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Amore del Cuore è arrabbiatissimo con me perché, in casa nostra, il primo utilizzatore assiduo e devoto di Satispay è stato lui e, come ogni early adopter che si rispetti, pretende che gli venga riconosciuto il merito di aver capito in anticipo che una cosa è comoda, utile e valente. Diciamolo chiaro e tondo, allora: grazie per avermi convertita, Amore del Cuore. Senza di te brancolerei ancora nell’ignoranza.
Bene, ora che ci siamo levati dai piedi i doverosi credits, direi di procedere. Perché siamo qui? Perché Satispay, qualche tempo fa, ha individuato la mia propensione a raccontare i posti dove amo spendere dei soldi e mi ha anche identificata come utente felice del servizio.
Perché non facciamo collidere queste due fondamentali placche tettoniche, dunque, compilando una piccola guida ai locali, negozi e/o entità milanesi che accettano i pagamenti con Satispay – sfornando pure dei cashback, magari – e che apprezzo in modo particolare? Ed eccoci qua.

Due parole sul servizio, prima di passare all’accozzaglia di indirizzi che ho messo insieme.
Cos’è Satispay? È un’applicazione che permette di pagare cose col telefono. Si collega al vostro IBAN e crea un salvadanaio virtuale – l’importo settimanale ve lo scegliete per conto vostro, in base a quello che combinate di solito – che vi servirà per i pagamenti e per immagazzinare i cashback ricevuti. Che roba sono i cashback? Moltissimi negozi del circuito Satispay vi restituiscono una percentuale sull’acquisto, che va a finire direttamente nel vostro credito disponibile, rimpinguandolo di volta in volta.
Satispay permette anche di creare salvadanai da destinare alle vostre ambizioni di risparmio e di pagare con il telefono un vasto ventaglio di rotture di scatole (i bollettini, il bollo auto, le ricariche del telefono, le multe…). Se uscite in compagnia e vi spaccate abitualmente la testa su come dividere i conti, poi, l’app permette anche di spedire/ricevere soldi da altri utenti – riducendo, auspicabilmente, la frequenza dei “guarda, ti devo 25€ ma non ho contanti adesso… te li rendo la prossima volta che ci vediamo”. E poi vi evitano per mesi e, quando ricapita di trovarvi, par brutto esordire con “Ciao, quanto tempo! Ma ti ricordi quei 25€ che mi devi da febbraio?” e alla fine state zitti e i vostri 25€ non si palesano mai più. Ecco.
È sicuro? Per forza. Satispay non si aggancia a carte di credito e compagnia danzante, ma il suo punto di riferimento è l’IBAN, perché l’unica cosa che può fare qualcuno se conosce il vostro IBAN è farvi un versamento – e solo le istituzioni autorizzate, come nel caso di Satispay all’attivazione del servizio, possono effettuare prelievi.
È la solita roba che c’è solo a Milano mentre il resto d’Italia si attacca al tram? Fortunatamente no. Qua c’è un’eloquente mappa della nostra splendida penisola, piena di puntini che indicano la diffusione degli esercizi che accettano Satispay. In generale, l’app vi propone una lista di esercizi aderenti al circuito, in base alla posizione in cui vi trovate. Ma si può anche cercare per categorie, oltre che per “distanza”.

Avrò detto tutto? Speriamo.
Ecco qua qualche indirizzo Satispay-friendly a Milano, pescato dalla mia lista dei posti del cuore.
Legenda? Eccoci. Gli * indicano i cashback.

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ABBIGLIAMENTO & ACCESSORI

Le It * – Corso Genova 7
Ho conosciuto le ragazze su Instagram e vado a trovarle spesso. La formula del negozio è quella che apprezzo con più trasporto: una selezione curata ed estrosa di vestiti e accessori – gioiellini fatti a mano compresi – che coprono una forbice di prezzo saggia. L’effetto finale è un bel mix di abbigliamento che non vi ammorberà con la sensazione di “l’ho già visto 80 volte” e che non vi farà arrabbiare perché non potete mai permettervi le cose belle. Organizzano anche dei pop-up temporanei – ospitando piccoli marchi indipendenti o sarte che vi prendono la misura in negozio e poi vi confezionano un capo unico – e hanno cominciato ad allestire un angolino beauty. Insomma, ho passato l’estate vestendomi solo con quello che ho scovato da loro, in pratica. E punto a replicare quest’inverno.

Wait and See * – via Santa Marta 14
Fondato dalla mitologica Uberta Zambelletti – se non la seguite su Instagram rimediate subito -, Wait and See è un magnifico antro delle meraviglie nel distretto delle Cinque Vie. A parte l’oggettiva gioia che può suscitare un negozio dove in ogni angolino c’è qualche aggeggio che raramente vi potrà capitare di vedere al mondo, la selezione degli abiti è straordinaria. Le sezioni sono suddivise cromaticamente – Rossella Migliaccio would be proud – e troverete anche spille, borse, scarpe, monili, oggetti curiosi e piacevoli stramberie. Budget medio-altino, ma sacrosanto.

Dixie * – via San Maurilio (angolo via Torino)
Qua a Milano ci sono diversi Dixie e, prestando un po’ di attenzione alle composizioni dei tessuti, si possono scovare belle cose. Maglieria giocosa, abiti stampati e moda “da tutti i giorni” a prezzi ragionevoli. Storicamente, ci ho comprato diversi abiti lunghi che sono ben sopravvissuti alle lavatrici e che, addosso, fanno la loro figura, anche se non escono dalla sartoria della Scala.

Ottica San Maurilio * – via San Maurilio 14
I negozi di ottica dallo stampo retro’ hanno un posto speciale nel mio cuore di ragazza miope (e anche astigmatica). A parte la bellezza della bottega – che può fregiarsi anche di una cassettiera spettacolare da tipografia -, l’assortimento di montature è vasto e avvincente. Ci sono modelli vintage, marchi internazionali d’occhialeria d’eccellenza e pezzi di qualità che si allontanano dalle strade più battute. Volendo, vengono anche realizzati occhiali su misura in diversi materiali – legno compreso.

Rubinia * – via Vincenzo Monti 16
Un valente brand di gioielli che ormai adoro. Se cercate qualcosa ad alto valore simbolico, Rubinia è un’ottima meta. Ogni gioiello viene realizzato a mano e c’è una grande attitudine alla personalizzazione – se sono riusciti a punzonarmi “Ignoriamo il senso del drago come ignoriamo il senso dell’universo” su un bracciale potete ormai ritenerli pronti a tutto.

Ma i brand “grossi”? Sono arrivati anche loro. Qua a Milano, Satispay si può usare – tra gli altri – da TwinSet*, Benetton*, Falconeri (Corso Vercelli 33)* e Intimissimi (Corso Vercelli 14)* – con cashback potenzialmente succulenti.

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BERE E MANGIARE

La Forgia degli Eroi * – via Ampère 15
Visto che siamo in tema “posti alla buona”, la Forgia è una via di mezzo tra una ludoteca e un locale dove si beve e si mangia. Quando ero piccola, a Piacenza, finivamo spesso in questi pub scalcinati a bere birre e a giocare a Trivial Pursuit o a qualsiasi roba in scatola ci fosse a disposizione. E, vi dirò, il FORMAT continua a piacermi. La Forgia ha un menù di paninazzi, hamburger gozzissimi, bruschette e birre artigianali di tutto rispetto. Cocktail “rudimentali”, direi, ma son certa di aver bevuto ben di peggio. I piatti e le bevande prendono il nome da personaggi ed episodi del pantheon fantasy, fomentando ulteriormente la vena nerd che pervade molti di noi. A disposizione dei clienti c’è anche una gamma sterminata di giochi di società (in buono stato manutentivo) e, volendo, postazioni per i videogame. Se l’idea di mettere piede a Lucca Comics vi terrorizza, ecco, forse la Forgia non è il posto perfetto per voi. In alternativa, amerete. Cimentatevi assolutamente con Cards Against Humanity.

Soulgreen * – Piazzale Principessa Clotilde
Un ristorante in prevalenza vegetariano che riesce a conciliare due estremi non scontati: un posto bellissimo dove si mangia anche bene. Ci sono stata diverse volte per i fatti miei (immergendo la faccia in una vasta gamma di bowl) e anche con l’infante, che s’è scofanato una zuppiera di gnocchi alla norma ed è stato accolto con grande solerzia. Gli ingredienti scelti sono stagionali e arrivano da produttori selezionati con attenzione. Il locale, in più, devolve parte dei suoi proventi a favore della nutrizione dei bambini in difficoltà con il programma “Proud to Give Back”.

Hygge * – via Giuseppe Sapeto 3
Mi sembra che la mania collettiva per il lifestyle danese si stia un po’ attenuando, ma non tutte le fissazioni vengono per nuocere. Hygge è un piccolo locale accogliente e pacioso che propone colazioni, brunch, pranzi e caffetteria. I piatti richiamano la tradizione nordica sia per scelta delle ricette che delle materie prime e, in generale, la sensazione è quella di trovarsi in una bolla di tranquillità e ragionevolezza. Da collaudare a colpi di fette di torta e infusi roventi nei mesi invernali.

LùBar * – via Palestro 16
Vorrei potervi dire come si mangia da LùBar, ma non ho mai avuto il privilegio. Sono sempre capitata in orari avversi all’apertura della cucina. Quel che posso dire – e che appare palese già a distanza siderale – è che il locale è splendido. Nell’accezione di splendore che potremmo attribuire al giardino d’inverno di una nobildonna. Verde salvia e vetrate ovunque.

Testone * – via Vigevano 3
Meta prediletta del mio consorte e dei suoi amici – dopo la partita di basket settimanale dell’Olimpia -, Testone mi costringe nuovamente a dar ragione ad Amore del Cuore, dopo molteplici collaudi. Il locale di via Vigevano è la succursale milanese di un’istituzione umbra… e la cucina è quella. Dalla celebre torta al testo (riempibile con penso qualsiasi cosa), alla carne alla brace, il menù è casereccio e le porzioni abbondanti. Prezzi onestissimi e, tanto per dirlo come lo direbbe una Lonely Planet, “atmosfera rilassata”.

Enoteca/Naturale * – via Santa Croce 19
Un posto tranquillo nel cortile/giardino del nuovo complesso di Emergency in Sant’Eustorgio. Piacevolissimo il fuori – ci siamo donati svariati aperitivi ristoratori mentre Cesare razzolava in giro (è tutto cintato, quindi i figli non vi scappano) – ma anche il dentro ben vi difenderà dai rigori dell’inverno. Ottimi vini da degustare insieme a olive e taralli e c’è anche la possibilità di ordinare dei piattini, un po’ in modalità tapas bar.

Frizzi & Lazzi * – via Evangelista Torricelli 5
Sarebbe stato meglio parlarne all’arrivo dei primi caldi – invece che del gelo incipiente – ma segnatevelo per i tepori futuri. Il bello del Frizzi, infatti, è il cortile, in mezzo alle case di ringhiera della zona Navigli. Il servizio è assai spartano – non attendetevi il signor Carson che vi porta un tovagliolo inamidato, insomma -, i prezzi contenuti e le patatine ragionevolmente croccanti. Roncio ma sincero… e grande meta per le serate estive più lunghe e battagliere.

Sempre in zona Navigli, grande amore per Ugo* e il Banco*. Ugo è un po’ più MONDANITÉ, visto che il grosso dell’attività del locale finisce per riversarsi per strada, mentre al Banco troverete ottimi cocktail – pure estrosi – e una più alta probabilità di accomodarvi a un tavolino come delle principesse. Sono due ottimi luoghi dove assaggiare qualcosa di nuovo, secondo me. Abbiamo tutti il nostro cocktail d’elezione, ci mancherebbe, ma nel caso vogliate ampliare i vostri orizzonti, meglio provarci mettendosi nelle mani di un super mixologist.

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VARIE ED EVENTUALI

Donchisciotte* è uno dei nostri negozioni di giocattoli preferiti. Si è recentemente spostato da via Col di Lana per approdare in via Vetere. Ci abbiamo comprato monopattini, dinosauri di plastica di ogni forma e dimensione, sabbie cinetiche e palloncini ENORMI per i compleanni. Zero Barbie e Gormiti, ma tanti giochi adorabili e saggi. Offre anche l’opportunità di ammirare dal vivo le mitologiche Sylvanian Families.

Sul fronte libresco, invece, possiamo cimentarci con Open More Than Books (Viale Monte Nero 6)* – che ha anche un comodissimo spazio di coworking con caffetteria -, Gogol & Company (via Savona 101)* – sto valutando di trasferirmi in quel quartiere e un grande fattore che consideriamo ogni volta che vediamo una casa è la distanza dalla Gogol -, la Centofiori (Piazzale Dateo 5)* e la Libreria del Convegno (via Lomellina 35)*.

Qua a Milano, Satispay si può usare anche in tanti supermercati (Pam, Esselunga e Naturasì in primis, ma anche da Tigotà, se vogliamo restringere il raggio d’azione merceologico) e, RULLO DI TAMBURI, pure in farmacia. Molte farmacie vi sfornano anche il cashback… il che non credo vi farà ammalare più volentieri, ma fornisce almeno un minimo di consolazione.

