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Che rapporto avete con la spiritualità e il misticismo?
La compagnia è essenziale al vostro benessere?
Trovate che gli strumenti tecnologici a nostra disposizione siano, in fin dei conti, solo degli attrezzi o vi sentite in qualche modo modificati dalle possibilità di connessione perpetua del modernissimo mondo che abitiamo?
Cosa v’aspettate di trovare quando andate in albergo?
Cosa v’aspettate dalle vacanze, pure?

Ho deciso d’esordire con un po’ di domande (con implicita ammissione d’ignoranza sul contenuto dei vostri cuori e forse anche del mio) perché il posto in cui ho trascorso un paio di giorni – rispondendo volentieri e con grande curiosità a un cortese invito – è complicato da classificare e potrebbe risultare comunicabile (o “vendibile”, se vogliamo) in molti modi.
Corri qui a fare digital detox! Vieni da noi a ritrovare te stesso! Lasciati conquistare dalla natura incontaminata! Riscopri i grandi insegnamenti della tradizione monastica! Nutri le tue membra con tantissima verdura! Il lusso della lentezza! Il potere trasformativo del silenzio!
Ciascuno di questi “ganci” potrebbe produrre una galassia di cronache più o meno orientate a corroborare un impianto filosofico o una determinata visione dell’universo e a me, in tutta franchezza, non interessa. Sarei più che in grado di vestire il mio racconto optando per una di questa potenziali premesse, ma lo troverei poco onesto e utile, se si tratta di parlare di un luogo così cangiante e insolito. Perché sì, una roba che mi pare d’aver capito è che un posto simile si presta ad essere riempito con le risposte che siamo capaci di trovare. L’esperienza individuale, che già per definizione è estremamente specifica, è quella che qui finisce per espandersi e comprendere tutto quanto, dall’opinione che possiamo farci degli asciugamani a come ci sentiamo quando ripartiamo. L’esperienza “nostra” si dilata così tanto perché diventa quasi l’unica componente dell’esperienza complessiva: si galleggia in uno spazio ingegnerizzato per ridursi al minimo e “abbandonare” benevolmente chi c’è alle proprie risorse. Mia suocera, quando le ho spiegato dove stavo per passare un paio di giorni, ha commentato con un lapidario “io mi sparerei”, mentre mio marito temeva che volessi scappare di casa per unirmi a una setta. Ebbene, non sono incappata in una miracolosa conversione, non mi sono sparata e non mi sento particolarmente più illuminata di prima, ma posso dire di aver prosperato, a modo mio. Tutto questo panegirico per rispondere con un “dipende da te” alla seguente domanda campale: insomma, ma com’è l’Eremito?

Esordirei con una video-panoramica, che ci aiuta a livello atmosferico, e vi lascio leggere il resto di seguito.

 

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Un post condiviso da Francesca Crescentini (@tegamini)


Un minimo di coordinate. L’Eremito è un ibrido tra un hotel e un eremo “moderno”. È in Umbria, vicino a Fabbro, e accoglie visitatori da ormai una decina d’anni. Marcello Murzilli, dopo aver gestito un fortunatissimo marchio di abbigliamento negli anni Novanta e aver aperto un hotel matto in Messico composto al 100% da palafitte – fatevi raccontare la storia, se vi capita – si è messo a vagare per il centro Italia alla ricerca di un luogo isolato ma non impensabile da raggiungere per sperimentare un’idea di ospitalità alternativa. Ha trovato dei ruderi in mezzo alle colline – e a una tenuta che ora è tutelata dall’Unesco – e ha costruito quello che oggi è l’Eremito, badando all’efficienza/autonomia energetica della struttura – sforzi recentemente premiati dall’ambito bollino B-Corp – e ricalcando il modello dei monasteri e degli eremi che fanno indissolubilmente parte del patrimonio cultural-architettonico umbro.
Nella pratica? Funziona così.

Si dorme nelle celluzze e ogni celluzza prende il nome da un santo. Io dormivo da San Benedetto, quindi mi son sentita importantissima. Minimalismo? Parecchio. Un letto a una piazza e mezza, uno scrittoio  col suo sedilino di pietra davanti alla finestra, il lavandino – con brocchetta e bicchiere per bere l’acqua del rubinetto – e un piccolo bagno con la doccia. Stop.

Il fatto che il telefono prenda molto poco fa parte del pacchetto e non c’è nessuna password del wi-fi da chiedere in reception. Chi arriva è invitato a spogliarsi dall’abitudine alla connessione perpetua, così come è scoraggiata la caciara negli spazi comuni. Nessuno vi molla un manrovescio o vi sgrida, se andate in giro col telefono o se vi ritirate sotto la pergola per chiamare i vostri figli, ma tanti degli automatismi che finiamo per sviluppare quando c’è segnale finiscono per atrofizzarsi in maniera piuttosto naturale, quando il segnale non c’è quasi da nessuna parte. Cosa le apri a fare le tue solite 35 app se le app non caricano niente di nuovo? È probabilissimo che tanti visitatori o visitatrici dell’Eremito scelgano di approdarci proprio per esigenze di “disintossicazione” digitale e, tra le contingenze pratiche e l’atmosfera complessiva, il contesto può certamente aiutare. Io, che facevo fotografie anche nell’epoca precedente all’avvento di Internet e che ho la consolidata abitudine di costruire un archivio visivo delle mie esperienze – postandone online uno scarso 2%, nonostante uno dei mestieri che svolgo – ho usato il telefono come un puro attrezzo. Fai le foto e i video, telefono? Benissimo, continua ad assistermi in questo modo, sarà più che sufficiente.

Mi son data della stupida per la pigrizia accumulata negli anni, però, perché mi sarei sentita molto più a mio agio e più rispondente alle usanze codificate della comunità dell’Eremito con una macchina fotografica in mano, ma pazienza. Per me attrezzo puro è stato e l’obiettivo di scacciare per un paio di giorni i tarli da feed da alimentare, contenuti da produrre, spunti da sfornare e brief da interpretare è stato felicemente raggiunto. Mi sono chiesta, però, quanto ignorare gli eventi del mondo per badare unicamente alla propria interiorità possa configurarsi come condizione totalmente auspicabile. Ma non tanto perché quello che produco io abbia il potere di virare le sorti del mondo, ma proprio perché associo l’informazione – quello che già filtro e che per me “conta”, facendo del mio meglio per separarla dal rumore di fondo irrilevante – alla possibilità di aumentare la mia consapevolezza. L’universo può fare a meno del mio flusso in uscita, insomma, ma estromettersi da quegli stimoli in entrata che possono attenuare la nostra ignoranza mi pare un lusso che anche sul breve termine è un po’ problematico concedersi. Già ci si sente inermi – o poco utili e  poco capaci di incidere sulla realtà -, non lo si diventa ancora di più se non si sa che succede e non si prova a decifrarlo? Non sono una creatura che gestisce con disinvoltura gli estremi, forse. O probabilmente mi son sentita in colpa per aver dormito fino alle dieci e mezza in un giorno infrasettimanale, per aver preso ferie, per aver avuto bisogno di riposarmi, chi può dirlo. O forse la radice del logoramento che percepisco nella quotidianità dipende meno dai flussi informativi ma più dal flusso delle incombenze “pratiche” dell’impalcatura domestica e dalla volgarissima necessità di dedicarmi a un impiego, anche. Ci penserò su, che le parentesi di distacco dal tran tran servono anche a quello.

