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La casa dei delfini di Audrey Schulman – in libreria per E/O con la traduzione di Silvia Montisè la rielaborazione romanzata di una vicenda reale… una di quelle cose che tenderemmo a bollare con l’etichetta STRANGER THAN FICTION.
Nel 1965, la NASA finanziò un progetto di ricerca che aveva l’obiettivo di misurare le capacità linguistiche dei delfini. In un’epoca in cui ancora poco si conosceva del funzionamento del cervello (che fosse il nostro o quello dei mammiferi ritenuti spannometricamente “intelligenti”) e in cui la disinvoltura sperimentale consentiva pratiche che oggi riteremmo estreme o poco etiche, una donna traslocò insieme a un delfino di nome Peter in una sorta di casa-acquario, allo scopo di insegnarli a parlare come già era stato tentato con i grandi primati o con gli uccelli.
Sarà stato l’LSD o sarà stata un’erronea valutazione iniziale del potenziale fisico-emotivo di un rapporto quasi simbiotico tra un’umana e un delfino, ma non finì benissimo… se vi va di approfondire, vi rimando a uno dei tanti pezzi che hanno ricostruito la storia di Margaret Howe e Peter – con la consueta enfasi sensazionalistica sui risvolti più pruriginosi.

La vicenda reale viene ripercorsa da Schulman nelle sue tappe sperimentali, mettendo però in campo personaggi fittizi. La protagonista, Cora, è un liberissimo calco della Margaret originaria, con una sfumatura significativa in più. Un esperimento che mira a far vocalizzare i delfini e a farli “parlare” nella maniera più umana possibile viene affidato – in maniera piuttosto accidentale – a una ragazza quasi completamente sorda. Cora perde l’udito da piccola, dopo un’otite. Nuotando con i quattro delfini del centro di ricerca si rende conto di riuscire a percepire meglio il paesaggio sonoro subacqueo di quello degli ambienti umani “asciutti”, spesso cacofonici o irriguardosi rispetto alle sue necessità. Se con le persone è complesso relazionarsi – e il fatto che lei non senta bene la declassa spesso, agli occhi altrui, a intellettualmente menomata -, nei delfini trova un universo in cui è in grado di comunicare utilizzando uno spettro ampio di interpretazione dei comportamenti e di un linguaggio fatto di suoni ricchissimi. Tratta i delfini come creature con una personalità definita e non come mere cavie a cui trapanare il cranio, insomma. Verrà capita? Non quando sarebbe più servito, nostro malgrado.

Il romanzo segue col puntiglio di una cronaca scientifica il percorso di avvicinamento di Cora ai delfini e la quotidianità del centro di ricerca. Outsider nel mondo “esterno” così come nel contesto della laguna, la parabola di Cora è anche – se non soprattutto – una riflessione sul potere. I delfini sono in balia quanto la loro alleata umana dei tre docenti a capo del progetto e non c’è istante in cui Cora si conceda di abbassare la guardia. È una ragazza che si avventura in un territorio dove la sua presenza non è prevista, concepibile o auspicata. Per spuntarla dovrà vedere quello che gli uomini non vedono – cercando pure di farsi guardare dagli uomini il meno possibile -, dimostrando molto più di quanto mai verrà richiesto a un ricercatore “canonico”.

Come possiamo sperare di capirci – che si tratti di una relazione tra esseri umani o tra umani e animali – se non ci mettiamo mai in discussione? A cosa si riduce la comunicazione, se una parte si rifiuta di mettersi in ascolto ma si aspetta soltanto che ci si uniformi a uno standard arbitrario dettato da chi ha il coltello dalla parte del manico? Come si misura l’intelligenza? Sia da Cora – cavia fra le cavie – che dai delfini ci si aspetta un docile allineamento a un’idea di intelligenza che ha più punti in comune con l’ammaestramento che con un’architettura complessa di pensiero. E non c’è da stupirsene: pensare tende a sposarsi bene con la ricerca della libertà – il peggior risultato sperimentale possibile.

 

 

Che belle queste robe a cadenza settimanale che poi faccio un po’ quando capita. Che organizzazione, signora mia. Pugno di ferro. Disciplina. Un calendario editoriale fra i più coriacei dell’internet!
Tralasciando le mie difficoltà esistenziali e pianificatorie, però, i desideri non ci abbandonano. Anzi, si moltiplicano e ci assistono. Che cosa sto bramando ultimamente? Ecco qua un po’ di cose.

