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Il multiforme ingegno dell’umanità ha generato, in anni recenti, professioni nuove. Mi sono laureata con la convinzione di dovermi inserire in una granitica struttura aziendale, svolgendo mansioni ben codificate e spiegabili con relativa facilità ai miei parenti. E ci sono stata, in azienda. Per due lunghi scaglioni temporali. Ho iniziato in una casa editrice, al marketing. Poi mi sono spostata e ho militato come copy in un’agenzia digital. Adesso sto a casa mia, spesso in vestaglia, e dedico una considerevole porzione della mia giornata alla produzione (più o meno retribuita) di contenuti che vanno a finire su Instagram, Facebook, Twitter. O sul blog.

La tranquillità di mia MADRE è, da sempre, inversamente proporzionale al grado di solidità del mio contratto. Agli inizi della mia sfavillante carriera, un tempo indeterminato in un mastodontico gruppo editoriale le permetteva di dormire sonni tranquillissimi. Ora che ho aperto la P. IVA – e che un po’ traduco libri e un po’ parlo da sola dentro a un telefono – la vedo decisamente meno riposata.

Per la porzione “WEB” del mio lavoro esiste, in prima istanza, un problema di definizione. “Imprenditrice digitale” va bene se sei la Ferragni o se il tuo matrimonio ha generato l’indotto di un parco a tema in alta stagione. “Blogger” andava bene dieci anni fa. “Influencer” non si può più utilizzare seriamente, è uno di quei termini che può essere impiegato con blanda disinvoltura solo all’interno di una frase sarcastica e/o auto-denigratoria.

Va anche ricordato, però, che la ricezione di un termine dipende anche parecchio dal contesto. Nel nostro contesto, che non brilla per tenerezza e tende anche un po’ alla generalizzazione più spiccia, gli “influencer” sono ritenuti – quasi senza eccezioni – dei pagliacci pieni di soldi che non fanno una mazzafionda dalla mattina alla sera e che lucrano sulle risicatissime capacità critiche di orde di mentecatti che si lascerebbero convincere pure a sostituire lo spazzolino da denti (che utilizzano abitualmente) con lo scopettone del cesso (che utilizzano con altrettanta frequenza).

Scegliamo dunque un’altra parola, visto che avvalersi di “influencer” equivale ormai al tirare un bestemmione in chiesa.
Ebbene, per non farti ridere dietro da grandi e piccini e qualificarti con una certa precisione, se lavori sui social inventando roba che la gente può leggere e guardare, pare vada ancora bene la locuzione “content creator”. Didascalico ma neutro. Senza autocelebrazioni pretenziose. Pulito. Schietto. Funzionale.
Perché queste etichette son tutte in inglese? Non si sa. In italiano fanno ancora più ridere. Cosa fai? Faccio il CREATORE… COME DIO. E torniamo al problema dei moccoli nei luoghi di culto. Teniamoci, quindi, l’anglicismo. E andiamo in pace.

Ma di che si occupa, nel concreto, un essere umano che campa così? Di tante cose, soprattutto se non ha raggiunto una massa critica tale da permettergli di impiegare uno staff di assistenti, manager, truccatori, fotografi, stagisti, guardiani del faro, bambinaie, cocchieri, assaggiatori di pietanze e piastrellisti.
Io, su Instagram, ho quasi 60.000 follower. Se vogliamo stabilire dei termini di paragone, all’interno della catena alimentare delle professioni digital d’avanspettacolo, sono praticamente un cetriolo di mare.

E no, non si tratta di far sfoggio di finta modestia. Conservare un certo senso della realtà è fondamentale, se si vuole procedere con dignità. Se non sai comprendere il contesto in cui sei inserito – il tuo posizionamento, insomma – non sarai capace di valutare le proposte che ti arrivano e nemmeno di operare in maniera efficace e plausibile all’interno del tuo ambiente.

I cetrioli di mare possono diventare maestosi capodogli? Perché no. Ma non è spacciandosi per capodogli quando si è cetrioli di mare che si riuscirà ad accelerare il ritmo del processo evolutivo.

Ma cerchiamo di procedere. Chiaro, l’operatività quotidiana di un CONTENT CREATOR non è fisica nucleare, ma presenta comunque un certo tasso di ingarbugliamenti, dilemmi, scleri, sospiri di sollievo, autentico spasso e moti d’indignazione. Quello che “esce” sui social è, più o meno sempre, solo la puntina di un iceberg di assurdità ed estenuanti processi negoziali che si svolgono sotto la gelida superficie del minaccioso oceano delle digital PR.

Ma è tutto “lavoro”? No. Anzi, dipende. Dipende da come imposti la tua presenza online. Per esempio, io ho cominciato a raccontare delle cose su un blog nel 2010. La mia idea era piuttosto elementare: creare un contenitore dove poter coltivare la mia passione per la scrittura e raccogliere scoperte, ricordi e riflessioni. Il blog era una sorta di diario, un vasto insieme di finestrelle da spalancare sui temi che mi stavano a cuore.

Come molti miei “colleghi” di lungo corso – alcuni assai più lungimiranti di me -, non avevo idea di quello che sarebbe capitato dopo. E che cos’è capitato? Si sono aggiunti i social. Sono spuntati canali e linguaggi nuovi. È diventato possibile ricevere, in maniera crescente, feedback diretti e istantanei, interagire con i lettori/fruitori di contenuti senza particolari barriere, creare poli di aggregazione specializzati, costruire (più o meno accidentalmente) delle community capaci di superare la logica del “seguo solo la gente che conosco nella VITAH VERA o che faceva la mia scuola”.

Le piattaforme digitali si sono ritagliate, pur muovendosi secondo velocità d’adozione e di diffusione diverse, un grande spazio nella composizione della nostra dieta mediatica. E chi si prendeva cura di un diario virtuale (magari su diverse piattaforme, come è pian piano accaduto a me), ad un certo punto si è accorto, in maniera assai misurabile, di non parlare più da solo. Anzi.

Sapere che c’è qualcuno che ti legge o che guarda le tue foto su Instagram modifica il tuo approccio? Credo sia inevitabile, in una certa misura. Esistono facoltà di sociologia che studiano il presente con la speranza di decodificare cosa succede in un contesto dove tutti possono produrre di tutto a beneficio di tutti gli altri. C’è un grado di artificiosità fisiologica, credo. Ma forse “artificiosità” non è il termine corretto. Per me tutta la faccenda somiglia di più a un’assunzione di responsabilità e a una presa di coscienza – rispetto all’esistenza di un filtro tecnico dato dal mezzo e all’esistenza di un pubblico – che a un EVVAI FACCIAMO IL TEATRO ELABORIAMO UNA PERSONALITÀ ALTERNATIVA.

Sapere di essere osservati può produrre mostri? Certo. E la conclusione più semplicistica che potremmo trarre, rispetto a questo stato di cose, è la seguente: MA ALLORA È TUTTO FINTO!1!1111!!1!!
Può essere. Ma anche no.
Il grande evento che, secondo me, ha polarizzato parecchio le cose è, in estrema sintesi, l’apparizione dei soldi. Da posti in cui ci si raccontava i fatti propri e ci si entusiasmava per le stesse cose – ma così, per la gloria – i social sono diventati anche delle nuove “destinazioni” pubblicitarie, oltre a piazze dove trovare contenuti che potevano informare o intrattenere.

E qui torniamo alla grande scelta di approccio. Continuo a fare quel che mi pare, creando un mix di contenuti che comprenda anche collaborazioni commerciali – se sussistono determinate condizioni “di ingaggio” -, o mi strutturo come una pura piattaforma pubblicitaria?

A titolo personalissimo, non credo di essere un buon cartellone pubblicitario regolamentare, per quanto riadattato al canale digitale. E anche in questo caso non si tratta solo di auto-proclamarsi CREATOR retti, genuini e irreprensibili, ma di strutturare un ragionamento che tenga conto dell’impatto sul vivere quotidiano dei contenuti che escono per lavoro (per quanto scelti e prodotti con cura), ma anche dell’efficacia di quello che si vende al cliente (l’entità commerciale che ti propone di lavorare) e del valore che attribuisci alla relazione costruita con la tua community.

Da utente, non storco il naso in automatico di fronte a un post che finisce con #ad. Non parto dal presupposto che, se c’è #ad, la comunicazione sia invariabilmente ingannevole, disonesta, paracula, poco sentita, opportunistica e, alla fine della fiera, non sincera. Vedere un post sponsorizzato “fatto bene” è sempre fonte di curiosità e anche di una discreta speranza per l’avvenire. Come decido se un post sponsorizzato è fatto bene o fatto male? Mi domando quanto somiglia alla persona che l’ha sfornato – per quanto posso conoscerla dalla mia posizione di utente all’interno della community che quella persona ha creato – e lo esamino con attenzione per rilevarne le dimensioni di creatività, ricchezza comunicativa e infomativa, qualità visiva e, grande prova del nove, differenze rispetto a una pubblicità tradizionale o a un messaggio “neutro” affidato, ad esempio, a un testimonial puro.

Non partire prevenuti vuol dire essere scemi? Spero di no. Qualsiasi contenuto in cui ci imbattiamo – che si tratti di una notizia, di un libro che leggiamo, della recensione di un film o di un #ad sui social – richiede l’esercizio di un sano senso critico. Siamo immersi in un sistema complesso di stimoli e gestiamo una massa enorme di informazioni a una gran velocità. È come se la nostra soglia dell’attenzione si fosse al contempo abbassata molto – perché c’è troppa roba da elaborare – e affinata rispetto a un passato anche assai recente – perché abbiamo trovato il modo di “abitare”, pur in maniera lacunosa, questa complessità nuova. Siamo, in sintesi, meno facili da infinocchiare ma anche più esposti, quantitativamente, a un potenziale infinocchiamento, perché il tempo per approfondire quel che vediamo non si è espanso in maniera proporzionale rispetto alla quantità di stimoli che riceviamo.

Che cosa usiamo per non perderci e controllare l’ambiente? Usiamo delle scorciatoie e delle semplificazioni. Lo fanno i creatori di contenuti e lo fanno anche i fruitori di questi contenuti. Chi produce materiale per gli altri ha bisogno di suscitare reazioni, possibilmente positive e partecipi – perché la moneta che abbiamo a disposizione per farci notare e/o ingaggiare da un’azienda è un mix di indicatori numerici che comprendono, tra le altre cose, la quantità e la qualità delle interazioni che riusciamo a generare. Un effetto collaterale di questo bisogno di pungolare il pubblico a reagire sono, tanto per fare un esempio, le domande demenziali alla fine dei post – “E a voi piace essere felici?”. La sensazione, spesso, è quella di girare eternamente in tondo nel medesimo stagno di messaggi elementari e generici. Ci si diluisce per piacere a più persone possibili – e per permettere a più persone possibili di immedesimarsi in noi o nel costrutto aspirazionale che tanti scelgono di proiettare – fino a risultare, di fatto, indistinguibili.