Come si mangia? Bene. E anche parecchio, devo dire – tre portate e dolce. Cucina solo vegetariana, con materie prime ricavate dall’orto dell’Eremito o provenienti dai dintorni. Si mangia tutti insieme nel refettorio – e ci torniamo – o all’aperto sotto al pergolato. Come recita anche una funzionale lavagnetta, si mangia “quello che passa il convento”. Non c’è niente da scegliere, vi sedete e vi pigliate quello che arriva e non c’è nessuno che vi prepara un gin tonic, se ne sentite la necessità. A pranzo si discorre e l’atmosfera è convivialissima, mentre a cena bisogna rispettare il silenzio. Vi suonano una campanella, v’andate a prendere il vostro tovagliolo e vi sedete nel refettorio a lume di candela. Ecco, la cena è l’unico frangente in cui possono richiamarvi con affabile fermezza se vi mettete a chiacchierare e non ho nemmeno osato tirare fuori un libro – non si può, tecnicamente -, ma è di certo un’esperienza suggestiva. Sì, il vino c’è.

Che si può fare? Niente, tenderei a rivelarvi candidamente. E per fortuna.
A parte una sessione di yoga la mattina e dei momenti di lettura – totalmente facoltativi ed estremamente trasversali –  in una piccola cappella non ci sono animatori che vi iscrivono d’ufficio alla gara di canoa e non ci sono attività “organizzate”. Volete passeggiare? Dall’Eremito si snodano numerosi sentieri che possono condurvi in selve amene – io sono arrivata con successo al fiume, ascoltando i cinguettii più disparati -, nel vicino borgo di Parrano o ai ruderi che punteggiano la tenuta. Volete stare immobili? Sceglietevi un cantuccio e insediatevi dove preferite. Io, passeggiata a parte, ho letto, ho studiato, ho dormito, ho mangiato. E sono rimasta anche a mollo nel vascone riscaldato della piccola spa. C’è un bagno turco e c’è questa sorta di stanza di pietra col soffitto a volta e la vasca. Si va in reception a “prenotare” il proprio tempo alla spa, così non si incrocia mai nessuno e si fluttua in pace.

Che cos’ho trovato? L’illuminazione no, ma un momento di solitudine che mi ha fatto bene. Uno spicchio di tempo in cui dar retta solo al mio ritmo e una bolla di silenzio – a parte i caprioli che abbaiano nel bosco, ciao bestioline! – in cui spero di non aver russato troppo forte. L’Eremito ha indubbiamente qualcosa di speciale, penso. Possiamo attribuire meriti al panorama, alla ritualità accennata dei momenti comunitari, alla tipologia decisamente insolita della sistemazione, al fuoco la sera, alle storie che possono raccontarti gli altri, allo spazio che ti crea attorno mentre vai a zonzo – sentendoti più ospite della natura circostante che di una struttura ricettiva. Ci si mimetizza e si assorbe il ritmo caparbio di quello che cresce, molto adagio, da tutte le parti. Ogni “vacanza” ci decontestualizza e ci mette nelle condizioni di scoprire qualcosa di noi mentre esploriamo un qualche altrove, penso. Qua, l’altrove da esplorare sta più dentro che fuori da noi. E non è male, qua e là, imparare di nuovo a farsi compagnia.  

 

Gli uomini di Paolo Cognetti sono di poche parole, si sa. In Giù nella valle – in libreria per i Supercoralli Einaudi – si dicono ancora meno. È il libro stesso che sembra addensarsi, contrarsi e ridurre al minimo grandiosi scenari e chissà quali descrizioni. Siamo sempre in montagna, ma nello spazio presidiato dall’uomo. C’è un avamposto più remoto, ma ora non ci vive più nessuno: nel giardino di casa sono cresciuti i due alberi piantati per i figli, ma il padre non c’è più e di quel posto così significativo ma deserto bisogna disporre. Luigi non ha mai lasciato la Valsesia, ha rimediato un buon lavoro da guardia forestale e aspetta una bambina da Betta. Alfredo è andato a tagliare alberi in Canada, perché lì dalle loro parti si era già messo abbastanza nei casini. Il futuro che i due fratelli immaginano non potrebbe essere più diverso, ma in comune hanno un talento poco invidiabile per il bere. Luigi si è messo paura da solo, Alfredo non pensa d’aver molto da perdere. Si rivedono dopo anni ma non sapremo mai cosa si sono detti, anche se è in casa “loro” che si sveglieranno. Lassù non c’è traccia del presunto lupo che sta ammazzando i cani del fondovalle, ma è agli esseri umani mai del tutto addomesticati che Cognetti si avvicina. Cosa rimane di noi quando si spegne la luce? Chi possiamo dire di essere, quando riapriamo gli occhi senza memoria di cosa è successo la notte prima? Chi conta i danni e raccoglie i pezzi?

Non so se questo passo più “breve” e rarefatto funziona perfettamente per me, ma è una storia che nel restare ruvida e piena di solitudini fa balzare fuori dei calori improvvisi, anche se le mani tese che possiamo sperare di afferrare sono poche. Non siamo più in vetta, ma è lungo la Sesia – o IL Sesia, l’articolo d’elezione qualifica anche la nostra provenienza – che la montagna continua a farsi presenza che scava nelle faccende minuscole delle persone. È senza dubbio una storia di convivenza fra natura e gente, fra bestie “libere” e uomini selvatici. E su tutto si allunga l’ombra di quei progetti che ci vendono territori da “valorizzare” e che portano soldi ma portano via alberi, che modificano chi ha scelto di rimanere anche quando non conveniva. Che si tratti di cani, lupi o fratelli, forse si scappa più dal vecchio che dai timori del nuovo: è dalle radici che ci ricordano fin troppo bene chi siamo che ricaviamo le desolazioni più intricate.

[Colonna sonora d’accompagnamento – su “consiglio” tematico-spirituale dello stesso CognettiNebraska di Bruce Springsteen. L’album, anzi, è l’ossatura di questa storia.]
[Per ulteriori esplorazioni, qua sul blog trovate anche La felicità del lupo.]

Perché non documentarsi sull’avvincente esistenza della formica tagliafoglie, mi domando. Chi siamo noi per tirarci indietro di fronte a questo prodigio organizzativo della natura. Cosa ci impedisce di affrontare la saggistica zoologica con la meticolosità che merita. LE FORMICHE TAGLIAFOGLIE SONO CAPACI DI COLTIVARE, PERBACCO.

