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Qualche premessa situazionale per delimitare il campo. Al centro di Hidden Valley Road di Robert Kolker – illustre firma del giornalismo investigativo statunitense – c’è una famiglia che a lungo ha tentato di uniformarsi ai parametri di successo, armonia e benessere a cui siamo abituati ad associare il sogno americano. Mimi e Don Galvin si conoscono in gioventù, si sposano senza grandi inghippi e si trasferiscono per qualche anno su e giù per il paese seguendo gli impegni lavorativi e accademici del marito. Dopo la Seconda Guerra Mondiale e vari incarichi al seguito dell’esercito, a Don viene offerto un posto in Colorado dall’Air Force, che fra le rocciosissime montagne stava consolidando le sue basi, con annesse comunità urbane. I piccoli Galvin cominciano a nascere nel 1945 e, nell’arco di vent’anni, diventeranno dodici – dieci maschi e due femmine, le ultime in ordine di apparizione. A sei dei fratelli, più o meno precocemente e con effetti più o meno distruttivi, verrà diagnosticata la schizofrenia, trasformando la famiglia in una sorta di caso clinico senza precedenti. Le potenziali domande sono innumerevoli.
Perché così tanti figli si sono ammalati?
Perché fare COSÌ TANTI FIGLI, anche?
Che cos’è successo davvero in quella casa?
Qual è stato – e continua ad essere – l’impatto sui fratelli sani?
Come sono stati curati i Galvin schizofrenici?
Come stanno ora?
Come diamine è possibile che a gente all’apparenza “normale” sia capitata una cosa simile?

In questo libro (tradotto per Feltrinelli da Silvia Rota Sperti), Kolker ricostruisce la storia della famiglia Galvin e, in parallelo, ripercorre le tappe salienti della ricerca sulla schizofrenia – un po’ perché i Galvin sono stati effettivamente intercettati da genetisti, psichiatri e specialisti che di schizofrenia si sono occupati a livello accademico e un po’ perché stiamo ancora collettivamente attendendo risposte scientifiche condivise e “solide” su una malattia profondamente invalidante e complessa che persiste nell’eludere i nostri sforzi di mappatura, controllo e cura.
Insomma, Hidden Valley Road è sia la cronaca minuziosa della parabola collettiva di una famiglia per parecchi versi lontanissima dall’ordinario, ma anche un approfondimento ramificato e ricco sulla malattia mentale. Questo doppio binario riesce a restituirci la dimensione “personale” dei Galvin, inquadrandoli nell’orizzonte più ampio del mistero clinico.
Che cos’è davvero la schizofrenia? Perché si manifesta in così tanti modi diversi ed è spesso stata diagnosticata con troppa reticenza o, al contrario, eccessiva disinvoltura? Come veniva curata negli anni Settanta – quando i Galvin hanno iniziato ad ammalarsi – e come siamo messi ora? I farmaci aiutano? Cosa può fare la psicoterapia? Siamo finalmente riusciti a risalire alle cause della schizofrenia?

L’ultimo domandone è forse quello in grado di riassumere tutti gli altri. Il grosso del dibattito nella comunità scientifica a proposito della schizofrenia ha gravitato su due poli che per decenni si sono esclusi a vicenda: c’era chi sosteneva che la schizofrenia avesse basi genetiche e chi sosteneva che dipendesse da fattori ambientali. In soldoni: ci sono cervelli strutturalmente predisposti a ospitare la malattia VS la malattia si manifesta in presenza di cause scatenanti che dipendono dal contesto in cui si cresce, dalla gente che abbiamo attorno, dai legami che stringiamo…
È sul filo di questa fondamentale ricerca di senso che si muove Kolker nel presentarci i Galvin innanzitutto come esseri umani e non solo come “pazienti” o casi clinici estremi – per quanto lo siano e per quanto non manchino traumi, abusi ed episodi di irreparabile violenza.

