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#BeautyIs: pensierini di conquiste caotiche

beautyis dove tegamini

Cara Tegamini, ti va di partecipare un po’ ai nuovi pensierini che stiamo raccogliendo per la nuova campagna #beautyis di Dove? Ha presente, no? La bellezza autentica è dentro di noi, girl power, addio fondotinta carnevalesco, forza e coraggio? Perbacco, certo che mi va. Sul provare a sentirsi belle e in pace e fiere delle proprie assurdità ne ho così di robe da dire. Perché c’è chi si è sempre guardato allo specchio senza problemi, e c’è chi ha capito come comportarsi con la propria carcassa solo dopo varie vicissitudini e fortuiti colpi di scena. Io, per dire, non ho ancora finito di fare pace coi miei pezzi. Ma va incredibilmente meglio di prima. Un po’ di storie le ho scritte sotto alla mia baby-fotina di neonatona allegrissima. Metti mai che faccia del bene anche a voi e alle vostre testoline. Per me è stato molto terapeutico, con o senza Beauty Patch.

Parecchio tempo fa, ero una bambina bellissima. Occhioni blu, boccoli biondi, broncetto e gambette veloci. Poi sono cresciuta, e sono diventata un’adolescente orribile. Non so bene che cosa sia successo. All’improvviso, tutte le cose antiestetiche che potevano accanirsi su una ragazzina che comincia le superiori si sono manifestate. Una specie di allineamento planetario di apparecchio per i denti, occhiali – che già c’erano -, ragguardevole stazza, peli, capelli a spazzola e sopracciglia mutilate. Certe robe, tipo i capelli e le sopracciglia, erano indiscutibilmente colpa mia, ma su altre mi sembrava di non avere alcun genere di controllo. Che diamine puoi farci se una mattina ti ritrovi con dei coscioni da centrocampista? Cosa ci puoi fare se hai una tragica mascella rettangolare da Batman dei cartoni? Come la prendi, quando nessun genere di indumento ti dona? Non me lo spiegherò mai. Adesso che non faccio sport sono la metà di quando correvo dieci chilometri sull’argine di Po tutti i santi sabato pomeriggio. E il tennis, e lo sci, e il softball, e la preparazione atletica in palestra. È vero, di cellulite non ne avevo – ero solo incredibilmente MASSICCIA – ma, col senno di poi, mi viene da dire che distorcermi ripetutamente un ginocchio sia stata l’idea migliore della mia gioventù. Insomma, andava così. Terrore, disgusto e raccapriccio. MADRE mi guardava come se gli alieni mi avessero sostituita nottetempo con una controfigura malriuscita. Il mio papà, pessimo mentitore, cercava di incoraggiarmi con dei complimenti incredibilmente generici. Io, nel profondo del mio cuore di ex bella bambina, ero furibonda con MADRE per la sua scarsa attitudine al soccorso. MADRE non è mai andata dall’estetista, il parrucchiere la vede una volta ogni quattro mesi e, quando proprio si trucca, si spalma in faccia una specie di crema colorata dall’istantaneo effetto Oompa Loompa. Figurati. La spaventavo, secondo me. E se non la biasimo per lo sgomento che probabilmente la assaliva ogni volta che ci incontravamo in corridoio, di certo la biasimo per le costanti critiche mai e poi mai costruttive. Perché di infierire non c’era proprio bisogno. Come se non bastasse, poi, la moda non aiutava affatto. Perché quella lì era la disgraziata epoca delle magliettine all’ombelico e dei maglioncini striminziti. E io somigliavo a un frigorifero. Di quelli a pozzetto per i gelati, mica gli Smeg carini nei colorini pastello. Un frigorifero con le tette.

