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Dunque, l’universo costruito da Scott Alexander Howard per questo libro funziona così: nel cuore di una valle c’è una cittadina lambita da un grande lago e protetta dai monti. Non si hanno notizie di altri luoghi da raggiungere o di un mondo più vasto. Tutto quello che sappiamo è che alla “nostra” valle ne corrispondono altre, copie identiche traslate di vent’anni avanti o indietro nel tempo – e via così potenzialmente all’infinito, possiamo immaginare. Se dalla nostra valle “presente” ci spostiamo a ovest torniamo indietro di 20 anni – rivisitando il passato -, se ci spostiamo a est andiamo avanti di 20 anni – trovando il futuro. I confini tra le valli sono sorvegliatissimi dalla gendarmeria e le visite tra una valle e l’altra vengono autorizzate solo in casi eccezionali da un Consiglio che ha sia il compito di amministrare la cittadina che di salvaguardare il tessuto del tempo – come ci hanno insegnato Doc e Marty McFly, infatti, incontrare una propria versione passata/futura può produrre effetti devastanti e imprevedibili, così come provare ad alterare o cambiare il corso degli eventi.

La piccola comunità valligiana è organizzata secondo un sistema che sembra scoraggiare strutturalmente la mobilità sociale o i ripensamenti in corsa. Durante le superiori gli studenti sono chiamati a scegliere una “carriera” che li accompagnerà per tutta la vita. I panettieri saranno panettieri, i gendarmi saranno per sempre gendarmi e chi manifesta tendenze “antisociali” o una fondamentale incompatibilità con un compito preciso sarà relegato a vagabondare ai margini e reso teoricamente innocuo dall’indigenza e dall’invisibilità che ne consegue. Il Consiglio è l’unico organo che può sporadicamente permettere ai “meritevoli” di ascendere, con un programma didattico specifico che promette maggiori privilegi e anche un accesso ai meccanismi meno noti del tempo. La comunità sa il minimo indispensabile a mantenere l’ordine e si nutre di folclore e di moniti che paiono più adatti a tener buoni i bambini che a gestire un gruppo sociale consapevole.

La nostra protagonista è una studentessa poco appariscente, timida e taciturna. Di amici pare non averne e sua madre – che fa l’archivista per il Consiglio perché non è riuscita a superare le selezioni per sedersi al tavolo dei potenti – la sprona pesantemente a vendicare la sua sconfitta. Forza, Odile, provaci! So che saprai fare meglio di me! Riscattaci! E Odile ci prova, candidandosi per l’ambito programma speciale che dovrebbe garantire a lei – come a sua madre – una vita più confortevole e un destino diverso da quello di formichina muta e ignara che tocca alla maggior parte degli abitanti della valle.
I sedici anni di Odile saranno decisivi, perché quel tentativo di affacciarsi al mondo – che passa per la candidatura al Consiglio ma anche con la faticosa apertura a un piccolo gruppo di compagne e compagni di classe – coinciderà anche con la comparsa di un presagio e con una tragedia che cambierà per sempre il suo tempo “personale”… e forse anche quello delle valli in cui Odile esisterà.

Allora, le regole d’ingaggio e le condizioni di contesto/mondo che vengono apparecchiate per noi in L’altra valle – in libreria per la neonata casa editrice Mercurio con la traduzione di Veronica La Peccerella – sono di estremo fascino, credo. Meccanismo temporale a parte – che è fatto sfizioso senza ombra di dubbio -, c’è l’opacità del potere, l’asimmetria che si crea quando a decidere come una “massa” dovrà vivere sono solo alcune persone che si auto-proclamano migliori, illuminate, più adatte. Ci si chiede dove stia il confine tra bene comune e volontà pura di controllo e che cosa faremmo noi, trovandoci in un posto liminale che almeno in via teorica ci permette di vedere che cosa ne sarà di noi o di correggere quello che ci sembra di aver sbagliato. Per essere un romanzo che usa il tempo come tema centrale e dilemma etico, però, non c’è una gestione brillantissima del ritmo e il punto di vista di Odile non aiuta molto a “muovere” la narrazione. In un certo senso è un aspetto totalmente funzionale a trasmettere una certa idea di inesorabilità e di rassegnazione, di penitenza e di lento macerarsi tra rimorso o occasione sfumata, ma per quanto lo si possa motivare il risultato è a tratti frenato da una certa pesantezza di fondo. Ne riemergiamo con soddisfazione grazie a un buon finale e tanti sono gli interrogativi che ci aiutano a proseguire, ma spesso ci si ritrova a esaminare Odile, le valli e i suoi abitanti come farebbe uno scienziato gigantesco, molto efficiente e scarsamente empatico con un terrario pieno di cavie. E chissà che la natura autentica del paesaggio del romanzo non sia, in fondo, proprio quella…