Ma qual è il margine di manovra reale per far uscire contenuti significativi? Dipende. Non tutti i brand – nonostante scelgano di investire dei soldi in campagne di influencer marketing e paghino anche delle agenzie digital affinché queste campagne vengano inventate e gestite nell’operatività – sono effettivamente in grado di capire il mezzo. Dipende tanto anche dai professionisti a cui si affidano. Parecchie agenzie vendono ai clienti progetti con i famigerati influencer senza prima aver “educato” adeguatamente il cliente alle dinamiche di un lavoro di quel tipo. I soldi del cliente fanno comodo, ci mancherebbe, ma un’agenzia decente dovrebbe puntare a vendere progetti efficaci ai brand che segue, mettendo il cliente nelle condizioni di costruire un brief adatto al mezzo e di aiutarlo a leggere i risultati in maniera realistica.

Che succede se il cliente è convinto di potersi muovere sui social come si muove – magari da decenni – in tv o sui cartelloni pubblicitari? Succede che Instagram diventa un canale di televendite. Succede che i content creator non hanno un bel niente da creare, perché il cliente pretende che si reciti a memoria una roba che andrebbe bene per una valletta di Mike Bongiorno, un messaggio così artificiale da risultare identico per tutti, scollegato da chi lo trasmette e, fondamentalmente, inutile.

E come la risolviamo? Facciamo come ci pare e buonanotte? Non proprio. Ogni progetto ha uno scopo preciso, delle informazioni chiave da convogliare, dei tempi e delle indicazioni da seguire in merito ai canali, alla composizione visiva e chi più ne ha più ne metta. Tutta questa roba, tanto per fare la maestrina, viene raccolta ed esplicitata in un BRIEF – che sarebbe già bello ricevere quando ti propongono un lavoro, ma che molto spesso finisci per costruirti tu dopo una devastante operazione di maieutica.

MA ALLORA È KOMUNKUE TUTTO FINTOHH!!!1!!1111!
Il difficile sta proprio qua.
Ovvio, produrre una “bella” foto e scriverci sotto delle cose è un’operazione che richiede tempo ed elucubrazioni. Fa parte del lavoro, ma è solo il pezzettino finale. Le decisioni che devi prendere PRIMA di far uscire un contenuto sono quelle più importanti. Ti devi domandare se ha senso accettare quel lavoro in base a “cosa sei” online. Ti devi domandare quanto ti sarà possibile, date le informazioni di base a tua disposizione, raccontare qualcosa come lo faresti normalmente. Il fatto che qualcuno voglia pagarti implica automaticamente che quello che ti chiedono di sponsorizzare sia favoloso – o che vada sponsorizzato (da te, in particolare)? Non penso.

I lavori che NON si accettano – per ennemila motivi – sono molto più importanti di quelli che si accettano. Ma non perché siamo tutti Naomi Campbell e non ci vogliamo alzare dal letto per meno di 10.000$. È importante che il lavoro – in generale – venga retribuito adeguatamente, ma la valutazione della proposta economica è solo un pezzettino delle variabili da governare. Meglio crepare di fame, perché solo chi crepa di fame è onesto davvero? Quella è un’altra distorsione. L’ambizione che dovremmo coltivare, credo, è essere pagati il giusto per inventare contenuti di cui poter andare fieri. E il primo passo verso questo ambizioso traguardo è valutare bene (e filtrare) le proposte che arrivano.

Ma son comunque contenuti che escono dopo una “sollecitazione”, non sei comunque spontanea!!1111! Parlando di quello che si fa quotidianamente – come nel mio caso -, capita spessissimo di raccontare “gratis” tantissime cose. Segnalazioni di posti, negozi, mostre, giri, mete, cibo, beveraggi, ristoranti, libri, giocattoli, rossetti, coppa, salami, tazzine del caffè, deltaplani, spade laser, ROBA. La cura che ci vuole (e il tempo che si impiega) per farlo non è trascurabile. Ogni tassellino contribuisce ad esplicitare una certa attitudine narrativa, estetica, valoriale. Lo fai perché ti diverti e perché, come essere umano, insegui quello che ti incuriosisce e ti va di parlare di quello che ami. Puoi scoprire qualcosa lungo la strada? Credo di sì. Puoi scoprirlo per conto tuo – “oh, ho letto su giornale che c’è una mostra nuova al Supermuseodelcuore!” – o puoi scoprirlo perché te lo dice un ufficio stampa – “Ciao, Francesca. Vorremmo invitarti all’inaugurazione della nuova mostra al Supermuseodelcuore”. La mostra al Supermuseodelcuore ti interessa? Sì? Perfetto. Andando all’inaugurazione non demolirai la legittimità del tuo interesse, credo. Coglierai l’opportunità di poterla raccontare meglio? È probabile. Perché le condizioni di accesso saranno “migliori” – magari avrai una guida a disposizione, tutta per te. E potrai convogliare la ricchezza di quello che ti viene presentato al tuo pubblico, creando un ponte.

Verranno sempre fuori meraviglie? Sarai sempre protetta da una coerenza adamantina? Ma magari. La tua percezione non è del tutto sovrapponibile a quella degli altri. Un contenuto che a te sembrava perfettamente sensato potrebbe essere accolto con meno entusiasmo rispetto a un contenuto che racconta un’impresa che ti sembrava più lontana dalla tua benedetta confort zone. È la fine del mondo? Macché. Può diventare utile. Può essere l’inizio di una conversazione e di una riflessione. Che senso ha buttar fuori un fantastiliardo di post se poi non te ne prendi cura e se non impari niente da quello che puoi osservare – sia a livello di dati che di chiacchiere?

 

Le chiacchiere sono di un’importanza capitale. Sia quelle che si vedono – le interazioni pubbliche, come possono essere i commenti a un post – che quelle che non si vedono – i DM che ti arrivano, per esempio. Si apprende moltissimo, si misura il famigerato SENTIMENT di un contenuto, ci si conosce – almeno un po’. L’asimmetria te/pubblico è un altro fattore strutturale. Ma non perché te la tiri e non hai voglia di star lì a parlare con @fragoletta_di_bosco_79. L’asimmetria esiste perché tu sei un’entità singola e, di contro, esistono 60 mila fragolette di bosco. L’asimmetria è anche accentuata dall’illusione della vicinanza. Una persona che ti vede tutti i giorni in vestaglia mentre racconti delle cose stabilisce con te un legame stretto, che tu non puoi ricambiare con la medesima intensità.

Possono esserci effetti collaterali. Anche paradossali. È un po’ come se chi produce contenuti venisse percepito, gradualmente, un po’ meno come una persona e un po’ più come un servizio. O uno spettacolo. O Google. Rendersene conto è bizzarro. Riesco fare (anche) questo lavoro perché posso contare sul sostegno di tante persone che mi ascoltano con pazienza e si interessano a quello che scopro e mi va di condividere. Mi sento sempre in debito con chi legge, ascolta, commenta, guarda, interagisce. E tratto chi mi sostiene con tutta la sollecitudine possibile, senza particolari sacrifici – se mi scatenasse una fatica soverchiante non lo farei di certo. Ma c’è anche un confine da tracciare. Mi sembra legittimo, di tanto in tanto, far notare che chiedermi dov’è che si può parcheggiare nei pressi del Piccolo Teatro non è un’informazione che ha senso cercare di ottenere da me. Così come mi sembra legittimo sgranare gli occhi di fronte a uno sconosciuto che ti scrive “senti la mia fidanzata compie gli anni domani puoi venire a Stocazzago Di Sotto che così facciamo l’aperitivo insieme le farebbe proprio molto piacere”. True story.

Sono casi limite e sono anche rari – in proporzione, ma ci sono. È colpa di qualcuno? Non è facile stabilirlo. La realtà, secondo me, è che non sappiamo ancora molto bene come gestire tutta questa roba. Ma da entrambi i lati della relazione. La comunicazione è talmente diretta e accessibile da prevedere un legittimo abbattimento dei convenevoli, ma mi pare anche importante rimarcare l’ovvio. Non è che perché posso parlare con qualcuno ho anche il diritto di dirgli quel che mi pare. Si sente anche molto spesso questa stupidaggine conclamata: “eh, ma scusa, stai online, ti esponi, ti devi beccare quello che arriva”. La situazione ottimale è ben lontana da questa convinzione, secondo me. Sto lì perché voglio interagire, chiaramente. Ma lo star lì non autorizza nessuno – in nessun caso – ad elargire sgradevolezze gratuite.

Che vogliamo, solo gente che ci dice che abbiamo ragione? O solo interazioni stereotipate da gruppo Telegram di scambio-commenti? CHE TOP TESORO SEI BELLISSIMA WOW DA PROVARE FANTASTICO BELLA CHE BELLO SUPER. Magari no. Ma è un lavoro ad alto tasso di coinvolgimento personale e presenta delle delicatezze non trascurabili. Mi sembra che non ci si pensi o che non venga molto percepito. Cavolo, siamo ancora qua a dover scrivere delle lenzuolate per provare a spiegare che non tutti stanno su Instagram solo per vendere il tè dimagrante. Come in tutti gli ambiti professionali, ci sono i cani, gli opportunisti e i truffatori dichiarati… ma ci sono quelli che se la cavano con dignità – se non proprio bene. Come si organizzano gli altri? Come gestiscono l’operatività quotidiana? Si fanno pure loro tutti questi patemi? Non lo so.

È il caso di piangersi addosso? Ma figuriamoci. I vantaggi sono VASTI, ma l’equilibrio è fragile. Se penso a quanto mi viene pagato un lavoro su Instagram in confronto a quanto mi viene pagata una traduzione mi sento male. E il fatto che ci siano davvero dei benefit materiali molto spiccati è pericoloso. Perché ti ritrovi per le mani un’esternalità positiva che non avevi in nessun modo previsto. È un po’ come se, per ammazzare il tempo, ti fossi messa lì ad appoggiare dei mattoncini uno sopra l’altro. Così, uno ogni tanto. Ma senza chissà quali ambizioni o strategie. E poi, dieci anni dopo, tiri su gli occhi e ti accorgi di aver costruito una casa. E ti si riempie la posta di gente che vuole arredartela gratis. O che, anzi, ti vuole pagare per arredartela.

Ci vuole un attimo a rincoglionirsi completamente. O a credere che tutto quello che c’è di bello ti sia dovuto. E, anche qui, non si tratta di fare la ragazza semplice o la miracolata. Si tratta di imparare a navigare, al meglio delle tue possibilità, in una specie di oceano che ha ancora bisogno di essere estensivamente mappato, perché prima non c’era. C’erano solo degli stagni molto piccoli. O delle pozzanghere. E la consapevolezza più importante da coltivare, secondo me, è l’instabilità dell’impresa. Basta scegliere male un lavoro per ritrovarsi mediamente crocifissi in multipiattaforma. Quel che si sottovaluta è l’equivalente – diventato personale – del rischio d’impresa. La faccia è tua.

