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Player one

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Alla fine dell’anno scolastico precedente, avevo smesso di chiedere passaggi a Aech. Il suo avatar aveva superato il trentesimo livello ed era sempre in viaggio verso pianeti in cui il mio avatar non sarebbe stato al sicuro. Era contento di darmi uno strappo fino a qualche mondo da novellini che si trovava sulla strada ma, se non mi procuravo abbastanza crediti per pagarmi in ritorno su Ludus, finivo per perdere le lezioni, bloccato su qualche pianeta che non era il mio. E non era una giustificazione valida. Avevo accumulato un numero tale di assenze ingiustificate che rischiavo di essere espulso. Se fosse successo, avrei dovuto restituire il visore e la console OASIS che mi erano stati assegnati dalla scuola. Peggio, sarei dovuto tornare a scuola nel mondo reale per finire l’ultimo anno. Non potevo certo rischiare.

Ernest Cline
Player one
Isbn edizioni (Special Books)

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Sono molto contenta di essere riuscita a usare quel cavolo di secchiello rosa a forma di cuore. È vero che l’ho pagato tre euro, ma non capivo assolutamente che farci. In casa non ho la sabbia per i castelli, non ho ghiaccio e bottiglie inestimabili da mettere a mollo e, non condividendo la passione per la gelatina di frutta, anche la soluzione stampo-per-budino-gigante è tragicamente tramontata. Chi li mangia, quei budini di frutta sballonzolanti? Ho passato una vacanza a Fuerteventura a giocare col Jello, senza mai avere il coraggio di assaggiarlo. Ero con la mia amica Marina, prendevamo due cubetti a testa di quella roba e buttavamo in piedi uno spettacolo teatrale. Facevamo cantare le gelatine, le spostavamo sulla scena, cercavamo di salvarle dal malvagio MARANZONE – il temutissimo tiramisù nucleare. Finiva che alla Marina le gelatine piacevano, e se le mangiava, prima che ci cacciassero dalla sala da pranzo perchè disturbavamo.
Ma non volevo parlare del secchiello. O di gelatine alla ribalta.
Anche se però, una sera abbiamo portato via delle gelatine e ci siamo messe a tirarle per strada, per vedere se potevano rimbalzare. Ve lo dico subito, non rimbalzano. C’era questa strada lunghissima, tra la spiaggia di sabbia e l’albergo. E noi, sul marciapiede in mezzo a della gente coi pattini che tiravamo le gelatine, vicino e lontano. I pappagalli non uscivano di notte, altrimenti si sarebbero divertiti moltissimo anche loro, o forse si sarebbero offesi, visto che le gelatine erano esattamente dei loro colori.
Ma chi se ne importa.

Ho letto Player one e mi sono divertita molto.

Va detto, è un libro pieno di difettini strutturali e puntualizzazioni goffe – ciao, questa è la mia spada magica e, guarda un po’, ha esattamente le caratteristiche che dovrebbe avere proprio in questo momento. E sai perchè ce l’ho? Ce l’ho perchè l’ho raccolta qualche pagina fa, mentre tu non guardavi. Non te ne ho parlato, ma te lo dico adesso, pensa che culo che abbiamo –  e stratagemmi fatti con lo stampino: Parzival – il nostro protagonista – ha passato cinque anni a studiarsi da cima a fondo l’intero universo geek-nerd anni ’80 (con incursioni nel decennio prima e nel decennio dopo, tanto per andare sul sicuro) e qualsiasi cosa succeda, lui è preparato. Devo giocare la partita di Pac-Man perfetta? E che sarà mai, due anni fa col mio amico Aech ci siamo invasati col Pac-Man e ci abbiamo giocato per tre mesi di fila, senza neanche andare in bagno. Devo ripetere a memoria il film del Graal dei Monty Python? L’ho visto centocinquantasei volte, non posso fallire. Levatevi tutti.
Insomma. È carino e sfizioso che roba simile capiti un paio di volte, ma a vederlo succedere ogni tre pagine finisce che t’indisponi. Hermione Granger, per cortesia, vai e insegna a Parzival come essere onniscenti senza precipitare nella strategia dell’ovvio.
Nonostante queste scivolate, però, è un libro che vuole farsi leggere a morsiconi soddisfatti e rapidi, e ci riesce benissimo. Cline è un pozzo d’impareggiabile scienza, un accumulo spaventoso di puro e inutile trivia, dai videogiochi alle merendine. E anche se avete presente più o meno il 6% di quello che vi viene spiattellato davanti, va bene lo stesso, state lì e fatevi intortare. Cline guida una DeLorean, perdiana, merita rispetto e amore.
Come al solito, ho un debole per le società in disfacimento e gli universi paralleli, e qua c’è di che rallegrarsi. OASIS – la simulazione immersiva in cui si svolge la balda avventura – è un bel balocco, ma niente che spettini chi già ha un po’ d’immaginazione. E sarà un paradosso, ma è proprio il mondo vero a diventare interessante. Aspetta, aspetta, lasciatemelo dire… DISTOPIA.
Che sollievo.
Non c’è niente di più allegro di una bella distopia canonica, con la mega-corporation malvagia, la schiavitù dietro l’angolo, il dominio dei ricchissimi di tutte le cose vere e pure di quelle finte, le baraccopoli instabili, gli autobus presidiati dalla polizia e vari livelli di controllo militarizzato delle masse affamate e piene di debiti.
Insomma, questo libro è un confortevole bozzolo di stereotipi. Se si accetta di farsi un po’ prendere in giro, senza pretendere d’incontrare protagonisti dalla sfera emozionale incredibilmente estesa, ci si svaga in estrema allegria. Di buono c’è il ritmo, di buffo c’è il tentativo di mettere in piedi dei drammi, di davvero scemo c’è solo Og.