Un mesetto fa mi sono cimentata in un’impresa difficilissima – almeno per me. Salire su un palco e provare a parlare per un quarto d’ora di qualcosa che mi sembrava importante.
Ted e TedX (che sono gli eventi Ted organizzati in maniera indipendente in giro per il mondo con il patrocinio dell’inflessibile quartier generale) mi piacciono molto. Sono una specie di enciclopedia globale di idee, curiosità, storie rilevanti, ispirazione e invenzioni. Quando mi hanno chiesto se volevo partecipare alla TedX di Modena, dunque, mi è anche un po’ venuto da pensare MA COSA VOLETE CHE DICA MA PERCHÉ IO. Lasciandomi trasportare da quelle ondate di ottimismo e fiducia nelle mie capacità che ogni tanto mi assalgono, però, ho deciso di provarci. E ho assemblato un discorso sul tempo… un tema che mi sta sempre parecchio a cuore.
Gli speech – perché non sono dei discorsi, sono degli SPEECH – dei Ted devono rispondere a una serie di linee guida. Devono anche un po’ essere delle performance “interessanti”, oltre che trasmettere in modo efficace un concetto centrale che possa in qualche modo toccare i cuori e i cervelli degli altri. Il cappello generale del TedX Modena Salon era il futuro. Anzi, era BE THE FUTURE. E ho pensato che, in quel contesto, parlare di tempo, di come lo usiamo, di come ci sembra che non basti mai e di come ci schiacci – se non riusciamo a trovare un equilibrio – poteva essere appropriato.
Com’è andata?
Ho scritto e riorganizzato il discorso con grande puntigliosità. E ho anche fatto parecchie prove. Parlare in pubblico in una chiesa barocca tutta illuminata di rosso non è che sia proprio una passeggiata. Io, di solito, sto in vestaglia davanti alla macchina del caffè. E, di sicuro, non sono molto abituata a quel livello di “struttura”. O a doverci mettere così tanto. Che un quarto d’ora sembra anche poco, ma là sopra diventa un’era geologica. Molto bene, ora Tegamini parlerà del tempo, occupando l’intero Cretaceo.
Insomma, corroborata dallo studio e da un impegno che di solito non mi caratterizza, ero certa di arrivare in fondo senza intoppi. Come un capodoglio. O Godzilla. Invece mi sono agitata MOLTISSIMO. Non credevo, ma sono ancora ben lontana dalla calma stentorea della regina dei Borg. Nel video che trovate qua sotto – generosamente approvato dall’headquarter di Ted con tutte le benedizioni del caso – ci sono un paio di stacchi. Ecco, immaginatemi mentre raccolgo le idee e tiro fuori una mappa concettuale da una provvidenziale tasca della gonna. E poi riparto, facendo del mio meglio per contenere l’impulso a scappare FORTISSIMO.

 

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Grazie alla formidabile squadra di TedX Modena per l’invito, per il supporto, per il corso accelerato di public-speaking e per la pazienza.

Grazie ai miei compagni d’avventura per avermi fatto scoprire concetti misteriosi e punti di vista avvincenti. È stato bello fare questa cosa complicata insieme a voi.

Grazie a chi è venuto a sentirci al Collegio San Carlo e si è fermato a chiacchierare con me. Incontrarvi dopo un’esperienza quasi traumatica è stato bello, utile e super confortante. Amica che mi hai portato un bicchiere di rosso e un piatto di salame con la torta fritta/gnocco fritto: non ti dimenticherò.

