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Partirei con un piccolo cappello introduttivo da ascoltatrice dell’audiolibro – se vi interessa sentirlo, lo trovate su Storytel.
Ho scoperto che i suoni che appartengono alla vasta famiglia ASMR risultano più gradevoli ed “efficaci” in base alla struttura del cervello dei potenziali riceventi. Io, per dire, non traggo giovamento alcuno dall’ASMR – anzi, mi fa venire il nervoso -, ma mi sintonizzo a meraviglia sull’onda sonora di Daria Bignardi che legge le sue cose. Sto gradualmente ascoltando tutto quello che trovo di suo perché, oltre a garbarmi mediamente molto quello che scrive, la trovo piacevolissima da sentire. Calma, calorosa, pacata ma non pallosa, lieve e garbata. Così, ci tenevo a sottolinearlo perché sono convintissima che il “successo” di un audiolibro dipenda anche da chi lo legge e da come lo si legge. 

L’evento cardine, in Non vi lascerò orfani, è la scomparsa della madre. Una morte meticolosamente ripercorsa che serve però da spunto per un allargamento dell’orizzonte – e forse anche della prospettiva e dei punti di riferimento, muovendosi nel territorio accidentato dei legami più stretti, di quell’ingombranza difficile (e qualche volta felice) che si portano dietro i vincoli di famiglia.
Nella perdita, Bignardi si scopre parte di un vorticoso sistema solare di relazioni, parentele e storie, attitudini disparatissime e conflittuali, ansie tentacolari e invadenze che non sempre si son potute interpretare come sani impulsi di protezione. C’era già tutto, chiaramente, ma per mettersi a raccontarlo serve talvolta una cesura netta, un evento rivelatorio, una vita “importante” che tramonta, lasciandoci a gestire quel che rimane.
Permettendo alla perdita di attraversarla, Bignardi tratteggia il paesaggio quotidiano della sua condizione di “figlia”: un lessico famigliare divertito e malinconico, che la distanza e una fisiologica pulsione d’indipendenza hanno saputo rendere meno intransigente.
Si può ricordare “bene” una madre accogliendone i limiti, tenendoci vicino tutte le difficoltà che ci ha buttato addosso perché non sapeva fare diversamente. Si cresce grazie a una serie di rinforzi positivi, sembra dirci questa storia, ma si cresce anche in opposizione a quello che ci è stato riservato. Ma si cresce, nostro malgrado. E, qualche volta, lo sguardo che va affinandosi nel tempo ci permette un’indulgenza che non sospettavamo di possedere – e che ci fa bene, nonostante quello che si è passato insieme.

 

Il fatto che nel nostro immaginario esistano Lila e Lenù – e che spesso e volentieri si sia approdati e approdate al resto della produzione di Elena Ferrante dopo aver letto L’amica geniale – genera indubbiamente un impulso quasi inevitabile al confronto, al parallelismo, alla comparazione, alla ricerca di temi comuni e del riflesso condensato di qualcosa di più vasto che vediamo gonfiarsi e propagarsi nelle anime della quadrilogia.
Ecco, nella Figlia oscura ho ritrovato molto più di quel mondo di quanto mi aspettassi, forse anche perché sono fresca di Lenù televisiva che diventa madre e che, come quasi tutte le giovani madri di Ferrante, mal digerisce il ruolo e ancor peggio accoglie la trasformazione. L’arrivo dei figli, qui come per Lenù o Lila, continua a comprimere identità e lavoro in una sorta di tenaglia che spreme capacità e intelligenze pregresse, riducendole ai minimi termini e tirando fuori quelle frustrazioni e quelle meschinità istintive che minano alla base la propensione ad accudire.

La figlia oscura - Elena Ferrante

Questo romanzo, pur nella sua relativa brevità, è di una potenza devastante. È come se individuasse i nuclei più problematici di Lila e Lenù per assegnarli a una protagonista anagraficamente più “grande” e meno impantanata in rioni, famiglie e origini da ripudiare o riconquistare, ma solo in superficie pacificata dal tempo. È una donna che ha tentato di tenere a bada la frantumaglia – già, anche qui – di identità che deformano la ricerca principale di chi siamo e che, negli anni, si è resa conto di aver bisogno dell’esistenza da cui credeva di dover scappare. Non è né una vincitrice né una sconfitta, non è virtuosa e non è buona, esige con inquietudine ondivaga uno spazio da riempire con più pezzi di lei di quanti ce ne stiano. Ma come si continua a vivere, quando ci si accorge che con tutti questi pezzi non si costruisce di più di quello che si ha già?