Pian piano, però, sono successi dei miglioramenti. Ma a caso.
Forse ero ero diventata un po’ più capace di gestire la mia bruttezza. O magari avevo imparato a girarci spavaldamente intorno con una certa tragicomica allegria. Non ho ancora capito bene come sia andata, ma mi sentivo vagamente meglio. Mi verrebbe quasi da fare uno di quei diagrammi circolari da profezie autoavveranti. Ti pare d’essere migliorata > Sei un po’ meno abbattuta > Hai l’aria vagamente contenta > Sei più carina > Ti pare d’essere migliorata e via così.
È successo che in quarta mi hanno tolto l’apparecchio e, pur continuando ad aver paura dei pezzettini d’insalata, ho smesso di ridere con una mano davanti alla bocca. Poco dopo, poi, ho cominciato a mettermi quello che pareva a me, cioè solo roba nera, perché mi sembrava più rassicurante. I capelli erano tornati a una lunghezza accettabile… solo che dopo averli avuti a spazzola non mi sembrava mai di averne in testa abbastanza. E allora li ho lasciati fare. All’università mi ci potevo sedere sopra, ma più che altro li usavo come una tenda. E dietro alla tenda mi sono concessa un po’ di tempo per non pensare a com’ero e come mi vedevano gli altri e a quanto tutti erano più fighi. E meno ci pensavo, più i pezzi si aggiustavano. Il Golem, diamine. I vestiti mi cascavano in maniere più ragionevole. Le altre femmine mi sembravano creature che potevano appartenere alla mia stessa specie. Sole, aria fresca, un casino di ombretto nero e via. Un bel giorno, chi lo sa poi perché, avevo addirittura il punto vita. Qualche anno dopo, mi sono spuntati gli zigomi.
Ora, se proprio me lo chiedete, vi direi che l’unica cosa di cui mi vergogno davvero sono i tacchi alti in pieno giorno. Ma perché su di me sono superflui e basta. Ci metto a disagio gli altri, se arrivo alla macchinetta del caffè superando il metro e ottanta, così, senza un motivo al mondo. Perché devo mettervi ansia? Cosa me ne viene? Adesso, se proprio me lo chiedete, vi dirò che ci sono cose della mia faccia e di come sono fatta che mi riempiono addirittura d’orgoglio. Indosso cose assurde senza paura, perché se vieni da anni di improbabilità morfologica, se sei sbilenca te, indipendentemente da quello che ti metti, nessun vestito potrà più farti sentire troppo fuori posto, nessuna chioma a criniera di leone riuscirà più a turbarti, nessun grigiore epidermico potrà mai competere con la tua faccia di un tempo, o con come te la ricordi. Ho moltissimi capelli ricci e voluminosi. Bene, me li tengo. Li amo, anzi. Li amo finché sono lustri e puliti, poi mi fanno schifo e li lavo. E a quel punto li riamo. Se la sensazione costante che ti accompagna mentre cresci è quella di essere un triceratopo al Ballo delle Debuttanti, prima o poi capirai che se la butti un po’ in caciara non potrai di certo peggiorare le cose, anzi. Ti sentirai molto meno terrorizzata.
Armata di sconsideratezza, dunque, ho scoperto che le magliette da Sheldon Cooper mi fanno felice. E vado in ufficio piena di dinosauri. Mi sento in pace con un vestitino con la sottogonna di tulle o con dei maglioni giganti con su dei gatti glitterati. Che per una che vagava vestita di nero dietro a una tenda di capelli, è un bel passo avanti. Perdonami, come dici? Non ho la 38? Ma che scoperta, noi conigliette non ce ne facciamo niente della 38.  È l’alba, mi sono tirata su all’ottavo snooze e se mi trucco perdo il treno? Divinità onnipotenti, mi cazzuolo la faccia di crema idratante e mi lancio fuori nella tempesta. Sarà il chilometro lanciato che correrò in direzione della stazione ferroviaria a conferire un glorioso e aggraziatissimo rossore alle mie gote.  Signorina, mi perdoni, ma sono emozionata. Questi pantaloni mi stanno bene. Nella vita non m’era ancora successo. A me, di solito, i pantaloni stanno al massimo meno-peggio. Questi mi stanno bene! Me ne dia tre paia. Ha mica qualcosa da bere? Mi pare il caso di festeggiare.
Da quel che ho capito, ho un po’ imparato a fare del mio meglio con quello che c’è, a prendermene cura senza serbare rancore. E genera dell’allegria, questa cosa. E ti fa pensare, incredibilmente, che quello che c’è non è poi così un disastro, alla fin fine. Certo, ho ancora un po’ di traumi da smaltire. Le gonne corte me le metto, d’estate… ma prima di infilarmi qualsiasi cosa che non sia un paio di braghe ho bisogno di riguardarmi un paio di volte il discorso motivazionale di Al Pacino in Ogni maledetta domenica. E’ un po’ una faccenda di sarcofagi egizi. I faraoni li seppellivano in una sorta di matrioska di sarcofagi, dal più grosso – che conteneva tutti gli altri – alla mummietta rinsecchita. Io sono una mummia piena di salute, ma quando vado in giro, certe volte, mi sembra ancora di avere addosso tutti gli altri sarcofagi, compreso quello gigante e parecchio meno prezioso che tutti pigliano a picconate per vedere se sotto c’è qualcosa di meglio. Mi passa quasi subito, ma il dubbio mi sfiora ogni volta che metto un maglioncino un po’ più corto del solito. La cosa peggiore, però, sono ancora le fotografie. Continuo ad avere un rapporto piuttosto difficoltoso con le fotografie. A me piacciono moltissimo, le foto. Fotografo tutto, faccio le foto alle creature che amo, alle stranezze che ci sono per strada, alle foglie. Fotografo anche i sassi. Quando fotografano me, però, mi preoccupo assai. E quando vedo il risultato, la prima reazione è sempre di ribrezzo. Poi magari mi fermo lì un secondo e ci penso meglio e capisco che non devo fare così, ma istintivamente darei fuoco a tutto quanto. Quindi, non lo so, temo di avere ancora un po’ di esercizi spirituali da portare a termine, prima di raggiungere la definitiva illuminazione. Per il momento, però, mi accontenterò di stabilire che, forse-forse, il mio #beautyis è far pace con la faccia del mattino. E trovare anche il coraggio di fotografarsela. Da vicino. Così com’è. 