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Bene, dovrei aver concluso. Vi lascio qui il link d’iscrizione per fare un collaudo, se vi va – come spero accada. Buoni giretti e buona caccia ai cashback-Pokémon. 🙂

Visto che i 25 gradi e passa dell’Italia a cavallo tra aprile e maggio ci facevano un po’ schifo (MA FIGURIAMOCI), abbiamo deciso di fare i bagagli per trascorrere il ponte in Olanda. Memori di un piacevole viaggio primaverile di Amore del Cuore, abbiamo prenotato con una fiducia climatica senza precedenti, convincendoci di poter finire allegramente a bere birrette in una qualche chiatta ormeggiata in mezzo a un canale, accarezzati da un placido tepore.
Ecco, non è andata precisamente così.
Ma il viaggio è stato comunque un successo.

In questo post ho cercato di catalogare un po’ di cose belle che abbiamo visto e visitato, senza dimenticare i posti in cui abbiamo speso dei soldi o mangiato e bevuto molto bene. Penso che la “guida” più utile e meno lacunosa sarà quella di Rotterdam, perché il nostro è stato un ritorno ad Amsterdam e non una prima visita completa di mete e tappe previste dal canone del visitatore-modello. Per farvi capire lo spirito, non troverete il museo di Van Gogh. Ma negozi minuscoli che vendono timbri artigianali di ogni foggia, forma e dimensione sì.
Ciò detto, possiamo procedere con la serenità di un diciottenne appena uscito da un coffee-shop.

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ROTTERDAM

A Rotterdam ci siamo finiti perché nel 2017 sono andata a vedere la notte degli Oscar all’nHow di Milano, un super hotel di design in via Tortona. Il progetto comprendeva un gioco-aperitivo a squadre in cui bisognava disegnare su una lavagna il titolo di numerosi film difficilissimi, sperando di riuscire a farli indovinare al proprio compagno d’avventura. Niente, io e la Francesca abbiamo vinto. E ci hanno regalato un soggiorno di due notti in un altro nHow europeo. La Francesca ha scelto Berlino – visto che non ci era mai stata – e io ho optato per Rotterdam – un po’ per la medesima ragione, ma sapendone molto meno.
Un gran culo, insomma. Anche perché, in tutta sincerità, non è che Rotterdam sia proprio una meta battutissima. Non so voi, ma io non conosco nessuno che sogna da una vita di andare a Rotterdam. È una di quelle destinazioni che gli amici e i conoscenti – se non fanno gli architetti, i grafici o i designer – commentano con scarsissimo entusiasmo.
“Bene, il 28 partiamo per Tokyo”.
ODDIO BELLISSIMO COME TI INVIDIO.
“Il 28 andiamo a Rotterdam”.
…ah. Bè, dai. Buon viaggio.
Così.
Ebbene, non sapevamo cosa aspettarci, ma siamo rimasti piacevolmente sorpresi. Rotterdam è un posto bizzarro, una specie di esperimento urbanistico-creativo fondamentalmente partito da zero, visto che la città è stata completamente distrutta dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Non c’è nulla di “vecchio” sul serio… ed è un aspetto piuttosto scioccante, sulle prime. Mentre ci si sposta per la città si percepisce chiaramente che tantissime soluzioni viabilistiche sono state pensate per massimizzare la funzionalità e la vivibilità generale. Dalle costruzioni, invece, si capisce bene che nella seconda metà del Novecento – in momenti più o meno recenti – qualcuno ha preso un architetto (spesso celeberrimo) e gli ha detto “carissimo, qua ci serve un mercato coperto. E qua un ponte, magari. Fai un po’ quello che ti pare”. Il risultato è un ibrido tra un parco giochi progettuale e la ferrea razionalità nordica, attenta alla valenza “pubblica” dello spazio. Di tanto in tanto ti sembra di passeggiare in una scena di Gattaca – film meraviglioso, vedetevelo se vi manca – o su e giù per Capitol City, ma poi giri l’angolo e c’è uno gnomo alto quattro metri che regge fieramente un butt-plug (anche se in origine si voleva rappresentare un albero). Insomma, strano è strano. Ma il fascino dell’insieme è innegabile.

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Eccomi intenta a magnificare la skyline con la grazia di una lavoratrice portuale.

Comunque, procediamo con ordine.

Albergo

Abbiamo dimorato all’nHow sulla penisolotta di Wilhelmina, con vista sul fiume e sull’Erasmus Bridge (una struttura mastodontica che ricorda vagamente la forma di un cigno). L’albergo è all’interno del De Rotterdam, un complesso di grattacieli progettato da Rem Koolhaas per regalare, di fatto, un consistente pezzo di skyline alla città. Che vi devo dire, l’hotel è innegabilmente bellissimo. La nostra stanza era al quindicesimo piano, sul lato fluvial-pontesco, lo stesso del bar e del ristorante – qualche piano più sotto. Nell’unica serata non falciata dalle intemperie siamo andati a berci un gin tonic della buonanotte sulla terrazza, godendo come ippopotami. A parte il panorama e l’oggettiva gloria delle stanze, un altro fattore di indubbia utilità è la metropolitana a venti metri (soprattutto perché l’albergo è in una zona di uffici, scenograficissima ma non particolarmente viva).

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Un illustre esempio di “Amore del Cuore, fammi una foto”. Magari con una visuale decente sull’Erasmus Bridge, visto che abbiamo questa assurda camera panoramica. E il risultato è questo. Si scorge distintamente il cestino della spazzatura (molto di design, per carità), ma il ponte è una roba nebulosa ed evanescente.
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Questa sarà la mia reference per tutti quegli agenti immobiliari che vogliono venderti una casa perché è LUMINOSISSIMA. Ecco, questa è luminosità, cari agenti immobiliari.
Menzione d’onore per i copy dell’NHow. Ogni accessorio cartaceo della stanza era super arguto.

Cose da vedere

Rotterdam si gira molto bene. Abbiamo camminato parecchio – perché sì, se devi esplorare un’area è meglio fare così – ma la metro è super efficiente. Dovete prendervi la tessera (il principio è un po’ quello della Oyster Card di Londra) e ricaricarla man mano o farvi il giornaliero e ciao. Grazie a un’imprevedibile iniziativa di Amore del Cuore, poi, abbiamo anche scoperto di poter usufruire del Mobike e, quando non diluviava, ci siamo spostati pedalando. Le ciclabili sono OVUNQUE. I ciclisti di Rotterdam saranno tutti più rapidi di voi (anche perché riuscire a far muovere una Mobike è uno sforzo titanico), ma state belli sulla destra e sbattetevene. Cioè, non fate come me, che ad ogni sorpasso gridavo roba tipo BRAVO BRAVO VAI COMPLIMENTONI CHI SEI BUGNO VIENI TE A SPINGERE QUESTA SPECIE DI INCUDINE A FORMA DI BICICLETTA SE TI CREDI TANTO FAUSTO COPPI. Mi sono arresa quando sono stata superata in salita da un quindicenne che trasportava la fidanzatina sulla canna, limonando.

Ma lasciamo stare.

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Le Case Cubiche

Progettate da Piet Blom all’inizio degli anni Ottanta, le Case Cubiche sono una sorta di folle complesso geometrico che ricorda un po’ – almeno nelle intenzioni dell’architetto olandese – un boschetto. Ci siamo arrivati passando per il vecchio porto (l’Oudehaven) e per il Museo Marittimo e, purtroppo, non abbiamo fatto in tempo a vedere un cubo dall’interno. Le case sono tutte abitate da veri esseri umani (non chiedetemi come) e una è un micro-museo aperto al pubblico.
In generale, ricordate SEMPRE di controllare gli orari, se volete fare qualcosa e avete poco tempo. I negozi chiudono molto presto (tra le 17 e le 18, in prevalenza), così come le cucine di molti ristoranti e luoghi d’interesse. E le domeniche sono spesso santificate con le serrande abbassate.
Ma torniamo ai cubi e ai loro dintorni.
Sempre affacciata sull’ameno porticciolo c’è anche la Witte Huis. Il palazzo, costruito nel 1898, è uno dei pochissimi edifici “storici” rimasti in piedi a Rotterdam dopo la guerra e anche il primo “grattacielo” d’Europa. Va bene, son dieci piani, ma ai tempi erano da considerarsi assai ragguardevoli.

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Markthal

Ci ritorneremo nel pezzettino dedicato al nutrimento, ma il mercato coperto è da vedere anche se non avete fame. Markthal è una specie di gigantesca food-court protetta da una cupola panettonesca interamente ricoperta di titaniche decorazioni mangerecce. Immensi lamponi. Pesci grossi come macchine. Mastodontiche pannocchie. Non sono riuscita a contare i banchi e le proposte gastronomiche, ma c’è di tutto – dal pesce fresco alle caffetterie, dalle pasticcerie specializzate in ciambelle ai venditori di spezie orientaleggianti. Praticamente ogni banco può darvi moltissime cibarie da consumare gironzolando e alcuni hanno anche dei tavoli con camerieri e servizio “da ristorante”. Noi, ovviamente, abbiamo optato per l’alternativa ristorante perché io ho il culo pesantissimo e non so mangiare in piedi. Volevamo pranzare da Jamie Oliver, ma quando ci siamo accorti che era il locale a tema pasta siamo scappati a gambe levate. Non ci fidiamo della tua pasta, Jamie!

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Witte de Withstraat

Dunque, se voglio andare da Zara e da H&M sto in Corso Vittorio Emanuele, non mi spingo fino a Rotterdam. Ma vagando un po’ per Linjbaan (se scendete a Beurs in pratica finirete in un gigantesco mall a cielo aperto, tutto pedonale) si possono trovare anche negozi di brand “locali” e cose belle che da noi non ci sono. La strada della gioia vera, però, è Witte de Withstraat. A parte la concentrazione favolosa di ristoranti e bar (perlopiù stupendi), troverete anche murales bellissimi, un canale di rara poesia e diversi valenti negozietti. Tra libagioni e shopping ci abbiamo lasciato un capitale – ma ci torneremo dopo.

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L’artista mi ha poi confermato su Instagram che la proposta matrimoniale è andata a buon fine.

Gitine: Delft

Avevamo in programma spedizioni di ogni tipo, ma il clima avverso ci ha un po’ azzoppati. La prospettiva di visitare dei gioiosi mulini campestri con la tramontana a 240 all’ora non ci è sembrata allettantissima, ma a Delft ci siamo andati. Il bello delle ferrovie olandesi è che somigliano di più alla metropolitana che a delle ferrovie. Siamo sempre andati in stazione a caso, trovando immancabilmente un treno che poteva tornarci utile nei dieci minuti successivi. Fate attenzione a dove vi sedete, perché ci sono i vagoni SILENCE dove non potete manco starnutire senza che un signore olandese vi rimproveri con pacata inflessibilità. Per il resto, efficienza e comodità.
Delft – a una ventina di minuti di treno da Rotterdam – è la ridente cittadina che ha dato i natali al sommo Vermeer e che, tanto per non farsi mancare nulla, ha pure rifornito il mondo di piastrelle blu. I ceramisti olandesi si ispiravano, inizialmente, alle maioliche italiane e spagnole, ma hanno poi finito per adottare uno stile decorativo più simile a quello cinese – colmando una lacuna lasciata da  una sorta di tracollo delle esportazioni orientali -, anche se i temi paesaggistici erano olandesissimi e il colore base (il blu di Delft, proprio) le rendeva immediatamente riconoscibili.
Il centro di Delft si può raggiungere comodamente a piedi dalla stazione. Gironzolate nei dintorni della piazza principale (assai piacevole a vedersi) per non soccombere ai negozi di souvenir più paccottigliosi e godetevi bene l’adorabile canale su cui si affaccia il Vermeer Centrum (non l’abbiamo visitato perché non ci sembrava sensatissimo passare del tempo in una galleria piena di riproduzioni e basta, anche se l’approfondimento sull’esistenza dell’artista pareva intrigante). Vermeer a parte, in quel canale lì c’erano mille papere nere come la pece che costruivano il nido con rametti, ninfee e altre robe umide… e mi sono commossa molto. Che vi devo dire, le papere che nidificano mi fanno tenerezza. Coi paperotti piccoli perdo direttamente il senno.
Se volete regalarvi un paio di pattini olandesi di legno – che magari vi ghiaccia il canale davanti a casa, non si sa mai – o una piastrella del Seicento, fate un giro da Koos Rozenburg (Markt 2).

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Nutrirsi e abbeverarsi

Noi abbiamo mangiato in questi luoghini qui. E ci è andata bene.

Supermercado

Consiglio generale: fate su e giù per Witte de Withstraat e sicuramente troverete di che alimentarvi. E posti molto belli dove trascorrere il dopocena. La prima sera siamo andati a mangiare in questo ristorante messicano assai animato – scovato grazie alle meravigliose Vitasumarte – e, nonostante l’assenza del benamato burrito nel menu, abbiamo trovato di che consolarci. I cocktail sono ottimi e vi consiglio spassionatamente TUTTI i tacos.

