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Provo a sbilanciarmi. Se dobbiamo proprio individuare un grande cambiamento “significativo” per la mia generazione, quel cambiamento gigante riguarda l’introduzione della tecnologia nel modo in cui ci rapportiamo agli altri esseri umani. Ho visto il “prima” – senza smartphone, blog, social, app e compagnia danzante – e sto vivendo il “dopo”, questo presente in cui gradualmente stiamo cercando di capire come abitare insieme agli altri innumerevoli spazi di auto-rappresentazione, contatto, conflitto, informazione e intrattenimento. L’aver “visto” questo cambiamento di paradigma credo sia uno dei fattori che contribuiscono ad accendere il mio interesse per la narrativa che cerca di immaginare un’ulteriore evoluzione – proprio in chiave tecnologico-relazionale – di questo ecosistema che ci avvolge e ci appartiene.

Non è una gran novità per la fantascienza, che ha sempre parlato di mondi “altri”, di creature sconosciute e di congegni alieni rispetto al nostro presente più visibile per interrogarsi realmente su quello che accade alla vita che conosciamo, a noi come esseri umani, all’anima che ci separa dal meccanico.
Sono storie che sperimentano con la nostra identità, con la razionalità e la matrice di quello che ci rende delle “persone” per trovare limiti o abbattere confini. Ci si serve del conosciuto, dislocandolo, per darci (anche) una lente per vedere meglio cosa siamo.
Per me, almeno, l’aspetto più avvincente della fantascienza non combacia tanto con la poliedrica descrizione di un pianeta alieno, ma il racconto di quello che succede ai miei simili che su quel pianeta approdano per la prima volta. Vale per i pianeti come per le intelligenze artificiali, per quello che creiamo, per l’innovazione e per quella fetta grande di imprevedibilità che vive in ogni grande rivoluzione.

Ecco, la raccolta curata da Sheila Williams (e approdata qui in Italia sotto l’ala della neonata 451, costola di Edizioni BD specializzata in fantascienza) è un po’ una grande panoramica di quello che tende ad affascinarmi di più nel fantascientifico. È un’antologia di racconti che immaginano un ventaglio di domani differenti in cui molti semi tecnologici già ben piantati nell’oggi sono arrivati a un pieno sviluppo, innestandosi nel nostro modo di stare con gli altri, di ripensare l’idea di famiglia, di coppia, di relazione tra esseri umani. Il libro fa parte, in origine, della collana Twelve Tomorrows edita dal MIT che, ogni anno, sforna un volume tematico a cui vengono chiamate a contribuire le voci più vivide e brillanti della sci-fi globale.

Concepiamo spesso la tecnologia come un mezzo facilitatore. Per tantissime realtà continua ad essere vero – ci sono macchine che non devono dirci niente, devono limitarsi a svolgere per noi una mansione meccanica, per esempio. Ma cosa succede quando alla tecnologia domandiamo di farci da ponte per raggiungere gli altri? Cosa succede quando la interpoliamo all’amore, al ricordo e alla socialità? Il mondo cambia. E in questa raccolta troviamo tante finestrelle da spalancare su questi orizzonti nuovi – non sempre incoraggianti e risolutivi, ma irrimediabilmente umanissimi… nonostante tutto.

Lo dichiaro all’istante: Love, Death + Robots è una delle mie cose preferite al mondo. La prima stagione ci era piombata addosso senza particolari fanfare, generando un entusiastico effettone-sorpresa dato dalla struttura e dal trattamento visivo estremamente eclettico delle storie. E anche la seconda – uscita il 14 maggio su Netflix – non smentisce il folle spirito delle operazioni. Al comando della ciurma ci sono David Fincher e Tim Miller (qui showrunner/ideatore e già regista direi assai applaudito dalla popolazione del globo per Deadpool), con Jennifer Yuh Nelson a fare da coordinamento registico e da collante creativo.
Love, Death + Robots, per far ambientare bene anche chi si fosse perso il primo giro in giostra, è una serie antologica d’animazione che funziona come una specie di multiverso sci-filosofico. Coi robot. E i mostri. E le navicelle spaziali. E i sentimenti. E lo spazio-tempo. E ROBA. Le puntate sono indipendenti le une dalle altre e hanno una durata variabile – alcune ve le vedete in 4 minuti e altre superano i 20 -, ma sono tutte accomunate dal tentativo di immaginare come l’umanità si proietterà nel futuro o come il mistero, l’ignoto e “l’alieno” possono innestarsi nella normalità che conosciamo, deformandola in mille modi rivelatori. È un grande esperimento narrativo che esplora le vaste potenzialità dell’animazione digitale – ci sono puntate che sembrano film con attori in carne e ossa ed episodi che potrebbero comodamente diventare anime che stanno in piedi da soli, più incursioni che combinano CGI e stop-motion – e che, pur ponendoci immancabilmente di fronte a questioni totalizzanti di vita o di morte non rinuncia al gusto per il bizzarro, l’ironia e il divertimento puro dello spettacolo. Sono due stagioni di paradossi e di ipotesi su quello che la tecnologia potrà farci – o ci ha già fatto. E sono estremamente piacevoli da guardare per varietà, durata ben modulata e imprevedibilità sia visuale che tematica.

Tim Miller ha già confermato che ci sarà una terza stagione – che vedrà il ritorno di un trio di robot EPICI già apparsi al debutto della serie e che sarà composta da otto puntate. In questo secondo volume c’è anche la partecipazione (in una motion-capture di un realismo assurdo) di Micheal B. Jordan, pilota precipitato su un pianeta desertico che se la vedrà brutta proprio nel modulo di salvataggio che dovrebbe tenerlo al sicuro.
Chicche letterarie aggiuntive: un episodio arriva da Joe Lansdale ma, soprattutto, c’è la trasposizione di The Drowned Giant di Ballard. Il racconto è stato una fissazione di lunga data di Miller, che dopo aver perseguitato praticamente per anni le figlie di Ballard è finalmente riuscito a ottenere la loro autorizzazione per lavorarci – ci aveva già provato per gli otto episodi d’esordio, ma le eredi l’avevano mandato a stendere. Siamo felici che abbiano acconsentito, anche se a scoppio ritardato. Il risultato è surreale, malinconico, struggente e assurdo… un po’ come tutta la serie.


Pur non essendoci un filo rosso esplicito a legare tutti gli episodi, le puntate si strizzano l’occhio e si passano la palla, mostrandoci quello che succede se decidiamo di fare un passo in più e di superare i tradizionali confini della fantascienza, della robotica, dell’intelligenza artificiale e dei what if classici del cinema o delle narrazioni libresche. Nonostante i robot malevoli, i mutanti fosforescenti, lo spazio profondo e le miracolose rigenerazioni cellulari, al cuore di ogni storia ci sono degli esseri umani che si specchiano nella loro solitudine o nel loro bisogno di stupirsi davanti alla vastità di quello che può esistere – Babbo Natale compreso.
Insomma, è un bel parco giochi… con ottovolanti senzienti che faranno tutto il possibile per uccidervi o per accartocciare in maniera meravigliosamente creativa e inquietante ogni vostra certezza.