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Il Treno di Spade: la gomitomachia

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Il treno, superba fonte di fastidio, continua a regalarci momenti indimenticabili. Perché, dopo la gente che non si sa sedere, c’è la gente che ti fa del male coi gomiti, spesso di proposito e con spudorata sicumera. E grande sarà il cieco furore che vi assalirà, perché tra tutti gli infami farabutti che vi potranno capitare di fianco, i gomitatori folli sono i peggiori. Se poi vi capiterà di imbattervi nel Principe Ereditario dei Gomitatori Folli, vi converrà cambiare di posto. O darvi da fare con le vostre preziose uova di drago.
Ma andiamo con ordine.
Su un Frecciarossa, che è un po’ il treno migliore che ci ritroviamo, non è che i sedili siano proprio delle vasche idromassaggio. Per non recar danno al prossimo, una persona con un po’ d’educazione si guarda attorno, individua una passeggero esile, si siede lì vicino e si rassegna. Si appallottola nel suo spazietto, evitando i movimenti bruschi e i gesti inconsulti. Tanto per capirci: aprirsi un libro sulle ginocchiette è bene, suonare il flauto traverso è male. Considerare il bracciolo come un mero strumento di delimitazione dei rispettivi spazi vitali è bene, utilizzare il bracciolo per appoggiarci effettivamente su il braccio è male. Ma non lo dico per misantropia, lo dico perché non c’è proprio posto, poche balle. In un altro contesto, l’innocente bracciolo potrebbe svolgere con onore il compito che l’universo gli ha affidato – fungere da confortevole puntello per gli arti superiori degli esseri umani -, ma su un Frecciarossa deve necessariamente rassegnarsi al  degradante ruolo di barriera tra un viaggiatore e l’altro. Ma per il bene collettivo dei passeggeri. Non puoi appropriarti del bracciolo senza importunare chi ti sta vicino. Non puoi stravaccarti come Geoffrey Baratheon sul Trono di Spade. Non puoi e basta, ma neanche se hai tutta la famiglia Lannister che ti dice che è un tuo diritto.

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Guardatelo, lo stronzetto, come va fiero di quei suoi spregevoli gomitini a punta.

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Non mi diffonderò sull’ultimo episodio del Trono di Spade che ho visto – se non per gridare un rapido GODO COME UNA BESTIACCIA e per manifestare anche una leggerissima delusione (ci voleva qualcosa di più umiliante, tipo fratello di DENERIS). Quel che vorrei invece fare è dire al Gomitatore Folle dell’altro giorno tutto quello che penso di lui. Perché le rispostacce belle ti vengono sempre in mente troppo tardi, quando ormai non servono più a vendicare il tuo onore calpestato.

Molto bene, dunque.