Bazar

Eravamo usciti con l’idea di provare i decantatissimi hamburger di Ter Marsch & Co. ma, complice il diluvio universale e l’orario lievemente tardo per gli standard olandesi, la cucina era già chiusa. Ormai rassegnati al digiuno e all’inedia, siamo tornati sui nostri passi, nella speranza di imbatterci in qualcosa di aperto (e di operativo). E siamo finiti da Bazar, un hotel turcheggiante con annesso ristorante che sembrava decisamente troppo zarro per essere così buono, nonostante fosse in cima alla lista di consigli di un’antichissima amica dell’internet che vive a Rotterdam ormai da un po’. Ebbene, LA GIOIA. Ho ordinato il couscous di pesce e mi è arrivato uno spiedino formato famiglia di tonno e gamberi in uno scodellone pieno di frutta secca e verdure arrosto. Tredici euro. Prendete anche l’antipasto – noi abbiamo fatto un misto, ma col senno di poi ordinerei anche solo un vagone di sigara böregi, i rotoloni grissinosi di sfoglia (tipo) con la feta e la menta. Cibo a parte, il posto è molto colorato e scenografico, pieno di lanterne meravigliose che penzolano da tutte la parti.

Markthal – Bab Tuma

Per godere a pieno dell’esperienza-Markthal dovreste mangiare qualcosa a ogni banco. Noi, dubitando della capienza dei nostri stomaci, abbiamo optato per un approccio più modesto e siamo andati a sederci al Bab Tuma, chiosco-ristorante di cucina mediorientale. C’è un po’ di tutto, ma la specialità sono le “pizze” manakish, preparate al momento. Io ho ordinato quella classica con la carne trita speziata e ho gradito molto. Pecca non indifferente, il servizio è di una lentezza esasperante e Amore del Cuore ha dovuto aspettare cent’anni per un wrap coi gamberoni, che è giunto quando ormai io avevo finito di mangiare. Insomma, se ci andate vi conviene perseguitare il cameriere con una certa risolutezza.

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Accogliere l’arrivo della birra con evidente sollievo e soddisfazione.

Ballroom

Tra gli undicimila bar di Witte de Withstraat c’è anche il Ballroom, che ha conquistato i nostri favori grazie alla spiccata specializzazione in gin tonic. Il posto è super piacevole a vedersi e le varietà di gin “in catalogo” sono più di 160. È uno di quei bar che ti consentono di assemblare il tuo cocktail con una specie di articolatissimo processo consulenziale, perché non esiste solo il Gordon del supermercato da mescolare con la SCIUEPPS – là fuori c’è tutto un mondo di gin e di toniche che non vedono l’ora di finire insieme in un bicchiere.

Per una cena e/o un dopocena panoramico mi avevano anche consigliato l’Hotel New York, poco distante dal nostro albergo. Disponendo però di un albergo già molto panoramico, non ci siamo andati. E abbiamo sempre concluso la serata bevendo qualcosa lì al bar dell’NHow. Se il cielo è limpido e il clima terso e mite, vi consiglio caldamente di andarci. Il bar è aperto al pubblico nel weekend, quindi date un occhio agli orari sul sito e godetevi la vista sull’Erasmus Bridge e gli ottimi cocktail.

Spendere dei soldi

Il mio approccio allo shopping in viaggio si può riassumere così: se proprio devo sfidare la policy-bagagli di una compagnia low-cost, voglio che ne valga la pena. Voglio tornare a casa con qualcosa che mi ricorderò per secoli e che non avrei trovato altrove. Il che si traduce più o meno in VISITIAMO TUTTI I NEGOZIETTI POSSIBILI E FREGHIAMOCENE DEL RESTO. STRAMBERIA! ROBA AUTOCTONA!
Ecco.
Ciò detto, ecco qualche posticino interessante per peggiorare l’estratto conto – dopo aver rigorosamente verificato gli orari di apertura, non mi stancherò mai di dirlo.

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Wolff Blitz

Un brand di Rotterdam specializzato in camicie, t-shirt e polo dalle stampe pazze. Più indumenti da uomo che da donna, ma fa niente. Amore del Cuore – l’uomo più basic del mondo in fatto di abbigliamento – si è inspiegabilmente comprato una camicia surreale piena di piume di pavone e una maglietta tempestata di tigri e tucani che sono certa gli frutterebbe un posto da cubista in un qualunque locale della riviera romagnola. Shopping coniugale a parte, le fantasie sono veramente molto scenografiche.

Collectiv by Swan

Un concept-store – mi fido della loro definizione perché non ho ancora ben capito che cosa sia un concept-store – che raduna una miriade di piccoli e grandi marchi artigianali, con incursioni nel design, nel vintage e nell’arredamento per la casa. C’è di tutto: gioielli minimalisti, turbanti, tappeti fucsia di pecora, coprispalle tribali pieni di piume, tutine per neonati, borsettine con le nappe, tappeti, roba a forma di lama. Siamo stati nel negozio e siamo passati anche al loro mercatino-fiera in un parco assai verdeggiante e ameno. Se vi capita, dunque, date un occhiata anche agli eventi in programma, che finire al mercatino è bene.

Episode

Una catena più o meno nordeuropea di negozi dell’usato a dir poco eclettici. Si possono trovare uniformi scolastiche da studentessa giapponese, magliette da ciclismo degli anni Novanta, abiti da sera, tute da lavoro, cappelli a cilindro, maglioni da spaccalegna e montagne di Converse. C’è ovviamente anche una vasta selezione di vestiti “portabili”, che mi sono però premurata di ignorare acquistando due kimono di seta purissima a 35€ e un kilt made in Scozia assolutamente PERFETTO a 25€.
C’è un Episode anche ad Amsterdam, ma è infernale. Questo di Rotterdam è grande e carico di roba, ma molto più vivibile e ordinato.

Library of Spirits

Comprarvi una rara boccia di tequila da dover poi buttare nel cassone dei liquidi prima dei controlli di sicurezza non è saggio, ma la Library of Spirits è comunque una meraviglia visiva dal raro potere inebriante. Ci sono pure le scalette per raggiungere gli scaffali più alti.

Unc.

Vellutini rosa, vellutini rosa e felci che escono dalle fottute pareti. Un negozio che riscatta l’area “Corso Vittorio Emanuele” con una bella selezione di indumenti frufru, tantissimi gioiellini di design, aggraziata paccottiglia per la casa e piccoli brand emergenti.

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Qui anche un breve elenco di negozietti handmade che mi sono garbati durante il giretto per Witte e allo Swan Market – hanno tutti uno store online, quindi penso valga la pena segnalarli: Yourfashionfinds, Yourfashionsecret, Dearhunter, Jessica Halmshaw, Blash, Handmadeinterior, Froezel.

Grande quesito che resterà forse per sempre senza risposta: ma dove diamine sono le librerie, in questa città?

***

AMSTERDAM

Come accennavo, il giro delle attrazioni “obbligatorie” di Amsterdam ce lo siamo già fatto in un gelido ponte dell’Immacolata di qualche anno fa. Ci siamo dunque concessi il lusso di prendercela con calma, passeggiando come gioiosi pecoroni e cercando di scovare quello che ci mancava o che, in un primo viaggio, verrebbe di solito tralasciato. Il clima infausto, purtroppo, non ci ha permesso di noleggiare una bici e velocizzare gli spostamenti, ma ci siamo comunque ben difesi. Non farò in questo caso menzione dell’albergo, perché la nostra stanza sembrava il vagone di un Intercity e il getto della doccia puntava praticamente sulla tazza del cesso – che era pure altissimo. Sono almeno due decadi che non mi capita di sedermi sul water e di non toccare terra coi piedi. Per riassumere, diciamo che passare da una stanza dell’NHow a quella spelonca progettata dall’inventore del Tetris non è stato precisamente indolore, ma ho cercato di ritrovare dentro di me la capacità di adattamento dei ventidue anni e sono sopravvissuta, arrivando alla conclusione che devo buttarmi pesantemente sul travel blogging perché sono una signora e non voglio ritrovarmi mai più in un luogo del genere.
Ma veniamo a noi.

Giretti

Ci siamo concentrati prevalentemente sulla zona delle Nove Stradine (De Negen Straatjes) e sul quartiere di De Pijp, soffermandoci un po’ anche al mercato galleggiante perché mi sentivo in dovere di comprare una sporta di bulbi di tulipano per MADRE, che in campagna ha un sacco di posto per ospitare vegetali ornamentali di ogni genere. Siamo arrivati col treno da Rotterdam nel primo pomeriggio, ci siamo liberati della zavorra della valigia e GAMBE IN SPALLA. Ora, a Rotterdam ho percepito una civiltà ciclistica molto spiccata. Amsterdam è un po’ un’altra roba, soprattutto nelle aree che vengono percepite come pedonali anche se pedonali non sono. In estrema sintesi, abbiamo rischiato la vita in corrispondenza di ogni ponte. Due volte. Perché per ogni ponte ci sono due incroci. Ad un certo punto c’è quasi stato anche un maxi-tamponamento tra quattordici ciclisti che provenivano dalle direzioni più disparate, mentre i turisti scavalcavano le ringhiere per salvarsi la vita con un carpiato nel canale. Altro problema, i ciclisti sono supersonici e assai irascibili. Ma direi che tutti possiamo farcela rammentando quello che ci hanno insegnato da piccoli su come si fa ad attraversare la strada.
Ecco un piccolo elenco di luoghi valenti.

Le Nove Stradine

Un reticolo di viuzze e case tra il bello e il bellissimo, all’intersezione tra i tre principali canali della città e i loro baby-canali di competenza. Ci sono moltissimi negozietti di brand indipendenti, posti coccoso-hipster dove rifocillarsi e imperdibili occasioni-Instagram (i residenti dell’area sembrano fermamente intenzionati a farci vergognare delle nostre abitazioni, sventolandoci in faccia l’avvenenza delle loro dimore).

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Van Loon Museum

Nel 1602, Willem van Loon fondò – insieme ad altri assennati gentiluomini – la Compagnia delle Indie Orientali. Nel 1884, un erede del buon Willem acquistò la casa per il figlio, come regalo di matrimonio. Ora è un museo aperto al pubblico, compresi il giardino, le stalle e i locali di servizio. Ogni stanza è una specie di parco giochi decorativo, con temi precisi e motivi ornamentali super coordinati. La scala che porta al piano superiore vale la visita. E ci si può anche fermare a bere un caffè, per illudersi di essere molto ricchi.
Che cosa ne ricaviamo?
Fondare la Compagnia delle Indie Orientali – senza utilizzare nemmeno una volta il termine “start-up”: ottima idea.

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De Pijp

De Pijp, in teoria, è il “nuovo” quartiere interessante. Quando siamo passati noi c’era un gigantesco mercato dove si poteva trovare un po’ di tutto – dalle stoffe più o meno esotiche alla verdura – e, a parte lo shopping da bancarella, c’è un’area pedonale assai piacente con tanti locali e negozi da esplorare. Non ci sono canali scenografici e le costruzioni sono decisamente più moderne (quindi niente casine serratissime con le facciate inclinate in avanti di 23° e la carrucola sotto lo spiovente del tetto per tirare su i carichi che non passerebbero dalle scale), ma ne vale la pena.
Se è il vostro genere, nelle vicinanze c’è anche la fabbrica dell’Heineken. Noi non ci siamo andati, ma a giudicare dalla fila vi conviene prenotare la visita. O almeno comprarvi il biglietto preventivamente.

Cibarie e beveraggi

Un posto dove vi conviene andare muniti di un po’ di soldi, due posti caratteristici, un posto da giovani YEAH che mangiano gli hamburger sofisticati – fingendo però di essere super alla mano.

Lucius

Siamo tornati a cenare nel ristorante un po’ serio che avevamo scoperto durante il nostro primo giro ad Amsterdam. Si mangia pesce, in tutte le sue accezioni – tranne la pasta. Perché la pasta è roba nostra, loro lo sanno e manco ci provano. Se siete particolarmente ricchi, buttatevi sul piattone dei crudi e dei crostacei, che è abbastanza la vita. Se il vostro potere d’acquisto è meno poderoso, ci sono dei valenti menu che vi permetteranno di assaggiare antipasti e secondi – riempiendovi ragionevolmente la pancia. Caro è caro, bisogna dirlo. Non fate come noi, andateci quando vi sentite poco braccini e godetevelo a pieno.
Bonus track piuttosto surreale: avvistamento di Pierferdinando Casini con la sua fidanzata, una gnocca siderale.
Bonus track solida per davvero: il cameriere più alto d’Olanda. Ha le mani grandi come dei neonati e, in generale, ci siamo convinti che in realtà sia Superman.

