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Un giorno avrò un volpino di Pomerania, una casa di proprietà, una rendita di diecimila rubli al mese, una piastra GHD e una persona che mi sceglie le foto e mi raddrizza gli orizzonti sbilenchi. Il tutto mentre io sto seduta in poltrona a bere dei tè e a scrivere a macchina.
In attesa che tutto ciò accada, possiamo serenamente proseguire – non senza una certa intempestività – con la gioiosa cronaca del superweekend trascorso in Slovenia a farmi nutrire, idromassaggiare e meravigliare dalla natura. Nella prima puntata vi avevo confusamente raccontato di Vipava, Ptuj e Celje. Questa volta, con il favore dei fauni di Narnia, ci sposteremo a Bled, dove l’acqua è più cristallina e i cigni si riproducono a ritmi forsennati.

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Per chi, come me, ignorasse le più basilari nozioni geografiche, dirò che Bled è una incantevole località turistica situata a metà strada tra Lubiana – la capitale slovena – e il confine italiano. Bled sorge saggiamente sulle sponde di un lago della circonferenza di circa sei chilometri – percorsa caparbiamente da podisti di ogni età, che corrono indomiti ad ogni ora del giorno e della notte. Il placido lago, oltre ad essere piatto e sereno come la stele di Rosetta, custodisce anche l’unica isola naturale della Slovenia – dotata di chiesetta, campanile e cruentissima leggenda d’ordinanza. Per non farsi mancare nulla, Bled ha anche un castello di rara simpatia e un vivace sistema di sorgenti termali, che potrete comodamente godervi passando un po’ di tempo all’Hotel Golf – come ha fatto la sottoscritta. E a Bled, cosa assai importante, si mangia benissimo. Dev’essere un po’ una caratteristica della Slovenia. Arrivi in un posto nuovo e tutti sono convinti che stai morendo di stenti e che bisogna darti subito da mangiare.
La prima sera siamo stati principescamente ospitati dal ristorante Julijana del Grand Hotel Toplice, il più antico della città. E pure quello col panorama migliore. Il giovane chef sloveno del Julijana sta fieramente combattendo per conquistare una stella Michelin e, dal profondo del cuore, gli auguro che gliene diano una generosa manciata. Il nostro tavolo si può ammirare qua sotto. Quello che ci siamo mangiati, invece, l’ha fotografato benissimo la Rossana – e non vedo quindi perché dovrei affaticarmi con un maldestro collage quando c’è già il suo che è così ben architettato.

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Voi in che letto dormite? Io ho un matrimoniale che divido con un grosso uomo incredibilmente affettuoso, che rotola in giro, mi abbraccia nel cuore della notte e mi assesta, occasionalmente, delle gomitate nello sterno. Pur adorando Amore del Cuore, devo confessare che, di tanto in tanto, dormire da sola in un lettone a due piazze mi suscita un po’ di commozione. Se poi, alla mattina, apri la finestra e c’è della neve che precipita su un lago, la faccenda si fa ancora più soave.
Con questo spirito di assoluta benevolenza nei confronti dell’universo, siamo risaliti sul pulmino per una giornata di giretti ed esplorazioni.
La prima cosa che ho scoperto a Bled è che i campeggi non sono necessariamente una roba da roncioni.
Là fuori, gente, esistono anche i GLAMPING.
Se lo scopre Cosmopolitan siamo finiti. “103 idee per il petting spinto nel cuore della foresta”. “Sughero power! 10 zeppe super trendy da abbinare al tuo bungalow”. “Sauna hot: le confessioni delle campeggiatrici più ROAR!”.
Io di campeggi non me ne intendo molto, ma ero assolutamente estasiata. Il Glamping di Bled è un luogo a metà tra un villaggio elfico e il sogno erotico di un minimalista. Ci sono le capannette di legno con la vasca da bagno esterna a forma di botticella (con civilissimi bagni privati e graziose doccette) e ci sono le casette megageometriche progettate dal pronipote hipster di Le Corbusier. Tinte naturali, vialetti di sassolini, armonia con la natura e organizzazione suprema degli spazi. Ci entri in cinque e non hai idea di come hai fatto.