Non sarò mai equipaggiata, forse, per inanellare con la massima disinvoltura un #ad dopo l’altro. Chi lo fa è un filibustiere senza scrupoli? Che ne so. Magari è più sveglio di me. Tira su quarte pareti che rendono tutto molto più luccicante e misterioso. Non tutti quelli che ammassano un grande seguito e fanno cose favolose sono dei bastardi. E non tutti quelli che partono minuscoli e poi trovano il modo di farsi ascoltare da folle oceaniche vanno biasimati e devono diventare oggetto di quel risentimento che di solito si riservava alle band indie che a un certo punto firmavano con una major, dopo aver mangiato patatine fritte in cantina per un secolo. Mi pare necessario, però, affrontare un’avventura di questo tipo con un certo senso di responsabilità e di metodo. Non per salvare il mondo – perché no, ribadiamolo, qua non stiamo salvando vite umane -, ma per non peggiorarlo troppo, almeno. E per restituire un po’ di credito a chi si impegna, a chi continua a divertirsi (quando non lo pagano… e anche quando succede), a imbastire storie che possono farci scoprire qualcosa – o anche intrattenerci, semplicemente.

Non so se si capirà, ma proviamo.
Il tempo è una gran fregatura, ma ha anche un valore inestimabile. E, a ben 32 anni, faccio molta fatica a ricordare un momento in cui ho effettivamente avuto del tempo.
Di certo sto esagerando, ma mi è sempre sembrato di avere, più che altro, dei pezzi di giornata da amministrare. Dei ritagli un po’ approssimativi da rimediare in mezzo a tutto quello che ci si aspettava che facessi, studiassi o producessi.
È da quando sono piccolissima che mi dicono che non ho costanza, che non sono abbastanza tenace, che non mi impegno a sufficienza. La verità è che l’impegno massimo l’ho sempre buttato tutto nel creare del tempo che mi regalasse la possibilità di scegliere. E di capire che cos’ero, in qualche modo. Che cosa potevo diventare, coltivando quello che pensavo potesse darmi un significato, un posto.
In pratica, però, non ho mai smesso di fare, studiare o produrre quello che ci si aspettava da me.
Molto di quello che mi sembrava importante, molto di me come mi conosco adesso, cominciava semplicemente dopo – quando il tempo “normale” esauriva il suo spazio sull’agenda. Io c’ero, prima o poi. Ma nei margini di quello che bisognava fare. Per parecchio sono riuscita a definirmi solo per differenza. Questo non mi appartiene. Questo non mi piace. Questo non c’entra niente. Questo no. L’epoca dell’università è stata quella dei più o meno. Poi ho respirato. E sono stata fortunata, nei limiti della fortuna che può aspettarsi una persona che comincia a lavorare nel 2009.
Non credo che mi sia successo niente di particolarmente speciale o rivoluzionario. Tutta questa roba si chiama crescere, alla fin fine. E l’aspetto più bello è scoprire che esiste un margine di manovra. Che le cose che detesti o quelle che ti azzoppano si possono modificare. Che gli unici timori che devi prendere in considerazione sono i tuoi. Che il tempo può smettere di procedere su due linee parallele, perché controllarlo diventa più plausibile.

Ho fatto, per anni, un lavoro che mi rendeva orgogliosissima. Poi è arrivato il momento di cambiare e ne ho fatto un altro che mi ha insegnato moltissimo, ma che mi ha quasi rimbambita. E poi è nato Cesare, evento che ha introdotto un paradosso piuttosto interessante. Perché l’epoca che – per eccellenza – determina la fine inevitabile del tuo tempo, per me ha rappresentato una specie di espansione delle possibilità. E un ripensamento della mia concezione di “cos’è importante”. Ma non perché ODDIO I FIGLI CI DANNO UNA RAGIONE PER VIVERE, perché io avevo trovato il modo di sentirmi molto felice e realizzata anche da nullipara, vi dirò – ma perché quando qualcuno dipende completamente da te devi diventare molto coraggiosa. E tutto quello che mi intimoriva ha smesso di farmi paura.

Ho sempre detestato la prospettiva di deludere il prossimo. Di dimostrarmi un cattivo investimento. Di non essere all’altezza delle aspettative.
Ma non sempre.
Perché, sebbene questi dubbi fossero una costante nel mio tempo “normale”, erano anche zavorre che sparivano quando arrivavo finalmente a occupare il mio tempo. Ma non per malriposti deliri di onnipotenza – tutta questa struttura ha una sua patologica razionalità, mi pare -, ma perché chi sa che cosa è meglio per noi siamo noi, ad un certo punto. E a volte ci scopriamo capaci di cose che non avremmo mai immaginato di poter fare.
Con Cesare ho tirato fuori risorse che non credevo di possedere. E non perché abbiamo deciso di riprodurci con la convinzione che la nostra vita non sarebbe cambiata – però, si va meno al cinema e non si va più a ballare. MA VA? -, ma perché capitano gioie, accidenti, disastri e luminosi momenti di felicità che, semplicemente, non è possibile immaginare prima. Non è una scoperta da ridurre all’argomentazione imbecille del TU CHE NON HAI FIGLI NON PUOI CAPIRE. È più una questione di superamento, da parte di una realtà piuttosto enorme e ramificata, delle tue capacità di previsione e di gestione dell’imponderabile.
Puoi sentire quello che ti raccontano gli altri e puoi costruirti accurati scenari, ma è difficile sapere con certezza com’è che la prenderai per davvero. Così come non si immagina bene la fatica. O da dove provenga l’energia che torna a soccorrerti quando pensavi di non starci più dentro. O la fonte misteriosa della pazienza che persevera nel sostenerti anche al quarto cucchiaino di cremina alla tapioca che finisce in terra, in microparticelle vaporizzate.

Non ho idea di come sia capitato, insomma, ma sono diventata molto più forte. E molto meno incline a pensare che il tempo che ho a disposizione possa continuare a dipendere dalle decisioni o dalle influenze di qualcun altro. Perché non tutte le cose hanno la stessa importanza. Non tutte le relazioni riescono a farci somigliare un pochino di più a quello che vorremmo essere. Non tutti i lavori ci rendono fieri di quello che stiamo facendo, o ci garantiscono uno scambio dignitoso tra quello che diamo e quello che riceviamo. Non tutto quello a cui ci dedichiamo o tutti i rapporti che coltiviamo sono tempo nostro.
Non voglio più avere bisogno di distinguerli, i due tempi.
Voglio che rimanga solo il mio.
Non voglio provare quella stanchezza devastante – mista a voglia di mettermi a letto e di rimanerci per cent’anni – che ti schiaccia quando fai malvolentieri e con grande macchinosità qualcosa che non ti appartiene e che, alla fin fine, neanche ti interessa. Voglio avere la possibilità di esserci – senza dover chiedere il permesso a nessuno – se ci sarà bisogno di me. Voglio che Cesare cresca sapendo che ci ha spalancato un vasto e inesploratissimo orizzonte di felicità – e che questa lucina molto brillante mi ha fatto venire voglia di migliorare anche il resto. Mi ha fatto vedere quello che c’era già, forse, ma che avevo paura di fare. Perché cambiare è difficile, è rischioso, ci espone al fallimento e alle cantonate. Ma, certe volte, ci salva. E trasforma tutto il nostro tempo in una specie di regalo, in un contenitore da riempire con quello che conta davvero. 
Andrà bene?
Chissà.
Ma ci proviamo.
Perché il coraggio non manca più.

 

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Tra i numerosi dilemmi esistenziali che m’affliggono – tipo, i coltelli in lavastoviglie si mettono di punta o di manico? -, sto cominciando a domandarmi che cosa devo fare per non rovinarmi regolarmente i weekend. Il fine settimana, in teoria, dovrebbe essere un momento di gioia, pace, felicità e relax. Un momento che, da che mondo è mondo, dovrebbe riservarti piacevolezze a non finire, ricompensandoti gloriosamente dei patimenti accumulati durante la settimana lavorativa. Il weekend ti rigenera, ti intrattiene, ti permette di fare tutto quello che rimandi da secoli e ti riconcilia con l’immane meraviglia del creato. Il weekend, in sintesi, è il BENE.
E invece.
Partendo da queste solide premesse, l’umanità riversa sui weekend aspettative del tutto sproporzionate. L’amara verità, cari tutti, è che il weekend ci fa diventare insensatamente ambiziosi. Facciamo un esperimento. Come dovrebbe essere il mio weekend ideale? Mettiamo che si resta in città e non si fanno escursioni, scampagnate o robe che richiedono più un’ora di viaggio – ma così, tanto per semplificare questo straordinario progetto d’astrazione.
Benissimo.
A me piacerebbe svegliarmi il sabato mattina e godermi una bella colazione. Vorrei svegliarmi con calma, ma non troppo. Toh, alle 10. Vorrei infilarmi rapidamente una tuta di ciniglia rosa, scendere da Gattullo e comprare un cabaret di pasticcini da mangiarmi a letto con mio marito. Vorrei anche una tazza di caffè e una spremuta d’arancia ipervitaminica. Ma una spremuta di arance vere, fatta con lo spremiagrumi. Successivamente, mi garberebbe leggere l’inserto del Corriere della Sera dedicato ai libri e alla CULTURA e innaffiare i vegetali che ho sul balcone, sfoggiando la magnifica vestaglia vintage che ho rubato a mia MADRE. Al che, mi garberebbe uscire a fare la piega. E pure la manicure – ma non dalle cinesi. Corroborata dalla splendente sicurezza che solo dei capelli fantastici possono conferirti, ADOREREI pranzare in compagnia di un bel libro e di una gigantesca insalata col pollo grigliato e le olive taggiasche. In una piazzetta. Con la gente che vaga in bici e i cagnolini carini. Dopo una gradevole passeggiata per negozi, potrei incontrarmi con Amore del Cuore in qualche posto che non abbiamo mai visitato – che ne so, una di quelle ville strane che ai milanesi piacciono tanto… o uno di quei mercatini disperatamente bizzarri, pieni zeppi di tacconate stupende – per proseguire il pomeriggio all’insegna del sapere, dell’arte, dell’erudizione e della beltà. Di ritorno a casa, potrei accomodarmi sul divano per scrivere due paginette ed, eventualmente, schiacciare un rapido pisolino prima degli impegni serali. Al che, vestita come una principessa preraffaelita e truccata in maniera impeccabile, sarei pronta ad affrontare la cena, in compagnia delle persone che al mondo mi sono più care. Se proprio me la sento un sacco, potrei addirittura andare al Plastic. Coi tacchi.
E del sabato ci siamo brillantemente occupati.
La domenica, dopo un sonno ristoratore – ricco di piacevoli visioni oniriche, tipo una cometa fatta di cuccioli bianchi -, vorrei fare una torta e usare la tovaglia di pizzo che mi ha regalato mia suocera. Ma anche solo per me e Amore del Cuore. Dopo aver sistemato il letto e riordinato con rapidità ed efficienza i tre stracci che possiedo, sarei finalmente pronta a dedicarmi con produttività e scoppiettanti energie alla stesura di post geniali per il mio blog – post che, visto che sono una persona molto organizzata e previdente, SCHEDULEREI con saggezza, spalmandoli su tutta la settimana – e alla prosecuzione delle robe casuali che m’è venuto in mente di scrivere, nella speranza che l’intero pianeta, un giorno, abbia voglia di leggerle. Coccole al gatto. Fare l’amore. Giocare a tennis. Appendere quadri. Vasca da bagno. Scrub. Crema idratante. Pelle magnifica. Ordinare una pizza. Film sotto la copertina. Puntare la sveglia con rinnovato ottimismo.