Olofspoort

Nel bel mezzo della viuzza della fattanza – nei pressi della Stazione -, tra un negozio di vibratori e l’altro, là dove penseremmo di trovare solo rivendite di funghetti allucinogeni e bong, si erge un’isola felice: l’Olofspoort. Un bar all’antica – in un edificio bellissimo che spunta all’improvviso in mezzo alla strada, in pratica – dove bersi una birretta in santa pace o degustare uno dei centordicimila liquori della casa, custoditi in favolose vetrinette. Volendo ci si può anche far comporre una specie di tavoletta di legno in grado di ospitare una ragguardevole quantità di bicchierini, che verranno riempiti secondo le vostre preferenze dal gioviale proprietario, che gestisce la baracca senza l’ausilio di ulteriore manodopera. Che goduria.

Proeflokaal A. v. Wees

Congelati e scoraggiati dal maltempo, abbiamo deciso di confortarci con del cibo. E abbiamo avuto un discreto culo. Vagando lungo un canale falciato dal vento, ci siamo imbattuti in un locale vecchio stile, con tanto di gatto che sonnecchiava sulle panche. Abbiamo ordinato una selezione di – come lo posso chiamare – “pub food olandese”, con tanto di cestino di bitterballen multigusto. I nostri vicini di tavolo, un gruppetto di arzilli vegliardi americani, hanno commentato con “We should have ordered those”. Invece della zuppa di patate, aggiungerei io. Che per carità, col freddo che c’era di sicuro non stonava, ma le bitterballen vincono per definizione. L’ora non era consona, ma anche qui i liquorini da assaggiare erano numerosissimi (e di venerabile tradizione).

Geflipt

Di certo a De Pijp non mancano le occasioni culinarie. Al Geflipt siamo entrati un po’ a fiducia, visto che non ci eravamo granché documentati su dove pranzare. E abbiamo fatto bene. È un’hamburgeria piccolina ma curatissima, con un menu per niente palloso, birre artigianali e dei lunghi tavoloni di legno da condividere. Hipster? Da morire. Buono? Molto.

Sperperare denaro

La mia specialità, finalmente!
Dunque, dare delle indicazioni precise su quel che si può trovare nelle Nove Stradine è piuttosto impervio, quindi me la caverò con un BIGHELLONATE – e se vi piace il design non perdetevi The Frozen Fountain. Lo stesso vale un po’ anche per De Pijp. Qualche nome rapido? Noor, Luba, Elan & Vanderhelst.
I miei preferiti veri, però, sono questi.

Kramer

Un leggendario negozio di antiquariato dove potrete trovare innumerevoli porcellane di Delft, piastrelle di ogni foggia e dimensione – custodite in una specie di parete scorrevole multistrato e in pratiche cassettine divise per epoca e/o tematica iconografica -, gioielli, stampe, mappe e piccoli aggeggi decorativi.
Le piastrelle sono in ottime condizioni, ben confezionate nella loro plastichina e dotate di sigillo di autenticità che ne certifica la provenienza, l’epoca e la “corrente artistica” – che no, non è il piastrellismo. Lo so perché ne ho comprata una molto piccola ed economica (per alcune possono partirvi anche delle centinaia di Euro). Non è manco blu, ma lo Jugendstil si manifesta potente. Sì, me ne sono fregata del Secolo d’Oro, che vi devo dire. Le piastrelle favolose servivano in ogni epoca.
Se poi, come me, siete un po’ delle gazze ladre, passate una mezz’ora a farvi tirare fuori novantadue vassoi di anelli. Le fasce di prezzo sono numerose e, se spulciate bene, riuscirete sicuramente a trovare qualcosa di BELLISSIMO – senza dover pagare cavandovi una cornea. In questo caso lo so perché ne ho comprati ben due.

De Posthumuswinkel

Avevo questo posto nei segnalibri di Chrome da tipo sei mesi. È un negozio specializzato in timbri, sigilli, ceralacche, penne d’oca e inchiostri pazzi. Si possono ordinare timbri personalizzati – che verranno realizzati artigianalmente (in un pochino di tempo) – o farsi preparare sul momento un timbro con una combinazione di lettere. Noi abbiamo preso un CF (o FC) che può andare bene sia per me che per Cesare. In aggiunta, gli scaffali strabordano di timbri decorativi per i vostri deliziosi lavoretti, diari o fogli di carta. C’è anche un pezzettino di laboratorio aperto ai curiosoni.

The Book Exchange

Una sterminata libreria dell’usato specializzata in libri in lingua inglese, a larghissima prevalenza di paperback. Ci sono scalettine pazze che vi condurranno in sotterranei stracolmi di romanzi e stanzettine altrettanto piene di roba. La selezione non deluderà nemmeno i fan della letteratura di genere. Frugate, frugate, frugate.

Mendo

Mendo è una delle librerie più belle che io abbia mai visto. Basta. Troverete solo libri d’arte, libri fotografici, coffee-table, tomoni d’architettura e mostri vari di grande formato, in uno spazio curatissimo che somiglia a una specie di mini-museo. Non so quanto i libri di Mendo possano essere Ryanair-friendly, ma un giro va proprio fatto.

***

E penso di aver finito.
Cavolo, non posso crederci.
Spero che queste mini-guide possano esservi d’aiuto e di ispirazione.
E vi auguro di trovare un clima clemente, soleggiato e meraviglioso.
Felici giretti!
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Le vacanze sono finite. È arrivato il momento di farsene una ragione. Sono tornata a Milano ormai da due settimane. E il mio profilo Instagram si sta decisamente ammosciando. Per quattordici giorni – felicemente trascorsi in Sicilia – ho deliziato la mia coriacea “fanbase” con orizzonti marini, piatti di ravioli di cernia, viuzze romantiche, chiese barocche, birrette in spiaggia, tramonti di rara arroganza, dune sabbiose, crostacei, teatri di pietra, fichissimi fichi d’India, terrazzini baciati dal sole, altari stracarichi, centrini di pizzo, luce naturale, onde cristalline, racchettoni e parei svolazzanti. Tutti i miei scatti vacanzieri sono stati accolti con un calore assolutamente inedito. Cuorini a profusione, nuovi follower come se non ci fosse un domani, emoji gioiosissime e commenti incoraggianti. Se avessi improvvisamente deciso di fotografarmi le tette, avrei sicuramente riscosso meno successo. Pur continuando a non capire bene che cosa diamine sia capitato, l’involontario esperimento comparativo mi ha insegnato un sacco di roba importantissima sull’utilizzo feriale di Instagram.
Parliamone.
E che qualcuno prenda appunti, per carità.

Dovete scegliere la meta delle vacanze? Molto bene. Restate sempre in Italia. Del patriottismo, chiaramente, non c’è da curarsi. Mica siamo sottosegretari al turismo. È alla connettività che dobbiamo pensare. Chiaro, quando ci troviamo in una meta esotica, il wi-fi dell’albergo è sempre una buona soluzione… ma è comunque piuttosto disagevole. Ovvio, mica è fondamentale che TUTTO quello che postate su Instagram sia live. Ma, una volta tornati in camera, non potrete fare a meno di chiudervi in bagno – fingendo di dover fare la cacca -, per aggiornare il vostro profilo con le migliori foto della giornata. Presi dall’ansia di non poterle mai più caricare, ne butterete su centodue, ma senza un briciolo di gioia. Anzi, v’incazzerete pure. Il tempo che state sprecando attaccati al wi-fi, infatti, potrebbe essere splendidamente buttato alle ortiche in altro modo. In giro, ad esempio. A fare altre centodue foto indimenticabili.
Avete comunque optato per una meta lontana? Molto bene. C’è solo una cosa che dovete sapere: tutte le reti libere che trovate per strada sono delle stampanti.

Le persone vogliono la natura, l’orizzonte e il mare. Cieli pieni di nuvole che sovrastano strabilianti coste rocciose o imponenti picchi montani. Alla gente piacciono i paesaggi. Ma nei vostri paesaggi – tanto amati dalla gente – non ci deve essere altra gente. Se potete, quindi, evitate di andare in vacanza la settimana di Ferragosto. Fotografare una spiaggia deserta la settimana di Ferragosto è pressoché impossibile. Ci sono le signore con le teglie di melanzane fritte, i bambini che scavano voragini, i tipi che giocano coi racchettoni nella speranza di attirare un po’ di figa e i papà che gonfiano braccioli. A Instagram non piace l’umanità. Su Instagram funzionano le piazze deserte, le strade vuote, le coste disabitate, l’acqua limpidissima piena di riverberini e i nuvoloni burrascosi. Se proprio non vi danno ferie in un altro momento, puntate sul tramonto. La gente si leva dalle palle e, se il telefono non vi svirgola completamente le luci, rimedierete anche un glorioso gioco di colori che si riflettono sul mare. Sciambola!

Se mai vi venisse in mente di farvi una foto in costume da bagno, premuratevi di sdrammatizzare. Non avete il culo di marmo di Megan Fox, ma qualcuno potrebbe sempre accusarvi di volervela tirare. A Instagram non piace la gente che se la tira. Volete fare le fatalone? Verrete spernacchiate senza pietà. Difendete le vostre velleità da fashion blogger con una caption piena di giocosa autocommiserazione, tipo “Burrito on the beach”.

Il cibo è molto importante. Le persone, di base, si prendono bene con la roba da mangiare e sembrano interessatissime alla vostra dieta vacanziera. Più un alimento è pesante, indigeribile, grasso, fritto e MAIALOSO, più verrà apprezzato. Il problema, molto spesso, è la presentazione del piatto. Vi ingozzerete con quantità industriali di roba che, purtroppo, non è abbastanza bella per finire su Instagram. Potreste rinunciare a postarla o, presi dal panico, vi sentirete in dovere di ordinare un dolce – dopo aver ispezionato l’apposita vetrinetta refrigerata – solo per produrre un contenuto che documenti la meraviglia della vostra cena. Lo avanzerete dopo due forchettate, ma vi sentirete meno agitati.
Un’altra cosa a cui dovrete badare, andando a mangiare fuori, è la luce. D’estate è molto più piacevole sedersi all’aperto, ma l’illuminazione spesso insufficiente di cortiletti, pergolati e DEOR devasterà la vostre fotografie, trasformandole in un papocchio inutilizzabile e sfocato. Vedete voi: è più importante alimentarvi con quantità invereconde di specialità locali – in pace e serenità – o vantarvene su Instagram? CIOÈ.
Altro aspetto da non sottovalutare, in caso la cena offenda sia l’occhio che il palato, è IL POSTO. Nel dubbio, scegliete un ristorante fotogenico e bizzarro. Non fate i milanesi. Non andate a infrattarvi in uno di quei posti minimalisti, coi mattoni a vista e l’aria da spazio industriale dismesso. Instagram ama il rustico – ah, il fascino popolare della trattoria coi piatti sbeccati! – o i ristoranti che somigliano a un caffè viennese stracarico di carabattole di vostra nonna. Magari mangerete di merda, ma una foto super cuoriciabile ve la porterete a casa. Vittoria!

Instagram, nel periodo estivo, non tollera la pigrizia. Andatevi a cercare delle cose pazze da fare. E presentate ogni attività come una chicca nascosta del posto che state visitando. La gente è stufa del mainstream. La gente vuole il backstage, quello che non si trova sulla guida. Fate finta di vivere lì da cent’anni e non dedicatevi a nulla di normale. Infilatevi nei vicoli. Visitate botteghe dimenticate da Dio. Cercate i pazzi del paese. Buttatevi da una scogliera che nessuno ha ancora scoperto. Rincorrete i gechi. Fate parapendio con una testa di cavallo di plastica sulla testa. Rubate una fisarmonica. Arrampicatevi sulle piante e frugate nei nidi degli uccelli. Scovate animali rari e misteriosi. E raccontatela con allegra noncuranza – cioè, siete speciali… è ovvio che anche le vostre foto siano speciali. Perché Instagram non ne può più di piedi nella sabbia. Instagram vuole il kraken che emerge dalle acque, stringendo un capodoglio agonizzante in ogni tentacolo.

Vi siete dedicati al paesaggio, al FOOD e al FUN, ma non potete assolutamente tralasciare l’arte. L’ultimo libro che avete letto era per i compiti estivi della terza media? A teatro v’addormentate? Fate le scoregge con l’ascella e vi sentite dei musicisti? La calzamaglia bianca di Roberto Bolle vi fa ridere fragorosamente? Non importa. Capire è secondario. Quello che conta è il gesto. La gente ama genericamente IL BELLO – perlustrate dunque i siti archeologici più disparati, correte in tutte le chiese, piantonate le botteghe degli artigiani, schieratevi alla festa del patrono, rompete i coglioni con persiane romanticamente scrostate e sorbitevi almeno una mostra (non importa quanto irrilevante) – o, se proprio non trovate niente esteticamente piacevole da immortalare, sappiate che la gente ama anche lo strambo – basta che sia incredibilmente TIPICO. Il compromesso d’oro tra le due categorie è la street-art. Avventatevi sui murales – trovando il modo di trasformarli in un imperdibile scorcio urbano – e dannatevi l’anima dietro a stencil, poster strappati e adesivi appiccicati sui semafori.