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Rinfrancata dalla pacifica comunione tra boschi di sempreverdi e dimore per campeggiatori, ho ben deciso di coricarmi all’improvviso nel bel mezzo alla piscina sfacciatamente turchese del Grand Hotel Toplice. Provvisto di salottini rosa, sale da tè panoramiche, fascinosi parquet scricchiolanti, persiane bianchissime, una magica spiaggia privata, vetrate assai coreografiche e un vaso giapponese dal valore inestimabile – messo lì in un angolo come se niente fosse – il Toplice è una specie di piccola macchina del tempo. Ci passi un’ora e ti convinci di avere un valletto e una muta di levrieri argentati.

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Visto che non si mangiava da circa trenta minuti, ci siamo sentiti in dovere di fare merenda con una delle specialità del luogo, la leggendaria cream cake. La cream cake è un dolce estremamente rispettoso della geometria: v’arriva in pratici parallelepipedi che misurano sempre 7 x 7 x 5 centimetri e ogni strato presenta differenti gradi di solidità. Ma che c’è dentro? Uovo, crema alla vaniglia, panna, burro, burro, burro imburrato e burro al burro. Per fare breccia nella crosticina sovrastante vi consiglio di utilizzare la forchetta come un piccolo martello pneumatico. O come il forsennato cranietto di un picchio. Vedete voi con quale metafora vi è più comodo procedere.

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Bled, oltre ad essere un luogo ricco di interessanti soluzioni ricettive e un paradiso gastronomico, è anche una specie di romanzo fantasy. Vi basterà inerpicarvi su un roccione a strapiombo sul lago, infatti, per godervi il castello, le sue numerose attrazioni e il mirabile panorama. Mettetevi delle scarpe coi gommini, che c’è una salita ciottolata con una pendenza del 48%.

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Il castello di Bled è un luogo sorprendentemente vivo e divertente da esplorare. Si può visitare un piccolo museo che narra la storia del lago, di Bled come località di villeggiatura, del maniero stesso e dei primi abitanti della valle – ossa preistoriche comprese. C’è la bottega di uno stampatore – che pialla a mano tutti i souvenir cartacei – e un allegro frate che vi insegnerà a imbottigliare. Sulla fucina del fabbro, poi, sono stata inevitabilmente travolta dai ricordi e mi sono messa a strillare in mezzo alla corte SONO BASTILANI E BATTO IL FERRO! A cinque metri, purtroppo, c’era un servizio fotografico nuziale in corso. Nonostante la neve e il freddone, la sposa vagava pacifica in bolerino in finto pelo di dalmata e sandali con gli strass. Lo sposo, un tipo spericolato, ha eseguito un Cassina II sul parapetto a strapiombo sul lago. In maniche di camicia. E noi là, ad abbracciare stufe di cobalto.

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Non paga, sono stata utilizzata per svariati minuti come posatoio per una serie di fiocchi di neve assolutamente PERFETTI. Fiocchi di neve a forma di fiocco di neve. Fiocchi di neve da manuale dei fiocchi di neve. Fiocchi di neve STANDARD. Intanto che ci siete, vi inviterei altresì a notare la completa assenza di doppie punte al termine della mia esuberante chioma.

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Vedendoci un attimo deperiti, la famiglia Jezersek ha deciso di offrici il pranzo nel ristorante del castello. Correggetemi se sbaglio – o se solo io ho avuto sfiga nella vita – ma è molto difficile trovare qualcosa di dignitoso da mangiare all’interno di un luogo “turistico”. Siamo sempre portati a pensare che i posti veramente validi siano infrattati in qualche vicolo, lontani dalle attrazioni più frequentate e difficilmente individuabili dalle mandrie di cinesi col selfie-stick. Visto che nulla di tutto questo – dal punto di vista funzionale ed economico – ha alcun senso, i Jezersek hanno deciso di inaugurare un locale stupendo nel cuore del castello. Vista spettacolare, cucina slovena e comodità massima. Credo sia stato il mio momento-cibo preferito, ma dell’intero weekend proprio.

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Travolti dalla digestione e piuttosto spaventati da una bufera di neve sempre più robusta, ci siamo lungamente interrogati sull’opportunità di attraversare il lago su una barchetta a remi per raggiungere il famigerato isolotto, inerpicarci su per la scalinata di pietra e suonare la campana della chiesa per tre volte (nella speranza di veder esauditi i nostri più reconditi desideri). I nostri accompagnatori sloveni, per nulla intimoriti dal clima, ci osservavano perplessi. Che insomma, la nevicata è bella, ma non voglio fare la fine di Leonardo Di Caprio che annega nel mare ghiacciato. Dopo un dibattito fondamentalmente basato sul “E quando ci ricapita più? Pensate a Instagram!”, abbiamo sfidato la neve e ci siamo issati sul barchino… con risultati a dir poco fiabeschi.