Grazie a Vivienne Westwood – e ad Alexia – per il completo bellissimo che ho sfoggiato per l’occasione… e per la tasca della gonna. Senza quella tasca non ne sarei uscita. Che il cielo benedica Dame Vivienne.

Grazie ad Amore del Cuore, che soffriva in seconda fila ma mi ha sempre sorriso al momento giusto.

E grazie a voi tutti per l’incoraggiamento e il tifo – mi è arrivato forte e chiaro. Volevo rendervi assai orgogliosi e, nonostante qualche impasticciamento, spero di esserci riuscita. Ci provo sempre… e spero con tutto il cuore che si capisca.

Sono arrivata alla conclusione che le feste di compleanno sono necessarie perché solo buttando in piedi una gran caciara si riesce vagamente a seppellire la tristezza fisiologica che ti assale quel giorno lì. Amici, parenti, congiunti, figuranti stipendiati o anche solo semplici anziani che osservano le celebrazioni in corso. Torte giganti. Canzoni. Bevande alcoliche. Doni, pacchetti, regali, roba nuova. Plateali dimostrazioni di gioia, parate, Frecce Tricolori. Beyoncé.
Io lo so che dovrei mettere in pratica questa strategia. Ci penso tutti gli anni – o, almeno da quando ho smesso di compierli volentieri. Ma poi non lo faccio mai. Ma no, ormai è tardi per invitare. Ma no, non c’è abbastanza spazio. Ma no, non ho preparato niente. Ma no, che con Cesare in mezzo alla confusione facciamo fatica. Ma no, mettono pioggia.

Quand’è che ho smesso di compiere gli anni volentieri, però?

Dopo i 25, credo.
Che per me è anche stato un po’ il momento in cui mi è sembrato di non avere più di fronte un futuro fatto ancora di potenzialità vaste e assolute, ma una sorta di destino già parzialmente scritto. Ma non perché ci sia, chissà dove, una qualche divinità che trascorre le sue giornate a tessere il fato di ogni singolo essere umano del pianeta. Ma perché col passare del tempo accumuliamo scelte e decisioni che, a cascata, producono delle conseguenze più o meno ragionevoli, auspicabili o prevedibili. E che ci fanno avanzare in una certa direzione, sbarrandoci altre strade.

Cresci – se sei fortunata e magari già un po’ propensa a fottertene dei ruoli che l’universo potrebbe appiccicarti addosso – con l’idea di poter fare quel che ti pare, di poter diventare tutto. E, visto che nel TUTTO c’è tutto, c’è anche quello che vorresti essere, ci sono i tuoi desideri. Per forza. Magari non ti sono ancora chiari, questi desideri, ma sai di avere a disposizione un ventaglio di aspirazioni. E il cosa sei, prima o poi, ti apparirà. E sarà lì a portata di mano.

Ecco.

Il tempo che passa, però, fa cambiare forma al tuo ventaglio. Lo modifica.
Magari diventi più capace di distinguere i tuoi talenti dalla roba che ti riesce malissimo. E ripieghi uno spicchio, accantonando qualcosa. Magari sai già che una certa facoltà universitaria sarebbe favolosa per te, ma poi tuo cugino ti ride in faccia alla cena di Natale e ti viene da cambiare idea. E ti iscrivi da un’altra parte, perché è una facoltà “utile”. Nessuno ride più, questa volta, ma ripieghi un altro spicchio. Magari ci metti un qualche anno a identificare le tue aspirazioni. Ed esplori qualche spicchio per accertarti della sua solidità o per accantonarlo con più sicurezza. Ti piace un tizio e state molto bene insieme. Ma lui è lontano e non si può spostare. E tu hai appena iniziato un nuovo lavoro e nemmeno a te pare di poter cambiare città. E salutiamo un altro spicchio.

Mamma mia, leggere 4321. Che toccasana.
Comunque.