Siete in vacanza in compagnia? Applaudite gli amici che vi abbandonano per ore intere salutandovi con “andiamo a fare le foto”. Siete tornati a casa dopo un lungo periodo di latitanza? Costringete vostra nonna a posare con voi. La nostalgia per la casa natia e i selfie pieni di affetto per i parenti lontani – più vecchi sono, meglio è – vanno un casino quest’anno.

Soprattutto, però, Instagram ama i SHOGNI. La gente vuole vedervi in barca. La gente vuole le piscine a sfioro, i cocktail giganti, gli attici pieni di luce e i roof-bar. Le spiagge coi lettini a baldacchino e gli ombrelloni con le foglie di palma. I party in spiaggia con le fiaccole fiammeggianti. Siete ricchi? Non c’è problema. Non siete ricchi? Appellatevi al magico potere delle piccole cose. Devastate i vostri follower con la dolcezza infinita delle mini-gioie quotidiane. La poesia del viaggio. Il gusto per i dettagli nascosti. I gatti randagi macilenti che sonnecchiano in uno spicchio di sole. Un fiore caparbio che cresce in mezzo a una pietraia battuta dalle intemperie. Un castello di sabbia. Un sassolino colorato. Fate finta di disprezzare i resort balinesi a mille stelle, prendete la cartaccia di un Liuk e spacciatela per un prezioso origami. Avvicinatevi alle stronzate più insignificanti con il rispetto e la commozione che riservereste alla lacrima iridescente di un unicorno. La gente di Instagram capirà. Perché la gente, d’estate, è più sensibile.

Cuori a voi, dunque.
Trovate un last-minute e fateci vedere chi siete.
Andate… e fotografate.
Sarà un luminoso successo.
…è il ritorno, che crea problemi.

 

 

TEGAMINI – Amore del Cuore, finalmente andiamo in qualche capitale europea col bel tempo! A Berlino era dicembre. Ad Amsterdam era dicembre. A Oslo era dicembre. Adesso è giugno, capisci? Il caldino!
AMORE DEL CUORE – A Praga c’è l’alluvione.
TEGAMINI – Ah. Ma io ho già fatto i cerchietti sulla guida a tutte queste birrerie all’aperto in riva alla Moldava…
AMORE DEL CUORE – Facciamo così. Se esistono ancora ci andiamo.

Glu-glu. Ma non il glu-glu dei gargarozzi che inghiottono birra. Un glu-glu più di natura che sommerge.

Ma sto già facendo del disordine. Diamo una parvenza di senso a questa Praga-cronaca, informiamo e intratteniamo come si deve, diamine.

Il taxi dall’aeroporto all’albergo non lo volevamo prendere perché non ci sentivamo abbastanza autorevoli. Noi siamo giovani turisti, non abbiamo un soldo, il taxi è una cosa che non si considera e basta. Il taxi diventerà un’opzione quando guadagneremo il nostro primo milione. Ma poi, però, ti accorgi che a Praga i taxi costano quanto un giro sul Malpensa Express e allora ciao. Il nostro guida-guida ha insistito nel farsi chiamare Francesco e nel venirci a prendere sotto casa al ritorno, facendoci pure 15 euro di sconto. Quindi insomma, pigliate il taxi, uno degli AAA. E, in generale, mettetevi d’accordo prima su quello che vi faranno pagare, che il tassametro non esiste. Un po’ come la metropolitana. Ma dov’era, la metropolitana?
Comunque.
Come ogni volta che prenota qualcosa Amore del Cuore, siamo finiti in una camera d’albergo a forma di appartamento – ben più grande di casa nostra. E, a parte gli spettrali corridoi a mattonelle grigiobianche, la totale assenza di altri esseri umani e l’acqua che non diventava mai calda, noi ai Pushkin Aparments ci siamo stati anche bene – pagando (a testa) tre patate, una cipolla e due cavoli verza. Se volete emozionarvi tantissimo, ecco l’alcova dell’appartamento 12, dove io e Amore del Cuore abbiamo russato, asciugamani a forma di Mothman compresi.

Poi ci si svegliava e c’erano tutti dei tetti.


Che mangiare, se si arriva in città alle undici e passa di sera? Ma che sarà mai, ci siamo detti, andiamo a Praga, mica a Santiago de Compostela, che a quell’ora lì son già tutti a casa a dire dei rosari! E invece no, si mangia presto e pure i bar e i pub del centro ti cacciano verso mezzanotte. Grande Giove, l’inedia ci stroncherà! Ma poi, dietro casa, c’era un albergone – u Zlateho Stromu – coi tavolotti fuori e la cucina volenterosamente aperta 24 ore su 24. E ci siamo arenati lì, sbloccando il birra-counter della vacanza e dando delle sbirciatone al Ponte Carlo. In un momento di particolare euforia, temo anche di aver gridato un BELLA CARLO.


E finirei di parlare della serata fingendomi una guida Lonely Planet: “Concludete la giornata su una panchina priva di schienale a domandarvi come facciano tutti quanti a sopportare la Becherovka”.

***


Ciao, siamo le pastarellone del buongiorno.

Allora. Le previsioni del tempo davano pioggia torrenziale e 15 gradi di massima. E invece no, giungiamo in cima al castello scansando cinesi col parasole che si accasciano in preda alla calura. Io, bardata con pantalonazzo autunnale, stivale e golfino, simulo noncuranza… bestemmiando però gli dei del sudore nel profondo dell’anima.


Alle spalle di Tegamini, notiamo un gruppo di turisti sicuramente non soggetti alle restrizioni bagaglifere imposte da EasyJet. E magari anche dotati di una miglior fonte di informazioni in quanto a previsioni del tempo.


Monumento commemorativo. Quello accasciato con le stelle in testa è il turista che fa i gradini. Da qualche parte c’era una specie di skilift, ma siamo naturalmente votati al masochismo e ce ne siamo disinteressati.


Santi che trucidano draghi di fronte a splendide cattedralone dedicate ad altri santi che però di draghi non ne hanno mai visti. Propongo un “celebrity deathmatch” tra san Vito e san Giorgio. Il drago fa il mostro finale.


Se volete far finta di saper fare le foto, cercate dei gargoyle.

Il castello di Praga è una specie di città. C’è la cattedrale di san Vito, l’antico palazzo reale, la Torre delle Polveri, il Vicolo d’Oro, la basilica di san Giorgio. E tutto è bene e tutto è bello ed istruttivo, soprattutto se decidete di affrontare la grandiosità della storia e della cultura dopo un’immeritata pausa di riflessione sulla terrazza del Lobkowicz Palace Cafe. Non vi meritate di mangiare e bere ancora, ma infischiatevene. E se volete preservare l’integrità della vostra calotta cranica, sedetevi di fuori, ma ben appiccicati al muro. Noi si voleva splendideggiare nei pressi della balaustra ma dopo otto minuti eravamo squagliati. Più che altro, se proprio non vi preme star bene voi, fatelo almeno per la vostra birra.


Date retta alle scrittine FAVORITE. Sono FAVORITE perché se lo meritano.

Orbene. Dopo esservi opportunamente ristorati, visitate tutto il visitabile. Soffittoni! Vetrate! Papere nelle fontane! Imponenti baldacchini pieni di polvere! Santi! Martiri! Stemmazzi nobiliari! Armature stipate in ambienti claustrofobici! Armature con gagliardi parapalle! Mattonelle calpestate da Kafka! Cripte! Altari! Troni! Camere di tortura!

Gli intriganti e petaluti soffitti del salone principale del vecchio palazzo reale. Un salone di rara immensità dove, con tutta evidenza, si tenevano anche i campionati mondiali di pallacorda praghese, con tanto di tribune per il pubblico.

Un papero praghese, residente nel castello, con la papera sua moglie. Fermatevi almeno dieci minuti a osservare i due ciuffetti arricciati sulla coda del signor papero.


Ritrova anche tu la fede in mezzo alla cattedrale di San Vito. È l’effetto “Pilastri della terra”, poche storie.


Cuori per GESOO. E cacca a Satana.

Ciao, Alphonse Mucha. Non è che hai tempo di venirmi a disegnare una vetrata, sai, per la cattedrale. Ti assicuro, è un compito degnissimo e patriottico. E poi ci sono delle sante che sono anche meglio di Sarah Bernhardt, altroché Parigi. Ti ringrazio anticipatamente. Tuo, San Vito.

RRRROOOOOOOOOH! La formella del secolo.

Fingendosi devotissimo, Amore del Cuore si prostra al cospetto di un santo luccicante e sbadiglia a ripetizione per una dozzina di minuti.


San Vito è diventato San Vito perché è riuscito a far crescere le fette di pizza sugli alberi.


Ciao, cattedrale. Adesso andiamo a vagare nel Vicolo d’Oro.


Il magico artista-vetraio-intagliatore del Golden Vicolo. L’uomo che ci vede meglio da vicino di tutta la Repubblica Ceca.


Ve lo dirò. Non provando un particolare impulso feticistico nei confronti delle dimore di Franz Kafka, il Vicolo d’Oro mi ha messo una discreta ansia. È una via di mezzo tra Gardaland e la casa di Polly Pocket, ma con più bambini che corrono da tutte le parti e scale molto molto più strette. All’armeria, incagliati in un passaggio segreto insieme a una scolaresca tutta spintoni e cappellini rossi, pensavamo di darci la morte gettandoci su un’alabarda. Per fortuna, però, c’erano anche ovetti e pulcini.

Tanto per fuffare, vorrei anche raccontarvi che il castello di Praga è un must assoluto per farsi le foto dopo il matrimonio. Abbiamo incontrato ben tre coppie di assurdi sposoni novelli.
COPPIA UNO – sposo issa sposa sul parapetto dei giardini del castello (senza ringhiera né niente, così, freestyle) e la osserva mentre un corpulento fotografo le ordina di fare avanti e indietro sul benedetto muretto. Poi l’han fatta fermare, intimandole di dominare il panorama. All’inizio mi spiaceva per lei, ma poi le ho visto le scarpe. Aveva su quelle infami Mary Jane di GOMMA che van di moda tra la gente che vuole sudare tra un dito del piede e l’altro. Viola. Di plastica. AL TUO MATRIMONIO. Volevo caricare a testa bassa e gettarla giù dal muretto, ma Amore del Cuore mi ha fermata. In compenso, c’è questa foto che documenta tutto il mio funesto sdegno.


Zia, io avrò anche il bracciotto cicciardo da tennista-manovale, ma te ti sei sposata con delle scarpe di gomma viola. Chi sei, la cognata di Walter White? La gomma viola non è un’adorabile stravaganza, è un crimine contro l’umanità tutta. Che Anubi ti ghermisca!

COPPIA DUE – sposo e sposa danzano in mezzo a un altro giardino. C’è il fotografo che filma e delle buffe damigelle che si nascondono in mezzo ai cespugli. E sono pure bravi. L’unica roba inquietantissima è che gli sposi danzano serenamente senza musica.
COPPIA TRE – sposo e sposa, tutti bardati e senza manco un capello in disordine, si stravaccano su una gradinata a fare picci picci. Intorno a loro, il deserto. Niente paparazzi, niente invitati, un cavolo di nessuno. Fotografo invisibile? Momento di anarchia? Fuga romantica e tanti saluti ad amici e congiunti? Non lo sapremo mai, ma non c’era un’anima che se li filava.

Bene.
Esauriti i doveri culturali, siamo ruzzolati giù per la collina. Strada facendo, abbiamo visitato una farmacia e ci siamo aggiudicati una tonnellata di pastiglie per il mal di testa a due euro e dieci. Da grande importerò analgesici dalla Repubblica Ceca, si sappia. Stanchi come asini grigi e in piena crisi d’identità – numi, sono quattro ore che non ci sediamo al bar! – ci siamo accasciati in una piazzetta vicino alla nostra augusta dimora per riposare le stanche e dolentissime membra. Poi niente, dopo dieci minuti che eravamo lì è arrivato un giovane e paffuto tedescone vestito da coniglio rosa e mi ha chiesto se gli potevo smaltare le unghie.

Epic win, pingue tedescone. Mi ha detto che stava bevendo dalle 5 e mezza del mattino, ma l’ho comunque cazziato perché quello smalto lì non si stendeva bene per niente.
Per dovere di cronaca, devo anche dire che il primo addio al celibato degno di nota in cui ci siamo imbattuti poeva quasi quasi competere con quello del corpulento roditore germanico. A Malpensa c’era uno con l’aderentissimo costume (casco incluso) di Kimberly, la Power Ranger rosa… quella che tira con l’arco e grida PTERODATTILO! ogni cinque minuti. Kimberly e Coniglione Germanico, sposatevi tra di voi, il mondo già vi acclama.

E mentre noi ce la ridevamo, Noè continuava a lavorare all’arca.