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Questo cigno, che il cielo lo spenni, ha affabilmente accompagnato all’attracco ogni singola imbarcazione e si è lasciato festosamente fotografare da 57 persone. Quando finalmente è arrivato il mio turno, ha allungato il collo e mi ha beccato uno stivale. Solo a me. Ma che gli avrò mai fatto. Io non dimentico, cigno. Sono rancorosa come Stalin. Tornerò a cercarti!

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Per pianificare al meglio la mia vendetta subacquea ai danni del malefico cigno, ho trascorso la serata a mollo in una vasca termale d’acqua calda. Incredibile ma vero, l’acqua calda con le bolle ti culla e ti assiste nella digestione. Volete poi mettere la soddisfazione di vagare nudi per un hotel di lusso alle undici della sera?

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L’ultimo giorno del nostro felice tour è cominciato in maniera drammatica. Alle 7 della mattina ero già davanti al pulmino. Vestita, colazionata, valigiata e pronta a partire. Un trauma devastante. Non ho neanche avuto la forza di mettermi le lenti a contatto. Cioè, così presto non mi vanno su. È impossibile. M’acceco, piango, mi soffio il naso e soffro.
Armata di occhiali, in preda all’atavico dubbio del “mi sarò dimenticata qualcosa a Bled?” e in terrificante deficit da caffeina, mi sono improvvisamente ritrovata di fronte al castello più assurdo mai costruito dall’uomo.

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La fortezza di Predjama fu strambamente edificata dal prode Erasmo (da Predjama) per difendersi dai numerosi nemici che perseguitavano la sua esistenza. Del tutto immune dai reumatismi e poco bisognoso della compagnia degli altri esseri umani, Erasmo trascorse buona parte della sua vita asserragliato nel castello, un folle ibrido architettonico tra montagna e maniero. Il castello è un po’ appiccicato alla roccia e un po’ scavato nella montagna. L’interno è una specie di labirinto in cui, all’improvviso, ci si può trovare col cielo sopra la testa o al sicuro sotto decine di metri di sasso. Ogni due metri c’è una botola che conduce al centro della terra e, in generale, non c’è angolo immune dal muschio e dagli spifferi. La sicurezza prima della comodità. La pancia del castello è una grotta oscura e scoscesa che culmina in un pozzo d’acqua freschissima, risorsa fondamentale in caso d’assedio. Io, francamente, mai al mondo avrei pensato di poter vagare in un posto del genere. Meraviglia totale.

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Poco distanti dal confine italiano, siamo stati attaccati da una schiera di Nazgul urlanti. Sprovvisti di un adeguato equipaggiamento da battaglia, abbiamo deciso di metterci al riparo, rifugiandoci nelle oscure miniere di Moria che – per comodità e affabilità – i contemporanei hanno scelto di chiamare *grotte di Postumia*.
I 24 chilometri e passa di gallerie carsiche di Postumia sono una sorta di prodigio geologico di inestimabile valore scientifico e un’attrazione turistica a tutti gli effetti da circa 200 anni. Nobildonne col cappellino e signori con le ghette le visitavano in carrozza sin dagli inizi del Novecento. Pietro Mascagni vi eseguì, nel 1929, due grandi concerti sinfonici e, in tempi più recenti, la Sala da Ballo – una gigantesca caverna a volta piena di lampadari di cristallo – è stata usata per ricevimenti, matrimoni e trasmissioni televisive (tipo The Bachelor… Maria, segnatelo). Nelle grotte si entra con un trenino, tipo Indiana Jones e il Tempio Maledetto. Dopo un primo tratto sulle rotaie (coi vagoncini che sfrecciano in mezzo a stalattiti e stalagmiti, mentre vi sgocciola in testa della roba ad ogni curva), si passa alla visita a piedi, che credo somigli molto a un giro su un altro pianeta – un posto strambo, dove ogni soffitto è una distesa di latte sgocciolante e la pietra sembra tessuto – o a un angolo remoto e oscuro della Terra di Mezzo.