Se devo esternare un solido parere sul grado di complessità di questo libro, va sinceramente detto che non si tratta di uno di quegli ameni testi di divulgazione “pop” – o puramente aneddotici – tipo “le lontre marine si tengono per mano per non andare alla deriva AWWW CHE TENEREZZA INSOSTENIBILE”. Gli autori, illustri mirmecologi di lungo corso, non ci risparmiano dissertazioni particolareggiate su enzimi, esperimenti intricati, struttura del sistema nervoso e polisaccaridi fogliari. Per qualche prodigio, però, Le formiche tagliafoglie di Bert Hölldobler e Edward O. Wilson – tradotto da Isabella C. Blum per la sempre fascinosa collana Animalia di Adelphi – fila via relativamente bene. Credo molto sia dovuto al fascino del tema.

Che mai faranno, queste benedette formiche? Parecchio.
Le tagliafoglie sono classificabili come superorganismi simbiotici: non ha senso prendere in considerazione una singola formica, perché la titanica espressione della sua “intelligenza” e destrezza strategica si esprime nella colonia. E la colonia esiste con lo scopo di espandersi e di sostenere la propria crescita. Come? Mantenendo salda una relazione di simbiosi: le tagliafoglie non raccolgono con precisione militare la materia vegetale per mangiarla, lo fanno per “nutrire” la loro vera fonte alimentare, un fungo che viene collettivamente coltivato nei nidi.
Insomma, le foglie dan da mangiare al fungo (che prolifera e garantisce prosperità alla colonia solo in determinate condizioni) e la formica mangia quello. Et voilà, ecco l’agricoltura ed ecco due specie – una formica e un fungo – che collaborano e comunicano. Se la fungaia muore anche la colonia muore e sia il fungo che la formica hanno tutto l’interesse a continuare a sostenersi a vicenda.

Perché mi intrippo con queste cose? Perché siamo abituati a classificare l’intelligenza basandoci su quanto somiglia alla nostra. La natura non ha affinato le società delle formiche tagliafoglie per stupirci o offrirci uno spettacolo – anche se incidentalmente succede – ma per cogliere un’opportunità, esplorare una possibilità di specializzazione estrema e di “pensiero”. È pensiero che si basa su assunti differenti dai nostri – e di certo usa altri parametri ancora per stabilire in cosa consista il “successo” di un processo evolutivo – ma riesce ad amministrare alla perfezione milioni di individui che perseguono tenacemente uno scopo condiviso.
Quel che pare innato negli animali, quella misteriosa direzione precisa che sintetizziamo con il concetto di “istinto” non ha niente di miracoloso: è lo spazio in cui si esercita la capacità minuscola di risolvere un problema – sopravvivere – partendo da presupposti quasi inconcepibili per noi. La meraviglia della scienza forse sta proprio in quello spazio di possibilità lì: imparare a vedere quello che governa in silenzio noi, i funghi e le formiche che li coltivano… da molto prima dell’uomo.
Lunga vita alle tagliafoglie – e ai loro funghi!

***

[Bonus track]
Insetti più “fruibili”? Magari anche alla portata dei bimbi? Ecco qua una lista a tema.

Da orgogliosa proprietaria di ben due alberi di mango, sono molto contenta di tornare ad occuparmi di Treedom. Per chi si fosse perso le puntate precedenti, Treedom è una piattaforma che permette a tutti di finanziare la nascita e la crescita di piante di ogni genere in ben quattro continenti, a sostegno delle popolazioni locali (che si prendono cura di tutti questi spavaldi vegetali e ne beneficiano a livello economico e “materiale”) e del benessere del pianeta. Perché sì, anche due manghi in più possono fare la differenza. E scusate se è poco.
Ma perché siamo qui.
Gli alberi di Treedom, come è giusto, si possono anche regalare e, in occasione del SANTO NATALE, la faccenda si è fatta ancor più seria. Anzi, realistica. Mentre grandi e piccini di ogni latitudine si ostinano a diffondere il mito di un anziano signore obeso che ti entra in soggiorno passando per una canna fumaria, Treedom ha scelto la concretezza, portandoci a fare un giro in uno dei suoi vivai più rigogliosi. Il domandone è semplice: che cosa succede quando scegliamo un alberino di Treedom? Succede che in Kenya c’è una persona vera che lo pianta e che, giorno per giorno, lo aiuta a diventare alto sei metri.

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Se anche voi, travolti dalla necessità di donare o di donarvi un vegetale, volete fare un giro in Kenya e scoprire i primi passi di un alberino di Treedom, potete dare un occhio qui: troverete delle nuove piante e potrete accedere spavaldamente al vivaio con una serie di video 360° assolutamente adorabili e assai didattici.
Che cosa si può piantare questo Natale? Alberini di mango (il mango non manca mai, grande festa per il mango), guava, avocado (se vi sentite fashion blogger e/o avete fashion blogger a cui regalare qualcosa da mettere su Instagram) e markhamia. I primi tre sono alberi da frutto, mentre la markhamia è un albero utile: serve a fare ombra alle altre colture. E ha dei bellissimi fiori gialli. Come faccio a saperlo? Me l’ha raccontato il ragazzone con la salopette mentre giravo su me stessa con un visore sulla faccia.

Direi che sapete tutto. Industriatevi e andate a piantare i vostri alberini. Anzi, inalberatevi… ma in senso buono, per una volta.

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Nel tentativo di farmi invitare a qualche sfarzoso blog-tour della Papuasia, racconterò cose a caso del nostro mirabolante viaggio di nozze. Per chi non avesse chiaro l’itinerario – fatto a dir poco gravissimo e scandaloso -, qua c’è un post di pessimo gusto con tutti i luogoni che abbiamo visitato, guidando disperatamente per miglia e miglia di straordinarie desolazioni e surreali cittadine piene di neon che non funzionano più.
Tanto per non disorientarvi, inizierò con una delle tappe più strambe del Coast-to-Coast del Cuore: la cittadina di Moab (Utah), con il suo ragguardevolissimo Arches National Park. Archi di pietra, amici. Archi di pietra antigravità – provvidenza e intemperie permettendo.

Moab, come tutti i campi-base del variopinto universo del turismo naturalistico statunitense, è un avamposto di civiltà nel centro esatto del nulla più assoluto. Il cielo è gigante, le nuvole sono all’improvviso estremamente tridimensionali e ci si può mettere lì a prendere le misure ai temporali. Di solito nei temporali ci si finisce, senza capire bene che cosa succede. Lì no, invece, li vedi da lontano mentre si fanno i fatti loro. Ti giri da una parte e dici ma guarda, che cosa sarà mai quell’oscura confusione che incombe sulla pianura a un trecento miglia da qui? Voilà, è un temporale. Precipitazioni a parte, uno penserebbe che guidare in mezzo tutto quel prepotentissimo niente non sia poi un gran divertimento. E invece no, perché nel deserto cespuglioso spuntano delle cose assurde. Tipo delle immani caciottone di pietra rossa.