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Non è un programma stupendo? Non piacerebbe pure a voi? Non vi sentite già pieni d’entusiasmo e voglia di vivere?
Macché.
Tipicamente, una buona metà del mio weekend se ne va in ronfate di recupero. L’altra metà, invece, scompare in un vortice di rimorsi. Ogni santa settimana, infatti, immagino di poter usare il weekend per rivoluzionare la mia vita. Architetto attività, spulcio eventi interessanti, studio itinerari, mi appiccico cento post-it nell’agenda, faccio liste di progetti domestici e post da sfornare. Certo, prevedo anche dei momenti-pisolino. Anzi, a volte contemplo la possibilità di dormire e basta come una conquista strabiliante e meritatissima. Solo che, quando mi accascio su divano alle tre del pomeriggio, non sprigiono alcun genere di felicità. Intorno a me, infatti, ci sono persone che montano mobili, che attraversano laghi, che visitano parchi naturali, che vanno all’opera e stappano bottiglie di SCIAMPA per festeggiare la tanto agognata conclusione di progetti personali più o meno rilevanti per le sorti del cosmo. Tutto si muove, si trasforma e scoppietta. E io ho solo un gran mal di testa. Ma di quelli da due Moment Act in un colpo solo, accompagnati da una solerte Macina del Mulino Bianco, da un bicchiere d’acqua e dagli incoraggiamenti di Amore del Cuore. Mentre mi sotterro in un mucchio di cuscini e faccio pace col mio cranio, però, mi rendo anche conto che la mia settimana è stata fitta e avvincente e che, alla fin fine, mi merito un po’ di pace. Che sarà mai. Stai tranquilla cinque minuti. Ancora un’oretta di coccole. Le coccole ci piacciono. Le coccole sono la gioia. È dall’alba di lunedì che t’immagini delle sessioni di coccole di mezza giornata. E il cinema, e l’evento, e gli amici a cena, e la festa del tacchino ripieno, e il post da finire, e la traduzione da chiudere, e le mail che ho lasciato indietro, e la presentazione della nuova linea di caffettiere glitterate, e l’HAPPY HOUR con la lezione di ikebana. Mille cose. Perennemente – e fortunatamente, anche. La consapevolezza, quindi, di avere il “diritto” di ripigliarmi un attimo – nonostante sia una roba assolutamente razionale e legittima – mi fa imbestialire ancora di più. Mi sembra sempre di non avere davvero il controllo del tempo. Perché, quando finalmente posso usare il mio tempo come mi pare, io m’addormento come un sacco di cemento.
Parliamone, ve ne prego.
Voi che andate ogni santa domenica a scalare i monti. Voi che v’alzate all’alba per andare a pescare gli storioni. Voi che perlustrate con gioia ogni centimetro quadrato di Maison Du Monde. Voi che soccorrete gatti randagi e frequentate corsi accelerati di sartoria. Voi che andate a cavallo, che fate l’uncinetto, che visitate outlet, città d’arte, parchi di divertimenti e sagre di provincia. Voi che finite quattro libri o cucinate cene da otto portate. Voi che, per hobby, visitate appartamenti da acquistare – anche se non avete i soldi. Voi che tollerate Corso Vittorio Emanuele. Voi che non trascorrete i vostri sabati con un mollettone in testa, ma svolazzate spensierati sui ciottoli di Brera. Spiegatemi come si fa. Rivelatemi da dove v’arriva tutta questa energia. Raccontatemi com’è che convincete i vostri piedi a varcare l’uscio di casa. Istruitemi. Rendetemi partecipe dei vostri vittoriosi weekend. Trasformatemi in una creatura produttiva. Fatemi riconciliare, una volta per tutte, con gli unici due giorni miei.

Buongiorno, colleghini! Anche questa mattina sono riuscita a presentarmi in ufficio! Non sono particolarmente in orario, ma sono sicura che la giornata ci riserverà soddisfazioni incalcolabili. Sarà bellissimo ed emozionante. Impareremo tante cose e diventeremo dei professionisti ancora più straordinari!
Ecco.
Quando arrivo, sono così:

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Quando me ne vado, invece, sono così:

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Cioè, c’è una bella differenza.
Nel tentativo di razionalizzare quello che succede tra Hermione super-felice-di-vivere e la gelida salma putrescente di Cedric Diggory, ho provato a schematizzare il flusso di eventi che – tipicamente – sconvolge la mia serenità durante l’orario lavorativo.
Bene?
Bene.

Il primo caffè mi mette sempre di discreto umore. Anche se fa schifo. Arzilla come un mocio intriso di vodka-lemon, apro il computer e mi preparo a leggere le trentadue mail che, non si sa perché, i personaggi più disparati hanno deciso di mandarmi nel cuore della notte. È come se i miei clienti non dormissero mai, ma non importa. Perché io, a quell’ora del mattino, sono ancora una roccia. E nulla potrà scalfirmi.

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Visto che i miei clienti sono numerosi, bellicosissimi e anche un po’ allergici alla punteggiatura, capire che cosa vogliono – IMMEDIATAMENTE – da me è sempre piuttosto impervio. Uno può anche provare a decifrare una mail, ma se è scritta in urdu c’è poco da fare.

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Molto spesso, rendendomi conto della pochezza delle mie capacità esegetiche – di fronte all’enormità delle altrui esigenze -, chiedo aiuto ai miei Account Manager… complicandomi immediatamente l’esistenza – e gettando anche loro in un mortale guazzabuglio di perplessità.

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Per non scivolare immediatamente nello spleen più devastante, decido di cominciare da quello che posso sicuramente capire: il mio calendar.

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L’idea, in linea teorica, è di apparire dove la mia presenza è richiesta (possibilmente in orario, di buon umore e piena di idee rivoluzionarie). Sembra facile, ma non è vero niente. Verso le 15, infatti, dovrò materializzarmi in tre posti contemporaneamente.

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Decido che il calendar è ROTTO e che, se proprio non si potrà fare a meno di me, qualcuno si prenderà la briga di chiamarmi con un megafono.

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A questo punto, non mi resta che afferrare la lavagna formato A3 – dove appunto la lista delle cose da fare – e dedicarmi alla richiesta più urgente. Visto che è tutto importantissimo e che ho solo due mani, procedo in ordine casuale.

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In compenso, però, i grafici hanno finito la post-produzione su un trilione di foto. E sono fichissime.

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Mentre tento di mangiare una merendina, il Cliente Y chiede imperiosamente di organizzare una CALL per ALLINEARCI sui NEXT STEPS del progetto, facendo riferimento al piano d’azione condiviso via mail il giorno prima. E tu, da brava formichina, fissi la CALL… anche se il tuo consiglio professionale sarebbe un altro: leggi la mail. È tutto scritto lì.

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Per rimettermi in pace col mondo, decido di parlare un po’ con la mia community preferita. Ho una pagina di gente felice. Qualsiasi cosa accada, loro sono contenti. Posti un ratto imbalsamato? AMORE. Posti la Pietà di Michelangelo? AMORONE. Adorano tutto, rispondono con gioia a qualsiasi CALL-TO-ACTION, non scrivono parolacce e continuano a dirmi che sono Gianni Morandi. VI AMO ANCH’IO, MALEDIZIONE. VI AMO ANCH’IO!

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Otto minuti dopo, mi ritrovo al supermercato con un pezzo di carta in mano. Devo acquistare un vasetto di senape di Digione, due etti e mezzo di mortadella, sei vaschette di lamponi, un ananas, alcuni branzini, del pepe nero in grani, un termosifone, un vaso mostarda mantovana e una quantità imponderabile di chicchi di caffè. Visto che è roba da fotografare per un cliente FOOD, tutto quello che compro deve necessariamente essere di una bellezza sconvolgente. Passo quindici minuti ad esaminare ogni singola zucchina del supermercato. E mi sembrano tutte mostruose.

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Mentre torno in agenzia – trascinando sul pavimento dodici chili di derrate alimentari e oggetti assurdi (pardon, PROPS) -, l’OFFICE MANAGER mi informa che la fattura della spesa – insieme allo SPLIT dettagliato dei costi sostenuti – dovrà arrivare sulla sua scrivania entro fine giornata, pena la decurtazione dallo stipendio.

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Mi risiedo. Perché è arrivato il momento di rispondere ai messaggi privati dei “blogger” bisognosi di cibo. “CIAO, SONO GIRELLONI ANNAMARIA. SONO MAMMA, BLOGGER E APPASIONATA DI CUCINA. HO UNA PAGINA DI RECENZIONI SU CUI PUBBLICO I PRODOTTI DELLE MARCHE CHE ME LI MANDANO. SONO TANTO SEGUITA. HO 470 FAN. PER ME SAREBBE BELLISSIMO SCRIVERE DEL VOSTRO PRODOTTO, CHE A MIO FIGLIO PIACE TANTO E ANCHE A MIO MARITO SAVERIO. ANCHE PER VOI È UNA GRANDE OCASIONE DI FARVI CONOSCERE E COMPRARE DA TUTTI I MIEI FAN. NELLA SPERANZA DI INSTAURARE CON VOI UNA PROFICUA COLLABORAZIONE, PORGO DISTINTI SALUTI. PS. PER L’INVIO DEI PRODOTTI IL MIO INDIRIZZO È GIRELLONI ANNAMARIA, VIA DELLA POMPA 34, 20879 CAPOCOLLO DI SOPRA. SE NON CI SIAMO, CITOFONARE BETTY”.

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Passa una persona a caso e mi rifila centosei cose da scrivere. Prendo forsennatamente appunti su pezzi di carta molto stropicciati, sapendo benissimo che fra un quarto d’ora avrò comunque dimenticato tutti i dettagli importanti.