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Io ho provato a fare qualche foto, ma sembrano tutte delle incomprensibili composizioni astratte.
Comunque.
Oltre al giro nelle profondità della terra, vi consiglio molto anche il museo, che non è affatto menoso e che, oltre ai prodigi della geologia, ricostruisce anche la storia decisamente romanzesca dell’esplorazione e della progressiva apertura al pubblico delle gallerie. Al museo, per esempio, ho imparato che le grotte di Postumia ospitano anche una florida fauna ipogea – tanto per dimostrarci che la vita può trionfare dove meno ce lo aspettiamo. Oltre a scarafaggi albini, vermi trasparenti e grilli orbi, a Postumia vive anche il proteo. Il proteo è questa bestia qui:

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Il proteo, tecnicamente, è un pesce. Solo che somiglia all’infausto incrocio tra un pene e un pitone candeggiato. E ha pure le manine. Nemmeno la nostra guida, un signore che ha scortato su e giù per Postumia anche l’Imperatore del Giappone in persona, ha saputo fornirci un’adeguata spiegazione zoologica sulle folli origini del proteo che, alla facciazza nostra, è anche riuscito a riprodursi. I protei di Postumia che depongono per la prima volta le uova hanno scatenato l’interesse e l’entusiasmo dei media sloveni, che ne parlano pure al telegiornale. Da un pesce dall’aria così spiccatamente fallica non mi sarei aspettata nulla di meno ma, a quanto pare, nessun proteo aveva mai figliato in condizioni osservabili dall’uomo, il che rende l’evento qualcosa di raro, favoloso e biologicamente molto rilevante.
Caro proteo… che dire.

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E con l’immagine suppergiù spaventosa di un pallido pene natante concludo le mie cronache slovene, rovinandovi probabilmente tutta la magia.
Portate pazienza, come sempre.
Vorrei ringraziare ancora una volta i Sava Hotels per l’ospitalità che hanno voluto accordarci e che, guarda un po’, potrà essere estesa anche a un fortunato vincitore, che potrà aggiudicarsi un weekend nei posti belli che vi ho confusamente raccontato. Come? Fatevi un giro qui e votate per il vostro BLOGGHER preferito. Tipo me. Ma così, lo dico solo per darvi un suggerimento spassionato.
In bocca al lupo… e cuori proteiformi a voi!
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TEGAMINI – Amore del Cuore, finalmente andiamo in qualche capitale europea col bel tempo! A Berlino era dicembre. Ad Amsterdam era dicembre. A Oslo era dicembre. Adesso è giugno, capisci? Il caldino!
AMORE DEL CUORE – A Praga c’è l’alluvione.
TEGAMINI – Ah. Ma io ho già fatto i cerchietti sulla guida a tutte queste birrerie all’aperto in riva alla Moldava…
AMORE DEL CUORE – Facciamo così. Se esistono ancora ci andiamo.

Glu-glu. Ma non il glu-glu dei gargarozzi che inghiottono birra. Un glu-glu più di natura che sommerge.

Ma sto già facendo del disordine. Diamo una parvenza di senso a questa Praga-cronaca, informiamo e intratteniamo come si deve, diamine.

Il taxi dall’aeroporto all’albergo non lo volevamo prendere perché non ci sentivamo abbastanza autorevoli. Noi siamo giovani turisti, non abbiamo un soldo, il taxi è una cosa che non si considera e basta. Il taxi diventerà un’opzione quando guadagneremo il nostro primo milione. Ma poi, però, ti accorgi che a Praga i taxi costano quanto un giro sul Malpensa Express e allora ciao. Il nostro guida-guida ha insistito nel farsi chiamare Francesco e nel venirci a prendere sotto casa al ritorno, facendoci pure 15 euro di sconto. Quindi insomma, pigliate il taxi, uno degli AAA. E, in generale, mettetevi d’accordo prima su quello che vi faranno pagare, che il tassametro non esiste. Un po’ come la metropolitana. Ma dov’era, la metropolitana?
Comunque.
Come ogni volta che prenota qualcosa Amore del Cuore, siamo finiti in una camera d’albergo a forma di appartamento – ben più grande di casa nostra. E, a parte gli spettrali corridoi a mattonelle grigiobianche, la totale assenza di altri esseri umani e l’acqua che non diventava mai calda, noi ai Pushkin Aparments ci siamo stati anche bene – pagando (a testa) tre patate, una cipolla e due cavoli verza. Se volete emozionarvi tantissimo, ecco l’alcova dell’appartamento 12, dove io e Amore del Cuore abbiamo russato, asciugamani a forma di Mothman compresi.