Macinando miglia – nel pieno rispetto dei ridicoli limiti di velocità americani -, vedrete il paesaggio che si diverte. Dalle caciotte solitarie passerete alle mesas, che sono quelle montagnotte piatte in cima, devastate dai canaloni. Visto che abbiamo imparato che una montagnotta piatta in cima si chiama mesa solo due giorni dopo la nostra visita a Moab, ogni genere di formazione gigante fatta di sassi d’ora in poi sarà un PUFPUNI. Ecco, beccatevi una valle coi pufpuni.

Com’è che funzionano, i parchi nazionali? Bisogna pigliare la macchina e dirigersi all’entrata. All’entrata ci sono dei casottini con dentro degli affabili ranger – con tanto di cappello buffo – che ti ordinano di appiccicare uno scontrino sul parabrezza e ti allungano un utile giornale/mappa/guida del parco che ti accingi ad esplorare. Entrare all’Arches National Park costa 10 dollari a macchina, e ci puoi tornare per sette giorni. In tutti questi posti c’è un centro visitatori – più o meno sontuoso – e una strada asfaltata. In base alla vostra prestanza fisica, potrete decidere di fermarvi ai punti d’osservazione lungo la strada o di cimentarvi anche in una serie potenzialmente infinita di sentieri. Noi qua diciamo che si fa TREKKING, là il trekking lo chiamano HIKING. E noi, visto che a Moab ci dovevamo passare due notti, non volevamo perderci questo benedetto Primitive Trail. Perché tutti gli archi di pietra veramente seri, arroganti e coreografici si possono raggiungere solo scarpinando.
Ora.
Il Primitive Trail – compreso il tratto difficile, il Devil’s Garden Trail – lo consiglio a tutti con il cuore in mano. Ma arrivate con un po’ di giudizio. Non fate come noi. Non presentatevi al ranger-bigliettaio come due milanesi in vacanza. Senza fare colazione. Senza crema solare. Senza un cappello. Senza manco due bottiglie per metterci dentro l’acqua. Portatene sei di bottiglie, non sto scherzando. E noi là, digiuni e privi di recipienti per il trasporto di liquidi, in mezzo alla natura selvaggia. Io poi ho vinto. L’abbigliamento da hiking di Tegamini comprendeva un tanga fosforescente di Victoria’s Secret, la collana di perle e una magliettina a pois con gli svolazzi. E di sport ne ho fatto, ma anche con una discreta belligeranza. Un tempo, sulla cima del ghiacciaio della Marmolada, soccorrevo i miei compagnucci di squadra con le tibie rotte. E adesso? Mai avrei immaginato di ridurmi così.

moab on the road tegamini

Comunque.
Volete camminare all’Arches National Park? Mangiate. Portatevi da bere. Spalmatevi due dita di crema. I pantaloni: o cortissimi o lunghi. Non fate come me, una scema coi leggings sega-gamba. Mangiate prima di entrare, che al centro visitatori non c’è cibo. Le bottiglie d’acqua non le vendono, hanno solo dei fontanini perché devono essere ecologici. Vendono un casino di pupazzi, di libri, di mappe e di poster artistici, ma non c’è niente di veramente utile. Poi uno si chiede perché i bambini tifano per l’orso Yoghi.
Rendendoci solo parzialmente conto della nostra stoltezza, abbiamo fatto del nostro meglio. Mi sono comprata una specie di fedora verdognola del National Geographic. E abbiamo anche acquistato due borracce veramente antiestetiche con su il logo del parco. Le abbiamo riempite e siamo partiti, come se dovessimo passeggiare in Corso Buenos Aires.
Bene, vai con le diapositive delle ferie. Cercherò di fare del mio meglio con le didascalie, così non rotolate giù dal divano in preda alla narcolessia.

WP_20140731_18_52_06_ProLa bizzarra Balanced Rock. La domanda vera, quando ci si trova di fronte a tali stramberie della natura è: ma cascherà mentre ci passeggio sotto o ci sarà da aspettare altri cent’anni? Perché è precaria, la Balanced Rock. Ma quanti cuori pigli su Instagram, se la fotografi mentre rotola via miseramente?

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Una Tegamini travolta dall’entusiasmo al cospetto dell’immotivata Balanced Rock.

WP_20140731_19_27_21_ProQuel coso piccino sulla sinistra è il celeberrimo Delicate Arch. Incomprensibile e parecchio aggraziato, il Delicate Arch è un po’ il Billy Elliot di questo ruspante parco nazionale. Noi ci siamo arrampicati per il sentiero più breve, ma c’è anche una passeggiata per andarci a finire vicinissimi. Solo che non avevamo sbatti. Anzi, il Delicate Arch è diventato un po’ il capro espiatorio dell’intera giornata. Nei momenti di disidratazione più furibonda ci si mandava a quel paese coinvolgendo il tenero arco di pietra: ‘fanculo tu e il Delicate Arch, Amore del Cuore. Dovevamo stare in piscina a bere dei bomboloni con dentro gli ombrellini. E invece siamo qui, a vedere dei sassi pericolanti e a sudare come dei coguari asmatici. Fottiti, Delicate Arch.

IMG_0249Al quarto tentativo, il papà statunitense incaricato di fotografarci capisce che sarebbe carino inquadrare anche il lillipuziano Delicate Arch della malora. Un miglio punto due per vedere quel coso lì. In salita. All’una del pomeriggio.

WP_20140731_20_18_59_ProAmore del Cuore (con il suo sobrio cappello acquistato in Texas da un mercante di vacche) si erge maestoso all’imboccatura del malefico – ma strabiliante – Primitive Trail.

WP_20140731_20_31_51_ProMai visti degli alberi secchi così fighi. Mai.

Tegamini ArchesTegamini esploratrice, ancora ignara della fogonata che l’attende.

WP_20140731_20_28_33_ProPerché quella roccia lì è bucata? Perché. Portiamo una ciurma di filosofi all’Arches National Park. Organizziamoci dei congressi di metafisica. “Dio e l’orografia dello Utah: provvidenza o coincidenza?”

WP_20140731_20_34_21_ProTegamini e il suo stupido copricapo che aspettano invano il tram numero 1.

WP_20140731_21_34_13_ProTegamini – che ha seri problemi con il vuoto – in cima a un PUFPUNI nel tratto più complesso del Devil’s Garden Trail. Strapiombi bellissimi per tutti e sabbia nelle scarpe per diecimila anni.