Ma è ora di cena, è ora di cena!
In realtà volevamo andare in un altro posto, ma poi ci siamo arrivati davanti ed era un po’ lugubre. Un tragico sotterraneo con le sbarre alle finestre e l’intonaco vecchio di secoli. Ansia e sconforto. Che non so voi, ma quando vado in giro e sbaglio posto per mangiare mi indispettisco come mai al mondo. Per fortuna a sette metri c’era Lal Qila, un ristorante indiano che l’autorevole Trip Advisor riempie di complimenti. E basta, ci siamo fidati… facendo un gran bene. Ma buono. Buonissimo. E super didattico – e menomale, il menu era praticamente un Meridiano. Mi hanno pure fatto un pesce nel magico forno tandoori che non c’era scritto da nessuna parte, tanto per farmi sentire importante. E avevano un pianoforte disegnato sul soffitto, con le gambe e lo sgabellino che uscivano di sotto. Altroché Viktor&Rölf.


Vedi? Vedi? C’è un pianoforte incastrato nel soffitto!

Amore del Cuore, colmo di naan al formaggio e altre amenità, ha poi richiesto specificamente di visitare il Bukowski’s, meraviglioso baraccio nel quartiere più palloso di Praga. O noi non abbiamo capito la guida, o la guida dice delle tonanti corbellerie. “Il quartiere con la più alta densità di pub al mondo, accorrete!” Ma dove sono i pub? Non c’era un’anima in giro, tutti palazzoni belli e distinti. Uno aveva addirittura parcheggiato la Ferrari in strada, così, come se fosse una biciclettina. Il Bukowski ci ha salvato. Gente incastrata anche nei davanzali, fumo da tutte le parti, oscurità. Una meraviglia. Il barista – inquietante incrocio tra Sean Penn, uno scheletro di plastica da laboratorio e Braccio di Ferro (ma solo per il mento) – ha scodellato un OLDFESCION per Amore del Cuore senza battere ciglio. Purtroppo, eravamo seduti al bancone e non si poteva fare draping.

Amore del Cuore, quando è costretto a produrre un autoscatto, non riesce a generare anche un’espressione.  Insomma, è il Nicolas Cage degli autoscatti, ma amiamolo fortissimo lo stesso.

***

Cielo.
Questo post non finirà mai, ma qualcuno deve pur parlare dell’orologio astronomico! A un certo punto, mentre stramaledicevo MADRE al telefono non mi ricordo più neanche per cosa, ci siamo trovati in piazza sotto al venerabile segnatempo. E niente, mancava poco allo scoccare dell’ora successiva e ci siamo messi lì sotto insieme alle genti del mondo per vedere che diamine sarebbe accaduto in tutte quelle finestrelle.

Ecco. Per una volta vorrei mettere da parte il cinismo, perché con l’orologio astronomico di Praga sarebbe troppo facile. È un prodigio e basta. Si aprono le porticine e passano dei piccoli santi, lo scheletrino lì attaccato a destra muove la mascella e agita gli ossicini, i guerrierini si dimenano con le loro mini-spade e ci sono una miriade di acuti rintocchi. Poi c’è un tizio in cima alla torre che suona la trombetta, la folla lo applaude, lui saluta come una vera star e tante care cose, si va via contenti che neanche a Eurodisney dopo il mondo in miniatura. Fingiamo di essere onesti cittadini dell’antichità, immaginiamo per un attimo di essere dei bei campagnoli col un mulo al guinzaglio… ecco, l’orologio, lo scheletrino e il trombettiere ci scalderanno il cuore. Agita quegli ossicini, vispo scheletrino!

Rinfrancati dalla splendida esperienza – e sicurissimi di che ora fosse – ci siamo poi infilati nel negozio più bello del mondo, l’Art Decoratif. Riproduzioni di gioielli art-nouveau a destra e a sinistra. Ma strabilianti. Volute, foglie, ghirigori, pietre, LIANE, libellule, mosconi e lucertole. Facendo fare una fatica invereconda all’anzianerrima proprietaria, mi sono regalata l’Orchidea di Lalique. Insomma, pigliamoci una roba sola ma bella bella, invece di seimila baggianate e bottiglioni di assenzio farlocco.

Poi volevamo andare al museo ebraico, ma ci siamo spaventati quando abbiamo visto come si chiamava l’audioguida in tedesco.


Le magliette del golem però meritavano un casino.

In compenso, Amore del Cuore si è regalato un orologio russo degli anni Cinquanta. C’era questo mini-negozio – Old Clocks, Maiselova 16 – pieno di ciarpame e ticchettii e cucù a sorpresa. L’orologio di Amore del Cuore, in realtà, non abbiamo ancora capito molto bene se funziona o se siamo noi che continuiamo a fraintendere i meccanismi che ne governano il movimento. Nel dubbio, chiederemo l’aiuto dello scheletrino dell’orologio astronomico. Agita quegli ossicini, agitali!

Poi abbiamo visto passare un brezel gigante e non siamo più riusciti ad avanzare. Tavoloni di legno su un bel marciapiede di ciottolini e viva il Kolkolvna, che sarà pure una catena – il che ti fa subito sentire meno sofisticato -, ma ha tutto il mio ruspante rispetto. Cotolettazza, goulash, birrotti e pingue felicità.


Postura da gioioso insaccato e visibile sollievo da vecchia signora che finalmente trova un posto dove sedersi.

Nel tentativo di darci un contegno, abbiamo poi deciso di visitare il museo dell’eccelso Alphonse Mucha, strabiliante maestro dell’art-nouveau e disegnatore dei poster più memorabili di inizio Novecento. A vedere come la disegnava lui, la Sarah Bernhardt mi è sembrata divina sul serio. Il museo è piccolino ma fascinoso. Ci sono le riproduzioni dei lavori più famosi di Mucha – dai cartelloni per gli spettacoli teatrali di Parigi ai dipinti a olio -, le prove di stampa dei manifesti e i bozzetti a carboncino, mille studi per oggetti e arredamento LIBERTI e un tripudio di decorazioni. Ci sono i libri di favole che ha illustrato, allegorie delle stagioni e donne con capelli bellissimi da tutte le parti. E c’è pure un cinemino che proietta un documentario molto istruttivo sulla vita di Mucha – le seggiole scricchiolano, state immobili. E insomma, uscirete gridando VAFFANCULO MINIMALISMO e sarete molto contenti.

TEGAMINI – Amore del Cuore, ci manca Piazza Venceslao. Vorrai mica lasciar perdere piazza Venceslao.
AMORE DEL CUORE – Eccola, tò. È lassù, alla fine del vialone. Lungo lungo. In salita. Vuoi che andiamo?
TEGAMINI – Ah, è fin là. Allora no, anzi, col cazzo!
AMORE DEL CUORE – …fiume?
TEGAMINI – Fiume. E poi?
AMORE DEL CUORE – Eh. Vaghiamo.

E poi si è sparsa la voce che avevo portato stivali e collant grevi e si è messo a piovere tantissimo. Ma l’ultima sera è stata lo stesso molto frufru. E credo proprio che il Bar and Books, rifugio dal legno asciuttissimo, possa finire di diritto nella top-qualcosa dei miei posti preferiti al mondo. Se vi garba l’idea di andarvi a bere delle robe perfette in una biblioteca, piazzatevi lì e stateci. Ero così contenta che mi sono persino seduta con la schiena dritta. Non avevamo il monocolo, ma se lo chiedevamo alla super cameriera in inestimabile tubino rosso secondo me ce lo portava. Anzi, un monocolo ad Amore del Cuore e una tiara a me. Olivette, cosini croccanti, cristallo e gioia.


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Ecco.
Avrei anche finito.
Resta il grande rammarico di non aver potuto mettere piede sul benedetto Ponte Carlo, presidiato giorno e notte da arcigni poliziotti che volevano salvarci dalla piena, e di non aver comprato il GAGGET definitivo: la felpona con su scritto PRAGUE DRINKING TEAM, accessorio che invidio da decenni a chiunque sia stato portato in gita a Praga al liceo, mentre io scarpinavo per l’ottava volta per Parigi e osservavo con costernazione il mio professore di scienze in lacrime di fronte alla ricostruzione del laboratorio di Lavoisier. Facciamo che il prossimo che va a Praga me la piglia, la sacra felpa. Ho la M. E mi va bene anche il colore più pacchiano. Tranne il giallo, dai. Il giallo no.

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Per chi volesse andare in giro dentro a un Tegamini, adesso c’è anche la pregiata sezione Posti.

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Dunque, con Amore del Cuore abbiamo sviluppato questa specialità di andare in inverno dove c’è freddo. Un talento che ci ha portati a Berlino nel 2010 – durante la tempesta di neve più impetuosa che l’Europa ricordi -, ad Amsterdam nel 2011 – coi cigni che agonizzavano, incastrati nel ghiaccio dei canali – e a Oslo, pochi giorni fa. C’è da dire che c’era da ibernare molto meno del previsto (zero gradi, cinque gradi, tre… narvali in bermuda), il che ci ha un po’ spiazzati, anche se la nostra delusione da (relativa)  mitezza del clima è stata più che compensata dal crepuscolo perenne. Ma se inizio a divagare subito è un disastro, perché ho tutta questa idea di proiettarvi con massimo rigore cronologico un numero impressionante di foto delle ferie e mi son segnata che dell’oscurità delle tre del pomeriggio dovrei parlare dopo. Direi quindi di non indugiare oltre e di procedere con coraggio, come veloci pinguini che scivolano di pancia giù per un bel canalone surgelato.

Avventure!
Panorami!
Cibo che costa come un anno d’università!
Fiordi giganti!
Gatti grossi!
Mal di talloni!
Fortezze sorvegliate da burattini!
Animali che mai dovrebbero essere mangiati!
Slitte di regine vichinghe!
Norvegia!
…!

Comunque, per dimostrarvi la mia serietà di travel blogger, parto subito con l’intramontabile classico della foto alle nuvole dal finestrino dell’aereo. Così, tanto per farvi presente che la roba peggiore l’avete già smaltita all’inizio del post.

…sorvoliamo, valà.

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A Oslo ogni porta è una cassaforte. Sono riuscita a imbroccare tutti i numeretti senza sbirciare il bigliettino solo l’ultima volta che ho dovuto aprire il grevissimo uscio della camera, al terzo giorno di permanenza. Che poi non era una camera, era un appartamento, vicino a un fiume pieno di papere chiacchierone. Va bene, c’erano dentro sei mobili in tutto – più un barattolo di gelato, gusto fragola-cheesecake, da noi aggiunto strada facendo -, ma il salotto poteva tranquillamente ospitare una lezione di aerobica, una di quelle ambite, con l’istruttore severo ma giusto.
A questo punto, mi chiedo che cosa spinga un popolo così civile, un popolo capace di dimostrare una tale prodigalità nell’edificazione di spaziose dimore a rifiutarsi di trovare quattro misere piastrelle su cui incastrare un bidet. Che vi ha fatto, il povero bidet. E ci stava pure lui, ve lo assicuro.

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Amore del Cuore cartografo, armato di sestante e bussola, si impegna moltissimo per aumentare il livello medio di senso dell’orientamento della coppia. Lui sa sempre dove si trova. Io cerco di individuare il nord cercando il muschio in terra (anche in città) ed evidenzio in giallo solo le cose inutili della guida, tipo “nei mesi caldi, ricordate di portare un contenitore per raccogliere i mirtilli”.

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Il delicatissimo e cruciale momento della vestizione, reso ancor più impervio dai quarantasei gradi centigradi della stanza. Poi esci che ce ne sono 2.5 e ti si squarcia la pelle, come nel terzo Alien, quello con Ripley nel carcere di massima sicurezza adibito ad allegra fonderia.

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Il primo momento di travolgente entusiasmo ci ha assaliti in mezzo alla piazza della cattedrale, di fronte a tre galline moschettiere. Una roba bella di Oslo è che la città è piena di queste sculture zoologiche che spuntano in giro, senza un apparente perché. Oltre alle adorate gallinone ci siamo imbattuti in una foca, un orso polare, un cervo, una cantante lirica e due leoni. I due leoni stavano a guardia di un posto chiamato Mini Bottle Gallery, un tempio dedicato al culto delle mignon. Dalla vetrina siamo riusciti a scorgere diversi armadietti pieni di bottiglie vestite nei modi più disparati (la bottiglia in frac, la bottiglia scout, la bottiglina ballerina), un acquario lungo un dieci metri buoni – pieno zeppo di pesci enormi, tipo lucci – e un lampadario con tutte queste bottigline appese come preziosi cristalli. Che vi devo dire. In compenso, uno dei due leoni a guardia dell’uscio aveva la coda rotta. E Amore del Cuore mi ha impedito di salirgli in groppa, anche se era palesemente lì per quello.

Per quanto riguarda il secondo momento d’entusiasmo, invece, direi che si potrebbe parlare del palazzo reale che fa capolino in fondo a un viale che bisognerebbe percorrere esclusivamente a bordo di carrozze-slitta. La rigorosa prospettiva del disegno urbanistico rende ancor più bizzarre ed evidenti le mie gambe storte. E mi sento di consigliare a chi fosse afflitto dal medesimo problema a mettersi in posa un po’ di profilo, magari con un piedino all’insù e un fazzoletto bianco in mano, come nella miglior tradizione dei sovrani che fanno ciao alle moltitudini.