Poi ci si svegliava e c’erano tutti dei tetti.


Che mangiare, se si arriva in città alle undici e passa di sera? Ma che sarà mai, ci siamo detti, andiamo a Praga, mica a Santiago de Compostela, che a quell’ora lì son già tutti a casa a dire dei rosari! E invece no, si mangia presto e pure i bar e i pub del centro ti cacciano verso mezzanotte. Grande Giove, l’inedia ci stroncherà! Ma poi, dietro casa, c’era un albergone – u Zlateho Stromu – coi tavolotti fuori e la cucina volenterosamente aperta 24 ore su 24. E ci siamo arenati lì, sbloccando il birra-counter della vacanza e dando delle sbirciatone al Ponte Carlo. In un momento di particolare euforia, temo anche di aver gridato un BELLA CARLO.


E finirei di parlare della serata fingendomi una guida Lonely Planet: “Concludete la giornata su una panchina priva di schienale a domandarvi come facciano tutti quanti a sopportare la Becherovka”.

***


Ciao, siamo le pastarellone del buongiorno.

Allora. Le previsioni del tempo davano pioggia torrenziale e 15 gradi di massima. E invece no, giungiamo in cima al castello scansando cinesi col parasole che si accasciano in preda alla calura. Io, bardata con pantalonazzo autunnale, stivale e golfino, simulo noncuranza… bestemmiando però gli dei del sudore nel profondo dell’anima.


Alle spalle di Tegamini, notiamo un gruppo di turisti sicuramente non soggetti alle restrizioni bagaglifere imposte da EasyJet. E magari anche dotati di una miglior fonte di informazioni in quanto a previsioni del tempo.


Monumento commemorativo. Quello accasciato con le stelle in testa è il turista che fa i gradini. Da qualche parte c’era una specie di skilift, ma siamo naturalmente votati al masochismo e ce ne siamo disinteressati.


Santi che trucidano draghi di fronte a splendide cattedralone dedicate ad altri santi che però di draghi non ne hanno mai visti. Propongo un “celebrity deathmatch” tra san Vito e san Giorgio. Il drago fa il mostro finale.


Se volete far finta di saper fare le foto, cercate dei gargoyle.

Il castello di Praga è una specie di città. C’è la cattedrale di san Vito, l’antico palazzo reale, la Torre delle Polveri, il Vicolo d’Oro, la basilica di san Giorgio. E tutto è bene e tutto è bello ed istruttivo, soprattutto se decidete di affrontare la grandiosità della storia e della cultura dopo un’immeritata pausa di riflessione sulla terrazza del Lobkowicz Palace Cafe. Non vi meritate di mangiare e bere ancora, ma infischiatevene. E se volete preservare l’integrità della vostra calotta cranica, sedetevi di fuori, ma ben appiccicati al muro. Noi si voleva splendideggiare nei pressi della balaustra ma dopo otto minuti eravamo squagliati. Più che altro, se proprio non vi preme star bene voi, fatelo almeno per la vostra birra.


Date retta alle scrittine FAVORITE. Sono FAVORITE perché se lo meritano.

Orbene. Dopo esservi opportunamente ristorati, visitate tutto il visitabile. Soffittoni! Vetrate! Papere nelle fontane! Imponenti baldacchini pieni di polvere! Santi! Martiri! Stemmazzi nobiliari! Armature stipate in ambienti claustrofobici! Armature con gagliardi parapalle! Mattonelle calpestate da Kafka! Cripte! Altari! Troni! Camere di tortura!

Gli intriganti e petaluti soffitti del salone principale del vecchio palazzo reale. Un salone di rara immensità dove, con tutta evidenza, si tenevano anche i campionati mondiali di pallacorda praghese, con tanto di tribune per il pubblico.

Un papero praghese, residente nel castello, con la papera sua moglie. Fermatevi almeno dieci minuti a osservare i due ciuffetti arricciati sulla coda del signor papero.


Ritrova anche tu la fede in mezzo alla cattedrale di San Vito. È l’effetto “Pilastri della terra”, poche storie.


Cuori per GESOO. E cacca a Satana.

Ciao, Alphonse Mucha. Non è che hai tempo di venirmi a disegnare una vetrata, sai, per la cattedrale. Ti assicuro, è un compito degnissimo e patriottico. E poi ci sono delle sante che sono anche meglio di Sarah Bernhardt, altroché Parigi. Ti ringrazio anticipatamente. Tuo, San Vito.