WP_20140731_22_05_59_ProPrima dell’Arches National Park i sassi non mi interessavano. Adesso li adoro. Amo sassi, rocce, scogli, pietre e massi. Amo ogni genere di formazione minerale. Ho quasi ritrovato la fede.

WP_20140731_22_09_38_ProIl selvaggio e furibondo Double O Arch. DABOL-O, perché è doppio. Sono fantastiche, le descrizioni letterali degli americani. Come si dice merlo, in inglese? Blackbird. Vai, semplice e lineare.

IMG_0283Tegamini trova finalmente un albero capace di reggere il suo peso. Grazie, albero del Navajo Arch.

Alla fine della scarpinata, ormai disidradatata oltre ogni immaginazione, mi sono seduta per terra vicino a un fontanino infestato dalle vespe. Amore del Cuore mi ha abbeverata, scambiandomi probabilmente per una giumenta, e ha atteso con pazienza mentre mi svuotavo per la quinta volta le scarpe. Non sembra, ma camminare per dieci chilometri nella sabbia può diventare un problema. Ad un certo punto ti sembra che ti siano cresciuti i piedi, ma in realtà è tutta terra smossa che ruba spazio agli alluci. Per festeggiare la nostra salvezza, ho gridato ANDIAMO A BERE UNA BIRRA! e mi sono addormentata prima ancora che Amore del Cuore riuscisse a uscire dal parcheggio. Tornati a Moab, ci siamo accomodati in una bettola terrificante. Quarantasei gradi all’ombra e un unico avventore: un tizio catatonico che somigliava a Babbo Natale. Alla malaugurata idea della birra abbiamo aggiunto un piatto di nachos al formaggio grande come una palla medica… perché, insomma, non avevamo pranzato e non avevamo nemmeno colazionato. Mi sembrava anche di star bene, lì per lì. Una che non sta bene mica si beve una birra. Sono lì con mio marito – che ha ormai capito che sono una sfigata -, cosa vuoi che me ne freghi di ordinare dei birrozzi per fare la splendida. Che ne sapevo che andava a finire così. Ma che bella giornata, che allegria, quante cose incredibili che abbiamo visto, ma sei contento Amore del Cuore? Perché io sono molto contenta, ho un po’ caldo, ma sono proprio felice. Certo, non pensavo che avremmo fatto tutta questa fatica, ma è stato meraviglioso. Mi bruciano orrendamente le spalle, ma poi a casa mi metto il doposole, vai tranquillo. Alla fine del sentiero avevo troppa sete, ma fa niente. Anzi, avevo anche un po’ di brividi… ah, non mi sento bene. Amore del Cuore si è alzato appena in tempo, e sono svenuta nel palmo della sua mano. Avevo un sacco di baccano nelle orecchie. Ho anche vomitato degli ex-nachos. Lì per terra, come una popolana. Che vergogna. Svenire in un bar dello Utah. E senza alcun merito. Se si fosse trattato di mera ubriachezza me ne potrei vantare per mare e per terra, e invece no. Devastazione da turismo milanese. Colpo di sole, scarsità di liquidi, natura che sconfigge la città. Ma non è mica finita. Perché la maledizione del Delicate Arch è severa e implacabile. Mi sono lavata, rinfrescata e ghiacciata. E mi sono tuffata in una tinozza di Prep. Ma quando hai i polpacci conciati così c’è proprio poco da fare.

La natura è malvagia.
Aveva ragione Leopardi.
PUFPUNI!

bbc earth concerts verdi

La mia ignoranza musicale è assoluta. Non sto scherzando. Non so proprio niente. Classica, jazz, pop, rock… non importa, nella mia testa c’è solo uno sconfinato deserto roccioso falciato dalla tramontana. Ho avuto le mie folli passioni per incredibili band metal-core di omoni tatuatissimi e so a memoria la discografia dei Queen, ma rimango una bestia. Adesso che ci penso, però, alla fine del liceo adoravo follemente anche dei tizi vegani col mascara e una depressione conclamata. Mi piacevano i testi. Non ci si capiva granché, ma c’erano un sacco di immagini super tragiche e storie di solitudini irrimediabili che mi confortavano assai. Comunque, non so una mazza lo stesso. Non me ne vanto, sia chiaro, ma è inutile far finta di niente. Sono anni che cerco di spiegarmi questa atavica avversione, anni. E credo sia cominciato tutto con la faccenda del pianoforte. Visto che ero una bambina bionda estremamente rapida nell’apprendimento e che m’era rimasto un pomeriggio libero – i restanti erano occupati da tennis, ginnastica artistica e inglese… e a scuola facevo il tempo pieno – la famiglia stabilì, dopo una breve ricognizione delle biografie dei principali fanciulli-prodigio del pianeta, che dovevo imparare a suonare il pianoforte, con annesso spin-off solfeggio. Mozart alla tua età era già al cospetto dell’imperatore! E io lì, con un minipony in mano e i calzerotti rosa coi gommini. Ecco. A me suonare il pianoforte faceva schifo. Una roba che m’abbia fatto così schifo nella vita non credo di ricordarmela. Toh, forse il fegato in padella, le lumache senza guscio. La trippa. Ma niente mi faceva incazzare come il pianoforte. La musica, la gioia, il trionfo dello spirito umano. Macché. Spartiti che volano in corridoio. Dopo anni di conclamate rotture di palle, mi sono finalmente decisa a informare i miei congiunti che non intendevo prolungare quello scempio neanche di cinque minuti. Basta, io questa roba non la voglio più fare. Ma fatemi disegnare, no? Che lì è chiaro che sono portata. Coltiviamo il talento, non intestardiamoci a fabbricarlo quando è palese che non ce n’è. Ah, vi piace tanto il pianoforte? E suonatevelo voi, allora.
Superato questo grande scoglio, la musica ha solo vagamente sfiorato la mia aridissima anima. Credo di essere l’unico essere umano sul pianeta che non ha musica nel telefono. Mi piace Elio, perché Elio è un miracolo della creazione. Mi piacciono le musiche arroganti dei film, anche. A Torino, una volta, sono addirittura andata a sentire Michael Giacchino. Ha preso una banda di ragazzini dell’oratorio – giuro sul dottor Spock – e gli ha fatto suonare le sue colonne sonore. Quella è stata veramente una figata cosmica, ma si è trattato di uno sprazzo di isolatissimo buonsenso. Poi il buio, come al solito.
Eh.
Provate dunque a immaginare di ricevere un accorato e coccolosissimo invito per un concerto all’Auditorium di Milano, quello in Largo Mahler, coi corvi finti sui balconi e un casino di marmo da tutte le parti. Ti piacerà, Tegamini, c’è l’Orchestra Verdi che suona… e dietro passano i documentari della BBC. Si chiamano BBC Earth Concerts. Ce ne sono tre. Te vieni al primo, Planet Earth In Concert, poi vedi come gira. La BBC ci ha messo secoli a filmare tutta quella roba, e poi ha chiesto a un compositore – George Fenton – di scriverci su la musica. Te vieni, ti siedi lì e vedi cosa succede. L’orchestra la dirige Danilo Grassi.