Non è detto che ripiegare spicchi sia un male. Di tante cose è meglio liberarsi. Ed è anche molto complicato trascorrere la vita dribblando decisioni, per la paura di ritrovarsi con un ventaglio chiuso in mano. Ma accorgersi, a un certo punto, che fare retromarcia è difficoltoso e che la quantità di spicchi che possiamo giocarci è diventata un pochino meno fantasmagorica non è rassicurantissimo. Ti viene in mente che forse hai sbagliato. Che era troppo presto o troppo tardi. Che hai sprecato delle opportunità. Che non sei mai dove dovresti essere. Che sei troppo grande per cambiare idea. E il futuro comincia a somigliare a un puntino, invece che a un vasto orizzonte illuminato da un sole sfavillante. E l’unica differenza che percepisci è che hai un anno in più, ma di miracoli non ne hai combinati. E non sei molto fiduciosa sulla possibilità di combinarne in futuro, visto l’andazzo.

Perché, SI SA, è il futuro a fare ansia.
E il passato? Quello è il magazzino per la roba di cui ci rimproveriamo.
E il presente serve a pensare alle stronzate del passato e ad attendere che il futuro ci riservi dei miglioramenti.

Credo di aver preso una nuova decisione: mi sono rotta le balle di questo schema. Sarà che, per quanto malvolentieri io compia gli anni, gli ultimi anni che ho compiuto mi hanno dato ben poche occasioni di rimpianto, recriminazione e ripensamento. Sarà che ho imparato molto più di quello che ho perso per strada, per quanto faticosi siano stati alcuni momenti. Sarà che mi sento immancabilmente sostenuta dagli abitanti grandi e piccoli di questa casa – e anche da chi, superando filtri più o meno accentuati, riesce comunque a farmi arrivare numerosi buffettini di incoraggiamento.
Forse il nocciolo della questione non è tanto il tempo che passa, ma un po’ come lo misuri e come scegli di percepirlo.
Perché è pacifico che in un anno ci siano 365 giorni, ma quello che mi viene da prendere in considerazione – quando ripenso a quello che ho combinato – è il dov’ero e il cosa facevo, o le persone che vedevo in un determinato periodo, o quanto mi sentissi saggia o scema. Preferisco pensarmi a capitoli, che per precise demarcazioni temporali. Preferisco misurare i traguardi o prendere atto delle battute d’arresto che sentirmi “vecchia” o “giovane”. E credo sia meglio investire le mie energie nel decidere qualcosa con il cuore e con la testa – accettando l’imponderabile ma provando a fare tutto il possibile per ottimizzare le risorse che abbiamo disposizione – che spaventarmi per i ventagli che si ripiegano.
Perché tutto è migliorabile, tutto potrebbe essere fatto “meglio” o andare meglio – ovviamente. Si può sempre ambire ad essere un po’ più felici. Ma se devo farmi schiacciare da questa sensazione di non essere ancora riuscita a fare abbastanza, se devo perennemente proiettarmi verso chissà che cosa, partirò sempre da più lontano. Perché non ci sarà mai un presente che sento di padroneggiare, un momento “vivo” in cui potrò decidere di iniziare a cambiare (in meglio) quello che penso di dover cambiare.
È un po’ una forma di auto-deresponsabilizzazione, forse, questo spostare sempre tutto sul futuro. Come se il trascorrere del tempo fosse una garanzia di successo. Il tempo non ci calcola. Non è buono. Non è malevolo. Fa il suo. E siamo noi a raccoglierne e a portarne i segni, nel bene e nel male. E temo tocchi un po’ a noi capire che nessuno farà il lavoro necessario al posto nostro. O che il bello che ci stiamo perdendo – nel nome di un “migliore” ipotetico che non è detto che apparirà mai – non tornerà a farci visita. Non con la meraviglia della prima volta, almeno.

E niente, ho 33 anni.
E non ho ancora trovato il modo di ricordarmi com’è che si compiono volentieri.
E ho un ventaglio che è quello che è, perché è lo specchio di un viaggio fatto di tante decisioni, felicità, cretinate, miracoli, sciatterie, scoperte e tentativi. È roba mia. Forse è pure a pois. Non so cosa ne sarà degli spicchi che posso ancora scegliere di esplorare – ma ho deciso di cominciare a usarlo strada facendo, proprio nel modo in cui un ventaglio andrebbe sensatamente utilizzato. Farò quello che posso e proverò ad avvicinarmi a quello che non posso fare. E, nel frattempo, col ventaglio mi ci voglio sventolare.