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Sto entrando prepotentemente in modalità-sandali e/o scarpe pazze per l’estate. Meglio se prodotte da calzaturifici storici della Riviera del Brenta, perché “questo è il luogo dove i maestri delle botteghe artigiane hanno creato le scarpe per Dogi e Principesse” – recita il CHI SIAMO di Pas de Rouge. Dogi e principesse! E pure noi, adesso. La collezione estiva sembra un incrocio fra le scarpe delle guerriere Sailor e una specie di sogno pastelloso pieno di bottoncini e stringhine. Amo tutto e voglio approfondire.

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Orbene, due designer newyorkesi – Jesse Reed e Hamish Smyth – hanno fondato nel 2014 un marchio editoriale indipendente con uno scopo ben preciso: archiviare e conservare pietre miliari della storia del design in modo da poterle rendere disponibili alle generazioni future. Standards Manual propone, dunque, ristampe di manuali grafici di particolare rilevanza e raccolte tematiche che esplorano una specifica corrente estetico-funzionale. Sono libri assurdi, super curati e fascinosissimi. E il NASA Graphics Standards Manual del 1975 mi fa iperventilare copiosamente.
Cioè.

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Ho deciso che il minimalismo non fa per me. Datemi dunque vestitini gonfi, maniche arroganti, gonne voluminose e arricciamenti boriosi di stoffe. Insomma, datemi un po’ tutto quello che c’è sul sito di Le’One.

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Non si sa per quale ragione, ma Lavazza ha deciso di dedicare un’edizione limitata delle sue macchine del caffè Jolie Plus a Star Wars. Ma non solo a Star Wars così, in generale, al Primo Ordine proprio. Il risultato è una macchina del caffè che non credo faccia niente di più di una Jolie Plus normale… ma che di sicuro starebbe bene sul ponte di comando di un sano Star Destroyer.

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Quando ci siamo conosciuti, Amore del Cuore aveva l’abitudine di scarrozzarmi in giro a bordo della MINI decappottabile che condivideva con sua sorella. L’Alice, ai tempi, ha dovuto fare a meno della sua automobile per numerosi weekend – perdonami, Alice! -, perché Amore del Cuore mi portava continuamente al mare, facendomi ascoltare Rino Gaetano a palla e scappottando ogni volta che il clima lo consentiva. Credo sia da lì che è nata l’ambizione di imparare a mettermi dei foulard in testa come una vera signora.

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Il Disney Store mi ha regalato un Funko Pop e sento di volermi abbandonare a un collezionismo sfrenato. Non so perché quei cosini siano così amabili e nemmeno mi capacito del grado di estensione della gamma dei giocattoli disponibili, ma non importa. Prima o poi dovrò cominciare – ma magari non precisamente dalla Diva Plavalaguna, che ormai è introvabile e costa tipo 90 IUROS. Qualcuno è vittima di un pesante invasamento per questi aggeggi? Come ci si comporta? Che devo fare? Quanti ne avete? Pensate di poterne uscire, prima o poi? Perdiamo il senno insieme.

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Avrò desiderato a sufficienza?
Giammai!
Alla prossima puntata – che non so quando capiterà, ma capiterà.
Giuro.

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Qualche mese fa, ci siamo tutti presi molto bene con lo spazio. C’era Samantha Cristoforetti in orbita, c’era Fazio che la intervistava con domande stupidissime ogni venti minuti e c’era lei, idola incontrastata, che postava forsennatamente foto dalla stazione spaziale. Nel 95% del casi, aveva in mano la Guida galattica per gli autostoppisti, manovrava attrezzature del tutto incomprensibili ai comuni mortali, leggeva filastrocche di Rodari, calcolava a mente l’orbita di Nettuno o indossava un’uniforme di Star Trek. Non so voi, ma io la amo.

