboarder, ma chi ve lo fa fare. Sul serio.

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Nonostante sia il mio posto preferito per sciare, non sono ancora riuscita a capire come funziona il Sellaronda. Non posso farci niente, il Sellaronda è troppo per me. Mettetevi ovunque e in un paio d’ore capisco come funzionano le cose, ma con il Sellaronda è tutto inutile. Panico e disorientamento. Il risultato è che devo sempre essere accompagnata da un adulto e, da sola, non ho speranza di sopravvivere.

Una foto pubblicata da Francesca Crescentini (@tegamini) in data:

Cado poco, ma tendo a cadere in maniera piuttosto plateale. A questo giro, per dire, ho affrontato un mucchio di neve con eccessivo entusiasmo, sono decollata e sono atterrata dall’altro lato della stradina – a ventiquattro centimetri dalle code di un tizio che, seppur con le sue difficoltà, passava di lì per caso. Decisa a salvargli la vita, ho frenato bruscamente. Non l’ho travolto, ma ho perso uno sci e, come una catapulta, ho superato il bordo della pista, rotolando con un certo impeto giù per un piccolo pendio che conduceva all’incirca al letto di un torrentello. Non mi sono spaccata la testa e non ho riportato danni di alcun tipo, anche se – a ben pensarci – sotto a quella nevona sofficiona poteva esserci praticamente di tutto. La scena si è conclusa con Amore del Cuore che, brandendo lo snowboard, correva minaccioso verso l’incolpevole sciatore-passante gridando – in maniera assolutamente immotivata – VATTENE CHE ALTRIMENTI T’AMMAZZO.

Sciare, comunque, ci trasforma tutte in scaldabagni.

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Grazie ai numerosi falsopiani che, ad intervalli regolari, impedivano ad Amore del Cuore di avanzare alla nostra velocità, sono riuscita a fotografare un casino di paesaggi e mirabili scorci naturalistici che mai al mondo avrei pensato di poter immortalare. L’impresa è stata ancor più facilitata dalla fortuita scoperta di una FEATURE fondamentale dei miei guanti. I miei guanti nuovi, infatti, hanno gli elastichini per bambini. C’è un braccialetto con un cordino cucito al guanto, così tu te lo puoi sfilare senza che ti precipiti dalla seggiovia. O giù per la Sasslong come una scatola di sgombro. La vita. La pace. La comodità. L’agio. L’abbondanza fotografica.

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  Uno dei motivi per cui la gente dovrebbe andare in montagna, secondo me, è la roba da mangiare. In montagna si mangia bene. Ad un certo punto, vergognandomi abbastanza della quantità di cibo che avrei potenzialmente potuto postare su Instagram, mi sono auto-censurata… ma non ho sicuramente smesso di masticare. Anzi, colta da un’improvvisa caldana da polenta con il capriolo, mi sono levata il maglione con eccessivo trasporto e, nel bel mezzo di un ristorante molto tipico, molto affollato e molto frequentato da gente a modo, ho inavvertitamente suonato un campanone da vacca – che lì si trovava per valenze ornamentali – sgomentando l’intera sala. Grazie, capriolo. Grazie per avermi fatto scampanare.

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Oltre a una commovente carne salada, a piatti di ravioli coi finferli (ravioli grigi, anche se non mi ricordo più il perché) e a poderosi taglieri di salumi, sono riuscita a incamerare anche diversi quintali del mio piatto montanaro preferito: UOVASPECKEPATATE. Visto che con “Uova, speck e patate” non credo di rendere al meglio l’idea, ho deciso di scriverlo maiuscolo e tutto attaccato. UOVASPECKEPATATE ammazzerebbe anche un arrotino bielorusso, ma vi assicuro che è possibile mangiarne una porzione a pranzo per tre giorni di fila e tornare comodamente a sciare. Quando vi ricapita di poter usufruire di UOVASPECKEPATATE? Mica c’è, a Milano. E, anche se ci fosse, a Milano mica avete l’alibi dello sci. Ah, mi serve un po’ di energia! A sciare si brucia un sacco! Non risparmiatevi, dunque. UOVASPECKEPATATE ogni venti minuti.
L’esemplare più interessante di UOVASPECKEPATATE l’ho mangiato in un rifugio adorabile, pieno di addobbi di fiocchi di neve in gommapiuma. E mi è arrivato insieme a una specie di infrastruttura lignea reggipadella – visibilmente superflua ma molto coreografica. Padroneggiare l’hardware non è stato un granché semplice, ma ho amato fortissimo ogni secondo del pranzo. E, come potrete facilmente desumere dalla qualità della foto, non avevo sbatti. Quando ti trovi davanti una cosa pazzesca da fagocitare, anche Instagram passa in secondo piano.