RRRROOOOOOOOOH! La formella del secolo.

Fingendosi devotissimo, Amore del Cuore si prostra al cospetto di un santo luccicante e sbadiglia a ripetizione per una dozzina di minuti.


San Vito è diventato San Vito perché è riuscito a far crescere le fette di pizza sugli alberi.


Ciao, cattedrale. Adesso andiamo a vagare nel Vicolo d’Oro.


Il magico artista-vetraio-intagliatore del Golden Vicolo. L’uomo che ci vede meglio da vicino di tutta la Repubblica Ceca.


Ve lo dirò. Non provando un particolare impulso feticistico nei confronti delle dimore di Franz Kafka, il Vicolo d’Oro mi ha messo una discreta ansia. È una via di mezzo tra Gardaland e la casa di Polly Pocket, ma con più bambini che corrono da tutte le parti e scale molto molto più strette. All’armeria, incagliati in un passaggio segreto insieme a una scolaresca tutta spintoni e cappellini rossi, pensavamo di darci la morte gettandoci su un’alabarda. Per fortuna, però, c’erano anche ovetti e pulcini.

Tanto per fuffare, vorrei anche raccontarvi che il castello di Praga è un must assoluto per farsi le foto dopo il matrimonio. Abbiamo incontrato ben tre coppie di assurdi sposoni novelli.
COPPIA UNO – sposo issa sposa sul parapetto dei giardini del castello (senza ringhiera né niente, così, freestyle) e la osserva mentre un corpulento fotografo le ordina di fare avanti e indietro sul benedetto muretto. Poi l’han fatta fermare, intimandole di dominare il panorama. All’inizio mi spiaceva per lei, ma poi le ho visto le scarpe. Aveva su quelle infami Mary Jane di GOMMA che van di moda tra la gente che vuole sudare tra un dito del piede e l’altro. Viola. Di plastica. AL TUO MATRIMONIO. Volevo caricare a testa bassa e gettarla giù dal muretto, ma Amore del Cuore mi ha fermata. In compenso, c’è questa foto che documenta tutto il mio funesto sdegno.


Zia, io avrò anche il bracciotto cicciardo da tennista-manovale, ma te ti sei sposata con delle scarpe di gomma viola. Chi sei, la cognata di Walter White? La gomma viola non è un’adorabile stravaganza, è un crimine contro l’umanità tutta. Che Anubi ti ghermisca!

COPPIA DUE – sposo e sposa danzano in mezzo a un altro giardino. C’è il fotografo che filma e delle buffe damigelle che si nascondono in mezzo ai cespugli. E sono pure bravi. L’unica roba inquietantissima è che gli sposi danzano serenamente senza musica.
COPPIA TRE – sposo e sposa, tutti bardati e senza manco un capello in disordine, si stravaccano su una gradinata a fare picci picci. Intorno a loro, il deserto. Niente paparazzi, niente invitati, un cavolo di nessuno. Fotografo invisibile? Momento di anarchia? Fuga romantica e tanti saluti ad amici e congiunti? Non lo sapremo mai, ma non c’era un’anima che se li filava.

Bene.
Esauriti i doveri culturali, siamo ruzzolati giù per la collina. Strada facendo, abbiamo visitato una farmacia e ci siamo aggiudicati una tonnellata di pastiglie per il mal di testa a due euro e dieci. Da grande importerò analgesici dalla Repubblica Ceca, si sappia. Stanchi come asini grigi e in piena crisi d’identità – numi, sono quattro ore che non ci sediamo al bar! – ci siamo accasciati in una piazzetta vicino alla nostra augusta dimora per riposare le stanche e dolentissime membra. Poi niente, dopo dieci minuti che eravamo lì è arrivato un giovane e paffuto tedescone vestito da coniglio rosa e mi ha chiesto se gli potevo smaltare le unghie.

Epic win, pingue tedescone. Mi ha detto che stava bevendo dalle 5 e mezza del mattino, ma l’ho comunque cazziato perché quello smalto lì non si stendeva bene per niente.
Per dovere di cronaca, devo anche dire che il primo addio al celibato degno di nota in cui ci siamo imbattuti poeva quasi quasi competere con quello del corpulento roditore germanico. A Malpensa c’era uno con l’aderentissimo costume (casco incluso) di Kimberly, la Power Ranger rosa… quella che tira con l’arco e grida PTERODATTILO! ogni cinque minuti. Kimberly e Coniglione Germanico, sposatevi tra di voi, il mondo già vi acclama.