La domanda COME VA è solo all’apparenza un quesito di semplice gestione. Perché a un COME VA, di solito, non è dato rispondere in maniera troppo particolareggiata. Magari ci sono delle cose che vanno bene, ma anche cose che vanno male o cose che potrebbero andare peggio/meglio, ma non puoi metterti lì a fare l’elenco.
Quel che serve, per rispondere al COME VA, è una specie di calcolo karmico che sommi e sottragga le diverse forze in gioco, per arrivare a una valutazione complessiva che possa vagamente offrire all’interlocutore un’impressione generale del corso della tua recente esistenza. Quando risolvi l’equazione e arrivi a una risposta accettabile, poi, te la puoi riciclare finché i fattori non mutano in maniera drastica, costringendoti a un ricalcolo.
MADRE, per esempio, rispondeva costantemente ai COME VA con un incoraggiante RESISTO, che mi metteva automaticamente in imbarazzo, visto che denunciava velatamente una difficoltà di fondo di cui sospettavo di essere in qualche modo responsabile. Comunque.  Mi sono resa conto che la mia risposta quasi standard al COME VA è diventata BENE… MI STO ASSESTANDO. E lo dico agitando un po’ le mani per aria, come se stessi palpeggiando una specie di nuvola invisibile. Non ho idea dell’impressione che una risposta del genere possa suscitare, ma è la pura verità… ormai da un annetto.

Non sono mai stata una particolare fan della routine o dell’organizzazione maniacale. C’è chi per sentirsi in pace deve pianificarsi tutti i weekend da qui al 2023 o chi scrive su un bel quaderno pieno di washi-tape i suoi obiettivi a medio, lungo e lunghissimo termine. Io, anche prima di riprodurmi, avevo serie difficoltà a fare la spesa per più di un pasto alla volta.
Che diamine mangeremo domani?
Encefalogramma piatto davanti al banco dei latticini.
Così.
Che vuoi pianificare, con uno schema cognitivo del genere? Poco, ecco che cosa pianifichi. Un po’ perché, per indole, non hai super voglia di sforzarti, ma anche un po’ perché, tutto sommato, sei in grado di gestire l’imponderabile. Operi in un contesto dove esistono dei margini di manovra. Dove ti puoi permettere di pensare domani alla cena di domani. O di prenotare un viaggio la settimana prima di partire – se hai i soldi. Perché reagisci rapidamente, cambi quando serve e, non essendo una persona particolarmente strutturata, non ti agiti quando capitano cose in maniera repentina. O non ci metti molto a decidere e a passare all’azione. Ti arrangi. Ne esci comunque vincitrice.

È un vantaggio, rispetto all’estrema pianificazione?
Non ne ho idea.
E poco ce ne frega, visto che non è una gara e non si vince niente.

Quello che sto cercando di dire – forse – è che l’arte dell’improvvisazione è un po’ una scelta, ma è anche una specie di lusso. Decidere di “pensarci dopo” è una forma di libertà. E si va ad appollaiare in cima a una base di relazioni, impegni e situazioni già assodate che sei ormai capace di amministrare in automatico. È una sorta di cuscinetto che ti puoi gestire come ti pare per assecondare sghiribizzi o momenti di culo pesante. E ai COME VA finisci per rispondere in maniera molto avventurosa e spumeggiante. Ti viene da parlare proprio di quegli sghiribizzi lì e delle trovate dell’ultimo minuto, perché ti sembra che la parte più “viva” di quello che ti capita sia quella che hai previsto di meno, quella che si innesta sulla tua base di certezze più solide e costanti.

Ma che succede quando cerchi di far appollaiare il lusso della disorganizzazione parziale su una base fluida?
Ciao.

