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autobiografia

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Orbene, Annie Ernaux è un’autrice che sto pian piano affrontando e che fa della rielaborazione autobiografica – nella speranza di toccare corde universali – la sua cifra narrativa. È asciutta, precisa, inflessibile e acutissima, soprattutto nello sviscerare il sommerso. Ognuno ha il suo, di sommerso, ma lei sommerge anche per gli altri.

Qua sotto ci sono due dichiarazioni d’intenti – usate da esergo per L’evento – che credo inquadrino bene il suo progetto.

Il mio duplice auspicio: che l’evento diventi scritto, che lo scritto diventi evento. – Michel Leirs
Chissà che la memoria non consista solo nel guardare le cose fino in fondo. – Yuko Tsushima

Comunque, in questo capitolo della cronaca del suo transito su questo pianeta, Ernaux ripercorre un’esperienza dai vasti risvolti, l’interruzione di gravidanza a cui ha deciso di sottoporsi nel 1963, a 23 anni, quando in Francia la procedura era ancora illegale.

Se il tema vi angustia, siete avvisati e avvisate: si parla di aborto, con dovizia e nel suo complesso. Se ne parla in termini psicologici, pratici, “sociali” – perché è all’interno di una società con regole che imbrigliano la possibilità di decidere sul corpo femminile che Ernaux si trova ad agire, in quel momento.
Se ne parla come impatto potenziale sul futuro, come reazione istintiva, come estraneità a un ruolo che l’autrice non è pronta ad assumersi. Se ne parla come evento che trasforma e segna, restituendo qualcosa nel togliere.

Ernaux, in mancanza di alternative legali, finisce per ricorrere alla clandestinità, tra rischi sia fisici che “penali”. È un libro facile? No. È una testimonianza che fotografa un punto di svolta totalizzante? Certo. È uno spunto per pensare, nella sua totalità, al valore fondamentale del diritto di decidere? Sì.