Per dovere di cronaca, una rapida ricognizione di quel che materialmente comincia ad accadere in questo libro. Leda, di base, va al mare. Prende una casa in affitto per conto suo – le figlie sono cresciute e si sono ormai trasferite in Canada col padre da un pezzo – e va in spiaggia con un po’ di libri e nessuno a cui badare. Insegna all’università, ha corsi da preparare e ricerche da portare avanti. Pare tutto tranquillo, ma in spiaggia arriva una grande famiglia rumorosa – quei “napoletani” dall’invadente e minacciosa cordialità che Leda sa inquadrare con precisione, perché da lì è spuntata anche lei -, una bambina “perde” una bambola e la nostra protagonista spalanca un vaso di Pandora di ricordi, fatiche comparate, sguaiataggini, omissioni sempre più ingestibili, mariti, prole, carriere accademiche, rimpianti, gente pericolosa e trappole domestiche. Leda sparisce a intermittenza, sia dalla spiaggia che dagli snodi cruciali della sua vita passata  – e mai sapremo se la sua mancanza sia stata avvertita con la medesima intensità che ha accompagnato la repentina scomparsa di quella bambola lercia, malconcia, eccessivamente umanizzata e piena d’acqua sporca di mare… ma amatissima. Come uno specchio, uno scudo, una zavorra che nel capirla meglio si fa più leggera. Si fa nostra. Anche se ci trascina sul fondo.

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Leda è una di quelle protagoniste che potrebbero farvi esclamare “no, è un brutto romanzo. Lei è troppo spiacevole. Come si fa”. Resto convinta che è con le brutte persone che si facciano i bei libri e vi esorto a dare a Leda una solida possibilità, soprattutto se avete apprezzato la quadrilogia. Dalla Figlia oscura è stato anche tratto un film – con Oliva Colman e l’esordio alla regia di Maggie Gyllenhaal – che sicuramente vedrò, per quanto il cambio di “scenario” piuttosto radicale mi allarmi. Ultima nota sul fronte della “fruizione”, potete leggerlo o ascoltarvelo in audiolibro come ho fatto io – lo trovate su Storytel con la voce sempre calzante di Anna Bonaiuto. Per provare il servizio, vi ricordo come di consueto il link per il mese gratuito.

 

All’inizio dei miei esperimenti con gli audiolibri, riflettevo sull’inevitabile ruolo di “mediazione” del narratore rispetto alla nostra esperienza di fruizione di un testo. Perché sì, ascoltare qualcuno che ci legge un libro implica che la voce che sentiamo non sia più quella che c’è nella nostra testa, ma quella di un’altra persona, che si inserisce fra noi e il materiale di partenza. È un bel cambiamento, che aggiunge un livello ulteriore di complessità e finisce inevitabilmente per lasciare un’impronta nel nostro rapporto con il libro.

Lamento di Portnoy mi è piaciuto così tanto perché me l’ha letto Luca Marinelli? Margherita Buy ha letto Lessico famigliare o Mal di pietre meglio di come me lo sarei letto da sola? Quella canaglia di Tony Pagoda ci guadagna, affidandosi alla voce di Tony Servillo?

Sono tre esempi estremamente virtuosi, secondo me. Ma può anche capitare che il “casting” non sia così stratosferico e che lo spazio che il narratore ci lascia per immaginare o per metabolizzare quello che sentiamo sia più risicato. Perché mica è facile leggere bene. E leggere bene per gli altri è ancora più complicato.

Per sbrogliare la matassa e capire cosa succede quando un lettore professionista si trova in cabina di registrazione con un testo, ho deciso di farmi raccontare un po’ di “backstage” da Renata Bertolas, che ho ascoltato con immenso divertimento su Storytel in Affari di famiglia di Francesco Muzzopappa. Perché Renata, diciamocelo serenamente, si è dimostrata una perfetta contessa Maria Vittoria dal Pozzo della Cisterna. E sono a più riprese schiattata dal ridere, meravigliandomi per la corrispondenza riuscitissima tra protagonista romanzesca e lettrice in carne, ossa e corde vocali.
Ecco qua le nostre chiacchiere su audiolibri, interpretazioni, lettori ed emozioni. Con molte ghignate da parte mia.

Per farvi un’idea di cosa succede davvero, Storytel ci ha elargito un periodo di prova potenziato. 30 giorni gratuiti invece di 14. Trovate tutto qua.
E grazie ancora a Renata per l’intervista – e per il suo magistrale snobismo nobiliare. 🙂