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Che diamine è il “soft power”? Il concetto è stato coniato nel 1990 da Nye – politologo americano – per definire l’uso dell’arte e dei valori culturali come leva di potere a livello geopolitico. L’Atlante della cultura di Antoine Pecqueur, in trenta capitoli o casi di studio tematici, esplora i meccanismi relazionali, politici, comunicativi ed economici che compongono il grande ingranaggio dei nuovi rapporti di forza mondiali, evidenziando come la cultura – nelle sue molteplici espressioni – si sia affermata come uno dei pezzi più importanti della scacchiera, nonostante spesso rifugga le metriche numeriche “oggettive”.

C’è di tutto. Dal k-pop che si quota in borsa alle fondazioni patrocinate dalla birra Carlsberg, dal modello filantropico americano all’ascesa del cinema Nigeriano. E c’è anche uno sforzo di allontanamento dalla prospettiva eurocentrica (o dal punto di vista strettamente occidentale) per mappare in maniera omogenea quel che sta capitando in tutti i continenti. Visto il tema e lo scopo di fondo – portare a galla le “prove” del peso globale dell’arte – mi pare pure normale, ma dati i bias prospettici che resistono mi garba comunque evidenziarlo.
Aggiungerei anche che il libro è molto “fresco” – l’edizione francese è del 2020 – e basato su dati e ricerche recenti. È anche sostenuto da un’esposizione chiara e sintetica, per quanto sfaccettatissima per distribuzione geografica e fenomeni analizzati. Come ogni degno atlante, poi, non lesina su mappe, infografiche e schemi.

Insomma, è un testo eclettico per aggiornarsi sui movimenti culturali più “caldi” a livello mondiale e per consolidare una visione di ampio respiro – per quanto condensata – sul settore culturale. Sarà per deformazione universitaria, ma è bello ritrovare qui una riflessione sfaccettata sulle implicazioni economiche – chi finanzia la cultura? Cosa cambia se ci pensa di più lo stato o se ci pensano di più i privati? […] – e comunicative che ogni “azione” culturale produce.
La cultura non è mai stata una forza neutra: nelle epoche più disparate se ne sono serviti monarchi assoluti, capitalisti più o meno sinceramente filantropi e dittature bisognose di una solida propaganda. Saper dare un nome a questa grande mano invisibile – che spesso regge un pennello o scosta un sipario – e saper stabilire collegamenti strategici con la nostra comune attualità è un esercizio affascinante, uno slancio di utile consapevolezza.