Gomitatore Folle, devi sapere che di lunedì mattina non è carino sederti nel posto verso il corridoio, appoggiare la valigetta sul sedile di fianco al tuo e appendere la tua pulciosa giacca da quattro soldi al gancetto in prossimità del finestrino. Il lunedì mattina c’è la gente che deve sedersi in terra e, per tale ragione, seminare i propri effetti personali sui rari posti liberi rimasti, ecco, mi pare un comportamento quantomeno offensivo. Un gesto di prepotenza gratuita e assolutamente non necessaria, soprattutto perché è lunedì, sono le 8 antimeridiane e tutti quanti avremmo bisogno di coccole, mica di scansare i valigini e le carabattole che gli altri si trascinano dietro. Quando una pendolare esasperata e assai spettinata, poi, ti si avvicinerà timidamente e ti domanderà con gentilezza e urbanità se il posto accanto al finestrino è libero, farai il favore di levare di mezzo le tue minchiate senza alzare gli occhi al cielo. Anche la giacca, certamente. Ti pare che posso passare il viaggio con la tua giacca da miserabile che mi sballonzola sulla testa? Vedi tu. Levala dalle palle, ma non dovrei neanche dirtelo. E no, il fatto che tu, Gomitatore Folle, sia molto impegnato ad annodarti la cravatta non giustifica l’espressione scocciata che mi rivolgi. Noialtri ci siamo tutti vestiti a casa nostra, perché non puoi farlo anche tu? Io mica mi sono allacciata il reggiseno all’inizio del binario 6, brutto coglione. Perché devi infliggerci questo magro spettacolo? Fai tanto il figo, e sei lì da un quarto d’ora che armeggi, incapace di venirne a capo. Chi sei poi, il Mago Zurlì? Non ce l’avevano una cravatta di un colore più plausibile? Azzurro cielo? Lucidina? Manco mi sono ancora seduta e già ti dovrei appendere per il collo al locomotore, voluminoso imbecille che neanche riesce a vestirsi da solo. Invece di sbudellarti e prendere il tuo unticcio scalpo sono invece costretta a dirti grazie e ad incagliarmi nel sedilino accanto a te, dove spero di appisolarmi in santa pace fino al traumatico arrivo a Torino Porta Nuova. E lo farei anche, se solo tu non fossi così uno stronzone. Perché ti impossessi del bracciolo. E neanche per leggere il giornale, no, te ne impossessi per scrivere dei messaggini, operazione che potresti serenamente svolgere senza sbracciarti come un arbitro. Non solo parcheggi il tuo inutile gomito sul bracciolo, ma ti ci appoggi pure sopra, spostandoti con tutta la spalla nella mia direzione e mormorando commenti a mezza voce sulle puttanate che, nella tua infinita sapienza, sei costretto a veder comparire sul grosso telefono che ti ritrovi. Perché uno come te non può che avere un telefonone. E io? Io mi ritraggo, cerco di appiccicarmi al finestrino, ribollendo di una rabbia pura e luminosa come il nucleo fiammeggiante di una cometa dimenticata. Ti strapperei gli occhi, se solo riuscissi a muovermi, ma ogni mio muscolo è impegnato a starti alla larga, e non ho un gran margine di manovra. Sto lì, disprezzando la creazione sin dal primo protozoo e non posso fare a meno di chiedermi che cosa ti spinga a rovinare addosso a me in quella maniera. Com’è possibile che tu ti senta a tuo agio, con un braccio rovesciato su un’altra persona, soprattutto se per espanderti hai a disposizione tutto un corridoio? È perché sei un pirla. Ecco perché. E anche perché sei convinto, nella tua palpitante arroganza, che il tuo gomito sia così più importante del mio da meritare non soltanto il bracciolo, ma anche una significativa porzione dell’angusto spazio che ho a disposizione. Che il cielo ti fulmini e ti rifulmini ogni volta che cambi posizione. Perché no, nemmeno piantarmi un gomito nelle costole è una faccenda accettabile. Già sono lì che mi devo legare un braccio al collo per dare la possibilità al tuo spiacevole organismo di espandersi nella mia direzione, già non ti dico niente perché sono più educata di te – anzi, sono così educata che scelgo l’autolesionismo, piuttosto di imbarcarmi in un alterco con un conclamato coglione  -, ma non posso accettare che le mie costole vengano importunate da estremità puntute e nodose. Ma mi accontento della mia immaginazione, regno fatato di suprema giustizia. Ti scorgo in lontananza, mentre arranchi con le braccia spezzate lungo un binario morto. Mi accontento di disossarti in sogno. Covo vendetta, pagliaccio di un consulente. E non salirò mai più su un treno senza un trinciapolli nella borsetta. Sei avvertito.

 

4 Responses to “Il Treno di Spade: la gomitomachia”

  1. Shibbia says:

    “Io mica mi sono allacciata il reggiseno all’inizio del binario 6, brutto coglione”.

    Molla Amore del Cuore e sposa me.

  2. Ophelinha says:

    lo stesso applicasi ai passeggeri dei comodissimi voli Ryanair (si, dico a te, papa’ tutto compiaciuto che sul primo volo del mattino rideva felice del figlioletto che mi prendeva a colpi di biberon mentre cercavo di dormire. Dico a te)

  3. Elena says:

    Ti capisco perfettamente. Cerco di non invadere mai lo spazio altrui, ma non sempre vengo ricambiata… e allora faccio come se fossi a casa mia… mi sbrago!!! Mi allargo, spingo sul bracciolo con tutto il corpo, faccio rumore ticchettando con le unghie lunghe sul tavolino, telefono a qualcuno e dico a voce ben udibile che c’è un idiota di fianco a me che si crede un chihuahua che mi sta fisicamente importunando con la sua presenza e l’incapacità di capire dove finisce il suo spazio e inizia quello degli altri, e cose così…. e se finisce in rissa, ben venga… il lunedì mattina non chiedo altro!

  4. Alessandra says:

    Uuuh, mi ricorda quei tipi che sulla metro verde alle 18, quando miracolosamente una taglia 48 diventa una 42 tanto ci si deve stringere, ti si sdraiano letteralmente addosso.

    Cioè, tu sei lì, appesa alla maniglietta (ma potresti evitare che tanto la folla ti tiene in piedi) stringendo la borsa che non si sa mai, rattrappendoti il più possibile per evitare il contatto con mani sudate e ascelle pezzate, e arriva il genio di turno che fa esperimenti sulla compenetrazione dei corpi solidi. Usando la tua schiena come sedia a sdraio. E a nulla vale provare a spostarsi. A) non hai spazio e B) l’imbecille di turno si metterà ancora più comodo.

    Per farla breve, le soluzioni sono due: o usi un lanciafiamme o ripaghi con la stessa moneta. Immagino la seconda si più consigliabile, ma a me piace di più la prima :-P

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