Quando Samantha Cristoforetti è tornata sulla Terra, però, il nostro entusiasmo per l’esplorazione dell’universo si è un pochino ammosciato. Eh, signora mia, con tutti i problemi che abbiamo in Italia. Ah, Renzi vuole metterci il canone RAI in bolletta. A Roma c’è l’asfalto pieno di buche. D’autunno bisogna vestirsi a cipolla. La verità, però, è che lo spazio continua ad essere incredibilmente interessante.  Va bene, sulla Luna non ci andiamo da un pezzo e chissà se – Matt Damon a parte – arriveremo mai su Marte, ma stanno comunque capitando faccende spettacolari. E la NASA non ha alcuna intenzione di mollarci. Anzi, è qui per raccontarci tutto con un insospettabile senso dell’umorismo.
Non tutti sanno, ad esempio, che il glorioso ente spaziale americano gestisce qualcosa come un centinaio di profili social. Volevo contarli, ma mi sono rotta le balle dopo i primi 24. Sono tanti, sono ovunque. Ogni missione, ambito di studi, astronauta o centro di ricerca è attivo su un canale dedicato. Twitter è obbligatorio per tutti, ma parecchie divisioni si divertono follemente anche su Facebook, Instagram, YouTube, Flickr e Vine, con risultati spesso adorabili o – alla peggio – super istruttivi e affascinanti.
Visto che orientarsi non è sempre immediato – e che, francamente, non so quanto vi garbino i pipponi di astrofisica applicata – mi sono permessa di spulciare un po’. E ho scoperto che c’è tantissima roba che possiamo seguire anche noi, senza che ci esploda il cervello. Non siamo mai stati abbastanza bravi in matematica per fare gli astronauti, ma i film di fantascienza e i tweet della NASA possiamo sempre goderceli, maledizione.
Che c’è sul menu?  

Asteroid Watch

Temete per la vostra incolumità o non vedete l’ora che Bruce Willis salvi il mondo con una trivella petrolifera? Molto bene, c’è Asteroid Watch – il profilo Twitter che informa i terrestri – con ragionevole anticipo – del passaggio più o meno ravvicinato di sassi e asteroidi, specificando il grado di minaccia per il nostro pianeta e smentendo (con doverosa sicumera) ogni genere di fandonia catastrofista. Utilissimo e rassicurante.  

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Mars Curiosity

Curiosity passeggia su Marte dal 5 agosto 2012. Più grande e “sofisticato” dei cuginetti Spirit e Opportunity, Curiosity scala montagne, scava buche, sminuzza rocce, analizza composti inorganici, fotografa formazioni geologiche e manda cartoline.

Curiosity, a quanto pare, è anche un grande fan di Star Wars – “Carbonite encased Han Solo, but carbonates didn’t trap enough atmosphere to account for ending Mars’ warm/wet era” – e del primo Matrix. Che poi era anche l’unico che valeva la pena guardare.

Nel tentativo – pienamente riuscito, per quanto mi riguarda – di diventare il primo Gianni Morandi a lasciare l’orbita terrestre, Curiosity ha anche cominciato a spararsi dei rispettabilissimi selfie (rispondendo con un pacato video dimostrativo a tutti gli HATERS che non riuscivano a spiegarsi dove diamine fosse il braccio meccanico con sopra la macchina fotografica).

Da un robot geologo col pallino del reportage non potevamo aspettarci nulla di meno. Per chi fosse interessato al rullino completo delle esplorazioni dell’adorabile robot, poi, la NASA aggiorna una pagina specifica con tutti gli scatti raw che Curiosity spedisce a casa al termine di ogni Sol (= giorno marziano). Prima o poi, ne sono certa, ne troveremo uno in cui abbraccia Marte. Tutto intero.

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Mars Rovers

Spirit e Opportunity erano stati costruiti per funzionare sulla superficie di Marte per 90 giorni. Erano atterrati grazie a un folle sistema di cuscini gonfiabili nel gennaio del 2004. Spirit si è arenato nel 2011, senza più dare segni di vita. Opportunity, in barba al buonsenso e ai bookmakers, continua a funzionare e ha da poco festeggiato il traguardo dei 42 chilometri percorsi sulla superficie marziana. La NASA, per l’occasione, ha organizzato una maratona aziendale.

