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Ah, se i muri potessero parlare! Nel caso di Adattarsi di Clara Dupont-Monod – in libreria per Clichy con la traduzione di Tommaso Gurrieri – lo fanno… e con grande garbo e sapiente delicatezza. Le “narratrici” poco invadenti di questo libro – che è un romanzo malinconico ma anche animato dalla forza cocciuta di un tempo che aggiusta, in qualche modo – sono le pietre di un cortile. Nella casa di montagna abita una famiglia che accoglie un bambino nuovo. C’è un fratello maggiore e c’è una sorella minore. Il bambino nuovo è bellissimo e tranquillo, ma dopo qualche mese tutti insieme appare fin troppo chiaro che non parlerà mai, non vedrà mai niente e non sarà mai capace di camminare o di relazionarsi con gli altri. Il suo è un “male” poco evidente e per nulla plateale, una staticità che pare accontentarsi di poco ma che devierà irrimediabilmente il corso della famiglia.

Il libro è diviso in tre parti, che corrispondono a quel che succede ad altrettanti abitanti della casa dopo la comparsa di quel bambino che resterà bambino per sempre… o almeno finché reggerà – e la medicina stabilisce subito che l’orizzonte da attendersi non è lungo.
I tre testimoni – più o meno sincroni rispetto all’esistenza del bambino – sono il fratello maggiore, la sorella minore e l’ultimo figlio. Un custode, una ribelle e uno spirito antico. Tutti e tre misurano differenze tra il prima e il dopo, tra loro e il bambino, tra il futuro che immaginavano e quello di cui dispongono, tra come pensavano di reagire e come di fatto agiscono, affaccendandosi o metabolizzando quella forza immobile ma presentissima, cambiando per non soccombere, trasformando quello che si sentono abbastanza forti da governare. Sono tre approcci molto diversi, che di certo sono solo alcuni degli innumerevoli possibili: spezzano il cuore perché sono tutti legittimi e nessuno sa di resa.

Chissà cosa sentiva davvero, il bambino di questa storia. Come sarebbe stato prezioso saperlo. Dividere l’inadatto dall’adatto è una libertà che nessuno in questo libro si prende, perché prevalgono le reazioni viscerali e istintive. Ci sono protezione, repulsione, curiosità e tutte sono forme di ribellione a un destino strano, espressioni tenaci di una volontà di conservarsi in una tempesta che non risparmia nessuno, perché il passo lento (o assente) di qualcuno significa rivalutare l’ampiezza del proprio. C’è chi trova un centro rallentandosi e chi scalpita per correre lontano e chi, dopo, deve inserirsi in un ritmo che ha subito scossoni impossibili da conoscere ma di cui si ereditano le vibrazioni. È una storia triste e gentile, paziente e inesorabile. Somiglia alle pietre che la raccontano: levigata ma dura, pronta a resistere alla natura.