G I O I A.
S P L E N D O R E.
M I R A C O L I.

Uccelli pazzi che cercano di sorvolare l’Everest. Elefantini che sbagliano strada e si smarriscono nel deserto. Foreste che cambiano maestosamente colore. LEOPARDI DELLE NEVI. LEOPARDI DELLE NEVI. LEOPARDI DELLE NEVI. Paperotti che si lanciano dagli alberi. Grotte sommerse, piene di robe spugnose fosforescenti di rara e delicata beltà. Coccodrilli che sterminano gnu. SQUALI BIANCHI GRANDI COME AUTOBUS CHE INGHIOTTONO FOCHE AL RALLENTATORE. Caribù neonati inseguiti dai lupi. Volpi artiche che molestano oche. PINGUININI.

Solo un maestoso documentario con gli animali poteva riconciliarmi con la musica. E solo la musica poteva accompagnare con una simile grazia delle bestie così notevoli. Lo spettacolo è diviso in segmenti, agilmente introdotti da una letturina del direttore d’orchestra. Ora vedremo degli orsi polari che escono dalla tana per la prima volta. E alè, orsi e musica. Poi ci sono i predatori, gli elefanti che nuotano, migrazioni colossali, caprette che fuggono, delfini che mangiano pesce in compagnia di pennuti tuffatori. Insomma, habitat diversissimi e creature di ogni genere, che fanno le loro cose splendide da animalini con l’accompagnamento di un’orchestra.
Una cosa emozionante. Ma sul serio. Al coniglietto della steppa Amore del Cuore mi ha dovuta immobilizzare.
La Verdi, durante l’estate, farà delle repliche di questo primo documentario – Planet Earth – e andrà avanti con gli altri due della serie – The Blue PlanetThe Frozen Planet. Io, fossi in voi, ci farei un pensierino. Ma indipendentemente dalla vostra predisposizione alla musica o alle bestie. È un’esperienza di gioiosa immersione audiovisiva che scioglierebbe anche il più coriaceo dei cuori. E poi ci vogliono tre mesi di appostamenti, per riuscire a riprendere un leopardo delle nevi. Tre mesi. Il minimo che possiamo fare è sederci in un auditorium e rimanere a bocca aperta per un paio d’ore.

***

Questo adorabile ebook-reportage dovrebbe essere più lungo. Dovrebbe essere più lungo anche solo per darci modo di invidiare Alice Avallone in maniera ancor più estensiva e virulenta. Perché non so voi, ma io una ragazza che saluta tutti e parte per l’Australia al solo scopo di cullare dei koala non posso che apprezzarla. Tre mesi in una riserva naturale a tirare polpette di topo ai rapaci, a mani nude. Ragni mai visti, diavoletti della Tasmania iperattivi e dingo che si rotolano al sole. E ci sono anche mille notizie super istruttive. Per dire, io non lo sapevo che il koala ha il pene biforcuto. E non sapevo nemmeno che se un poliziotto australiano vi sorprende con un koala in braccio può pure arrestarvi. I koala li potete coccolare solo nelle riserve del Queensland… e ogni koala non può essere aggeggiato per più di mezz’ora al giorno. Ma è inutile che vi racconti tutto, leggetevi piuttosto I dolori della giovane koala keeper – eccovi la scheda sul sito di Zandegùe la graziosa intervista tegaminica ad Alice. In fondo trovate anche delle foto… Alice me ne ha mandate 127, e io ve ne faccio vedere un po’ (se non vi bastano, però, fatevi un giro anche qui).

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Per comodità, potremmo dire che è cominciato tutto da un koala di nome Ralph. Perché proprio un koala, con tutte le bestiole che ci sono al mondo?

Mi affascinava l’idea di un animale così pacifico. Chiaramente prima di partire mi avevano spiegato che non si trattava di un gran coccolone. Ha una cassa toracica molto piccola, e questo lo fa sentire indifeso se si cerca di abbracciarlo. Ma ecco, ero pronta a rispettare la sua naturale dignità. Può essere stato anche un pizzico di invidia: come non esserlo davanti ad un animale che dorme venti ore al giorno, e le restanti quattro le passa a mangiare? Infine, c’è un dettaglio che nessuno conosce, ma che mi ha conquistata definitivamente, ovvero il fatto che i koala sono gli unici – oltre ai primati, ovviamente – ad avere le impronte digitali, identiche alle nostre. Non potete distinguerle nemmeno sotto un microscopio. Non è forse un essere eccezionale?

“Gente, vado per tre mesi in Australia… a fare la keeper in una riserva naturale, animali, piante e quella roba lì. Metto l’out-of-office, va bene? E non contatemi per l’aperitivo, ne parliamo quando torno”. Ecco, non è proprio un annuncio da tutti i giorni. Com’è che l’hanno presa gli altri?

Chi mi conosce è abituato a queste stravaganze, soprattutto il mio ragazzo. Mia mamma e mia sorella odiano i koala, li trovano flemmatici e inutilmente pigri, ma hanno accettato in silenzio. La grande curiosità era più che altro intorno al lavoro in sè: che cosa fa esattamente la koala keeper? In soldoni, consiste nel fare da baby sitter a questi marsupiali, rispettando le loro regole. Per esempio, mai guardarli negli occhi: si stressano. Sono cose che si imparano con l’esperienza e fare la koala keeper è stato più difficile del previsto!

Che diamine hai messo in valigia?

Il kit della giovane koala keeper, quello che dalla riserva mi avevano chiesto di portare: cappellino, crema solare, scarpe comode, macchina fotografica. E poi un lucchetto per il mio armadietto. Mi sono presentata con pantaloni lunghi senza tasche: una sfigata. Per fortuna dopo poche ore mi hanno trasformata in una vera ranger, con maglietta viola di dubbio gusto e quei pantaloncini da caccia e pesca, per intenderci. Un’altra persona.

Hai sminuzzato carne di topo, spalato cacca, dribblato serpenti e nutrito l’ispido echidna. Raccontaci un momento di puro terrore. E poi uno di limpidissima gioia.

C’è un episodio che mi ha davvero segnata, e che racconto anche nel libro. Un giorno mi hanno chiesto di sistemare del fish dentro quattro vasche. Dentro di me, ho pensato: che problema c’è? Non fosse che, una volta aperte le scatole di polistirolo appena scaricate da un camion frigo, ho trovato insidiosi crostacei australiani sguscianti, gli yabbies. In una manciata di secondi hanno iniziato a scappare ovunque per la stanza, con questi orrendi baffi e queste chele durissime. Santo cielo. Io avevo in mano una di quelle pinze da cucina, e dovevo tirarli su uno per uno, e sistemarli dentro le vasche, dal più piccolo al più grande. Già, perchè mi è stato detto che se non li avessi divisi per bene, si sarebbero mangiati tra loro. Che terrore. Passiamo alla limpidissima gioia: ho avuto il grande privilegio di vedere un piccolo di koala uscire dal marsupio della mamma e vedere per la prima volta la luce del sole. I suoi occhi, così vispi e stupiti, non li posso dimenticare.