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Per concludere, vorrei dire che sì, mi sono riconciliata con lo sci. Ne comprendo gli evidenti svantaggi, ma sono comunque in grado di apprezzarlo. Sarà che, quando cominci a lavorare, la cosa peggiore del mondo diventa all’improvviso il dover stare in ufficio… e anche una bufera di stalattiti, in confronto, è subito FAVOLA. Questione di prospettiva? Questione di ferie – che sono già belle proprio perché SONO ferie? Chi può dirlo. La roba migliore dello sciare, comunque, è sempre la stessa: levarsi gli scarponi e bersi una birra – in calzamaglia di lana – per festeggiare l’impresa (e l’integrità dei propri arti a fine giornata).
CHEERS, amici della neve.

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Tié.

 

Visto che mi stavano per scadere tutti i punti Cartafreccia, siamo andati a Roma.
Visto che di punti ne avevo un botto, abbiamo viaggiato in Premium.
La Premium è uguale alla Standard, solo che i sedili sono in finta pelle invece che in tessutone forforoso. E ti portano i refreshments. Ho bevuto un bicchiere di Berlucchi tiepido e sgranocchiato un sacchetto di noccioline, come un vecchio macaco.
Amore del Cuore ha mangiato dei tramezzini mollicci, ottenuti non senza qualche sforzo dalle macchinette all’inizio del binario. Io l’ho preso in giro, ma poi sono stata costretta a soccombere. Alla seconda ora di ritardo accumulata dal treno, l’ho mandato al bar a cercare dei viveri. È tornato con un abominio ripieno di gamberi e salsa tonnata. In un sacchetto complicatissimo che faceva finta di essere un bucolico cestino della merenda.
I tramezzini confezionati, si sa, ti fanno puzzare le mani. E i b&b super-economici, come è anche giusto, non hanno sempre qualcuno pronto ad accoglierti… soprattutto se arrivi a notte fonda.
Salve, sono sempre Francesca. Guardi, siamo ripartiti da poco, ma il treno è parecchio in ritardo. Forse arriviamo alle undici e mezza. Riesce ad aspettarci?
Salve, ancora io. Ci siamo bloccati a Firenze. La vocina dice che siamo incolonnati dietro ad altri treni per problemi alla linea. Il ritardo è di duecentodieci minuti. La prego, RESTI LI’. Sono un signora, non posso dormire per strada.

La neve non è una scusa, Trenitalia. Che si sappia – soprattutto quando scopri che la tua destinazione non è stata minimamente interessata dall’intemperia.

Nonostante l’ansia, i torcimenti di mani e le piaghe da decubito, siamo arrivati più o meno indenni.
Il nostro b&b, si è poi scoperto, stava proprio sopra a un cinemino porno dall’incredibile carica reazionaria.
Ma Amore del Cuore, c’è scritto SEXY MOVIES!
…la prossima volta prenotiamo insieme. Anche se è una sorpresa per me.

Roma, grazie al cielo, è un posto che si può girare anche in Enjoy. Abbiamo dunque trascorso un proficuo e piacevole weekend senza doverci avvalere nemmeno una volta dei mezzi pubblici.
Una cosa buffa di Roma è il manto stradale. Roma è un posto veramente sconnesso. Non è una città, è una sovrapposizione infinita di pavimenti che fanno del loro meglio per non mandarsi reciprocamente a cagare.

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angelo

Una delle cose più belle di Roma, poi, è la luce. La qualità della luce è importante, quando bisogna decidere se una città ci piace. A Roma, anche se c’è nuvolo, la luce è leggera e calda. Credo dipenda dal colore della pietra. Ci sono un mucchio di meraviglie bianche e arzigogolate che ti rotolano davanti. E ci sono i pini marittimi, che sono degli alberi che ti fanno subito venire in mente le vacanze – se vieni da Milano, almeno. O dal piattume mortifiero della Pianura Padana.

Luce, pini marittimi, monumenti, angeli giganti ogni sei metri!
Roma mi piace un sacco. Anche se ad ogni angolo c’è qualcuno che cerca di venderti un bastone per farti i selfie.
SELFI?
SELFI?
SELFI?
O qualcuno che vuole costringerti a salire su un autobus a due piani.
GIRO MONUMENTI!
SPEAK ENGLISH?
HOP-ON!