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Cafè Skansen – Radhusgata 32

Straziata da un improvviso moto di nostalgia per le straordinarie uova con speck e patate che si mangiano in settimana bianca, ho ingurgitato con grande allegria la variante norvegese dello stimatissimo piatto altoatesino. Nonostante la sublime nobiltà del luogo, le patate erano un po’ buffe.

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Nasjonalgalleriet

Che siamo gente di cultura.
E finché riesco a farmi passare per studentessa universitaria persevero nel chiedere il biglietto ridotto.


Edvard Munch is in da house.

Allora, la sala di Edvard Munch fa paura sul serio. A parte l’infinita e sincera angoscia che ti assale davanti all’Urlo, ci sono anche tutte queste persone inseguite da ombre giganti, signore rigidissime, che ti fissano come se sapessero che stai per essere colpito da una catastrofica sventura, letti di morte, feste danzanti sul punto di finire male, imponenti siepi verdissime, a forma di panettone, che chissà cosa c’è dentro (e forse nemmeno lo vuoi sapere). Tutti i colori, compresi quelli allegri, hanno qualcosa di opaco e sinistro. E le tizie con lo sguardo fisso somigliano pure un po’ a come m’immagino diventerà Bianca Balti da vecchia.

Insomma, ci siamo spaventati, nella sala di Munch. E abbiamo anche deciso di andare a vedere il museo one-man-show, ospitato dal ridente sobborgo di Grünerløkka e messo lì apposta per popolare gli incubi del vicinato. Comunque, la mia vera e adorata scoperta alla Galleria Nazionale è il pittore e illustratore norvegese Gerhard Munthe, uno che aveva tre pannelli appesi nel luogo più scalognato dell’intero museo ma che ha comunque colmato il mio cuore di autentica meraviglia. Perchè il Munthe è un artista di miticherie e un esploratore delle leggende della tradizione norvegese. Ci sono i draghi, i cavalieri, le decorazioni che somigliano a manoscritti miniati, i troll nelle caverne, le principesse da salvare, le armature luccicanti e delle belle brocche molto arzigogolate. E chi lo sapeva, che là fuori c’era un Munthe. Insomma, iniziamo ad amarlo tutti in coro.


Un angolino dei pannelli (scalognatamente appesi) di Munthe.

Un’altra roba, trovata SULL’Internet, delle bellissime bestie molto aerodinamiche di Munthe.

Che felicità.
E un paio di altre ciccionate della galleria:

 

 


Una sala conferenze-concerti in cui non riuscirei mai a stare attenta perché ho un debole per le gigantesche Vittorie alate.


Un ritratto molto ben riuscito di Harry Potter.


Gatti furtivi che rallegrano scene di pesante macelleria.


Amore del Cuore mi asseconda pazientemente, in mezzo ai funzionalissimi armadietti-guardaroba.

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Passeggiatine all’Aker Brygge

Si sa, le banchine portuali tutte rimesse a nuovo sono molto TRENDI, anche nel bel mezzo del crepuscolo degli dèi e con tutti i negozi chiusi, che in Norvegia alle 16-17 si sbaracca e si va a cena. E sono belle, con le lucine calde e gli edifici di vetro nuovi di pacca, i ristoranti e i bar con i tavoli fuori e le seggiole con copertina in dotazione. E già, l’Aker Brygge è un luogo molto fascinoso, nonostante riesca a insinuare nella tua mente il dubbio di esserti smarrito nel quarto livello di sogno di un qualche sventurato protagonista di Inception. All’Aker Brygge, poi, partono traghetti di ogni genere e attraccano pescherecchi, portati a riva da garruli marinai che – sosteneva la guida – hanno l’abitudine di lanciare gamberi appena pescati sulla folla. Noi di gamberi croccanti non ne abbiamo visti, ma siamo andati al banco informazioni per capire se la remota penisola dei musei – perché c’è una penisola con su mille musei – fosse raggiungibile, in qualche modo, anche solcando le onde del mare novembrino.

TEGAMINI – Hi!
THOR DELLE INFORMAZIONI – Hello there!
TEGAMINI – We have a question on how to reach the Bygdøy peninsula… we would like to go to the Viking Ship Museum and we read on our guide that it’s possible to get there by ferry…
THOR DELLE INFORMAZIONI – Oh, I see. Well, no, not at this time of the year.
TEGAMINI – I was afraid you’d said so. But the guide… they say that ferries are still traveling, just on a shorter schedule…
THOR DELLE INFORMAZIONI (con infinito sdegno) – THERE IS ICE IN THE FJORD!!! …but you can take the bus number 30, at the Theatre.

Diamine, avvenente vichingo biondo delle informazioni, mica ce l’ho messo io il ghiaccio nel fiordo! Mi sono sentita come Loki dopo una sgridata di Odino. Che ne so che al 4 di novembre dovete navigare ramponando in mezzo ai lastroni. Insomma, il servizio traghetti si interrompe in settembre, più per una sensata valutazione sull’afflusso turistico invernale che per effettiva glaciazione del fiordo. Che ce n’erano semila, di imbarcazioni che lo solcavano serenamente, le ho viste con questi occhi.
Comunque.


Non è detto che edifici che somigliano all’incontro fatale tra dei panbauletto e un manicomio criminale siano fonte di melodie inquietanti. Tipo, questo qua suonava come un bel carillon.

Tra i mille ristoranti sulla passeggiata finto-rustica dell’Aker Brygge, poi, abbiamo preso due decisioni. A) Domani sera veniamo qua a mangiare il pesce, anche se appena entri hanno la teca con le aragoste vive e c’è pure la cucina a vista, che son sempre cose che ti fanno capire che spenderai un casino di soldi – B) L’umidità mi sta demolendo le ossa, prendiamoci un bel tè del pomeriggio a questo Cafè Sorgenfri (Bryggetorget 4).


Tègamini.


Bella. Due tazze di tè, dieci euro.
Però l’assortimento di ciarpame fantastico che ricopriva ogni genere di superficie ciarpamabile era davvero molto coreografico. Questo qua sopra è il soffitto, con tutti i giocattoli, gli slittini, i lampadari e le paccottiglie vintage. Qua sotto, invece, c’è un angolo con un posatoio per colombe.

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Intermezzi di poca rilevanza

Ma smettiamola con queste scene di calore e ospitalità. Il gelo della sera è tragicamente incisivo… e ci si può difendere solo con cappucci a criniera di leone, spessi mezzo metro. Basta, voglio un titolo nobiliare russo. E un manicotto.


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Viking Ship Museum, per Odino!

Gloriosamente ospitato dalla penisola che non si può raggiungere via mare se non in due mesi dell’anno, il museo delle navi vichinghe è meraviglioso e anche super istruttivo. Per dire, io non lo sapevo che i re e le regine vichinghe venivano seppelliti dentro a una nave. Avevo quest’idea di piccole imbarcazioni spinte al largo con sopra un cadavere fiammeggiante, tipo chiatta-pira-funeraria, ma niente di più. E invece no, c’è tutta una gestione complicata dei morti importanti.
Il museo contiene tre navi-tomba – una BELLISSIMA e vezzosa, una bella e solida, una che è poco più di uno scheletro di legno -, più buona parte dei tesori che vichinghi molto previdenti avevano deciso di far portare al defunto nell’aldilà, comprese delle slitte fascinosissime, piene di decorazioni, mostri aggrovigliati e metallo che brilla.


La prua a ricciolone della nave della regina. Vascello bellissimo ma poco coriaceo, veniva utilizzato per gitarelle nel fiordo e placide escursioni. Mi ci farei seppellire anch’io, dentro a una roba del genere.

Meno carinerie, più legno da battaglia.

I vichinghi sono i vincitori morali di ogni olimpiade di slittino mai disputata al mondo.

I veri costruttori di vascelli iniziano ad esercitarsi da piccoli.

 

 


Modeste dimore di abitatori della penisola di Bygdøy.

 

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Intermezzi di poca rilevanza

I gatti norvegesi delle foreste vivono anche in città. Tu sei lì bello contentone, perché stai camminando verso un posto che nella vita non hai ancora visto e senti un albero che miagola forte. Poi ti giri e ti accorgi che su questo albero c’è un gatto grossissimo e che sta miagolando proprio a te. Che fai, gattone pelosissimo, in bilico sull’albero? Devo chiamare un pompiere biondo perché ti aiuti a scendere? Ti sei incagliato? Macché. Il gatto grosso norvegese delle foreste cittadine ti miagola dietro solo perché è simpatico e vuole essere osservato mentre salta giù, senza un problema al mondo. E poi che devi fare, t’inginocchi in terra, in mezzo alle foglie umide e pasticci il gatto gigante più socievole della Scandinavia con infinita contentezza. Gli vuoi già così bene che ti accorgi di non avere nemmeno un po’ di voglia di starnutire o grattarti gli occhi… e allora capisci che ai gatti scrausi e spelacchiati sarai anche allergica, ma a quelli meravigliosi e costosissimi no.


Natura morta con gatto espansivo che cambia ramo.

 


Natura vivissima e allegra con coccole estemporanee.

 

 


La perentoria reazione di MADRE  – del tutto ignara delle politiche Ryanair in fatto di bagagli – all’avvistamento del gatto megapoffoso di Norvegia.

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Il Vigeland Park

Questo posto è titanico, imponente, insieme molto aggrovigliato e razionalissimo. Le statue tondeggiano, tutto il resto è regolare e squadrato. Tutto il parco scolpito da Vigeland è una metafora del ciclo della vita e ovunque ti giri c’è gente di granito, ferro e bronzo alta due metri che ride, piange, si sbraccia verso il cielo, si raggomitola o salta in groppa a qualcuno. Vi dirò, io sono una ragazza semplice… mi piace Canova. Mi piacciono i marmi candidi, gli eroi, i serpenti di mare, i ponti pieni di angeli guerrieri, le tombe nella basilica di San Pietro, i drappeggi e le vene delle mani che affiorano delicatamente dalla pietra. Insomma, ho difficoltà a trovare soddisfazione estetica in figure come quelle di Vigeland, ma il parco mi ha molto impressionata. Mettetevi lì voi a tirar fuori tutta quella gente da dei sassoni. Trovate un posto a tutti e raccontate una storia. È brutto da far paura, il parco di Vigeland, ma è assolutamente maestoso.

Tegamini (ancora molto lontana dalle statue ciclopiche) saltella felice tra le foglie morte.


L’obelisco di Vigeland, nella mia personale hit-parade delle cose peggiori che potrebbe capitarmi di sognare in una notte di tempesta.


Stanchi delle vostre vecchie poltrone? Sedetevi su una renna.


Qua m’ero appena ricordata di avere mezzo litro di crema di whiskey nella borsa.

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Teatri a forma di iceberg

Perché c’è un teatro in centro, ma c’è anche un nuovo teatro dell’opera, che galleggia in mezzo a fantascientifici cantieri come un grosso zatterone di marmo bianco. L’idea è quella di farlo somigliare a un iceberg e, a giudicare dall’affluenza di felicissimi gabbiani, direi che ci sono riusciti. Il palazzo è fatto in modo da risultare completamente calpestabile: ci si può arrampicare da tutte le parti, tetto incluso… anche se non so bene come facciano quando ghiaccia, che se metti male un piede e inizi a scivolare è matematicamente impossibile fermarsi prima di raggiungere il mare. Forse prendono un cannone, lo posizionano a riva e iniziano a bombardare la struttura a salve di sale. Comunque, sul teatro dell’opera la gente di Norvegia ci porta a giocare i bambini, che impazziscono per piani inclinati e gradini. Son bambini con molta immaginazione, o bambini malvagi, che i genitori sperano di uccidere facendo passare tutta la faccenda del “qual disgrazia, la mia prole è rotolata nel gelido mare da una delle pendici del teatro” come un incidente.


Ormeggiato a poca distanza dal teatro (la distanza sufficiente a creare un effetto di straordinaria fotogenia), c’è un iceberg di vetro ancora più iceberg del teatro di marmo. Superman ci va dentro ad abitare quando si stufa della Fortezza della Solitudine.


Vietato ruzzolare. In effetti, avevo molta paura che Amore del Cuore ruzzolasse. Con la massa che ha sarebbe stato impossibile da fermare.


Tegamini realizza il sogno di riempire di ditate un teatro dell’opera.

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Andrò all’inferno – Lofoten Fiskerestaurant


Massì, uscire a cena in Norvegia è una roba che possono permettersi solo i trafficanti d’organi, ma chi se ne importa, si vive una volta sola, vuoi non andare a mangiare il pesce? E poi oggi non ci siamo nemmeno concessi il lusso di un beverone pomeridiano al caffè del teatro, un posto dove va solo la gente col monocolo, forza e coraggio, abbiamo pure prenotato… ora, però, urge una premessa.
Magda Szabó, che se non l’avete mai letta ve la consiglio molto, era una bambina un po’ gracile e malaticcia. All’improvviso, di fronte a un piatto di carne di non so bene che animale, capì che quella che stava per mangiare era stata una bestia viva e venne colta da una profonda disperazione. Niente, la carne – che così bene le avrebbe fatto – non la voleva più nemmeno veder passare. I suoi genitori, personaggi di meravigliosa fantasia e sensibilità fuori dal comune, le spiegarono pazientemente che certi animali, ad un certo punto della loro vita, si stancano di stare al mondo e decidono, in tutta libertà, di offrirsi volontari per finire sulla tavola degli esseri umani. La Szabó, tra una pertosse e l’altra, si lascia persuadere, e ricomincia a rimpinzarsi di salutari proteine.
Ecco.
Sono sicura che la balena che ho mangiato era una di quelle bestie lì, stanche della vita.