Ma i koala, che tipi sono?

La verità è che sono dei cafoni. E non scherzo. Forse avevano ragione mia mamma e mia sorella. In riserva gli portavamo tre volte al giorno foglie di eucalipto fresche. Si svegliavano in un attimo al fruscio dei rami. Mangiavano guardandoti con aria di estrema sufficienza, come se tu avessi fatto solo il tuo dovere, e si riaddormentavano poco dopo. Quando entravamo nelle loro zone a pulire la loro cacca, loro te ne facevano tanta altra sulla testa. E poi questa cosa che, con la scusa della cassa toracica, non puoi prenderli in braccio, è assurdo. Infine, puzzano tantissimo: non è una leggenda metropolitana.

E il wombat? Avevo tutta un’idea romantica, del rubicondo wombat… e poi hai devastato ogni mia certezza.

Che forza il wombat! Sembra goffo e pacifico, ma corre velocissimo e morde così forte da staccarti quasi una mano. Era tra i pochissimi animali ai quali non potevamo avvicinarsi senza un keeper profesionista. C’è una curiosità legata a loro. Ogni mattina gli lanciavamo dentro il recinto un grande orsacchiotto per bambini e giocavano tra loro come se fossero all’asilo, senza minimamente danneggiarlo. Hanno un loro lato tenero in realtà, per lo meno più tenero di quello dei koala.

Come fai, adesso che non ci sono più dingo da portare a spasso?

Porto a spasso i miei due bassotti neri, Amalia e Antonio. Come tutti i bassotti, hanno un temperamento terribilmente autoritario. Quasi rimpiango i miei tre dingo.

Intanto che siamo in vena di rimembranze, ci fai vedere la tua foto del cuore? E magari ci racconti anche perché, così diventa anche la nostra foto preferita?


Ecco la foto del cuore. Non so se potrà diventare anche la vostra preferita, ma sicuramente è la mia. Erano passate già tre settimane in riserva: nessun contatto esterno, internet giusto per vedere velocemente le mail e salutare su Skype, lontana un’ora di bus dal primo vero centro abitato. Ero letteralmente fuori dal mondo. Una mattina stavo rassettando una gabbia di un dingo, quando sento parlare per la prima volta italiano, dopo quasi un mese. Ho salutato questa coppia di signori con un Buongiorno. Era molto presto, e loro erano i primi visitatori della giornata. Stupiti anche loro, iniziano a farmi domande, chiedermi che cosa stavamo facendo, e così via. Prima di andarsene e continuare la passeggiata, la signora mi chiede: ma come ti chiami? Ho risposto, e lei ha proseguito con suo marito per il sentiero. Dopo pochi minuti, torna da me, con una copia di Glamour di gennaio in mano e mi dice: ma tu allora sei l’Alice di questo giornale. E lo apre fino alla pagina di un articolo che avevano fatto su di me. La mia compagna di lavoro, australiana, è scoppiata a ridere. Fino a quel momento mi aveva visto arruffata, goffa, puzzolente, piena di cacca fino alle caviglie e ora mi scopre su un tacco 12 e truccata come una vamp! Allora, potete capire il mio profondo imbarazzo, ma anche la mia grande felicità. Mi ha raccontato che aspettavano il loro aereo a Milano, e hanno comprato il giornale per ingannare l’attesa. Hanno letto la mia storia, e hanno deciso di raggiungere la riserva per venire a conoscermi. Per me. Ero così entusiasta. Questa è la foto che ci ha fatto il marito di lei. E’ davvero la mia foto del cuore: due estranei che prendono e vengono a trovarti dall’altra parte del mondo. Da quel giorno ci sentiamo spesso, e spero di andarli a trovare presto qui in Italia.

Progetti dell’era post-Ralph. Che stai combinando? E soprattutto, ci tornerai?

Certo che ci tornerò: la prossima meta è il South Australia, partendo da Adelaide. Intanto, oltre al mio lavoro ordinario, sto portando avanti due progetti. Uno a ampio respiro – http://www.wowanderlust.it – dove raccolgo storie di viaggiatori nel mondo come me; e uno a livello locale, per la mia città di Asti – http://www.toju.it – dove cerco di portare la mia esperienza con Nuok anche nella mia provincia. Sono entrambi progetti di storytelling legati a luoghi su una mappa, e che sto cercando di portare avanti anche come una vera e propria palestra di idee, per sperimentare le possibilità comunicative sul web.

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Alice Avallone per Open SevenDays ed.
Alice Avallone per Open SevenDays ed.
Alice Avallone per Open SevenDays ed.
Alice Avallone per Open SevenDays ed.
Alice Avallone per Open SevenDays ed.

Come tutte le creature della mitologia più sanguinaria, MADRE è difficile da fotografare. Elusiva, fulminea e pericolosissima, appare fugacemente all’orizzonte per poi dissolversi in una pioggia di lapilli e piccole distruzioni. Temuta dai saggi e più volte affrontata – senza successo – dagli eroi, MADRE può tutto. Fu MADRE a forgiare l’Unico Anello, fu MADRE a mettere il nome di Harry Potter nel Calice di Fuoco. MADRE inventò il flusso canalizzatore, spinse Anna Karenina sotto il treno e confezionò le adorabili tunichine degli Ewok. A MADRE dobbiamo la distruzione del T1000 – umiliato sui cento metri -, la cacciata di Predator, l’annientamento sistematico di Alien – Ripley arrivava quando ormai le creature erano tramortite dai manrovesci di MADRE -, l’interpretazione della stele di Rosetta e anche la rivincita delle bionde. Fu MADRE a tirare fuori Neo dalla brodaglia rosa dell’ignoranza e a spiegargli come si arrotolano i cucchiai. Sull’impero di MADRE non tramonta mai il sole, anche perchè Ra le deve un favore. E se è vero che spazzò via i dinosauri, MADRE si fece perdonare contribuendo al progresso dell’universo: una mattina, decise di assemblare il primo reattore a curvatura.
Tanto potente quanto modesta, MADRE non ammetterebbe mai nulla di tutto ciò. Al massimo vi direbbe che quand’era all’università e c’era sciopero dei mezzi si faceva a piedi il tragitto Milano-Monza, e ritorno. Cercherebbe di farvi capire come si gioca a hockey sul cemento, coi pattini vecchi con due rotelle davanti e due dietro, senza ginocchiere, senza gomitiere, senza i denti davanti. Penzolerebbe dal piolo più alto del quadro svedese mentre impasta la frolla senza usare il burro – perchè non c’è bisogno di burro per tenere insieme una torta, quando i pugni sono quelli di MADRE, pugni che hanno lasciato lividi sugli zigomi pelosi di Chuck Norris.
Bene.
Perdonate l’accumulazione di fatti leggendari, ma la premessa era doverosa, se davvero vogliamo tentare di comprendere che cosa sta succedendo nell’inestimabile documento che sto per condividere col cosmo. Perchè questo è un raro ritratto di MADRE, impegnata ad assaltare la natura, un ramo alla volta.