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Per trovare pace, abbiamo cercato rifugio nei Musei Vaticani.
In Vaticano abbiamo scoperto che c’è gente pagata per gridarti di non fare foto nella Cappella Sistina. E che esistono anche le Guardie Svizzere in stage. Perché ci sono le guardie senior – quelle con l’uniforme sgargiantissima di Michelangelo – e le guardie scalognate che smistano il traffico. Han su anche loro una specie di costume bombato super anacronistico. In blu, però. Senza elmo e senza alabarda spaziale. Dicono ai cardinali dove parcheggiare e fotocopiano le Bibbie.
Anche i souvenir del Vaticano sono bellissimi. Ci sono i magneti con su i Papi. Ci sono i rosari. Gli strofinacci per la cucina. I portachiavi. Gli ombrelletti pieghevoli. Riproduzioni in gesso di ogni statua mai creata dall’ingegno italico – soprattutto capolavori che mai hanno toccato il suolo capitolino.

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A livello strettamente ecclesiastico, il volume di gadget papali è così distribuito: 60% Papa Francesco, 30% SAN Giovanni Paolo II, 9% Giovanni XXIII, 1% Benedetto XVI (per la nicchia dei fan cattolici di Star Wars).
I calendari sono una cosa a parte.
Sui calendari c’è una segmentazione straordinaria. C’è il calendario dei gatti di Roma. Quello con le Sibille della Cappella Sistina. E c’è anche il calendario dei preti ammiccanti. Non l’ho sfogliato, ma in copertina c’è una specie di modello di Dolce & Gabbana con l’abito talare e lo sguardo birichino. Dovevamo comprarlo solo per capire che storia era, ma siamo degli stupidi.

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Tra i grandi rimpianti della gita – oltre al calendario per casalinghe devote che mai hanno dimenticato Uccelli di rovo -, c’è anche la mega-colomba santa. La libreria San Paolo del Vaticano ha in vetrina una meraviglia indescrivibile. C’è questa colomba, grande come una gallina e scolpita con immensa maestria, che si libra ad ali spiegate. Dalla schiena della colomba-gallina si sprigionano dei maestosi raggi dorati tutti dentellati, fotonici e riflettenti. Sbucciate la colomba santa da tutto il suo complicato simbolismo e otterrete uno splendido oggetto d’arredamento. Sul serio, volevo comprarmi la colomba santa. La volevo appendere in salotto. Come la storia ci insegna, però, le reliquie e gli aggeggi di Dio non te li regalano mica. La colomba-gallina costava 320 euro. E l’abbiamo lasciata lì. Piangendo forte.
Al che, ci siamo consolati con la merenda. E con un’attività utile: debellare il mal di piedi di Amore del Cuore. Mio marito, il sempre ottimista, ha optato per il decoro sin dalla partenza. Non s’è messo le Nike Air con sotto il cuscinettone. No. Lui ha camminato per tutta Roma con le Timberland tarocche, riesumate dal mucchio delle calzature che già dieci anni fa aveva deciso di non mettersi mai più. Abbiamo dunque dedicato un’ora buona a scegliere un paio di scarpe da ginnastica che lo salvassero dalle vesciche. Le Nike costano un casino. Le Adidas erano tristi. Le Diadora pseudo-vintage, invece, sono piene di dignità.

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Dopo aver risolto l’emergenza, ci siamo agilmente librati verso il regno dell’aperitivo. RIONE Monti. Ciottoli, salite, edera secca, stradine e sensi unici incomprensibili. Mi hanno spiegato che Monti è un rione, non un quartiere. E ha un suo gran bel perché. C’era anche un mercatino hipster con le collane a forma di dinosauro. Ci siamo seduti su una sbarra di ferro in una piazzetta, in mezzo a giovani autoctoni estremamente stilosi e sparuti drappelli di tifosi irlandesi in maniche corte. Quel giorno lì c’era il Sei Nazioni, mica bruschette.

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Dopo l’aperitivo, ci siamo spostati a Testaccio, dove sembra ci siano tutti i ristoranti grezzi di Roma. Abbiamo messo giù la Enjoy in un posto loschissimo, demolendo le certezze del parcheggiatore abusivo che dominava quel tratto di strada.
BUONASERA, EH. DOVE PENSATE DI ANDARE?
Parcheggiatore, ci dispiace tanto, ma da noi non avrai un soldo. Vedi quella macchina lì? È una Enjoy. Vuol dire che è del comune, tipo. Non ti darò del danaro per impedirti di ammaccare orrendamente un’auto non mia. Quindi salutaci pure con aggressività e tracotanza, ma non ci farai cambiare idea. Sfrisala pure, sai che me ne frega. Sfrisa l’Enjoy, accomodati. E salutaci tanto tua sorella.
Per celebrare la vittoria sul potere intimidatorio della delinquenza, ci siamo ingozzati di carbonara e ci siamo fatti lasciare il menù, perché era meglio di un romanzo da top10 Nielsen.