Ho un bambino che cambia tutti i giorni. Che fa cose nuove continuamente e che sviluppa abitudini inedite ogni venti minuti. È un genere di imprevedibilità diversa, ma imprevedibilità rimane. Ed è una mia responsabilità. Posso contare su alcuni punti fermi e imporre un certo ritmo, ma ora si improvvisa per gestire progressi visibili e minuscoli traguardi. E non puoi più permetterti di rimandare il rimandabile, perché in quello spazio di sereno tentennamento ci finirà sicuramente qualcosa di mai visto che dovrai risolvere. Non c’è nulla di meno statico di un infante. Perché crescere non ha nulla a che vedere col rimanere fermi o col creare rassicuranti cuscinetti in cui la realtà si comporta più o meno come ce l’aspettiamo, lasciandoci dell’altro spazio per indovinare soluzioni estrose a problemi che possiamo comodamente rimandare. Succede tutto contemporaneamente e tutto diventa un grande esperimento di adattamento perenne.

Ci si annoia? Direi di no.
Ci si ricalibra? Per forza.
C’è fascino? Molto.
C’è affanno? Anche.

Perché ti senti sempre un passo indietro. Non puoi abituarti a niente. E ogni tua dote d’improvvisazione finisce per confluire nella gestione di un cervellino che scopre pezzettini di mondo. O di cosciotti che sostengono rapidissime deambulazioni. Appena un meccanismo potrebbe vagamente configurarsi come routine, cambia tutto.
Bene, siamo finalmente riusciti a padroneggiare le pappotte. Ma cinque minuti dopo le pappotte ci fanno schifo e vogliamo le penne col ragù. Ci siamo stabilizzati sulle penne col ragù? Fantastico, ora voglio gestirmi la forchetta da solo. Mi auguro che presto decida anche di cucinarsele in autonomia, le benedette penne al ragù, ma – per ora – io lo rincorro. Mi stanco, mi stupisco, lavoro col computer in bilico su un ginocchio mentre supervisiono la costruzione di ambiziose torri di cubi gommosi. Lo accompagno e avanzo insieme a lui, perché non posso sapere cosa troverà domani e non posso governarlo. Ma posso cambiare quando ce n’è bisogno, perché mi ricordo come si faceva – per cose molto più stupide e molto meno importanti.
Cambio.
E mi assesto.
COME VA.
Bene, grazie, mi sto assestando.
Sempre.
E speriamo che basti.

Non so se si capirà, ma proviamo.
Il tempo è una gran fregatura, ma ha anche un valore inestimabile. E, a ben 32 anni, faccio molta fatica a ricordare un momento in cui ho effettivamente avuto del tempo.
Di certo sto esagerando, ma mi è sempre sembrato di avere, più che altro, dei pezzi di giornata da amministrare. Dei ritagli un po’ approssimativi da rimediare in mezzo a tutto quello che ci si aspettava che facessi, studiassi o producessi.
È da quando sono piccolissima che mi dicono che non ho costanza, che non sono abbastanza tenace, che non mi impegno a sufficienza. La verità è che l’impegno massimo l’ho sempre buttato tutto nel creare del tempo che mi regalasse la possibilità di scegliere. E di capire che cos’ero, in qualche modo. Che cosa potevo diventare, coltivando quello che pensavo potesse darmi un significato, un posto.
In pratica, però, non ho mai smesso di fare, studiare o produrre quello che ci si aspettava da me.
Molto di quello che mi sembrava importante, molto di me come mi conosco adesso, cominciava semplicemente dopo – quando il tempo “normale” esauriva il suo spazio sull’agenda. Io c’ero, prima o poi. Ma nei margini di quello che bisognava fare. Per parecchio sono riuscita a definirmi solo per differenza. Questo non mi appartiene. Questo non mi piace. Questo non c’entra niente. Questo no. L’epoca dell’università è stata quella dei più o meno. Poi ho respirato. E sono stata fortunata, nei limiti della fortuna che può aspettarsi una persona che comincia a lavorare nel 2009.
Non credo che mi sia successo niente di particolarmente speciale o rivoluzionario. Tutta questa roba si chiama crescere, alla fin fine. E l’aspetto più bello è scoprire che esiste un margine di manovra. Che le cose che detesti o quelle che ti azzoppano si possono modificare. Che gli unici timori che devi prendere in considerazione sono i tuoi. Che il tempo può smettere di procedere su due linee parallele, perché controllarlo diventa più plausibile.