Anche se Spirit e Opportunity rimarranno per sempre i miei rover preferiti, devo ammettere che Curiosity ci sa fare di più. Diciamo che i tweet di Spirit e Opportunity finiscono con [staff], mentre quelli di Curiosity sono tutta roba sua. La cosa veramente stupenda, comunque, è assistere alle conversazioni tra robottini esploratori. Tifano per il trionfo della scienza, danno il benvenuto ai nuovi orbiter e usano anche le GIF.

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Voyager

Il Voyager è pacato perché, di mestiere, fa l’ambasciatore. È stato lanciato nel 1977 e, al momento, è l’aggeggio umano più avventuroso dell’universo. In realtà, la missione Voyager comprendeva due navicelle, partite per esplorare il sistema di satelliti di Giove e gli anelli di Saturno. Il Voyager 1, dopo aver portato a termine la sua missione principale, è stato “riprogrammato” per partire alla scoperta dello spazio interstellare, approfittando del magico effetto-fionda dei pianeti giganti che era andato inizialmente a visitare. Il Voyager 1 – cosa mirabile – è equipaggiato con il famoserrimo Golden Record, un disco che racconta la provenienza della navicella e trasporta immagini e suoni del nostro pianeta. Lo scopo del Golden Record – curato da Carl Sagan in persona – è di farci fare bella figura con gli extraterrestri. Se mai accadrà, ne verremo prontamente informati su Twitter. E, per ingannare il tempo, possiamo sempre ascoltarci il Golden Record

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Robonaut

Come ci insegna Sandra Bullock, lo spazio è oscuro e insidioso. Per tenere al sicuro i suoi astronauti e sollevarli dai compiti potenzialmente letali, la NASA ha sviluppato un servizievole robot vagamente antropomorfo e l’ha spedito sulla Stazione Spaziale Internazionale, dove tutti sembrano ormai considerarlo una persona vera. Robonaut, dal canto suo, è un tipo molto diligente. Attende con pazienza gli aggiornamenti del software, si esercita per migliorare coordinazione e destrezza, si sciroppa con grande sportività lezioni chirurgiche di ogni genere e non si offende quando lo trattano come un giocattolo gigante.

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Nasa History

Perché qualcuno dovrà pur darvi una mano a vincere a Trivial Pursuit. Questo account è un vulcano di fatti, ricordi ed eventi memorabili del programma spaziale. Dal lancio del primo satellite canadese (l’hanno chiamato ALOUETTE… Maria, io esco) al compleanno di Luca Parmitano, Nasa History non se ne perde una. Un posto stupendo per i nostalgici, una gioia per i curiosoni e una miniera d’oro per i veri invasati – tipo il mio papà.

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Messenger

Lanciato nel 2004 e giunto a destinazione nel 2011, Messenger è stato il primo velivolo spaziale a orbitare intorno a Mercurio. In tutta franchezza, non ho idea di che cosa abbia scoperto laggiù, ma mi piacerebbe comunque assegnare a questo piccolo e coraggioso eroe l’ambito Premio Lacrime del programma spaziale americano. Dopo dieci anni di onorato servizio, infatti, Messenger è andato in pensione… schiantandosi sulla superficie di Mercurio. Tipo la MIR, no? Non ci servi più, stazione spaziale. Aggiusteremo la tua orbita e ti faremo precipitare senza tante cerimonie. Ecco, la medesima sorte è toccata al povero Messenger. Il problema è che Messenger ha avuto tutto il tempo per rendersene conto. I suoi Tweet di addio sono più tragici dell’inizio di Up. Più struggenti della morte lenta e inesorabile di Hal9000. Ben più devastanti e sbudellosi di Non lasciarmi. Rendiamo onore alla sua memoria.

 

Non ti dimenticheremo, piccolo Messenger. Ci rivedremo… là dove nessun cosino orbitante è mai giunto prima.
E basta. Ho finito. Felice spazio a tutti.

…cioè, speriamo che Alberto Angela legga questa roba. Ti voglio bene, Alberto Angela. Portami con te in una catacomba interstellare! Anche tu, signora Cristoforetti. Vieni a bere una cioccolata con me. Ci scambieremo le magliette dell’Ipnorospo e declameremo poesie Vogon! Guarderemo Alien! Ci lamenteremo di Prometheus! Inventeremo un progetto per lanciare Magalli nello spazio! CUORI A TE, SAMANTHA!
Già. Fangirlare con gli astronauti è possibile.

