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Emmanuel Carrère

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Tanti libri ci arrivano come oggetti compiuti, stabili e “chiusi”, altri sono deliberatamente costruiti per mostrarci cosa succede quando si cambia idea strada facendo, per motivi che spesso sfuggono alla volontà e andrebbero classificati come cause di forza maggiore. Certo, anche renderci partecipi dei movimenti che il burattinaio compie per mettere in scena la sua versione della realtà inseriscono un indubbio livello d’artificio, ma prendiamo per buone le premesse. Nel caso specifico di Carrère, poi, al filtro che la scrittura impone inevitabilmente a qualsiasi fatto che si scelga di trasportare sulla pagine (anche il più assodato e inequivocabile) si aggiunge un ulteriore domandone: ma fino a che punto sarà vero? Ma è poi così importante che lo sia?

[Per approfondire un po’ di traversie personali che sconfinano nel romanzesco – o in quello che viene dichiarato come romanzesco ma poi chissà – vi rimando a questo articolo].

La veridicità e l’aderenza autobiografica, secondo me, in Carrère riescono ad essere allo stesso tempo questioni centrali e del tutto marginali. Credo capiti perché sono balle eccellenti – se propendiamo in toto per il partito delle balle – o perché anche lui, scrivendo, si inserisce nell’artificio e ne parla con quel candore tra il misterioso e il reticente di chi ti sta fregando perché, forse, anche lui ha bisogno di rifugiarsi in quella versione lì della storia. Insomma, ce la racconta… ma probabilmente se la racconta anche. E ci ritroviamo sulla stessa barca.
Si ritorna anche un po’ all’idea di partenza: i fatti saranno anche fatti, ma il mero atto di raccontarli ne restituirà inevitabilmente una versione che passa per il ricordo, per uno stato emotivo che comprende chi eravamo quando una cosa ci è successa e chi siamo diventati mentre la rievochiamo. Se c’è un posto dove saremo sempre candidamente disonesti, deliberatamente infedeli o un misto dei due estremi forse è proprio quello della memoria.

Ma insomma, di che parla Yoga?
Parla di uno scrittore che pratica yoga, meditazione e tai chi da tanti anni e che si accinge a partecipare a un ritiro “intensivo”, durante un periodo felice della sua vita. Gli sembra di essersi avvicinato a quello stato di “meraviglia e serenità” che tiene a bada sia gli autosabotaggi che l’impulso a dubitare che la pace raggiunta sia fragile e transitoria. A coronamento di questo cammino, vorrebbe scrivere un libro sullo yoga per condividere la bellezza di quest’armonia tra corpo e mente anche con il lettore più svagato, a cui di solito toccano solo manuali raffazzonati di self-help che tendono a buttarla in ginnastica pura o in scemenze pseudospirituali da guru del supermercato.
Quel libro lì, quello rassicurante e luminoso sullo yoga, non è questo libro.

Yoga parla di yoga, ma parla soprattutto del perché Carrère non sia riuscito a rispettare gli intenti iniziali. Si passa da Charlie Hebdo e una diagnosi psichiatrica, transitando anche per un campo che “ospita” rifugiati, spesso giovanissimi, su un’isola greca. Si parla di una mente che si disgrega all’apice di un momento che pareva felice e sicuro e del pantano buio che ne consegue. È soprattutto un libro che parla di lacune, perché tanti sono i vuoti che ci separano da quello che vorremmo essere. È come se anche questo resoconto – dichiaramente non accurato – abbia subito una lunga sequela di elettroshock.

Insomma, a parte quello che “succede” nella testa del Carrère che incontriamo sulla pagina – un viaggio che già si rivela ricchissimo e terribile -, quel che ci rimane davvero è una forma di meditazione. È il riflesso deformato di un lungo e lentissimo movimento verso l’unico obiettivo che forse tutti quanti condividiamo: stare un po’ meglio di come stiamo, pian piano. Sbagliando. Sprecando calma, demolendo involontariamente porti sicuri. E raccontandoci le palle che servono.