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Dobbiamo correre in CONFERENCE ROOM. C’è un TRAINING!

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Molto bene, molto bene. È stato spassoso. Ho anche appreso delle SKILL preziosissime. E c’erano delle gif adorabili! …ma che ore sono? L’UNA E MEZZA? Ma come diavolo è potuto succedere! È tardi! E i dodici piani editoriali che dovevo mandare in approvazione stamattina? E i testi pazzi per la piattaforma? E la bozza di lettera per i vincitori del CONTEST? E il CHECK sui REWORK del Cliente W?

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Mentre scendo a comprare tre focaccine dal panettiere – per ridurre il grado di incertezza e aletorietà della giornata, compro sempre le stesse maledette focaccine: focaccina con zucchine, focaccina con le olive verdi e focaccina con le olive impastate -, dicevamo… mentre scendo a comprare le SANTO DIO di focaccine, telefono a mia madre, nella speranza che invada la città e annienti chi ci vuole male.

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Mentre attendo che MADRE maledica chi se lo merita, torno a sedermi alla mia coccolosissima scrivania – presidiata da un gruppo di peluche incredibilmente incoraggianti – per ingurgitare le focaccette e, FINALMENTE, leggere quattro pagine di libro senza prendere in considerazione quello che sta accadendo nella mia casella di posta. O intorno a me. O nell’universo.

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Seppur lontana, MADRE riesce effettivamente a farmi del bene. Il Cliente W ci informa che la proposta editoriale va bene e che possiamo felicemente passare alla fase di realizzazione dei VISUAL. L’intero TEAM festeggia e si commuove.

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KEYNOTE SI È CHIUSO INASPETTATAMENTE.

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La CARD non è sponsorizzabile: il testo supera il limite del 20%.

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Ragazzi! È arrivato il cliente! Mi raccomando, non facciamo figure del cazzo!

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I clienti, non si perché, cambiano personalità a seconda di dove li metti. Mentre li accompagni in sala riunioni – o in qualsiasi momento che richieda la posizione eretta -, i clienti sono simpatici e affabili. Ma appena si siedono finisce tutto.

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Quando sono in riunione con un cliente, dunque, devo impegnarmi molto. Faccio sempre del mio meglio per apparire normale, educata, innocua, saggia, composta e per nulla permalosa. Invano.

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I clienti, in presentazione, perdono anche la capacità di produrre espressioni facciali. Nel vano tentativo di decifrare il loro stato d’animo – e, di conseguenza, anche il grado di apprezzamento nei confronti del progetto su cui sudate da una settimana -, li osserverete chirurgicamente per l’intera durata del MEETING, annotandovi su un blocco robe di questo tipo: impercettibile sorriso alla slide 45 (in concomitanza con l’intervento aggiuntivo di Bruno. Bruno piace al cliente. INVITARE SEMPRE BRUNO ALLE PROSSIME RIUNIONI), naso arricciato alla slide 57 (è colpa del VISUAL? Non va bene il COPY? Non siamo stati abbastanza chiari? Qual è il colore preferito del cliente? MORIREMO TUTTI), starnuto alla slide 75 (organizzare la prossima riunione in una camera iperbarica. Il cliente è allergico alla polvere). Vi angustierete e li guarderete fisso. Ma riuscirete ad elaborare solo vaghe congetture.

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L’analisi approfondita delle reazioni del cliente vi farà perdere completamente il filo del discorso. Quando toccherà a voi presentare, dunque, il vostro Account Manager sarà costretto a sfondarvi una costola a gomitate. O a lanciarvi brutalmente nella mischia gridando una roba tipo E ORA FRANCESCA – RIPETO, FRANCESCA! – CI PARLERÀ DEL PIANO EDITORIALE. Sarà come risvegliarsi dal coma, sul fondo di una trincea.

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Sopravvissuta alla riunione, mi chiudo in uno stanzino e trascorro mezz’ora della mia vita a parlare con il Cliente Y. Cioè, il Cliente Y tace e io gli declamo – con tutte l’espressività di cui sono capace -, la famosa mail che potevano leggersi da soli.

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Sarà che il mio stile di lettura è particolarmente rassicurante, sarà che il piano d’azione minuziosamente illustrato dalla mail andava già bene, sarà che non lo so, ma il Cliente Y conclude finalmente la CALL con un pacioso “Thank you, Francesca. We can proceed”.

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Il Cliente Z, dopo un’interminabile serie di REWORK, ci manda finalmente il suo FEEDBACK sui NAMING che ci siamo inventati per il CONTEST che lanceremo in un futuro eccessivamente prossimo. Il FEEDBACK è il seguente: “Non sono in linea con il brand”.

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Il capo dice che, per il momento, non possiamo avere uno stagista.

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Per recuperare un po’ di fiducia nel karma, vado a chiacchierare un po’ con la mia seconda community preferita. Incredibile ma vero, sono presi bene – anche se è una pagina di roba da mangiare. Il cibo è sempre una gran rottura di palle. Ci sono i grassi che reclamano perché non ci sono abbastanza ricette dietetiche. Ci sono i fan di Report che insultano qualsiasi genere d’ingrediente perché danneggia le foreste della Pannonia. E ci sono quelli con le intolleranze che, anche se non frega una mazza a nessuno, si sentono in dovere di informarci che il prodotto, per loro, è assolutamente velenoso.

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I migliori, comunque, sono i vegani. I vegani passano le loro giornate a sproloquiare e bestemmiare sotto ai post di ogni singola pagina FOOD d’Italia – senza aver ancora capito che, scrivendo “ASSASSINI DI MUCCHE, PORCO D**!”, il loro commento viene automaticamente nascosto. Per tutto il resto, ci sono io. È sempre un piacere, vegani. È sempre un piacere.

Ma questo, sulla mia seconda pagina preferita, non accade. Perché anche loro sono animati da un entusiasmo assolutamente incomprensibile. La più semplice delle CTA è in grado di scatenare migliaia di commenti… gente che scrive temi, in pratica. Con emoji cuoricine e dichiarazioni sperticate d’eterna fedeltà. SCRIVETE, DIAMINE! SCRIVETE! SCONFIGGIAMO I VEGANI CON LE PROTEINE NOBILI DELL’AMORE PURO!

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Nel frattempo, persone che non si sono prese la briga di leggere le istruzioni del gioco-aperitivo sulla pagina del Cliente Y, protestano a gran voce denunciando presunti brogli nel conteggio dei voti. Voti che, per la cronaca, io e la mia volenterosa collega abbiamo spulciato per intere mattinate, registrandoli in un infallibile foglio Excel di 5000 righe. Voti che, per la cronaca II, non comportano in alcun modo l’assegnazione di un premio. In poche parole, che ti frega. È una roba in amicizia, per divertirsi. Non v’agitate. Cosa sono queste manie di persecuzione? Perché qualsiasi cosa deve diventare un’orrida cospirazione?

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Arriva una mail. Non è per me, ma sono in copia. Visto che la mia adorata account è imbottigliata in un’altra riunione – e non si sa bene quando ne uscirà -, mi prendo la libertà di rispondere al cliente ipotizzando una soluzione al problema insormontabile che li affligge. Nonostante sia un’idea del tutto sensata, plausibile, ragionevole e realizzabile, cinque secondi dopo aver schiacciato INVIA mi viene il dubbio di aver devastato mesi e mesi di delicatissimi rapporti diplomatici.

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Mentre cerco di dissimulare la preoccupazione, il nostro Account Director mi informa che, la prossima settimana, ci arriverà un BRIEF di gara per un cliente potenzialmente divertente, carino e spassoso. Gli piacerebbe che ci lavorassi io, visto che gli sembra nelle mie corde. Tanto non sei messa malissimo, no?

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Ah, il BRIEF arriva lunedì. Ma si presenta mercoledì. Saranno tre giorni molto intensi, ma so che ce la farete. Comincia a fissare le riunioni.

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Il Cliente Y avrà anche una community adorabile, ma il “thank you Francesca, you may proceed” copre solo una parte infinitesimale delle menate che abbiamo in ballo. Dove sono i miei FEEDBACK sul restante 95% delle attività? …dopo un breve conciliabolo con la mia biondissima account – al solo scopo di stabilire chi ha inviato il sollecito l’ultima volta – scopriamo che tocca a me rompere i coglioni. “Dear Y, would you be so kind to let us know if the editorial proposal is approved? We really need to brief Lady Gaga and Jon Bon Jovi, if we wish to meet the deadline and go online as planned. Many thanks, Francesca”. E spicciatevi, santo il cielo.

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Un collega viene trasformato in un meme. L’agenzia attraversa sette minuti di travolgente euforia.

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Ci sono un sacco di messaggi privati. Ma sono tutti complimenti ed emojine sorridentine.

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Passa una persona a caso e, con una certa preoccupazione, ci domanda se conosciamo qualche piatto tipico islandese.

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Mi rendo drammaticamente conto di aver dimenticato di comprare le radici di tapioca. Niente radici di tapioca, niente SHOOTING. Visto che ho già restituito i soldi – e le diamine di fatture -, sono costretta a chiedere un nuovo anticipo in contanti per la tapioca della malora.

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Sono le 18.30. Dovrei procurarmi del cibo (non del cibo da fotografare. Proprio cibo da mangiare. A casa mia), fare il bucato, annaffiare le piante, coccolare il gatto e depilarmi le gambe. In sintesi, vorrei andarmene. Ma non posso.

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Ah! Sai la gara di cui ti parlavo poco fa? Ecco, è un problema se mercoledì presenti tu? L’editor ha già un altro MEETING, quel giorno lì.

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Non si sa come, ma riesco a finire il piano editoriale mensile del Cliente W. I grafici hanno consegnato tutte le CARD, ho scritto tutti i COPY, la mia efficientissima account è pronta a programmare e sponsorizzare forsennatamente ogni post dell’universo. Siamo in orario. Siamo fantastiche. Siamo le regine dell’ENGAGEMENT. Possiamo mandare in approvazione al cliente.

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Altri vegani.

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Persone che non sento da circa dieci anni – e che, anche dieci anni fa, non è che mi stessero granché simpatiche – mi scrivono messaggi privati su Facebook, ricordandomi i bei tempi andati e appellandosi al valore della nostra antichissima e corroborante amicizia. Dopo papiri interminabili in cui mi descrivono le loro ambizioni e i loro sogni, mi girano il loro CV (in formato europeo) – pregandomi di inoltrarlo immediatamente alle risorse umane.

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Matteo mette le Spice Girls a bomba.

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La mia colleghina è costretta a risistemare per la quattordicesima volta un piano MEDIA.

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Il Cliente Z telefona (senza prima aver fissato una CALL) per informarci che tutta l’attività pianificata per il mese di ottobre – e già approvata – va ripensata. “Ci dispiace. Abbiamo cambiato idea”.

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…anzi, no.

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E arrivederci a domani.