Quello è un albero d’amarene. Quello dietro è il campo dove girarono la Freccia nera nel 1968. Quella che c’è appena sotto l’albero di amarene è una specie di scarpata. MADRE, d’estate, s’arrampica sull’albero di amarene e le raccoglie – tutte quante, fino in cima – per farci la marmellata. Perchè la scarpata è un dettaglio. La marmellata d’amarene è più importante di qualsiasi dirupo sassoso.
Quel che MADRE sta facendo, con dieci gradi sottozero e nessun tipo d’utensile, è la pulizia preventiva dell’albero d’amarene. Eliminare i rami secchi è molto utile: rende l’albero più comprensibile e solido, migliorandone di molto la struttura in vista della bella stagione. Meno rami secchi, arrampicate più agevoli, più amarene raggiungibili, più marmellata.
MADRE agisce ogni estate su tre alberi d’amarena, un melo, un pero, una siepe di more lunga venticinque metri, un ciliegio, due noci, un melograno, una pianta di fico e una pianta di prugne.
Non è una donna, è un’industria per la trasformazione della frutta.
E nessuno può fermarla.

Dopo il glorioso debutto in sella al morbido alpaca sputacchione, nell’attesissima seconda puntata della rubrica “Gli animali ti guardano” ci occuperemo – con la consueta perizia e accuratezza etologica – dell’elusivo e voluminoso narvalo… una bestia che, al contrario dell’unicorno, non ha avuto la buona creanza di rimanere entro i confini della mitologia.

narvalo

Il monodon monoceros – unico cetaceo dal nome ragionevolmente associabile all’espressione gotta catch’em all – popola le deprimenti, scure e gelide acque nelle vicinanze del Polo Nord e può raggiungere i cinque metri di lunghezza, zanna esclusa. La conformazione conica, la quasi totale assenza di pinne dorsali e lo scarso sviluppo delle pinne natatorie contribuiscono a far somigliare il narvalo a un gigantesco kebab galleggiante.
Ben poco si sa sulle attitudini romantiche del narvalo. Le femmine danno alla luce ogni anno uno o due piccoli, che alla nascita sono già dei silurotti di un metro e mezzo. Ci piace pensare che il corno spunti qualche tempo dopo il parto. Nonostante il loro aspetto poco ergonomico e letale, i narvali sono creature pacifiche e socievoli, fanatiche del feng-shui. La nobile disciplina orientale è infatti l’unico mezzo a disposizione di questi malinconici mammiferi del mare per vivere in branchi di anche centinaia di esemplari senza trucidarsi e impalarsi a vicenda ad ogni cambio di direzione. La qualità che i narvali più apprezzano nei propri simili è la prevedibilità.
Nell’alimentazione, il narvalo può essere equiparato a un qualunque burinazzo umano, arricchitosi torbidamente e in modo spropositato con qualche volgare attività. Il cetaceo, infatti, si nutre essenzialmente di pregiate seppie, calamari giganti ed esosi crostacei.
Per affossare in modo definitivo la propria reputazione, molti studiosi hanno a lungo dibattuto sulla funzione del benedetto corno del narvalo, finendo per morire in disgrazia senza mai essere giunti a una conclusione plausibile. Si pensava che il corno servisse nella caccia, per infilzare altri ignari abitanti dell’idrosfera, ma il narvalo è un nuotatore flemmatico e sonnacchioso, poco incline agli inseguimenti subacquei e palesemente non adatto a trafiggere la preda in velocità – l’avere una pessima mira è infatti la seconda qualità che i narvali più apprezzano nei propri simili e gli esemplari più saggi e amati del branco si dedicano con grande impegno a massacranti allenamenti, allo scopo di peggiorare le proprie capacità di impalare con precisione.
Secondo una teoria forse elaborata da un qualche cavaliere particolarmente attaccato alla propria Durlindana o dal Consiglio Mondiale dei Maestri Jedi,  il corno del narvalo fungerebbe da arma di difesa, in uno scenario moschettieristico cappa e spada. Anche questa teoria è però miseramente naufragata di fronte alla remissiva personalità del narvalo, un cetaceo emo, che sembra attendere di perire di morte violenta con la stessa serena indole dei martiri del primo cristianesimo, porgendo l’altra guancia e scoprendo il costato alle accuminate lance degli aggressori. Non c’è dunque da stupirsi che orche marine, orsi polari ed eschimesi si dedichino con indicibile spasso alla caccia del narvalo. Se ben ci pensiamo, infatti, il narvalo è l’animale perfetto su cui costruire un mirabolante racconto di caccia. Apparentemente mostruoso e arcigno, ma in realtà meno pericoloso di uno scolapasta, il narvalo è facile da uccidere e da morto fa più paura che da vivo. Dunque, chiunque ammazzi un narvalo potrebbe attribuire al gesto connotazioni leggendarie, vantandosi in lungo e in largo al bar davanti a un pubblico ansioso di  essere sommerso di fandonie.
Ma torniamo all’angosciosa diatriba della zanna. Giunge in aiuto, in questa disperata quanto sterile ricerca del significato funzionale del corno del narvalo, un fatto molto semplice: solo gli esemplari maschi sono zavorrati dalla ridicola escrescenza. Di conseguenza, si potrebbe pensare che il corno sia un qualche tipo di richiamo erotico, come accade per cervi, stambecchi, caproni e il resto della cornuta fauna terrestre, che si prende a capocciate per impressionare il gentil sesso. Il narvalo, così come moltre altre specie animali, fa quindi  della propria prorompente escrescenza ossea un mezzo di richiamo per la femmina, che si dirigerà baldanzosa dal narvalo col corno più lungo. Avvallando quest’ultima ipotesi, gli etologi di ogni latitudine sono finalmente giunti, dopo un tortuoso percorso fatto di osservazioni empiriche, coraggiose ipotesi e cocenti smentite, alla scoperta dell’acqua calda.

In conclusione –  e come si può ben osservare nell’eloquente documento fotografico -, il narvalo è un autentico eroe tragico, che lotta strenuamente per far emergere la propria vera personalità: incapace di infliggere crudeltà al prossimo, viene dall’uomo investito del ruolo di giustiziere di animali adorabili, in un trionfo di incomprensione, superficialità ed esecrabile violenza gratuita.
La triste verità è che il narvalo è un mammifero marino tragicamente frainteso.