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La felicità del lupo

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Vorrei esordire con una personalissima constatazione: Paolo Cognetti mi infonde serenità.  Non c’è romanzo o cronaca del suo filone “d’alta quota” – da Le otto montagneSenza mai arrivare in cima – che non mi abbia avvolta in questa specie di sacco a pelo imbottito di calma, orizzonti sgombri e moti essenziali dell’animo. In un presente dove ogni minimo dettaglio si trasforma in un labirinto ipertrofico di cavillosità, incombenze invasive ed erosione inesorabile del tempo, Cognetti sfronda e ci offre uno spiraglio alternativo di mondo, senza però provare a venderci il sogno della vita semplice e della natura che salva. Nemmeno i suoi personaggi vagano per boschi e vette con l’adamantina certezza di sapercisi stabilire e di trovare fra le frasche tutte le risposte ai loro dilemmi, ed è proprio questa ricerca a renderli preziosi: si concedono lo spazio per pensarci, sono disposti a deviare dalla rotta che conoscono per mettersi alla prova in un ritmo nuovo. Tendiamo ad attribuire una valenza estremamente positiva all’imposizione della nostra volontà sul mondo che ci circonda, ma quanto possiamo dire di controllare davvero il nostro angolino di realtà? Che cosa succede quando ci spostiamo in un ambiente non addomesticato, in un posto dove la natura prevale ancora sulle nostre incursioni? Che cosa rimane di quell’ambizione di controllo, quando il paesaggio muta radicalmente di stagione in stagione e ci comunica la nostra sostanziale irrilevanza?

La felicità del lupo è un tentativo corale di riposizionamento e ricerca. Fausto, a quarant’anni, si separa dalla moglie e decide di tornare a schiarirsi le idee a Fontana Fredda, il paesino di montagna che conosce fin da bambino. Il fatto che il suo matrimonio si disgreghi senza particolari scenate o clamori è di certo il segnale eloquente di una fiammella ormai estinta da tempo, ma non semplifica le cose. Perché Fausto in montagna scappava già da un pezzo e Veronica non manca di rinfacciargli una frattura di fondo, che forse è sempre dipesa più da lui che da loro:

Ci pensi mai agli altri, mentre fai la tua decrescita felice?

A Fontana Fredda, una manciata di case attorno a una pista da sci, ci sono signore novantenni che raccolgono le erbe selvatiche nei campi, case da affittare a sparuti turisti, aste comunali per assegnare cataste imponenti di legname, “local” che si conoscono tutti e un unico ristorante aperto da una ex-ragazza di città che in montagna doveva rimanere poco ma che poi s’è lasciata convincere dall’amore. Babette offre a Fausto un lavoro in cucina per la stagione e Fausto, che ha più buona volontà che alternative a disposizione, si lascia reclutare volentieri. Babette smista sciatori, addetti al gatto delle nevi e manovratori di seggiovie mentre Fausto prepara da mangiare e Silvia serve ai tavoli. Silvia ha finito di studiare e sta inanellando una serie di esperimenti. Nel suo personale multiverso di tentativi c’è il ristorante di Babette, c’è l’idea di passare un altro pezzo della stagione “calda” ad accudire gli alpinisti che esplorano i ghiacciai del Rosa o a raccogliere le mele. Fausto diventa una fonte di tepore che potrebbe spegnersi o accompagnarla lungo la strada, ma per scoprirlo serve un tempo fatto di gesti essenziali e istintivi, che somigliano a ogni altra manifestazione della natura. La montagna si rivelerà gentile coi suoi nuovi e vecchi abitanti? Fontana Fredda diventerà il posto in cui si trovano finalmente le risposte che cerchiamo o il campo-base per scarpinare verso le domande veramente necessarie?

Se vi è garbato Le otto montagne, qua ritroverete una versione – forse ancora più essenziale – di “quel” Cognetti. È un romanzo che culla e avvolge, nonostante ci porti in paesaggi poco clementi e lungo crinali che franano tritandoci le mani. Ci sono corpi che faticano, che guariscono, che si spostano in uno spazio selvatico come molti pensieri che cerchiamo di non far riaffiorare. Essenzialmente, è un libro che molto indaga l’idea di cura – per gli altri, per la propria solitudine, per i legami col posto che ci scegliamo, per il bosco e le vette, per la semplicità dei gesti che ci assicurano le basi della sopravvivenza, per la ricerca (individuale) di una forma più abitabile di futuro. Si finisce per somigliare al luogo in cui decidiamo di stabilirci? Forse dipende da quanto fiato abbiamo: tendiamo a usarlo per continuare a ripeterci che serve troppo coraggio per cambiare e un po’ meno per sostenere i nostri passi verso alternative nuove. Non serve scalare una montagna per andare a cercarci, ma è anche molto vero che più si sale più diventa importante non limitarsi a camminare con le gambe: per non mettere un piede in fallo, per evitare i crepacci nascosti e per non accasciarsi stremati alla prima asperità ci vogliono una testa saldissima e la disposizione ad accogliere ogni appiglio che può esserci fornito. E coltivare certi appigli, molto umani e molto adatti al nostro cuore, è un atto di semplice fede che protegge anche dall’inverno più inclemente.