E mentre noi ce la ridevamo, Noè continuava a lavorare all’arca.

Ma è ora di cena, è ora di cena!
In realtà volevamo andare in un altro posto, ma poi ci siamo arrivati davanti ed era un po’ lugubre. Un tragico sotterraneo con le sbarre alle finestre e l’intonaco vecchio di secoli. Ansia e sconforto. Che non so voi, ma quando vado in giro e sbaglio posto per mangiare mi indispettisco come mai al mondo. Per fortuna a sette metri c’era Lal Qila, un ristorante indiano che l’autorevole Trip Advisor riempie di complimenti. E basta, ci siamo fidati… facendo un gran bene. Ma buono. Buonissimo. E super didattico – e menomale, il menu era praticamente un Meridiano. Mi hanno pure fatto un pesce nel magico forno tandoori che non c’era scritto da nessuna parte, tanto per farmi sentire importante. E avevano un pianoforte disegnato sul soffitto, con le gambe e lo sgabellino che uscivano di sotto. Altroché Viktor&Rölf.


Vedi? Vedi? C’è un pianoforte incastrato nel soffitto!

Amore del Cuore, colmo di naan al formaggio e altre amenità, ha poi richiesto specificamente di visitare il Bukowski’s, meraviglioso baraccio nel quartiere più palloso di Praga. O noi non abbiamo capito la guida, o la guida dice delle tonanti corbellerie. “Il quartiere con la più alta densità di pub al mondo, accorrete!” Ma dove sono i pub? Non c’era un’anima in giro, tutti palazzoni belli e distinti. Uno aveva addirittura parcheggiato la Ferrari in strada, così, come se fosse una biciclettina. Il Bukowski ci ha salvato. Gente incastrata anche nei davanzali, fumo da tutte le parti, oscurità. Una meraviglia. Il barista – inquietante incrocio tra Sean Penn, uno scheletro di plastica da laboratorio e Braccio di Ferro (ma solo per il mento) – ha scodellato un OLDFESCION per Amore del Cuore senza battere ciglio. Purtroppo, eravamo seduti al bancone e non si poteva fare draping.

Amore del Cuore, quando è costretto a produrre un autoscatto, non riesce a generare anche un’espressione.  Insomma, è il Nicolas Cage degli autoscatti, ma amiamolo fortissimo lo stesso.

***

Cielo.
Questo post non finirà mai, ma qualcuno deve pur parlare dell’orologio astronomico! A un certo punto, mentre stramaledicevo MADRE al telefono non mi ricordo più neanche per cosa, ci siamo trovati in piazza sotto al venerabile segnatempo. E niente, mancava poco allo scoccare dell’ora successiva e ci siamo messi lì sotto insieme alle genti del mondo per vedere che diamine sarebbe accaduto in tutte quelle finestrelle.

Ecco. Per una volta vorrei mettere da parte il cinismo, perché con l’orologio astronomico di Praga sarebbe troppo facile. È un prodigio e basta. Si aprono le porticine e passano dei piccoli santi, lo scheletrino lì attaccato a destra muove la mascella e agita gli ossicini, i guerrierini si dimenano con le loro mini-spade e ci sono una miriade di acuti rintocchi. Poi c’è un tizio in cima alla torre che suona la trombetta, la folla lo applaude, lui saluta come una vera star e tante care cose, si va via contenti che neanche a Eurodisney dopo il mondo in miniatura. Fingiamo di essere onesti cittadini dell’antichità, immaginiamo per un attimo di essere dei bei campagnoli col un mulo al guinzaglio… ecco, l’orologio, lo scheletrino e il trombettiere ci scalderanno il cuore. Agita quegli ossicini, vispo scheletrino!

Rinfrancati dalla splendida esperienza – e sicurissimi di che ora fosse – ci siamo poi infilati nel negozio più bello del mondo, l’Art Decoratif. Riproduzioni di gioielli art-nouveau a destra e a sinistra. Ma strabilianti. Volute, foglie, ghirigori, pietre, LIANE, libellule, mosconi e lucertole. Facendo fare una fatica invereconda all’anzianerrima proprietaria, mi sono regalata l’Orchidea di Lalique. Insomma, pigliamoci una roba sola ma bella bella, invece di seimila baggianate e bottiglioni di assenzio farlocco.