CAMERIERINA – So, our five courses fish menu starts with grilled whale, followed by a mussel soup with vegetables and cod, cooked in the oven with lentils and red wine sauce. After the fish…
TEGAMINI – Hold on, hold on. Whale, like a…
CAMERIERINA – Yes, whale, you know, the huge fish…
TEGAMINI – Technically it’s not a fish but… WHALE! Is it even legal?
CAMERIERINA –  In Norway and Japan.


Mi chiamo Ismaele: l’antipasto di balena grigliata.
E lo devo dire, poverona, la balena sa del più buon filetto che mai vi capiterà di inghiottire finché siete al mondo. Mi sento come Homer quando mangiò Pizzicottina. E anche se era una fettina grossa come un Oro Saiwa, mi sento ormai marchiata per sempre dall’anatema del dio Poseidone. Perché diamine, gli animali dei documentari non si dovrebbero mangiare.


La zuppa di pesce con cozze galleggianti.


Il merluzzo al forno, col vino rosso e le lenticchie.

E comunque una mia amica ha mangiato il delfino. Mangiare un delfino è molto peggio. I delfini salvano i naufraghi, fanno divertire i bambini e vengono a riva a farsi accarezzare.
La verità è che merito di essere trafitta da un narvalo vendicatore.

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Intermezzi di poca rilevanza


Anche in Norvegia si fa draping.

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Il Munch Museet – The Modern Eye

Anche qui, super scoperte. Nonostante al bookshop vendano la tristerrima tavolozza di Munch (composta unicamente da colori che non riesco a descrivere in altro modo che con l’immagine di uno spartito musicale fatto solo di note in bemolle), quello che si trova in The Modern Eye è davvero insolito, per quello che l’essere umano medio conosce dello strambo artista. Perché è vero, c’è poco da stare allegri, ma la collezione che sta fuori dalla Galleria Nazionale (e che abbiamo visto finire nella mostra di questo periodo) è vivace e stramba: ci sono stanze che raccolgono innumerevoli varianti dello stesso soggetto (dipinte a intervalli regolari per una vita intera), gli autoritratti fotografici e pittorici, strade in mezzo ai boschi (sepolte da una nevicata, ostruite da tronchi di un giallo brillantissimo o occupate da cadaveri e assassini che scappano), ossessioni per le trasparenze e le sovrapposizioni (nate, all’epoca, dai primi utilizzi dei raggi X), le scene cinematografiche dei lavoratori che camminano per strada (come nei primi esperimenti di fratelli Lumiére, che a Munch interessavano immensamente), gli interni che sembrano fotografie di scene di teatro (cose che succedono dopo il lavoro di Munch agli spettacoli di Ibsen) e tutto quel che accade quando a un artista scoppia una vena in un occhio.
E chi lo sapeva, che a Munch era esploso un occhio. Non solo cercò di ripigliarsi dall’accaduto immaginando il suo occhio come una specie di pianeta infestato da un uccello minaccioso, ma cominciò anche a dipingere esattamente quel che riusciva a vedere in quella nuova condizione. E ci sono quadri pieni di macchie pennute, ombre ancora più grosse, tinte distorte e buffe brillantezze.
Mamma mia, sono più divulgativa di Alberto Angela. Ma sarà uscito dal sottosuolo di Roma? Tutte le volte che accendo la tv e mi imbatto in Alberto Angela, sta vagando da qualche parte, nelle viscere di una catacomba capitolina. Ma solo a me succede, o lui effettivamente vive là sotto?
Comunque.


Matite di Munch, con l’alberello di vene rotte che diventa un cattivo mini-ibis.


Dentro alla testa di una persona preoccupata ce n’è sempre un’altra. E tutte le cose diventano anche un po’ trasparenti.


Cavalli che scappano nella nostra direzione.


Al bar del museo di Munch urlano anche le tortine. E visto che l’
Urlo è da un’altra parte, è l’unico urlo disponibile.

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Super Fortezze Volanti Fantastiche: Akershus Festning

Qua ci metterò le foto un po’ più grandi, valà, che c’è tutta una magia di cielo-acqua-mattoni. E vi risparmierò ogni tipo di autoscatto romantico, anche se Amore del Cuore che si staglia sul fiordo è un bel vedere.

TEGAMINI – …Amore del Cuore, ma non c’è nessuno!
AMORE DEL CUORE – Ma no dai, c’erano quelle due tizie del viale, quelle che si tiravano addosso le foglie per fare le foto.
TEGAMINI – Ma ho paura, è deserto! Metti che adesso spunta un cavaliere fantasma o qualcosa del genere…
Da dietro l’angolo fa la sua comparsa la guardia in alta uniforme, con tanto di braccio rigido che fa su e giù, fucile in spalla e sguardo fisso. Amore del Cuore e Tegamini si immobilizzano.
TEGAMINI – Non ce la faccio, non ce la faccio, mandalo via, mi viene da ridere!
AMORE DEL CUORE – Guarda, guarda, adesso batte i tacchi e torna indietro. Però dai, abbiamo avuto fortuna, è sicuramente il cambio della guardia. Vuoi che passi la giornata ad andare in giro così?
TEGAMINI – Ma poverino, chissà che freddo, non ha nemmeno una sciarpetta! Quanti anni avrà, poi?
AMORE DEL CUORE – Sedici.


Ancor meno rispettato delle guardie col cappello di gorilla della regina d’Inghilterra, l’indomito soldatino di piombo, ultimo baluardo difensivo della fortezza Arkershus e prima fonte di gaudio per i turisti più sadici.


Il super fiordo (se vedete dell’ICE IN THE FJORD vi prego di segnalarmelo) color piombo. L’impressione che ho avuto è che l’acqua, in questo posto qua, sia molto pesante, come se avesse una densità da petrolio. E poi fa quasi paura perché è fermissima, appena un po’ increspata. Insomma, molta meraviglia.


Qua è da dove si sparava quando i kraken cercavano di attaccare Oslo.


Le tegole sono fatte con le scaglie corazzate dei draghi.


Tegamini e doverose espressioni di grande e soavissimo stupore.

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Intermezzi di poca rilevanza

…anche perchè era un po’ che non si parlava di roba da mangiare.


Sarà anche un tapas bar (Delicatessen, Sondregate 8), ma la splendida legnosità minimal è tutta da paese dove ci son freddo e razionalità. E comunque, nessuno di noi ha preso tapas, per ragioni di costo-opportunità.

AMORE DEL CUORE – Secondo te quante tapas dovrei mangiare per non avere più fame?
TEGAMINI – Ah, sei, tipo.
AMORE DEL CUORE – Non si può fare. Costano troppo. Mangio il panino, guarda quella tizia lì, è grosso il suo panino. Te?
TEGAMINI – C’è la frittatina… e poi queste croquetas col prosciutto, secondo me sono buone. Toh, costano anche 20 corone.
AMORE DEL CUORE – 20 corone, te ne portano una.
TEGAMINI – Ma figurati, che roba è, una crocchetta.

Eh, una ne è arrivata.

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Negozi strambi e belli

Dunque, volevo moltissimo un maglione norvegese, di quelli con tutti i ricami a fogliette, fiocchi di neve, germogli dai colori squillanti e compagnia. Quando ho visto che il maglione norvegese più scalognato del negozio costava 250 euro ho pensato che magari potevo permettermi una sciarpa, che se c’è meno stoffa magari ci sto dentro. Niente, sciarpa, 140 euro. Per un attimo ho valutato la possibilità di acquistare un paio di guanti a muffola, ancora più piccoli, ma ho poi ricordato di essere fiera e orgogliosa, e ho mandato tutti a pagaiare sul fiordo, ripromettendomi di non mettere più piede in un negozio di abbigliamento, salvo strambe eccezioni in quel di Grünerløkka, che pare sia un po’ diventato il luogo YEAH-creativo-hipster della città.
Qualche angolo di negozietto… a quel che ho poi effettivamente comprato credo proprio che riserverò il gran finale. Anzi, ci dovrò fare un altro post, perché ci sono cose che splendono con troppo fulgore per rimanere confinate in un piccolo spazio.


Il negozio ACNE, che ha il pregio di metter fuori scarpe numero 41, il che conforta molto noi genti coi piedi del 39, mica come  in Italia, che si vedono solo dei graziosi 36-37 e poi quando ti arriva la scatola del numero giusto sembri sempre il pagliaccio del circo.


Inquietanti (e arianissimi) bambini, uno diverso per ogni lattina, sorridono come piccoli e malefici androidi. Quello che ci sia nelle lattine non è comunque ancora chiaro.


Battagliere falangi di animalini di plastica Schleich (Riktige Leker – Haakon VII’s gate 1)


Il paradiso del genitore hipster-multicolor (Sprell – Korsgata 24)


Inestimabili tisane che comprendono i tuoi sentimenti e vogliono essere bevute esattamente al momento giusto. Magari sanno tutte di fieno unto, ma le confezioni sono pregevoli.


Sano disordine in una libreria dell’usato. Dopo un po’ che vedi scaffali organizzati con squadra e righello, lavagnette e menu scritti a mano da eccelsi calligrafi (non professionisti) e adorabili muri di regolarissimi mattoni al vivo, insomma, le cose abbandonate in terra fanno molto piacere.


Suggerimenti per lavoretti natalizi da Norwegian Designs. Perchè là fuori c’è gente che usa le mani per mettere insieme biglietti d’auguri, deliziosi ornamenti e interi plotoni di folletti di carta. E poi ci sono io che uso le mani solo per cambiare canale quando salta fuori Paint Your Life. Barbara, vai a fare un bel giro in Norvegia e lascia in pace le povere sedie impagliate.


Scatole, cestini, contenitori, cosetti, non lo so, mi piacciono tantissimo. Tutte queste scatole dei mille colori dell’arcobaleno, poi, erano anche telate e morbidine. Il reparto carta di Norwegian Designs è ufficialmente il male.


Accessori svedesi per case di bambola. Perché la Svezia non arreda solo posti per umani, anche i giocattoli hanno diritto a un po’ di design scandinavo. C’erano milioni di lucette, impianti elettrici perfettamente funzionanti, microscopiche zuppiere, salotti, piastrelle… tutto svedese e ben separato dal normale mobilio per bambole, quello coi tavoli di legno con i piedi intarsiati e i piatti di ceramica col disegno blu. La meta-casa-Ikea, per una bambola che già abita nella casa Ikea della sua proprietaria. – (Riktige Leker – Haakon VII’s gate 1)


I gioielli di Bjorg, tutti belli tranne quello là in fondo che sembra una mezzaluna-spazzettone… o i bracciali a forma di spina dorsale (con costole), che però qua non ci sono. Meglio per voi che non li avete visti.

L’angolo delle farfalle di un negozio di vestiti usati per dive cadute in disgrazia. Stavo per provarmi un costume tradizionale norvegese quando mi sono domandata (rigorosamente in quest’ordine): ma, non sarà un po’ grande? E, ma poi, dov’è che ci vado, con questa roba qua?

TEGAMINI – Amore del Cuore, secondo te ce ne sta uno, nel bagaglio a mano?
AMORE DEL CUORE – Ma va, sono giganti.
TEGAMINI – Ma nemmeno il bisonte, che è tondeggiante? Non ha le corna, magari si riesce… eh?
AMORE DEL CUORE – Come fa a starci. Dai, ti porto via, che poi ti affezioni.
TEGAMINI – Lasciami qui, te vai avanti.
(Sprell – Korsgata 24)

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Fyret (Youngstorget 6): due etti e mezzo d’animale di foresta

Per concludere degnamente la scampagnata, abbiamo deciso di lanciarci sulla cucina tipica norvegese, al Fyret. Cibi sinceri, esuberanti, salmoni salterini, carte geografiche polari appese ai muri, gente che si squarta d’acquavite, birra scura e hamburger d’alce. Perché dopo aver mangiato una balena, nutrirsi d’alce diventa all’improvviso una cosa normale, soprattutto dopo aver constatato che a Babbo Natale la slitta la tirano le renne, che sono bestie di tutt’altro genere.

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Bene. Spero sia stato istruttivo. E magari anche un po’ ameno.
Per chi volesse amare tutto questo anche su Instagram, c’è parecchia roba anche lì.
Per chi crepa dalla curiosità di scoprire cos’ho comprato a Oslo, state sereni un attimo che arriva anche l’apposito post.
Per tutti quanti, viva i fiordi, ghiacciati e non!
E mettetevi due paia di calze, che è sempre saggio.


Ciao Norvegia, ciao soldatino di piombo della fortezza!