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Fuori dal ristorante c’era un gatto grigio molto simpatico. Purtroppo per lui, non avevo in tasca delle polpette al sugo.
A Trastevere ho visto una delle cose più strabilianti di sempre. Una MONTAGNA di sampietrini. Ci siamo messi lì – con le scarpe vecchie di Amore del Cuore in un sacchetto di carta e un gin tonic da studenti dallo stomaco di ferro in mano – ad ammirare questo cumulo incomprensibile di pietra smossa. Era alto tre metri buoni. Poeticissimo e solitario.
E comunque, anche a Roma fa freddo.
SELFI?

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Un’altra roba che ho imparato a Roma è come funziona il Pantheon. Il Pantheon – oltre ad essere un posto dove si seppellisce la gente importante – è anche un edificio con un buco. La cupola ha questo foro in cima, largo ben nove metri. Come ogni bambina piccola, mi sono subito domandata MA CHE COSA SUCCEDE QUANDO PIOVE?
Amici, c’è un cartello che lo spiega. Non è bellissimo? Dopo un’infanzia trascorsa a sentirci rispondere perché sì, trovare un cartello capace di prenderci per mano e scacciare l’ignoranza è qualcosa di utile e semplicemente miracoloso.
Niente, capita così. Il pavimento del Pantheon, proprio sotto all’apertura circolare, ha ben 22 buchi per far defluire l’acqua.
Tutto lì.
E viva il re.

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Non mi ricordavo, invece, che il Mosè andasse a gettoni. La chiesa di San Pietro in Vincoli è un luogo di raro interesse strategico, ma non è che sia il massino dell’allegria. Sobria. Scura. Quasi lugubre. Solo che, magimagia, in un angolo c’è la tomba di quel gran filibustiere di Giulio II, presidiata da una delle sculture più arroganti mai scolpite da Michelangelo. In quella chiesa lì c’è così buio, però, che per far riemergere il Mosè dalle tenebre devi buttare un euro in una macchinetta. La luce si accende e, finalmente, si può gridare PERCHÉ NON PARLI alla statua giusta. Sgomitando.

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Chiedendoci come sia possibile impedire alla gente di scavallare quando c’è qualche concerto/manifestazione/HAPPENING/corsa delle bighe al Circo Massimo, poi, ci siamo arrampicati fino al Giardino degli Aranci. Ai piedi della collinetta c’era un raduno di Maggioloni vintage. In cima alla collinetta, invece, tra roseti e siepi d’ortica, c’era una signora che suonava l’arpa. I piccioni del Giardino degli Aranci sono i più vitaminici d’Italia, i gatti sono floridi e c’è pieno di coppiette che limonano.

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Sempre là per aria, in una piazza piena di sole, c’è l’attrazione più surreale di Roma. È il buco della serratura del quartier generale dei Cavalieri di Malta. Ci si avvicina a questo portone verde, si guarda nel buco della serratura e – PERDIANA – appare il cupolone di San Pietro, in fondo a una galleria alberata. Non ho idea di tutte le faccende ottiche che ci siano dietro, ma l’effetto è un po’ quello della camera oscura. O di un cannocchiale comprato a Diagon Alley.
SELFI?
No, grazie. Preferiamo la carbonara. Fa niente se l’abbiamo mangiata anche ieri sera. E preferiamo anche stare a sentire i due magnifici ottantenni del tavolo accanto che complottano per farsi offrire un altro giro di grappette digestive senza fare la figura dei morti di fame.

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Amore del Cuore, bisogna dirlo, ha fatto un errore madornale. Ha osato chiedere al cameriere che cosa dovevamo aspettarci dai primi. Le porzioni sono abbondanti o conviene pigliarne direttamente una in più? Offesissimo, il signor cameriere non l’ha più preso in considerazione per l’intera durata del pranzo. Siamo quasi morti di sete. E ben ci stava. Entriamo da Perilli e mettiamo in discussione le porzioni.
Per umiliarlo definitivamente – e peggiorare il nostro già considerevole livello di disidratazione – l’incorruttibile cameriere ha sbattuto davanti al mio sgomento consorte una ZUPPIERA di rigatoni. (Lo sappiamo, lì funziona così… ma in quel momento mi è sembrato un gesto di immensa coerenza).
Lo perdoni, distinto cameriere. Non è cattivo, è solo un po’ milanese.

Visto che non entravamo in un luogo sacro da circa venti minuti, ci siamo coraggiosamente spinti fino a San Giovanni in Laterano, dove i santi fanno i gradassi. San Giovanni in Laterano mi sa che è la mia basilica preferita. È un posto che riesce a far sembrare borioso anche San Bartolomeo, un personaggio così affabile da accettare la morte per scorticamento. I santi di San Giovanni sono dei supereroi, in pratica. Abitano dentro a nicchie ciclopiche, in un gran turbinare di vesti, barbe ricciolute e sopracciglioni aggrottati. Per dire, San Pietro ha in mano delle chiavi grosse come una Smart. L’abside somiglia alla sala del trono di Minas Tirith. L’aquila da compagnia di San Giovanni è un triceratopo… e uno di questi giorni dovrebbe mollargli la caviglia, saltare giù dal piedistallo e spazzare via dalla navata centrale tutte le orripilanti seggiolette di plastica che la infestano.