Poi volevamo andare al museo ebraico, ma ci siamo spaventati quando abbiamo visto come si chiamava l’audioguida in tedesco.


Le magliette del golem però meritavano un casino.

In compenso, Amore del Cuore si è regalato un orologio russo degli anni Cinquanta. C’era questo mini-negozio – Old Clocks, Maiselova 16 – pieno di ciarpame e ticchettii e cucù a sorpresa. L’orologio di Amore del Cuore, in realtà, non abbiamo ancora capito molto bene se funziona o se siamo noi che continuiamo a fraintendere i meccanismi che ne governano il movimento. Nel dubbio, chiederemo l’aiuto dello scheletrino dell’orologio astronomico. Agita quegli ossicini, agitali!

Poi abbiamo visto passare un brezel gigante e non siamo più riusciti ad avanzare. Tavoloni di legno su un bel marciapiede di ciottolini e viva il Kolkolvna, che sarà pure una catena – il che ti fa subito sentire meno sofisticato -, ma ha tutto il mio ruspante rispetto. Cotolettazza, goulash, birrotti e pingue felicità.


Postura da gioioso insaccato e visibile sollievo da vecchia signora che finalmente trova un posto dove sedersi.

Nel tentativo di darci un contegno, abbiamo poi deciso di visitare il museo dell’eccelso Alphonse Mucha, strabiliante maestro dell’art-nouveau e disegnatore dei poster più memorabili di inizio Novecento. A vedere come la disegnava lui, la Sarah Bernhardt mi è sembrata divina sul serio. Il museo è piccolino ma fascinoso. Ci sono le riproduzioni dei lavori più famosi di Mucha – dai cartelloni per gli spettacoli teatrali di Parigi ai dipinti a olio -, le prove di stampa dei manifesti e i bozzetti a carboncino, mille studi per oggetti e arredamento LIBERTI e un tripudio di decorazioni. Ci sono i libri di favole che ha illustrato, allegorie delle stagioni e donne con capelli bellissimi da tutte le parti. E c’è pure un cinemino che proietta un documentario molto istruttivo sulla vita di Mucha – le seggiole scricchiolano, state immobili. E insomma, uscirete gridando VAFFANCULO MINIMALISMO e sarete molto contenti.

TEGAMINI – Amore del Cuore, ci manca Piazza Venceslao. Vorrai mica lasciar perdere piazza Venceslao.
AMORE DEL CUORE – Eccola, tò. È lassù, alla fine del vialone. Lungo lungo. In salita. Vuoi che andiamo?
TEGAMINI – Ah, è fin là. Allora no, anzi, col cazzo!
AMORE DEL CUORE – …fiume?
TEGAMINI – Fiume. E poi?
AMORE DEL CUORE – Eh. Vaghiamo.

E poi si è sparsa la voce che avevo portato stivali e collant grevi e si è messo a piovere tantissimo. Ma l’ultima sera è stata lo stesso molto frufru. E credo proprio che il Bar and Books, rifugio dal legno asciuttissimo, possa finire di diritto nella top-qualcosa dei miei posti preferiti al mondo. Se vi garba l’idea di andarvi a bere delle robe perfette in una biblioteca, piazzatevi lì e stateci. Ero così contenta che mi sono persino seduta con la schiena dritta. Non avevamo il monocolo, ma se lo chiedevamo alla super cameriera in inestimabile tubino rosso secondo me ce lo portava. Anzi, un monocolo ad Amore del Cuore e una tiara a me. Olivette, cosini croccanti, cristallo e gioia.


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Ecco.
Avrei anche finito.
Resta il grande rammarico di non aver potuto mettere piede sul benedetto Ponte Carlo, presidiato giorno e notte da arcigni poliziotti che volevano salvarci dalla piena, e di non aver comprato il GAGGET definitivo: la felpona con su scritto PRAGUE DRINKING TEAM, accessorio che invidio da decenni a chiunque sia stato portato in gita a Praga al liceo, mentre io scarpinavo per l’ottava volta per Parigi e osservavo con costernazione il mio professore di scienze in lacrime di fronte alla ricostruzione del laboratorio di Lavoisier. Facciamo che il prossimo che va a Praga me la piglia, la sacra felpa. Ho la M. E mi va bene anche il colore più pacchiano. Tranne il giallo, dai. Il giallo no.

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Per chi volesse andare in giro dentro a un Tegamini, adesso c’è anche la pregiata sezione Posti.