Dai ritratti in perenne divenire dei genitori – entrambi invischiati in una battaglia privata e duratura tra ambizione e realtà concretamente raggiungibili, nonostante un’epoca in cui gli ascensori sociali tendevano ancora a funzionare – alle testimonianze dirette raccolte intervistando Mary e Margaret e i fratelli superstiti, Hidden Valley Road è la cronaca di un trauma collettivo, un reportage psichiatrico e una storia di famiglia.
Tono?
Kolker si sottrae, fortunatamente, sia al pietismo pruriginoso che al gusto per il dettaglio macabro.
Non ci sono poetiche riflessioni o voli pindarico-consolatori sul coraggio nella malattia, sull’eroismo dei prestatori di cure e su quanto le difficoltà più atroci ci offrano impagabili lezioni di vita: non c’è sensazionalismo, ma il taglio è fattuale, giornalistico, ordinato. Non c’è quella vena quasi divertita che talvolta si rileva nei testi che illustrano i casi medici “curiosi” o al limite: i Galvin non ci vengono presentati come un grande freakshow psichiatrico.
Sono gente a cui succedono cose inspiegabili, dolorose e distruttive, gente che non trova risposte strutturali ma solo soluzioni temporanee a sintomi ingestibili. Dei Galvin malati conosciamo la traiettoria terapeutica e il terreno comune dell’infanzia, dei sani e dei sopravvissuti impariamo a intravedere le cicatrici inevitabili, perché la malattia mentale di chi ci sta vicino non è qualcosa che accade in un compartimento stagno da cui possiamo dirci immuni.

Hidden Valley Road' Review: Young Men Touched by Madness - WSJ

Tra chi è rimasto e chi si è allontanato, Kolker cerca di restituire rispettosamente valore alle esperienze individuali dei fratelli e di evidenziare il ruolo fondamentale che la loro collaborazione ha giocato nel tentativo della scienza – e di un manipolo di specifici ricercatori – di fornire le risposte che ai Galvin sarebbero tanto servite, senza poterne di fatto beneficiare in tempo utile. La strada per comprendere e curare davvero la schizofrenia è ancora lunga, ma di certo ha incrociato in più di un’occasione la Hidden Valley Road di questa famiglia.

Dunque, di fronte all’enormità del reale e alla mole di stimoli che dobbiamo elaborare per orientarci e agire nel mondo, il nostro cervello tende a semplificare, raggruppare, generalizzare. In poche parole, punta a sintetizzare e ridurre al minimo gli sforzi per non dover ogni volta imparare l’universo da capo. Ridurre lo sforzo per massimizzare la resa, creando nessi e percorsi rodati. Gli stereotipi, i luoghi comuni e le credenze radicate (ma spesso infondate) sono figlie di questi meccanismi strutturali di elaborazione dati, che possono però talvolta generare inesattezze devastanti e pregiudizi distruttivi, per quanto “involontari”.

Con Pregiudizi inconsapevoli, un saggio spigliato, schietto e concreto, Francesca Vecchioni si appoggia alla psicologia comportamentale per farci riflettere sulle scorciatoie che applichiamo quasi inconsciamente nella nostra percezione della realtà. Da come percepiamo/categorizziamo gli altri a come ci muoviamo nelle nostre società umane, Vecchioni ricostruisce l’influenza che queste sommarie generalizzazioni esercitano sul nostro linguaggio e sui nostri atteggiamenti quotidiani.
Da come scegliamo un prodotto da acquistare a come ci identifichiamo a livello sociale e culturale, le “corsie preferenziali” che la nostra mente costruisce per semplificarsi il lavoro sono un labirinto affascinante ma potenzialmente insidioso. Capire meglio come pensiamo e come fabbrichiamo queste trappole travestite da attrezzi utili può essere, di sicuro, un primo passo per cominciare a farci le domande giuste, oltre che per sopire le derive meno auspicabili del pensiero per compartimenti stagni.
Oltre a utili portabandiera del calibro del dottor Spock e Homer Simpson – insieme a numerosi esempi concreti -, il libro contiene anche un “bigino” che riassume e raggruppa i bias cognitivi in cui incappiamo strutturalmente mentre facciamo del nostro meglio per non farci esplodere il cervello e che ritroviamo man mano argomentati nel corso dei capitoli.

Insomma, anche quello che diamo per scontato è frutto di una costruzione che risponde a meccanismi precisi e che non sempre fotografano la realtà per come è davvero, sia a livello di “dati” che di “valori” e giudizi qualitativi che da quelle rilevazioni iniziali dipendono. Vecchioni prova a demolire un po’ di specchi deformanti per aiutarci, con chiarezza e grande accessibilità, a pensare in modo più rotondo, libero e stratificato. Il bianco e il nero sono di certo più semplici da gestire, ma il grosso di quello che dobbiamo elaborare, vivendo e rapportandoci agli altri, abita nel vasto territorio del grigio.