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Presto, che qualcuno organizzi un crossover Marvel-San Giovanni in Laterano!

Nel frattempo, di fronte al Colosseo, minuscole spose cinesi col bolerino di pelliccia sintetica si facevano fotografare in compagnia di un vasto parentado. E gli sbirri suonavano l’inno di Mameli. Il Colosseo è un inferno. L’unico modo per non avere dei bragaloni che pascolano in mezzo alle tue volenterose fotografie è puntare all’immensità del cielo. E lanciarsi coraggiosamente su spigoli sbilenchi e scorci bizzarri che, lì così, non vogliono dire proprio niente.

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Mi spiace dover concludere con tutti questi vigili, ma abbiamo proprio finito. Annichiliti dal torcicollo per aver cercato di ammirare troppo a lungo la volta della Cappella Sistina – la volta è il Sole, noialtri siamo Icaro – e tirandoci dietro dei borsoni sprovvisti di rotelle, ci siamo nuovamente imbarcati su un Frecciarossa. Il maledetto convoglio – ben sapendo che di domenica sera non abbiamo mai una cippa da fare, a parte intristirci – è arrivato in perfetto orario, senza regalarci nemmeno un po’ d’emozione. E no, amici delle rotaie roventi, per le sciagure subite mentre si viaggia con un biglietto-premio non è previsto alcun genere di rimborso.
La prossima volta – perché con Roma non può che esserci una prossima volta, più o meno all’infinito – si va a Rebibbia a cercare il mammut. E si farà il possibile per entrare in San Pietro a esultare sotto le tombe megagalattiche dei papi… quelle un po’ nascoste, immense, contorte. Quelle fatte col marmo nero degli incubi. Piene di scheletri, falci giganti e terrori senza nome.

Pepperepé.

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Ringraziamenti

Grazie ad Andrea per aver vegliato su Ottone von Accidenti mentre eravamo a spasso.
Ma Amore del Cuore ti ha pagato le crocchette al salmone? Non esiste che il nostro gatto mangi a spese tue, anche se sei il suo zio preferito.

Grazie ad Alberto, che ha smarrito una tessera del Car2Go per l’emozione di poterci incontrare a Trastevere.

Grazie a Fabiola per le preziose indicazioni da creatura autoctona che sa moltissime cose. Se abbiamo mangiato tutte quelle carbonare è soprattutto merito tuo.

Grazie a Canon per la Powershot G7x che ho finalmente potuto sperimentare per bene – nonostante lo scarso talento. L’avrei fatto prima, ma ho passato le vacanze di Natale all’Ikea. Tutte le foto di questo post (ma così come sono, proprio) vengono dalla strabiliante macchinetta, anche quelle di Instagram.

E grazie a Giuseppe – Salvatore di Tegamini – per averci affettuosamente invitati a vagare insieme. Se non ci siamo visti è solo colpa di Alberto. Come al solito.

***

Per chi fosse ancora lì (in attesa della scena post-credits), ecco un gatto.

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Nel tentativo di farmi invitare a qualche sfarzoso blog-tour della Papuasia, racconterò cose a caso del nostro mirabolante viaggio di nozze. Per chi non avesse chiaro l’itinerario – fatto a dir poco gravissimo e scandaloso -, qua c’è un post di pessimo gusto con tutti i luogoni che abbiamo visitato, guidando disperatamente per miglia e miglia di straordinarie desolazioni e surreali cittadine piene di neon che non funzionano più.
Tanto per non disorientarvi, inizierò con una delle tappe più strambe del Coast-to-Coast del Cuore: la cittadina di Moab (Utah), con il suo ragguardevolissimo Arches National Park. Archi di pietra, amici. Archi di pietra antigravità – provvidenza e intemperie permettendo.

Moab, come tutti i campi-base del variopinto universo del turismo naturalistico statunitense, è un avamposto di civiltà nel centro esatto del nulla più assoluto. Il cielo è gigante, le nuvole sono all’improvviso estremamente tridimensionali e ci si può mettere lì a prendere le misure ai temporali. Di solito nei temporali ci si finisce, senza capire bene che cosa succede. Lì no, invece, li vedi da lontano mentre si fanno i fatti loro. Ti giri da una parte e dici ma guarda, che cosa sarà mai quell’oscura confusione che incombe sulla pianura a un trecento miglia da qui? Voilà, è un temporale. Precipitazioni a parte, uno penserebbe che guidare in mezzo tutto quel prepotentissimo niente non sia poi un gran divertimento. E invece no, perché nel deserto cespuglioso spuntano delle cose assurde. Tipo delle immani caciottone di pietra rossa.