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Allora. Entro Natale, in teoria, avrei dovuto produrre un mezzo libro. Ma non “mezzo” nel senso di porcheria buttata lì mentre ti fai i piedi dai cinesi. “Mezzo” nel senso di quantità. Che divertente la roba che ci hai fatto leggere, riesci a riordinare un po’ le idee e mandarcene metà prima delle vacanze? Prova a fare così e così e poi vediamo cosa succede. Ma certo, non c’è problema. Facciamo che consegno la traduzione che devo finire per ottobre e poi mi ci metto. Capirai, mezzo libro lo metto insieme, in un paio di mesi. E che ci vuole.
Che ci vuole?
Ci vuole una piscina di Redbull. Ci vuole un frullato mela-banana-anfetamine ogni ventidue minuti. Ci vuole una cameriera a tempo pieno. Un cuoco. Della servitù. Dei professionisti che si occupino del tuo trasloco. Della gente seria da mandare in ufficio al posto tuo. Una macchina del tempo. Degli scemi da spedire all’IKEA a comprarti le seggiole. Degli gnomi che stiano le mezz’ore al telefono per farti le volture del gas e della luce. Uno stagista che non dorme mai. L’autista. Un dottore che si candidi spontaneamente per diventare il tuo medico della mutua. Qualcuno che capisca dove devi mettere il TFR quando cambi azienda. Una squadra di paggi. Uno psicologo che ti aiuti ad adattarti ai ritmi e ai costumi del nuovo posto di lavoro. La spesa a domicilio. Un cucciolo di foca da tenere in borsa, per superare i momenti difficili.
Voi fate, che io scrivo mezzo libro.

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Il problema è che questa cosa buffa devo assolutamente finirla. Ma proprio per orgoglio personale. Perché potrebbe essere divertente – e assai confortante – anche per gli altri. E perché, quando riesco a mettermici, fa gioia anche a me. Che mi sembra anche un po’ la ragione più valida, se proprio devo annichilirvi con un rigurgito di sincerità.
Nel tentativo di razionalizzare le mie difficoltà – al fine di superarle con un agilissimo Fosbury e/o di imbastire scuse sempre più sostanziose e plausibili – ho deciso di costruire una solida mappona cognitiva degli intoppi contingenti, psicologici e psicosomatici che mi stanno impedendo di mettere insieme un mezzo libro in relativa velocità. Il domandone che ci guiderà è il seguente. Che cosa succede a una persona normale e mediamente disorganizzata quando prova a scrivere qualcosa? Come sempre, ci faremo aiutare da un manipolo di volenterose bestiole.

N. B. Per offrirvi una riproduzione quanto più autentica e accurata possibile, i nostri fidi animaletti appariranno a caso, manifestando le più diverse emozioni senza alcun rispetto per le più basilari norme di causa ed effetto. Perché nulla è coerente e lineare, quando ci si imbarca in un’impresa del genere.

***

Ti è venuta un’idea. E, per una volta, è un’idea plausibile. Tutto è meraviglioso. Non vedi l’ora di iniziare. Sarà fantastico. Sarà divertente.
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Le muse sono dalla tua parte, lo senti. Le muse tifano per te. Pure quelle cieche, storpie e deformi. Soprattutto loro, probabilmente.
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Mezz’ora a smanettare e hai addirittura prodotto un indice. Vittoria imperitura! Vulcani che eruttano cuccioli! Parate e pasticcini! C’è l’indice… hai praticamente finito! Cioè, una volta che c’è la struttura sei a posto, devi solo metterti lì e scrivere i fatti tuoi in bell’ordine. Che sarà mai. L’indice esiste, la salvezza è tua!
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Che facciamo, la buttiamo giù l’introduzione? Insomma, lo sanno tutti che l’introduzione bisogna farla alla fine. Però è anche vero che senza introduzione non si capisce niente… c’è gente che dovrà leggere la bozza, come si fa senza introduzione. Ma servirà? Cioè, a livello narrativo? La diamine di introduzione ha un’effettiva utilità nell’economia del racconto che ci accingiamo a sviluppare? Farne una zoppa potrebbe essere peggio che non farla affatto. Non è che si può sempre dire “eh, ma poi la metto a posto, non vi preoccupate che arriva”… (per comodità, troncheremo qui le riflessioni sull’introduzione. Ma aggiungete un 4 giorni di ritardo al GANTT del vostro libro).
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Cos’è che suona. Cos’è. Che c’è ancora. Non sarà mica la lavatrice?
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Eh, è la lavatrice. Niente. Stendo e vado a letto, che è già mezzanotte e mezza. E domani è pure lunedì. L’indice, ho fatto. L’indice e basta.
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Ma ha senso che io ci perda del tempo? Voglio dire, non ci farò mai un soldo, scrivendo delle cose… né ora né mai. E ho fame. Vorrei una pizza con le olive. Per comprare le pizze ci vogliono delle risorse economiche, delle entrate stabili. Ma chi me lo fa fare? Mi attende un destino di povertà, frustrazioni e stenti. Se voglio piantare lì, questo è il momento giusto. Cioè, al massimo butto nel cesso un misero indice… capirai.
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…c’è anche da dire una cosa, però. Che mi frega. Sono ereditiera dentro. Dentro, sono una nobile rampolla che porta la 38. Suono l’arpa, ricamo, dipingo e scrivo. Procediamo, tanto ho una rendita annuale di 47 mila franchi!
Ah, la meraviglia dell’ispirazione ritrovata! Ah, l’entusiasmo di una storia che germoglia! Cielo, l’impetuoso potere di un animo saldo!
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Però fuori c’è il sole. C’è caldino. Fuori c’è il mercatino dell’antiquariato che sono sei mesi che ci voglio andare. E dovrei pure fare la spesa. Perché mi sono messa in testa di scrivere questa roba. Ma chi me lo fa fare. Ho ancora tutta la vita davanti.
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Ho tutta la vita davanti… ma che cosa ci farò? Ho trent’anni. Ormai non sono più una bambina prodigio. Sono un relitto. Non ho combinato niente. Non sto combinando niente. E non combinerò mai niente. Che scoramento. Ed è pure finito il Braulio.
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Che cretina! Sto scrivendo un libro, non sto mica fondando Google! È tutta un’altra faccenda! Anche a cinquant’anni compiuti, sarò comunque una GIOVANE SCRITTRICE! Ma è bellissimo! Sono praticamente una neonata! Dove sono i miei minipony! Portatemi un saccottino all’albicocca!
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Esultate, genti del mondo, ho finito un altro capitolo! Inchinatevi alla sfolgorante magnificenza della mia arte!
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Dai, questa qui è proprio una bella frase. Chissà come m’è uscita. Non ne ho memoria. Sono evidentemente posseduta da un irrefrenabile afflato d’ispirazione.
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Perché. Perché ogni volta che apro il file – specialmente se è passato qualche giorno dall’ultimo DECISIVO intervento – mi sento il dovere di rileggere sempre tutto da capo. Perché. Che qualcuno ci metta delle password.
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Non importa, non importa. Nulla mi scalfirà. Tutto questo è ridicolo, ma non fa niente. Ho perso un po’ di tempo… ma ho un piano corazzatissimo. Ed è il piano che conta. Lo vedo, è solido. Anzi, tridimensionale. Basta procedere un pezzettino alla volta, con pazienza.
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Mai. Non finirò mai. Solitudine e patimento.
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Puoi abbassare la TV, gentilmente? Qui c’è gente che CREA.
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Flavia, hai voglia di leggere il capitolo nuovo? Niente di che, non pigliarti male. Tanto per capire se ridi o se ti vengono le convulsioni. Senza rancori, davvero. No ma solo se vuoi, non voglio mica farti ansia, ci mancherebbe. Ti piglio il computer, ti metti lì sul divano e io finisco di preparare la pasta. Vado di là, ok? Così non ti disturbo…
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Cioè. La Flavia ride. Ma anche con una certa spontaneità. Che vorrà dire. Che devo pensare. Va bene, no? È una scoperta positiva… è un segno della benevolenza dei cieli. O magari ride perché è gentile. E sa che la sto spiando da dietro lo stipite della porta.
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Forse ci sono un po’ troppi neologismi. Non ne ho la certezza, ma il sospetto è assai fondato. Non sono mica Michele Mari… se vedono un altro “POFFOSO” mi mandano a stendere.
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Smettetela di invitarmi agli aperitivi. Dimenticatemi.
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Smettetela di invitarmi alle cene. In posti buonissimi. Che costano poco. E dove si mangia un botto. Smettetela e basta.
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Io ho sonno, capite? Ho bisogno di dormire, di riposarmi. Non invitatemi al Plastic. Questi weekend sono importanti. Mi serve TEMPO. Non posso sprecare le mie domeniche a boccheggiare sul divano, nel remoto tentativo di ripigliarmi da orrori, disavventure e panini pesantissimi ingurgitati alle sei del mattino.
gattino
Scusami. Pensavo di avere qualcosa da mandarti, ma sono ancora troppo indietro. Non dimenticarmi, però. Io sono qui. Che m’impegno. Con scarsi risultati, ma m’impegno davvero. Non lasciarmi. Non abbandonarmi. Trattami come se fossi una persona seria. Con le traduzioni sono puntualissima… puoi chiederlo a chi ti pare. Giuro. Ce la farò, te lo prometto.
serpente
“Cara Francesca, ci servirebbe la traduzione di questo nuovo romanzo per ragazzi. È un libro molto divertente e per noi si tratterà di un lancio importante. Sei libera? Pensi di farcela in un mese e mezzo? Ti ringrazio moltissimo”.
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HANNO BISOGNO DEI MIEI SERVIGI. E VOGLIONO PURE PAGARMI (A 60 GIORNI DALLA CONSEGNA DEL LAVORO). NON TEMERE, VALOROSO EDITOR, STO ARRIVANDO!
koala happy
Le vacanze… mi pagherò le vacanze senza andare in rovina. E in vacanza, finalmente, avrò un sacco di tempo da dedicare al mio libro. Che bel piano. Andrà tutto fantasticamente bene.
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Molto bene… sono passati due mesi. Dove eravamo rimasti?
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Non lo so. Non lo so più. È come se mi fossi appena svegliata da dieci anni di coma. Chissà come volevo andare avanti. Chissà quante idee MIRABILI si sono dissolte. Come lacrime nella pioggia. Come peli nello scarico.
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Ed eccoci qua. A ricominciare da capo per la ventesima volta.

 

Se mai ce la farò, sarete i primi a saperlo.