GRAVITY

Da piccola, per far contento il mio papà, dicevo che mi sarei laureata in ingegneria aerospaziale. Avevo letto da qualche parte che per diventare astronauta bisognava studiare quella roba lì. Ero molto lanciata, sulla storia dell’astronauta. Dopo la prima pagella del liceo scientifico, però, ho capito che non sarebbe andata a finire proprio benissimo, nonostante la mia sincera ed entusiastica fascinazione per lo spazio. Il fatto è che coi miei voti nelle materie d’indirizzo ci si poteva evocare il demonio. 6 in matematica. 6 in scienze. 6 in fisica. E 9 da tutte le altre parti. Per cinque anni. Che uno dice, succede un anno solo, può essere stato un incidente. Macché, cinque anni a far riemergere Satana da un abisso fiammeggiante. Non ne vado fiera, ma è andata così. Solo parecchio tempo dopo il mio papà ha avuto la forza di ammettere l’evidenza: obbligarmi a fare lo scientifico è stato un insulto contro Dio. Non c’è niente di più blasfemo del vedermi seduta lì che cerco di risolvere un integrale. Alla fine sono uscita con 95 lo stesso, dal liceo, ma se potessi tornare indietro e gridare qualcosa alla piccola me di terza media, griderei più o meno un MANDALI A STENDERE E SCAPPA DI CASA. E SFASCIA PURE IL PIANOFORTE.

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Comunque.
Nonostante la mia totale impermeabilità a qualsiasi genere di nozione fisica, adoro le imprese spaziali, voglio un bene dell’anima ai rover che vagano su Marte e, Lost in Space a parte, amo la fantascienza – sia quella fanfarona e sparacchiona che quella più “realistica”. La minuscola me che voleva fare l’astronauta, probabilmente, non si è ancora rassegnata. Ed è dunque con questo spirito (e con le poche informazioni fisico-gravitazionali ricavate da Angry Birds Space… gioco in cui, per altro, sono una pippa) che sono andata a sedermi di fronte a Gravity di Alfonso Cuarón. Con tanto di pop-corn.


da this isn’t happiness

E va bene. Ci sono un mucchio di robe che nello spazio non funzionano come nel film. E se me ne sono accorta io, vuol dire che sono cazzate grosse grosse.
E va bene. Sandra Bullock ad un certo punto si mette a ululare e ad abbaiare come un cane, il che non è proprio una trovata brillantissima, a livello di sceneggiatura e approfondimento del personaggio.
E va bene anche che vederla sopravvivere alla prima pioggia di sfiga-frammenti-orbitanti (in compagnia, per giunta), è già qualcosa di eccessivamente incredibile… figuriamoci poi il resto.
E va anche bene domandarsi come sia possibile che un medico dell’ospedale con sei mesi di addestramento astronautico sia lì che armeggia con Hubble come se fosse il frullatore di casa sua. Per non parlare di quello che riesce a fare dopo.
E anche a me è parso bizzarro che lo Shuttle, la Stazione Spaziale Internazionale e la Stazione Spaziale Cinese fossero lì tutti belli vicini, alla stessa altitudine e serenamente visibili a occhio nudo.
E le traiettorie di rientro? Cioè, è un attimo trasformarsi in orride palle di fuoco. Non si può mica precipitare a casaccio.
E quel qualcosa che non convince-convince quando George Clooney ti piglia al guinzaglio nello spazio e ti tira in giro.
Per non parlare dell’inverosimile sicumera e della totale assenza d’agitazione dell’astronauta Clooney, in modalità rassicurante-gattone-caffé-Illy-in-vena-di-chiacchiere.