Macinando miglia – nel pieno rispetto dei ridicoli limiti di velocità americani -, vedrete il paesaggio che si diverte. Dalle caciotte solitarie passerete alle mesas, che sono quelle montagnotte piatte in cima, devastate dai canaloni. Visto che abbiamo imparato che una montagnotta piatta in cima si chiama mesa solo due giorni dopo la nostra visita a Moab, ogni genere di formazione gigante fatta di sassi d’ora in poi sarà un PUFPUNI. Ecco, beccatevi una valle coi pufpuni.

Com’è che funzionano, i parchi nazionali? Bisogna pigliare la macchina e dirigersi all’entrata. All’entrata ci sono dei casottini con dentro degli affabili ranger – con tanto di cappello buffo – che ti ordinano di appiccicare uno scontrino sul parabrezza e ti allungano un utile giornale/mappa/guida del parco che ti accingi ad esplorare. Entrare all’Arches National Park costa 10 dollari a macchina, e ci puoi tornare per sette giorni. In tutti questi posti c’è un centro visitatori – più o meno sontuoso – e una strada asfaltata. In base alla vostra prestanza fisica, potrete decidere di fermarvi ai punti d’osservazione lungo la strada o di cimentarvi anche in una serie potenzialmente infinita di sentieri. Noi qua diciamo che si fa TREKKING, là il trekking lo chiamano HIKING. E noi, visto che a Moab ci dovevamo passare due notti, non volevamo perderci questo benedetto Primitive Trail. Perché tutti gli archi di pietra veramente seri, arroganti e coreografici si possono raggiungere solo scarpinando.
Ora.
Il Primitive Trail – compreso il tratto difficile, il Devil’s Garden Trail – lo consiglio a tutti con il cuore in mano. Ma arrivate con un po’ di giudizio. Non fate come noi. Non presentatevi al ranger-bigliettaio come due milanesi in vacanza. Senza fare colazione. Senza crema solare. Senza un cappello. Senza manco due bottiglie per metterci dentro l’acqua. Portatene sei di bottiglie, non sto scherzando. E noi là, digiuni e privi di recipienti per il trasporto di liquidi, in mezzo alla natura selvaggia. Io poi ho vinto. L’abbigliamento da hiking di Tegamini comprendeva un tanga fosforescente di Victoria’s Secret, la collana di perle e una magliettina a pois con gli svolazzi. E di sport ne ho fatto, ma anche con una discreta belligeranza. Un tempo, sulla cima del ghiacciaio della Marmolada, soccorrevo i miei compagnucci di squadra con le tibie rotte. E adesso? Mai avrei immaginato di ridurmi così.

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Comunque.
Volete camminare all’Arches National Park? Mangiate. Portatevi da bere. Spalmatevi due dita di crema. I pantaloni: o cortissimi o lunghi. Non fate come me, una scema coi leggings sega-gamba. Mangiate prima di entrare, che al centro visitatori non c’è cibo. Le bottiglie d’acqua non le vendono, hanno solo dei fontanini perché devono essere ecologici. Vendono un casino di pupazzi, di libri, di mappe e di poster artistici, ma non c’è niente di veramente utile. Poi uno si chiede perché i bambini tifano per l’orso Yoghi.
Rendendoci solo parzialmente conto della nostra stoltezza, abbiamo fatto del nostro meglio. Mi sono comprata una specie di fedora verdognola del National Geographic. E abbiamo anche acquistato due borracce veramente antiestetiche con su il logo del parco. Le abbiamo riempite e siamo partiti, come se dovessimo passeggiare in Corso Buenos Aires.
Bene, vai con le diapositive delle ferie. Cercherò di fare del mio meglio con le didascalie, così non rotolate giù dal divano in preda alla narcolessia.

WP_20140731_18_52_06_ProLa bizzarra Balanced Rock. La domanda vera, quando ci si trova di fronte a tali stramberie della natura è: ma cascherà mentre ci passeggio sotto o ci sarà da aspettare altri cent’anni? Perché è precaria, la Balanced Rock. Ma quanti cuori pigli su Instagram, se la fotografi mentre rotola via miseramente?

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Una Tegamini travolta dall’entusiasmo al cospetto dell’immotivata Balanced Rock.