 

 

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Una cosa buona dell’essere abitudinari è la faccenda delle economie di apprendimento. Prendi bene le misure, sai già come si fanno le cose, trovi tutto quello che ti serve e veleggi felice nel tuo stagnetto, come una grassa papera contenta. Ci vuole un po’ di tempo, ma una volta che impari sei potenzialmente a posto per l’eternità. Anzi, diventi così efficiente che riesci quasi ad allungare le giornate… e senza Flusso Canalizzatore. Non è proprio che crei delle mezz’ore dal nulla, è più un effetto di ottimizzazione perfetta di risorse scarsissime. Tipo deframmentazione del disco fisso. Magiche finestre che si spalancano tra l’acqua che deve bollire, il libro che vuoi finire di leggere e il gioioso limbo che precede l’arrivo – direttamente sul tuo zerbino – di una quantità francamente imbarazzante di uramaki Tiger Roll. Sono quelli col pesce arrotolato attorno, grossi come dei pulcini. Io riesco a malapena a masticarli, ma sono meravigliosi. Ecco, negli interstizi tra la lavatrice da svuotare, i giochi di prestigio da fare in ufficio e il treno da prendere, sono sempre riuscita a far prosperare parecchi progetti collaterali – Un blog! Disegni! Traduzioni spassose! Capelli da far crescere! – e attività immensamente utili – pagare le bollette dal tabacchino, far divertire il gatto, lavare le tende, spinzettare le sopracciglia, sposare qualcuno.
E quindi?
E quindi è un disastro. Perché un sistema del genere funziona solo se non ti viene mai voglia di cambiare niente. Se non ti accorgi, all’improvviso, che vivi da due anni in una casa da campioni galattici di Tetris.
Francesca, ti ho preso questa bella copertina piena di pon-pon. E ho anche questa teglia qua di panzerotti, che ve li mangiate domenica a pranzo. Tò, la teglia te la metto qua nella borsa frigo… ma la mattonella riportamela, che non ne ho più.
MADRE, ti ringrazio, ma il mio freezer è grosso come un scatola da scarpe. Quella teglia lì non ci entra. E la coperta è meglio se la tieni qua a casa te, che nell’armadio non mi ci sta. Non vedo l’ora che la scienza trovi il modo di liofilizzare i maglioni, così caccio tutto nello sportellino in alto della credenza, che c’è ancora del volume vacante che potremmo sfruttare. Per le mattonelle, invece, non accetterò nessun genere di insinuazione. Io non te le ho prese, le diamine di mattonelle gelate.
Insomma, si può tirare avanti col sistema del supereroe abitudinario se si decide che, in fondo, ci possiamo anche adattare a circostanze che non troviamo ideali. Pazienza, non è proprio tutta questa meraviglia, ma ce lo faremo andar bene. Eh, che sarà mai, si può sopravvivere anche senza un balcone. Non è mica mai morto nessuno, prendendo una capocciata nella putrella del soppalco. Insomma, in ufficio sono sempre lì ed è da qualche secolo che non imparo più niente. Ma sono comunque molto fortunata… cioè, vuoi mettere? Di questi tempi.
Di questi tempi, francamente, c’è anche da rompersi un po’ i coglioni.
C’è anche da pensare che il tempo che ti ritagli per cercare di ricordarti che sei un mammifero curioso, è tempo che passa comunque. E passa mentre rimani nello stesso posto. E sai che non funziona. E ti arrabbi un casino perché – a parte essere contenta nei tuoi angolini – non riesci a farci niente. E’ più economico, sul breve periodo, tenere insieme la struttura. Dipende anche un po’ dal vostro stile. C’è chi si raggomitola – che uno si stanca, a furia di imbestialirsi – e chi annoda lenzuola – sempre tra una lavastoviglie e tre giorni di mail arretrate da leggere. Io ho scoperto di essere una paziente annodatrice di lenzuola. E, finalmente, ho un milione di abitudini da ricostruire. Ho un lavoro nuovo. Ho una casa nuova. Sono sopravvissuta a un trasloco, a uno shock culturale di ragguardevoli proporzioni e a svariate missioni a bordo di un’auto Enjoy. Sappiamo a malapena dove sta il supermercato, gli universitari dell’altro appartamento ci dicono BUONASERA e stiamo scroccando Internet da un wi-fi aperto. Per campare m’è toccato imparare a calcolare l’Engagement Rate, la libreria ci arriva fra un mese, non abbiamo ancora trovato un bar che fa i cocktail a 4 euro, ho il terrore che il portinaio ci prenda in antipatia, devo ancora fare amicizia con tutti, c’è quello di sopra che suona il piano fino alle 2 del mattino e non sappiamo se Ottone imparerà mai a usare la gattaiola… ma abbiamo fatto un passettino in più.
Ci sono disorientanti novità da gestire e milioni di detriti da chiudere in cantina.
Siamo stanchi morti. E sbatto la testa negli sportelli perché appaiono in posti assolutamente inaspettati.
Ci servono delle sedie. Ma è un mese che non vedo una stazione ferroviaria. E in ufficio sono ammessi i cuccioli di cane.
La verità, se proprio vogliamo sintetizzare, è che è tutto un gran casino.
E ci voleva.

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So telefonare? No.
Telefono? Per forza.
Perché telefonare serve. Telefonare è produttivo, rapido ed efficace. Le telefonate fanno girare l’economia, cementano i rapporti umani, confortano gli afflitti e accorciano le distanze. Certi esseri umani telefonano addirittura per divertimento. Per dire, Amore del Cuore ha un amico di Catania che, quando è sbronzo, lo chiama a orari improbabili dal mezzo di una strada e gli passa persone a caso. E questi qua ci stanno, accettano con gioia di parlare ad Amore del Cuore. Ma senza fare una piega. Accorri, viandante, che ti faccio parlare col mio amico Marco! Non lo conosci, e nemmeno io so chi sei, ma non importa, ditevi due robe e facciamoci quattro risate. L’immane mistero è che nessuno si tira indietro. Nessuno cerca di menare questo nostro amico follemente espansivo che raccatta gente nei vicoli per chiacchierare con Amore del Cuore. Tutti trovano questa assurda faccenda la cosa più spassosa del mondo.
E io qua, a fissare con orrore lo schermo che lampeggia.
Non ricordo particolari traumi legati al telefonare. Solo che non mi piace. Mi agito, mi emoziono. Non so fare i convenevoli iniziali del ciao, come stai, tutto bene. Parto male, mi ingarbuglio verso la metà e la faccenda comincia a diventare normale quando è il momento di riattaccare. L’imprevedibilità della gente mi crea immani problemi. Se uno mi chiama di punto in bianco per invitarmi a una serata di cineforum parrocchiale, non sono in grado di elaborare una panzana convincente così, su due piedi. E quello è un talento fondamentale. Non riesco a produrlo, un dribbling telefonico immediato. E mi ritrovo al cineforum della parrocchia, perché ormai è troppo tardi e non m’è venuto in mente neanche un vediamo, ti richiamo tra un quarto d’ora. Perché io, fondamentalmente, non ho alcuna voglia di richiamarti. Neanche volevo risponderti, figurati se mi vien voglia di cercarti.

E’ un mondo difficile, per le persone che non sanno telefonare.
Può capitare che queste persone lavorino in giocosi open space, luoghi complicati pieni di colleghi d’ogni genere che conversano amabilmente col loro prossimo, rispondono senza timore ai cellulari aziendali degli altri e – ASSOLUTA MERAVIGLIA – hanno addirittura capito quali bottoni c’è da schiacciare per smistare chi ha sbagliato numero. In treno c’è chi prenota baldanzosamente esami medici raccapriccianti e chi racconta alla zia di aver appena sconfitto una truculenta influenza intestinale. Ci sono tizie che lavano di miseria i fidanzati alla fermata del tram, figlie lontane che tediano i parenti con minuziose descrizioni delle loro giornate e personaggi con l’auricolare che, piallati in metropolitana alle otto e quarantasei del mattino, si esibiscono nella chiamata definitiva, quella che salverà la loro azienda. E il mondo.
E voi là, che se dovete dire ad Amore del Cuore di comprare due spaghetti fate almeno cinquanta metri per non avere attorno nessuno.
Chi non sa telefonare, credo, pensa sempre di disturbare. Disturbiamo l’umanità circostante con i nostri parlottamenti sconnessi – convincendoci che tutti quanti ascoltino i cazzi nostri con un qualche interesse -, disturbiamo la nostra pace interiore e disturbiamo il poveraccio che dovrà starci a sentire. E’ una specie di maledizione circolare da civiltà Maya. Visto che rispondiamo con ansia e goffaggine, non vogliamo infliggere la stessa sofferenza a un’altra persona, convinti che il nostro sia un problema condiviso dal 99% della popolazione mondiale. Ecco perché alzare la cornetta e sbrigarcela senza tanti patemi è così complicato. L’unica consolazione, in questo trionfo di tentennamenti e inettitudine alla vita, è che si ricomincia ad avere fiducia nel destino, nel karma e nel cosmo. Perché capita di dover chiamare qualcuno per forza. Dobbiamo sapere delle cose, subito. Non possiamo rimandare. Se no ci licenziano. Ci prendono in giro. Rimaniamo senza casa, senza allacciamento del gas e della luce, senza internet, senza parenti, senza un regno e senza nessuno che venga a montarci i mobili da quattro soldi che abbiamo comprato. Allora andiamo in un angolo buio e deserto, raccogliamo il coraggio, facciamo il numero e rimaniamo lì ad ascoltare il telefono che squilla a vuoto per migliaia di anni, finché non cade la linea.
Perché dall’altra parte non c’è assolutamente un cavolo di nessuno.
…ed è BELLISSIMO. 

Visto che sono ormai perennemente esausta, spettinata e, dalle 9.30 alle 18.30, anche discretamente infelice (cosa, però, di cui non posso in alcun modo lamentarmi perché ho il contratto a tempo indeterminato), ho deciso di puntare a un progetto di sopravvivenza graduale. Una cosa modulare, minimalista, per menti semplici e rallentate. Formulerò un solido prontuario di certezze incontrovertibili che mi aiuteranno a tornare sempre indenne a casa mia, dove c’è Amore del Cuore e tutto quello che, fondamentalmente, mi piace veder succedere. Sarà roba elementare, utile, che fa bene, risolve problemi quotidiani e indica il cammino, tipo fiaccolata coi maestri di sci. Visto che Ottone von Accidenti è ufficialmente entrato nella fase-velociraptor (ha imparato ad aprire le porte) e che, di conseguenza, mi fa dormire ancora meno perché continua ad aggeggiare l’armadio, per adesso nel magico prontuario delle certezze incontrovertibili ce ne sono solo due, di certezze incontrovertibili. Ma ce le faremo bastare.

UNO.
L’insalata nella busta, quella già lavata e tagliata, fa gonfiare la pancia.

DUE.
Voglio essere Licia Colò.

Sull’insalata credo non ci sia bisogno di ulteriori commenti. È vero e basta.
Su Licia Colò, però, due cose vorrei dirle.
Perché Licia Colò è il mio nuovo punto di riferimento e, al contrario della dinastia degli Angela, lì c’è spazio per inserirsi sul mercato. Ma procediamo con ordine, che sto già andando in confusione.

