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Marchingegni oculistici for dummies

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Insomma, non ci vedo. E non è una novità, sono vent’anni che non ci vedo. E di sicuro non ci vedevo nemmeno dagli zero ai sei, solo che non sapevo che ci si poteva anche vedere e, di conseguenza, credevo che gli oggetti lontani fossero sfocati per natura, che fosse normale che le cose acquistassero consistenza solo quando ci si andava vicino, che spuntassero spigoli, dettagli strabilianti e perfino dei sorprendenti contorni. Bellissimo, ti mangi un gelato e vedi che alla fine del prato c’è una cosa piccola che ne rincorre un’altra ancora più piccola, forse tonda. Poi fai dieci metri e t’accorgi che è un cane con una palla. Suprema meraviglia. Quindi non so bene perchè, ad un certo punto, ho fatto l’errore di dire a MADRE che il binocolino che m’aveva comprato era rotto, perchè da una parte proprio si vedeva solo nero. Panico e terrore, la nostra bionda bambina è cieca da un occhio, presto, che uno specialista la visiti!
E così s’è capito che ero astigmatica. E pure miope. E ho trascorso svariati anni con lo scotch che mi tappava una lente degli occhiali (rigorosamente tondi e tartarugati), riuscendo comunque a peggiorare inesorabilmente ad ogni controllo. E anche dopo due decenni di lenti correttive, so che il mitico momento del “si può fare l’operazione perchè la vista si è stabilizzata” non balenerà mai sul mio indistinto orizzonte, perchè anche ieri mi hanno detto che ho perso un dignitoso 0.50 da tutte e due le palle degli occhi. In tre anni, va bene, ma comunque perdinci.
Ora, quello che continuo a non capire, nonostante il mio festoso curriculum ottico-ortottico, sono i marchingegni dell’oculista. A che servono. Che cosa mi fai, o sapiente dottore? Perchè non mi spieghi dove sto infilando la testa, invece di dirmi solo “mento-fronte” e “sbatti un po’ le ciglia”? Che qualcuno mi aiuti a identificare la funzione dei seguenti affari, perchè non posso più vivere nel dubbio e nella perplessità:

il Mac prima maniera > è proprio uguale. Una roba cubica e grigia, con due buchi per guardarci dentro, prima con un occhio e poi con l’altro. Quand’ero piccola, alla fine del mini-tunnel si vedeva un asterisco verde, che diventava più o meno panciuto o più o meno nitido a seconda delle manovre del dottore… e faceva pure un rumore scattoso e secco, da lettura di floppy disk. Ieri non c’era più l’asterisco, ma una più moderna mongolfiera dai colori pastello, che fluttuava su un paesaggio di amene colline e alberelli.
Rallegrandomi per chi stesse viaggiando sulla placida mongolfiera, mi sono lasciata ipnotizzare, ma non so perchè.

l’X-Wing rotante >  c’è un oblò nero, con in fondo una lucetta. La devi puntare con grande fissità e tondeggiamento di pupilla, proprio una sola, perchè l’altra è temporaneamente coperta da un pezzo di cartone. Già fai fatica, ma tutt’intorno inizieranno a ruotare e balenare due faretti un po’ fosforescenti – uno arancione e uno verdeblu -, che spunteranno in posti che non t’immagini con la medesima fluidità curiosa del velociraptor che ti osserva prima di sventrarti.
Ci ho guardato dentro con grande impegno – e non senza svarioni -, ma anche qui non so bene perchè.

Parsifal > ad un certo punto, in Excalibur, c’è Parsifal che sembra aver trovato il santo Graal. Dopo un’esperienza onirico-allucinatoria su un albero pieno di impiccati, il valoroso cavaliere ruzzola in terra e finisce ai piedi di una maestosa salita, che termina in una porta immensa, stretta e alta, di una luminosità abbagliante. Dopo tanto tempo a sciaguattare nell’oscurità, la porta fotonica fa partire via la faccia al Parsifal, che ritrova la vista dopo una buona mezz’ora di sofferenza e fitte lancinanti al nervo ottico… e si ripiglia solo per essere poi angariato da una voce tonante e incorporea che gli domanda cose mai sentite. Ecco, anche l’oculista ha una porta del Graal. Mento-fronte e via, ti accende un riflettore miniaturizzato a quattro centimetri dal cristallino e ti ordina di non sbattere le palpebre.
Ho obbedito, ma lo sgomento rimane… e del Graal nessuna traccia.

Fluo-pistillo > questo è nuovo, quand’ero piccola non ce l’aveva. Il processo è tortuoso, perchè prima ancora di mento-fronte c’è tutta una preparazione. Due gocce di collirio ad ogni angolo dell’occhio, più l’inspiegabile spennellata sulla cornea (è il bianco, giusto?) di qualche tipo di sostanza. E già vuoi morire, perchè una persona ti ha appena passato una linguetta di plastica sotto la palpebra superiore, ma non puoi, c’è il mento-fronte. Ecco, faceva un po’ Tron, questa nuova diavoleria. Tutto nero, con questi allegri contorni tipo lampada da discoteca che ti fa brillare i denti e ti fa notare la forfora a pezzettoni sulle spalle della gente vestita di scuro. In mezzo, un tondino fluo-alogeno attaccato a un bastoncino, che pian piano si avvicina alla tua pupilla, stabilizzandosi a una distanza così minima da farti sentire nuda.
A fronte di un trauma vero – il fluo-pistillo non si dimentica -, domando una spiegazione.

Bene.
Se qualcuno riuscirà a farmi comprendere lo scopo di questi bizzarri strumenti, variamente responsabili della mia decennale confusione, sarà premiato con una delle fresche diottrie che ho perso per strada. Vi scongiuro, educatemi, che con l’astigmatismo-miopia c’è poco da fare, ma all’ignoranza si può sempre provare a porre rimedio.

 

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4 Responses to “Marchingegni oculistici for dummies”

  1. Andre says:

    Proviamoci, il MAC dovrebbe essere un autorefrattometro (che misura le diottrie senza farti leggere il tabellone), l’X-Wing un oftalmometro (che misura la curvatura della superficie dell’occhio), il Parsifal e il Fluo-Pistillo due esami alla lampada a fessura (che sostanzialmente è un microscopio illuminato). La misteriosa sostanza che ti viene instillata nell’occhio dovrebbe essere un collirio che dilata le pupille: serve a permettere di osservare attraverso un bco più grande la retina. Se dopo quest’esame la luce ti dà noia e fatichi a mettere a fuoco da vicino, lo è sicuramente.

  2. KayWords says:

    Risposte non ne ho, ma anch’io sono una astigmatico-miope in continuo peggioramento con annessa pressione dell’occhio alta. Posso quindi aggiungere un ulteriore macchinario al catalogo: il videogioco per misurare il “campo visivo”, quello dove lucine magiche arrivano dall’esterno di un tondo e tu -click su un tasto- velocissimamente appena le vedi. Con accanto uno che scuote la testa, perché perennemente le vedi troppo tardi, quando sono già partite da un’ora. Mi chiedo come facciano a misurare il campo visivo di persone con scarsa prontezza di riflessi.

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