WP_20140731_19_27_21_ProQuel coso piccino sulla sinistra è il celeberrimo Delicate Arch. Incomprensibile e parecchio aggraziato, il Delicate Arch è un po’ il Billy Elliot di questo ruspante parco nazionale. Noi ci siamo arrampicati per il sentiero più breve, ma c’è anche una passeggiata per andarci a finire vicinissimi. Solo che non avevamo sbatti. Anzi, il Delicate Arch è diventato un po’ il capro espiatorio dell’intera giornata. Nei momenti di disidratazione più furibonda ci si mandava a quel paese coinvolgendo il tenero arco di pietra: ‘fanculo tu e il Delicate Arch, Amore del Cuore. Dovevamo stare in piscina a bere dei bomboloni con dentro gli ombrellini. E invece siamo qui, a vedere dei sassi pericolanti e a sudare come dei coguari asmatici. Fottiti, Delicate Arch.

IMG_0249Al quarto tentativo, il papà statunitense incaricato di fotografarci capisce che sarebbe carino inquadrare anche il lillipuziano Delicate Arch della malora. Un miglio punto due per vedere quel coso lì. In salita. All’una del pomeriggio.

WP_20140731_20_18_59_ProAmore del Cuore (con il suo sobrio cappello acquistato in Texas da un mercante di vacche) si erge maestoso all’imboccatura del malefico – ma strabiliante – Primitive Trail.

WP_20140731_20_31_51_ProMai visti degli alberi secchi così fighi. Mai.

Tegamini ArchesTegamini esploratrice, ancora ignara della fogonata che l’attende.

WP_20140731_20_28_33_ProPerché quella roccia lì è bucata? Perché. Portiamo una ciurma di filosofi all’Arches National Park. Organizziamoci dei congressi di metafisica. “Dio e l’orografia dello Utah: provvidenza o coincidenza?”

WP_20140731_20_34_21_ProTegamini e il suo stupido copricapo che aspettano invano il tram numero 1.

WP_20140731_21_34_13_ProTegamini – che ha seri problemi con il vuoto – in cima a un PUFPUNI nel tratto più complesso del Devil’s Garden Trail. Strapiombi bellissimi per tutti e sabbia nelle scarpe per diecimila anni.

WP_20140731_22_05_59_ProPrima dell’Arches National Park i sassi non mi interessavano. Adesso li adoro. Amo sassi, rocce, scogli, pietre e massi. Amo ogni genere di formazione minerale. Ho quasi ritrovato la fede.

WP_20140731_22_09_38_ProIl selvaggio e furibondo Double O Arch. DABOL-O, perché è doppio. Sono fantastiche, le descrizioni letterali degli americani. Come si dice merlo, in inglese? Blackbird. Vai, semplice e lineare.

IMG_0283Tegamini trova finalmente un albero capace di reggere il suo peso. Grazie, albero del Navajo Arch.

Alla fine della scarpinata, ormai disidradatata oltre ogni immaginazione, mi sono seduta per terra vicino a un fontanino infestato dalle vespe. Amore del Cuore mi ha abbeverata, scambiandomi probabilmente per una giumenta, e ha atteso con pazienza mentre mi svuotavo per la quinta volta le scarpe. Non sembra, ma camminare per dieci chilometri nella sabbia può diventare un problema. Ad un certo punto ti sembra che ti siano cresciuti i piedi, ma in realtà è tutta terra smossa che ruba spazio agli alluci. Per festeggiare la nostra salvezza, ho gridato ANDIAMO A BERE UNA BIRRA! e mi sono addormentata prima ancora che Amore del Cuore riuscisse a uscire dal parcheggio. Tornati a Moab, ci siamo accomodati in una bettola terrificante. Quarantasei gradi all’ombra e un unico avventore: un tizio catatonico che somigliava a Babbo Natale. Alla malaugurata idea della birra abbiamo aggiunto un piatto di nachos al formaggio grande come una palla medica… perché, insomma, non avevamo pranzato e non avevamo nemmeno colazionato. Mi sembrava anche di star bene, lì per lì. Una che non sta bene mica si beve una birra. Sono lì con mio marito – che ha ormai capito che sono una sfigata -, cosa vuoi che me ne freghi di ordinare dei birrozzi per fare la splendida. Che ne sapevo che andava a finire così. Ma che bella giornata, che allegria, quante cose incredibili che abbiamo visto, ma sei contento Amore del Cuore? Perché io sono molto contenta, ho un po’ caldo, ma sono proprio felice. Certo, non pensavo che avremmo fatto tutta questa fatica, ma è stato meraviglioso. Mi bruciano orrendamente le spalle, ma poi a casa mi metto il doposole, vai tranquillo. Alla fine del sentiero avevo troppa sete, ma fa niente. Anzi, avevo anche un po’ di brividi… ah, non mi sento bene. Amore del Cuore si è alzato appena in tempo, e sono svenuta nel palmo della sua mano. Avevo un sacco di baccano nelle orecchie. Ho anche vomitato degli ex-nachos. Lì per terra, come una popolana. Che vergogna. Svenire in un bar dello Utah. E senza alcun merito. Se si fosse trattato di mera ubriachezza me ne potrei vantare per mare e per terra, e invece no. Devastazione da turismo milanese. Colpo di sole, scarsità di liquidi, natura che sconfigge la città. Ma non è mica finita. Perché la maledizione del Delicate Arch è severa e implacabile. Mi sono lavata, rinfrescata e ghiacciata. E mi sono tuffata in una tinozza di Prep. Ma quando hai i polpacci conciati così c’è proprio poco da fare.