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Licia Colò fa il lavoro più bello del mondo.  Ha passato la vita ad abbracciare delfini, ad arrampicarsi su alberi di mangrovia carichi di pappagalli colorati e a vagare per rovine Maya di ogni forma e dimensione. Non c’è posto in cui non sia stata o tribù indigena che si sia rifiutata di raccontarle i suoi più reconditi segreti. Perché Licia Colò è garbata, gentile e si sa spiegare benissimo. Non ha problemi a pagaiare sul Rio delle Amazzoni, non le fa schifo mangiare formiche e si arrangia egregiamente anche senza il parrucchiere. Le danno un paio di ciabatte, una maglietta bianca e un microfono e la gettano su una spiaggia desolata, e lei non fa una piega. Si sistema gli occhiali da sole e ti racconta serenamente come si chiamano tutte le conchiglie che sta pestando. Licia Colò è un’entità superiore. Lo si capisce dall’assenza della borsetta. Perché Licia Colò, quando fa un documentario, va in giro come se fosse appena nata, senza accessori. E solo una creatura illuminata – una che percepisce anche i pensieri dei tuberi che crescono sottoterra, che ringrazia i sassi per il loro essere sassi e che vive della rugiada mattutina – può esplorare la Mongolia senza manco uno zaino. Nel 70% delle fotografie che la ritraggono, Licia Colò ha in braccio almeno un animale. Che si tratti di un gatto, di una capretta o di un panda rosso, Licia Colò ha l’aria più felice, quando la fotografano insieme a una bestia. Non che di solito sembri triste, sia chiaro. Non è nemmeno sfiorata dal tempo. Licia Colò ha più di cinquant’anni ed è bella come il sole… e noialtre, che alla mattina abbiamo la faccia grigia come una lapide di brughiera, possiamo metterci l’anima in pace e lucidarle l’intera collezione di braccialetti balinesi, una perlina alla volta.
Per queste – e molte altre ragioni –, Licia Colò va a presentare il suo programma – che si chiama Alle falde del Kilimangiaro, montagna che Licia Colò ha scalato almeno tredici volte nella sua vita, muovendo alle lacrime col suo canto anche il più spietato degli avvoltoi -, dicevamo, Licia Colò va al lavoro e si siede su un divano a forma di foglia gigante. Perché se lo è meritato.

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Licia Colò è così adorabile e serena, così bene informata e così visibilmente fiera di quello che fa – anche quando arranca per il deserto del Sahara sulla groppa di un dromedario scorbutico – che è impossibile provare dell’invidia nei suoi confronti. La guardi e vuoi essere come lei, ma non puoi volerle male per tutte le cose belle che ha visto e tutti i cuccioli di leopardo delle nevi che ha coccolato, in cima a qualche rupe scoscesa. Leopardini delle nevi con le zampe più grandi della testa. Adorabili piccole palle di pelo miagolanti, con la coda grossa così e gli occhi sgranati. Licia Colò li ha cullati TUTTI.
Ebbene.
Io penso che Licia Colò necessiti di una discepola. Perché, come accennavo poco fa, Piero Angela ha già provveduto a mettere al mondo un erede capace di governare il suo impero della garbata divulgazione. Sangue del suo sangue, poi. Piero Angela ha Alberto Angela, che è bravo quanto lui e, anzi, anche più disposto ad avventurarsi nelle catacombe e a passarci gli anni migliori della sua vita. Fateci caso, Alberto Angela è SEMPRE in una catacomba. E Licia Colò? Licia Colò non sta pensando per niente alla posterità. Licia Colò è ancora abilissima e assolutamente in grado di intrattenerci in maniera graziosa, intelligente e curiosa, ma è un po’ che non sorvola le Ande in deltaplano. E’ diventata una signora, ha raggiunto un tale livello di nobiltà che adesso sono i guerrieri masai che la vanno a trovare in studio, senza bisogno di farla impolverare o divorare dai leoni. Per quelle cose lì, le robe “sul campo”, le servirebbe un Alberto Angela, un apprendista, un padawan, un volenteroso inviato a cui insegnare tutto quello che sa. Ed è proprio questo il momento in cui un degno Colò-padawan dovrebbe iniziare il suo cammino d’apprendimento e coccole alle creature della terra.
Licia, scegli me.
Ho un grande spirito di osservazione. Sono atletica e coriacea. Scrivo senza problemi di qualsiasi cosa. Non sono schifiltosa. Amo gli animali. Mi piace viaggiare. Non vengo troppo male in video. Sono curiosa. So andare a cavallo. Sono una ricciolona bionda, come te. Chiacchiero un casino. So l’inglese alla perfezione.
Sono nata per questo.
Una volta mi hanno addirittura lasciato maneggiare una poiana di Harris.

Sono pronta, Licia Colò.
Insegnami quello che sai.
Guidami e ispirami.
Racconteremo la natura selvaggia a chi ci vuole ascoltare. Accompagneremo frotte di allegri ascoltatori alla scoperta delle meraviglie del nostro pianeta. Guarderemo il tramonto che fiammeggia sull’oceano, in mezzo a branchi di balene che sbuffano. Correremo dietro agli gnu che migrano. Ammireremo gli ippopotami, anche quando fanno la cacca… che è un processo molto schifoso, perché la frullano con la coda. Ma noi staremo un po’ lontane, e nulla di male ci accadrà.
Il mondo! La natura! La scienza! L’infinito!
Portami con te, Licia Colò.
Non ti deluderò.

Ever After High Wallpaper

In un annetto che traduco storie per ragazzi (più o meno cresciuti), sono capitate delle cose belle. Mi sono presa cura di un disgraziatissimo Oscuro Signore (precipitato sulla Terra e imprigionato da una maledizione nel gracile corpo di un bambinetto delle medie) e ho distrutto Cartagine insieme a dei boriosissimi legionari romani. Una fatica improba, distruggere Cartagine. Prossimamente sarò la compagna di banco di tre mostricciattole curiose, una teenager canadese con un sacco di problemi (e madre separata che sceglie solo fidanzati psicopatici) e un maiale della fattoria. Dovreste vedermi, col maiale. Ogni tanto mi alzo in piedi e declamo: “Io mi chiamo Maiale. Maiale sono io”. Amore del Cuore non sa più dove guardare, ma finché non comincio a grufolare credo che mi tollererà. La settimana scorsa, invece, è uscito il terzo libro che ho fatto. L’ha scritto Shannon Hale e si chiama Ever After High. Il libro dei destini. Ha le pagine tutte rosa e mi sono divertita come un saccottino all’albicocca. È adorabile, e ci sono dentro le figlie e i figli dei personaggi delle favole. C’è Raven Queen, che è la figlia della Regina Cattiva di Biancaneve. E pure Biancaneve ha una figlia, si chiama Apple White e – con grande orrore di tutti – è bionda. Poi c’è l’aitante erede del Cacciatore, un’intera nidiata di Principi Azzurri, e Madeline Hatter – perché anche il Cappellaio Matto si è riprodotto, in qualche modo. Vanno tutti a scuola insieme e, alla fine dell’anno, c’è questa promessa solenne, molto complicata e sentita. Dovranno giurare sul Libro dei Destini di essere pronti a fare la loro parte, rivivendo la storia dei loro genitori. Perché, a quanto dice il preside Grimm, quello è l’unico modo per non far morire le favole. Raven, però, non è che sia proprio presa benissimo. Lei non si sente cattiva-cattiva, e vorrebbe poter decidere da sola come vivere la sua fiabesca esistenza. Insomma, succede un gran casino, svengono principesse, tutti hanno un animalino magico da compagnia e ci sono parecchi misteri. C’è ironia. C’è avventura. Ci sono investigazioni e prodigi. E niente, è un piccolo spasso… e volevo dirlo anche qui perché ci ho lavorato volentieri, anche se dovevo star dietro a un glossario sterminato – la Mattel, che ha prodotto i cartoni e anche delle bambole FANTASTICHE, è molto severa… le cose bisogna chiamarle alla stessa maniera, da tutte le parti – e alla fine si sono dimenticati di scrivere nel frontespizio che l’avevo tradotto io. Comunque. Stamattina MADRE è andata a prenderlo alla Feltrinelli e, visto che ce l’avevano ancora in cantina nelle scatole, si è arrabbiata tantissimo. Grazie al suo provvidenziale e scomposto intervento, però, adesso è esposto anche in vetrina… che qualcuno le dia un drago.
Ecco, allora, in attesa che mi risarciscano con la collezione completa delle bambole (e che decidano di lanciare una linea di coroncine), vi metto qua la copertina, perché sono molto fiera e spero che lo leggano in tanti, piccoli e grandi.

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Fra sei giorni e rotti minuti sarò in ferie. Ma saperlo non mi aiuterà. Mi aiuterà moltissimo, invece, pensare intensamente a qualcosa di insopportabilmente carino, tenerello e scaldacuore.
Con il patrocinio del volpino di Pomerania – mascotte ufficiale dell’operazione “Carinerie confortanti per i momenti difficili” – un pratico elenco di immagini semplici e banalissime che fanno del bene. Almeno a me.

 

Fresche fochine monache neonate, bianche come la neve, da usare come cuscino.

Lanterne di carta che volano, con dentro le candeline.

Pasticcini tondeggianti ripieni di minuscoli frutti di bosco.

Infradito numero ventinove, a forma di pulcino.

Le orchidee che si rifiutano di morire, perché sanno che non le tratti male apposta.

Le casette per i pipistrelli. E i pipistrelli che mangiano le zanzare.

La gente che ti telefona nel raro istante in cui hai voglia di rispondere.

Andare al cinema da grandi a vedere i film da piccoli. Però coi popcorn da grandi.

Usare discretamente le forbici con la mano sinistra.

Usare discretamente le bacchette con una qualsiasi mano.

Lontre piccole e molto espressive, lontre con le manine palmate che salutano.

Quando ti regalano delle cose e non capisci perché.

Ricevere un bel soprannome, tipo LADY MIDNIGHT.

I romanzi russi che ti piacciono sul serio. O che ti mettono molta ansia.

I cuscinetti sotto ai piedi di Ottone che diventano caldissimi quando gioca/corre/sclera.

Buttare via la carta. A pallette.

Jeoffrey Baratheon che prende dei nomi dal  suo elegante nonno.

Amore del Cuore che ogni tanto si sbuccia le ginocchia.

La pacifica consapevolezza di aver già fatto la spesa.

Capire senza i sottotitoli.

Sbagliare le vacanze ma prenderla bene, tutto sommato.

Cestini di cuccioli. Divani di cuccioli. Praterie di cuccioli poffosi. Cuccioli che rotolano e gorgogliano.