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Un sedicenne di Harlem è in prigione in attesa di giudizio. È accusato di aver fatto da palo in una rapina finita malissimo: il proprietario del drugstore preso di mira è rimaso ucciso e la dinamica del colpo è a dir poco nebulosa. Tra rimpalli di responsabilità, accordi opportunistici con la procura e testimoni inattendibili, Steve Harmon rischia grosso e sta per essere risucchiato da un sistema che più che riabilitare e correggere preferisce puntare il dito contro i “mostri” e consolidare quei pregiudizi che rassicurano chi ha già il coltello dalla parte del manico, con buona pace di dialogo e parità.
Per ricordarsi chi è e provare a elaborare quello che gli sta succedendo, Steve si arma di quaderno e racconta il processo e i giorni in carcere con il linguaggio che gli è più congeniale: il cinema.

Monster di Walter Dean Myers – in Italia pubblicato da Marcos y Marcos nella traduzione di Paolo Ippedico –  alterna la struttura del diario a quella della sceneggiatura cinematografica, che Steve sta imparando a costruire a scuola durante i laboratori di un insegnante che conosce poco le dinamiche reali del suo quartiere ma sembra, per fortuna, più interessato a trattare i ragazzi per quel che sono: studenti con un futuro da costruire, lo stesso futuro a cui Steve forse dovrà rinunciare in caso di verdetto sfavorevole. Dipinto come mostro, inizia a dubitare anche delle sue certezze più basilari, facendo sedere anche noi lettori tra i giurati chiamati ad ascoltare testimonianze e arringhe per impartire una punizione adeguata. Quanto puoi essere innocente, se vieni da un certo posto? Quanto puoi essere innocente, se respiri quell’aria? Quanta simpatia e comprensione puoi sperare di suscitare in un giurato che, al contrario di te, ha la pelle del colore “giusto”?

Uscito nel 1999, Monster è stato un libro fortunatissimo negli Stati Uniti. Walter Dean Myers, cresciuto ad Harlem come molti dei suoi protagonisti, è stato a sua volta etichettato come “ragazzo difficile” e nella sua vastissima produzione letteraria ha cercato di illuminare con franchezza, precisione e – come in questo caso – originalità strutturale le disparità sistemiche della società americana. È scomparso nel 2014, ma di certo il suo lavoro è ancora – nostro malgrado – ben lontano dall’obsolescenza.