Ho fatto, per anni, un lavoro che mi rendeva orgogliosissima. Poi è arrivato il momento di cambiare e ne ho fatto un altro che mi ha insegnato moltissimo, ma che mi ha quasi rimbambita. E poi è nato Cesare, evento che ha introdotto un paradosso piuttosto interessante. Perché l’epoca che – per eccellenza – determina la fine inevitabile del tuo tempo, per me ha rappresentato una specie di espansione delle possibilità. E un ripensamento della mia concezione di “cos’è importante”. Ma non perché ODDIO I FIGLI CI DANNO UNA RAGIONE PER VIVERE, perché io avevo trovato il modo di sentirmi molto felice e realizzata anche da nullipara, vi dirò – ma perché quando qualcuno dipende completamente da te devi diventare molto coraggiosa. E tutto quello che mi intimoriva ha smesso di farmi paura.

Ho sempre detestato la prospettiva di deludere il prossimo. Di dimostrarmi un cattivo investimento. Di non essere all’altezza delle aspettative.
Ma non sempre.
Perché, sebbene questi dubbi fossero una costante nel mio tempo “normale”, erano anche zavorre che sparivano quando arrivavo finalmente a occupare il mio tempo. Ma non per malriposti deliri di onnipotenza – tutta questa struttura ha una sua patologica razionalità, mi pare -, ma perché chi sa che cosa è meglio per noi siamo noi, ad un certo punto. E a volte ci scopriamo capaci di cose che non avremmo mai immaginato di poter fare.
Con Cesare ho tirato fuori risorse che non credevo di possedere. E non perché abbiamo deciso di riprodurci con la convinzione che la nostra vita non sarebbe cambiata – però, si va meno al cinema e non si va più a ballare. MA VA? -, ma perché capitano gioie, accidenti, disastri e luminosi momenti di felicità che, semplicemente, non è possibile immaginare prima. Non è una scoperta da ridurre all’argomentazione imbecille del TU CHE NON HAI FIGLI NON PUOI CAPIRE. È più una questione di superamento, da parte di una realtà piuttosto enorme e ramificata, delle tue capacità di previsione e di gestione dell’imponderabile.
Puoi sentire quello che ti raccontano gli altri e puoi costruirti accurati scenari, ma è difficile sapere con certezza com’è che la prenderai per davvero. Così come non si immagina bene la fatica. O da dove provenga l’energia che torna a soccorrerti quando pensavi di non starci più dentro. O la fonte misteriosa della pazienza che persevera nel sostenerti anche al quarto cucchiaino di cremina alla tapioca che finisce in terra, in microparticelle vaporizzate.

Non ho idea di come sia capitato, insomma, ma sono diventata molto più forte. E molto meno incline a pensare che il tempo che ho a disposizione possa continuare a dipendere dalle decisioni o dalle influenze di qualcun altro. Perché non tutte le cose hanno la stessa importanza. Non tutte le relazioni riescono a farci somigliare un pochino di più a quello che vorremmo essere. Non tutti i lavori ci rendono fieri di quello che stiamo facendo, o ci garantiscono uno scambio dignitoso tra quello che diamo e quello che riceviamo. Non tutto quello a cui ci dedichiamo o tutti i rapporti che coltiviamo sono tempo nostro.
Non voglio più avere bisogno di distinguerli, i due tempi.
Voglio che rimanga solo il mio.
Non voglio provare quella stanchezza devastante – mista a voglia di mettermi a letto e di rimanerci per cent’anni – che ti schiaccia quando fai malvolentieri e con grande macchinosità qualcosa che non ti appartiene e che, alla fin fine, neanche ti interessa. Voglio avere la possibilità di esserci – senza dover chiedere il permesso a nessuno – se ci sarà bisogno di me. Voglio che Cesare cresca sapendo che ci ha spalancato un vasto e inesploratissimo orizzonte di felicità – e che questa lucina molto brillante mi ha fatto venire voglia di migliorare anche il resto. Mi ha fatto vedere quello che c’era già, forse, ma che avevo paura di fare. Perché cambiare è difficile, è rischioso, ci espone al fallimento e alle cantonate. Ma, certe volte, ci salva. E trasforma tutto il nostro tempo in una specie di regalo, in un contenitore da riempire con quello che conta davvero. 
Andrà bene?
Chissà.
Ma ci proviamo.
Perché il coraggio non manca più.