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L’offensiva indifferenza del piccione

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Ho svariate decine di migliaia di foto piene di me piccola che spavento i piccioni. Piccioni nei prati, piccioni in Piazza dei Miracoli, piccioni sul sagrato ciottoloso di cattedrali parigine, piccioni di campagna, ma sempre e comunque piccioni terrorizzati. Quel che mi ricordo è che non mi piaceva dare il becchime ai colombi o guardarli mentre si trottolavano intorno a vicenda, io ci dovevo correre in mezzo fortissimo e basta, perseguitandoli allo stesso identico modo appena decidevano di toccare di nuovo terra. Non so che cosa mi aizzasse a quel modo contro la fauna piccionifera del mondo o se ci fosse stato un qualche trauma a base di stormi e penne che reclamasse una vendetta, ma andava così. Forse mi piaceva perchè li vedevo volare via, c’era una qualche reazione di repentino spavento che mi faceva divertire.
Perchè quand’ero piccola i piccioni volavano via, se ti avvicinavi con fare minaccioso. Fuggivano in massa appena li guardavi anche solo un po’ male.
Adesso no.
I piccioni di adesso ci tollerano, come se fossimo tutti quanti dei passanti che si incrociano per strada. Il piccione contemporaneo non percepisce più l’uomo come un pericolo e nemmeno pensa che sia il caso di rifugiarsi su qualche tetto, invece d’intralciare il marciapiede rischiando di essere travolto. Molto semplicemente, il piccione si fa da parte, tirandosi dietro con calma tutti i suoi conoscenti. Che ne so, se un piccione vede che arrivi al massimo accelera un po’ il passo e si toglie di mezzo solo quando stai per schiacciarlo con uno scarpone. Se no niente, sta lì e ti guarda passare, come i vecchietti del bar quando transita una con la minigonna, magari pure con le caviglie grosse e i capelli unti, tanto dopo una certa età va bene lo stesso.
Insomma, i piccioni del ventunesimo secolo ci trattano con l’indifferenza che la corte di Versailles riservava alle favorite del re ormai cadute in disgrazia. Siamo le vecchie Montespan dei piccioni, pronte per essere accusate di stregoneria e bandite con disonore dalla corte. E credetemi, ho provato a suscitare una qualche emozione in questa nuova specie di inespugnabili piccioni-cyborg… dopo vent’anni dalle mie ultime performance, mi sono rimessa correre in mezzo a tutte le spelacchiate bestie volanti che sono riuscita a trovare.
Ma invano, devo ammetterlo.
Allora, ho provato ad aggiungere all’equazione il mio trolley del lunedì mattina, quello che pesa dieci chili e ha le rotelle che fanno più rumore di un idrovolante.
Perchè dovete sapere che in piazza Caiazzo a Milano c’è un albero dove la gente, per qualche ragione a me ignota, butta tonnellate di briciole. L’albero e l’adiacente marciapiede sono invasi da un tappeto compatto e scontrosissimo di boriosi colombi. C’è da fare il giro, perchè a passarci in mezzo ci si mette di più che a fare la circonvallazione a dorso di mulo.
Ecco, io non faccio il giro. Ma per nessun motivo al mondo.
Ora, di uccelli maciullati nelle ruote nella valigia non ne ho ancora trovati, ma alla terza volta che sono andata di corsa alla stazione ho osservato, con la vera soddisfazione degli amici del metodo sperimentale, un po’ più di reattività da parte dell’indolente stormo, un’ombra dell’antico rispetto per l’uomo. Perchè è assolutamente inammissibile che, camminando per strada, ci si sorprenda ad ascoltare conversazioni di questo genere:

SIGNORA TORINESE – Guarda là, che ci sono i piccioni che beccano.
BAMBINA – Ma…
SIGNORA TORINESE – Dimmi.
BAMBINA – Ma mamma, i piccioni volano?

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