La natura è malvagia.
Aveva ragione Leopardi.
PUFPUNI!

Dunque, Amore del Cuore è sopravvissuto brillantemente a ben due addii al celibato – nelle città di Berlino e Praga -, ma sembra aver perso la capacità di prosperare negli ecosistemi urbani dove abitualmente risiede. Negli ultimi due giorni è stato travolto da una macchina mentre viaggiava placidamente in motorino dalle parti di Sesto San Giovanni e punto da un calabrone nella libreria Mondadori di Piazza Duomo. Un weekend spaventoso. Sono dovuta correre al pronto soccorso di CINISELLO BALSAMO e ho trovato Amore del Cuore su una specie di tavolaccio di metallo, tutto pieno di cerotti e di collari, in mezzo a una moltitudine di persone afflitte da ogni genere di orrori. Coi neon tremolanti e manco un ortopedico in ospedale.
AAAAHHHHH!
Lo sgomento!
È andata comunque bene. 
Il motorino è distrutto, ma Amore del Cuore ne è uscito vincitore. È ammaccato ma intero, ed estremamente di buon umore. Visto che era vivo, poi, abbiamo festeggiato ordinando una tonnellata di maki al salmone. Nel dubbio, però, mi sto informando su dove si possa comprare o affittare un San Bernardo di salvataggio che lo accompagni in giro in mia assenza. Perché ormai sono terrorizzata. Lui era terrorizzato al pensiero di dover attraversare gli Stati Uniti con me al volante, ma il dottore che gli ha guardato le lastre non ha visto fratture… e dovrebbe poter guidare in santa pace. Il che, a livello di salute pubblica, è un bel vantaggio.

Amore del Cuore ringrazia sentitamente tutti quanti per gli incoraggiamenti e le grida di preoccupazione.
…ha dei ditoni buffi, Amore del Cuore. 

Un po’ perché ho bisogno di parlare di cose allegre e un po’ perché mi piacerebbe ricevere qualche buon consiglio da chi magari ha già fatto il girone meraviglioso che ci accingiamo a fare noi – sempre che ci arriviamo senza ulteriori incidenti -, mi accingo ad appiccicarvi qua da qualche parte l’itinerario del nostro strabiliante viaggio di nozze.
Perché tutte le sofferenze patite durante le Matrimoniadi dovranno pur servire a qualcosa.
Ce l’ha organizzato un uomo leggendario, uno che qualche tempo fa è capitato in Corea del Nord e ha vinto i campionati nazionali di tiro alla fune. Io non so come abbia fatto e non so neanche il perché, ma è una cosa che mi piace dire. Contrariamente al fascino travolgente di Cippo – che vive e prospera IN Ancona -, il sito/lista nozze dell’agenzia non è altrettanto figo. Il che è molto ingiusto, ma si può sempre rimediare qui nelle verdi Tegamini-praterie, con un itinerario super schematico ma arricchito oltre ogni immaginazione da una disordinata ed eterogenea selezione delle cartoline più trash che mi è capitato di scovare.
Saremo ben contenti di ricevere suggerimenti. Fate un po’ come vi pare: procedete per città, per area geografica o per percorso (che ne so, se lungo la strada c’è la Padella Antiaderente Più Grande Del Mondo segnalatecela con grande entusiasmo). Se avete fatto cose strane (caccia al coyote o robe così) o mangiato qualcosa di incredibile, non vergognatevi e rendete partecipi tutti quanti. Bonus gratitudine per le segnalazioni a base di animalini teneri.
E il nostro viaggio è questo qui, da posticino a positicino.

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IL COAST TO COAST DEL CUORE

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Spero con tutto il cuore che mi paghino ogni genere di traduzione arretrata, così sperpererò i sei euro che ho in banca per tutti gli Stati Uniti. Gli stivalini rosa da cowgirl sono la prima scemenza della lista. Mi raccomando, suggeriteci e consigliateci, che siamo estremamente stanchi, variamente contusi e troppo innamorati per connettere.