Ecco, va bene tutto questo (e pure qualcosa in più). Ma a me Gravity è piaciuto moltissimo lo stesso. Sarà che ho una spiccata attitudine alla sospensione dell’incredulità, sarà che mi sono lasciata rincoglionire dall’aurora boreale, sarà che ad un certo punto ero così in ansia che mi andava bene pure Sandra Bullock rimbambita che ulula, ma mi è proprio sembrato di assistere a un degno spettacolo. Mi è quasi venuto da dire “ecco, è per queste cose qua più giganti della vita e anche del pianeta Terra, che uno decide di andare al cinema, certe volte”. A parte la meraviglia visiva di quel che c’era e il perenne interrogativo del “come diamine avranno fatto a fare questo film” mi sono sentita un po’ un giudice di X-Factor che, con Cuarón sul palco, gli fa “mi hai davvero trasmesso qualcosa, anche se magari potevi dare qualche soldo in più ai tuoi consulenti tecnici della NASA. Però, considerando anche che c’è un personaggio che parla da solo per due ore, non te la sei poi cavata così tanto male. Anzi”. Proprio io, che la storia del “mi hai emozionata” l’ho sempre odiata. Stavo lì a bocca aperta. E ho pure pianto dentro ai pop-corn, in mezzo a uno di quei super-crescendo musicali nel vuoto siderale. Quindi niente, sono uscita dal cinema piena di stupore… e spero che là fuori, parecchi ex-6 stiracchiati in fisica potranno fare dei grandi OOOH e AAAH davanti a questo film senza sentirsi troppo in colpa. Perché è un polpettone spaziale scaldacuore, e tutto quello che si vede è strabiliante… detriti compresi, anche se viaggiano a qualche migliaio di chilometri al secondo e manco per tutti i razzogomiti di Pacific Rim uno si accorgerebbe che stanno passando. Ecco. Azzarderei un chi se ne importa. Godetevi l’orbita geostazionaria. E arrabbiatevi per qualcosa di ben più importante, tipo le invidiabilissime chiappe sode di Sandra Bullock. Quelle sì che sconfiggono anche la più volenterosa delle sospensioni dell’incredulità.

Tegamini qua e Tegamini là! E prima che possiate dire “Tegamini anche basta”, vi informerò di una nuova collaborazione che mi rallegra immensamente e che, per osmosi e umana solidarietà, dovrebbe far saltellare anche voi. Perché da oggi potrete leggere delle Tegaminate anche su Gazduna!
Và che gioia, mi hanno anche fatto un foto-trailer:

Questo felice ritratto – che ha anche il pregio di nascondere le occhiaie – viene dal pratino verde dei TweetAwards 2012, luogo che ha sancito e benedetto l’incontro tra me+borsagallina – qui in veste di agente – e le adorabili fondatrici di Gazduna, che mi hanno pure donato quel magnete lì. Poco tempo dopo, le protettrici dei colibrì hanno segnalato Tegamini tra i blog indispensabili alle vostre esistenze, esortandomi a prendere parte all’ultimo blitz dell’anno. I blitz – momento tutorial – sono gli argomenti mensili di Gazduna, gli allegri contenitori tematici che ospitano, di volta in volta, i contributi dei fortunati postatori di articoli. Ecco, io a quell’ultimo blitz dell’anno non ho fatto in tempo a partecipare… ma poi ho comprato un quaderno per segnarmi le cose da fare e sono finalmente riuscita a saltare sull’allegro carrozzone.

Ecco il blitz di questo mese:

Cari gazduni, con questo Blitz! vi sveleremo alcuni dettagli della biografia del Buon Gaz che vi lasceranno con la boccuccia a O.
Ora, voi dovete sapere che quando gli uomini primitivi, dopo una notte di tempesta, trovarono un legno in modalità “tizzone arroventato” e inizarono a cuocersi costolette di pterodattilo, Gaz c’era. E che dire diquando l’uomo si accorse che le cose tonde corrono in discesa che è una meraviglia e inventò la ruota? Ebbene, Gaz aveva già la sua bicicletta. Si dice poi che all’altro capo del telefono senza fili di Marconi ci fosse un tal MacGaz.

Questi scintillanti e finora misconosciuti accenni biografici servano per rendervi noto che il prossimo argomento sarà: l’invenzione.

Saccheggeremi gli uffici brevetti, ci spremeremo le mengingi assieme ad Etabeta, ci faremo chiamare Genius (soprattutto in intimità), disegneremo macchine volanti che useranno l’Estathe come carburante, saremo un pacchetto di neuroni in preda alla follia creativa.

Ed ecco il mio post:

Il reggipetto di Neil Armstrong
Le tute spaziali della missione Apollo e i loro 21 strati di fashion