5 Responses to “#BeautyIs: pensierini di conquiste caotiche”

  1. Ophelinha says:

    l’ho letto ieri sera prima di addormentarmi..bellissimo post. E senza nulla togliere alla tua giunonica beltade…if beauty is a state of mind, you’re simply wonderful (sono ormonale oggi, tie’)
    O.

  2. laura says:

    Idem. Cuori a te.

  3. simona says:

    bellissimo post.

  4. carolina says:

    Io me la ricordo la chioma da Raperonzolo della Tegamini degli esordi. Adoro questo post e ti capisco perchè anche io da bambina carina mi sono trasformata in mostro urrendo intorno ai 12 anni… poi un pò si migliora, ci si lavora, e a 30 anni si può dire che finalmente si è fatto pace con sè stessi e con le proprie sopracciglia che, poverine, son rimaste un pò sbilenche.

  5. yliharma says:

    Non sei la prima ragazza che io considero bella bella a raccontare un passato di sofferenza e di non volersi bene….e io mi stupisco sempre.
    Poi mi rendo conto che alla fine siamo tutte uguali, fragili e insicure, brutti anatroccoli con i difetti che sembrano mostruosità e un’abilità eccezionale nel metterli in evidenza. Poi alcune (non tutte purtroppo) crescono e si scoprono un giorno “cigno”, si guardano allo specchio e si dicono “Toh! Ma stai bene oggi eh?” e più te lo dici più quell’”oggi” diventa “ti voglio bene, sempre e comunque”. Anche la mattina appena sveglia.
    Mi sento fortunata a sentirmi cigno, ma la gonna no, io sto ancora in fase “muscolare” ;)

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